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My Playlist # 4

31 Gen

 Scozia

Aztec Camera – High Land, Hard Rain

HIGH LAND HARD RAIN

Sono state riscoperte di recente le band scozzesi degli anni Ottanta, soprattutto quelle targate Postcard Records. Parlo di Josef K e Orange Juice, che sono, in qualche modo, le radici su cui poggiano le esperienze, per esempio, dei Franz Ferdinand. Un nome, forse tra i più conosciuti, legato, almeno agli esordi, alla Poscard, è quello degli Atzec Camera, band capitanata da Roddy frame, enfant prodige responsabile di quel ritorno ai suoni acustici che avrebbe fatto scuola.

Tra ’81 e ’82 le prime incisioni per la neonata label scozzese, poi il trasferimento a Londra, dove nel 1983 pubblicano per la Sire records, High Land, Hard Rain, album d’inaudita freschezza, in cui la spensieratezza dei Sixties (From pillar to Post) s’incrocia con atmosfere latine (Oblivious e Walk out to Winter), cantati folk (We Could Send Letters) e perfino soul (Back on Board), in un mix irresistibile, che lascia filtrare un raggio di sole tra le plumbee atmosfere del post-punk.

1983, dicevamo. Un anno abbastanza cruciale, perché l’anno dopo uscirà il primo album eponimo degli Smiths, il primo degli Everything but The Girl (Eden) e il primo degli Style Council (Café Bleu) e il primo dei Pale Fountains (Pacific Street). Cose molto diverse tra loro, d’accordo, ma che hanno in comune un rinnovato interesse per il songwriting più intimo e una certa propensione al bozzettismo lirico.

Gli Aztec Camera anticipano tutto, con una leggerezza ed eleganza mai abbastanza apprezzate. Gli album di successo, infatti, verranno dopo, con Knife (prodotto da Mark Knopfler), Love e Stray. Ma è questo High Land, Hard Rain la perla è più pura, così pieno di idee brillanti e recuperi imprevisti delle più disparate tradizioni sonore. Si chiama anche questa New Wave, ma non ha niente a che vedere con tutto quello che si suona in quegli anni. Niente elettronica, niente post punk, solo un pop leggiadro, mai banale, direi quasi perfetto. E per di più, suonato da un chitarrista coi fiocchi. Roddy Frame, così bravo che Morrisey lo chiamò nel 1987 a sostituire Johnny Marr per le registrazioni di Strangeways Here We Come. Poi non se ne fece nulla. Ma si sa, le grandi storie, sono fatte anche di appuntamenti mancati. The Commitments docet. 

My Playlist #3

11 Gen

Scozia Belle and Sebastian – If you’re feeling sinister

IF YOU'RE FEELING SINISTER

Le storie degli esordi hanno sempre qualcosa di magico, come se fossero animate da una  forza che plasma gli eventi verso un’imprescindibile genesi. La storia dei Belle & Sebastian è una di quelle delicate e pulite, come un pallido mattino invernale.  Ne sono protagonisti due Stuart, uno fa Murdoch di cognome, l’altro Davis. Sono studenti iscritti a un corso di Music Business dello Stow College di Glasgow, che prevede la possibilità per i migliori allievi di incidere un singolo nell’etichetta della scuola. Murdoch e Davis mettono insieme una band formata, tra gli altri, dalla violoncellista Isobel Campbell, la violinista Sarah Martin, il trombettista Mick Cooke, il chitarrista Stevie Jackson, il tastierista Chris Geddes e e il batterista Richard Coldburn. I due Stuart stanno alle chitarre e alla voce. Sono tanti, quasi un’orchestra, ma alla fine vincono una session di registrazione di cinque giorni, quanto basta per incidere un intero album. E’ Tigermilk, un disco tirato in mille copie, che trasforma un semplice progetto universitario in una vera band. L’anno è il 1996 e il disco fonde atmosfere folk e pop con un gusto nostalgico, delicato e romantico come una polaroid sbiadita dal sole. Dentro ci sono le conseguenze di una dieta musicale a base di Smiths, Simon & Garfunkel, Cat Stevens e persino Burt Bacharach. La voce di Murdoch è cruda e innocente come quella di un ragazzo in piena crisi postpuberale, ma i suoni sono interessanti e abbinano le linee di chitarra acustica con tutti gli altri strumenti. Gli anni Sessanta sono qualcosa di più che un semplice, profumato ricordo e le melodie sono di quelle che una volta entrate in testa non ti abbandonano più.

If you’re feeling sinister è il secondo album, ma siamo ancora nel 1996. E’ il vero esordio, stampato dalla Jeepster, che infila dieci acquarelli di vita quotidiana, dieci esempi di delicata grazia sonora, composti sotto l’influenza di una vivida luce apollinea. C’è una qualità narrativa che percorre i solchi di questo capolavoro di normalità, una propensione al racconto bozzettistico, in cui s’intrecciano realtà e immaginazione (Murdoch pubblicherà anche un libro, intitolato The Celestial Café). Questa volta il suono è più strutturato, insieme nitido e sinuoso, ma ha qualcosa di sfuggente, che impone ripetuti ascolti. C’è ancora qualcosa di Morrisey, ci sono i numi tutelari dell’olimpo folk, da Nick Drake a Bob Dylan fino a Donovan, ma c’è anche un’atmosfera eighties, quella più lontana dai sintetizzatori. E’ la loro sigla stilistica, un marchio che segnerà indelebilmente la scena indie. Lo si ascolta come si leggerebbe un libro, con l’attenzione vigile e l’immaginazione che corre a briglia sciolta tra le righe.

My Playlist #2

11 Dic

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 The Blue Nile – Hats

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Un disco ogni sette anni, per un totale di quattro album e una maniacalità nella cura del suono, fanno dei Blue Nile una delle più interessanti band scozzesi del periodo post punk. Un suono notturno, romantico, che si distende sull’immaginario sfondo di un panorama urbano silente, innaffiato di pioggia e attraversato da “sovrumani silenzi e profondissima quiete”, contraddistingue Hats, seconda e più matura prova del gruppo di Glasgow, datata 1989.

La band nasce quando gli amici Paul Buchanan (voce) e Robert Bell (basso), laureati in Letteratura Inglese, incontrano Paul Joseph Moore, laureato in Ingegneria Elettronica e Matematica, e prende subito la forma di un bizzarro trio senza batteria, ossessionato dalla ricerca di un suono elettronico limpido, a cui si appoggiano una voce calda e una linea di basso costante e ripetitiva. La loro sigla stilistica, basata su accordi semplici e sulla creazione intenzionale di paesaggi sonori malinconici e ad alto gradiente emotivo, rivela le potenzialità del gruppo già nell’album d’esordio, A Walk Across the Rooftops (1983), in cui spicca il singolo Tinseltown in the Rain, che purtroppo raggiunge solo l’ottantasettesimo posto nella classifica UK. Sarà, invece, Hats (Linn Records con licenza alla Virgin) a decretare il successo del trio, guadagnando nel 1989 la dodicesima posizione delle album chart inglesi.

Il disco, considerato all’unanimità il migliore della band, conferma l’attitudine romantica preannunciata dalla copertina, esibendo sette tracce che scivolano sul cantato intenso e appassionato di Buchanan, a costruire un pop estremamente elegante, dominato da atmosfere rarefatte che scorrono su ritmi minimali e sonorità dilatate.  Tre i singoli dell’album, da The Downtown Lights a Headlights on the Parade e Saturday Nights, ma la perla assoluta è la terza traccia, Let’s go out tonight, uno spleen che s’insinua nel cuore e nell’anima come il dolceamaro ricordo di un amore perduto. Ed è, proprio, agli alti e bassi dell’amore che sono dedicate quasi tutte le liriche di questo disco perfetto, un vivido diamante nella discografia britannica degli anni Ottanta.

My Playlist #1

26 Nov

Inghilterra

Everything but the Girl – Love not Money

Gli Everything But The Girl sono un duo inglese, formato da Tracey Thorn e Ben Watt, incontratisi nel 1982 alla Hull University. Li uniscono la passione per le atmosfere jazzy e la cultura Mod. Non a caso, Tracey canta anche in un brano di Café Bleu degli Style Council (The Paris Match), il nuovo gruppo dell’ex Jam Paul Weller, leader del “New Modernism”.

La sua voce è subito una rivelazione. Timbro caldo e placido, incedere raffinato, quasi aristocratico, e atmosfere malinconiche da novembre inoltrato: questi gli ingredienti di Love not money, preannunciati dalla splendida copertina tratta dal libro di Humphrey Spender “Worktown People: Photographs From Northern England 1937-38”.

Love not money, abbandonate le sonorità jazz e bossanova del primo album (Eden), vira verso un songwriting folk/pop alternativo, che di li a poco diventerà una sigla del genere Indie.

L’album, uscito nel 1985 su etichetta Blanco y Negro, è un ritratto dell’Inghilterra devastata dalle riforme della Thatcher, filtrato dalla sensibilità romantica dei due. La tracklist alterna ballate romantiche, irrorate da brevi sprazzi di luce, e lamenti esistenziali, fradici come un piovoso pomeriggio inglese.

Se avete apprezzato la voce di Tracey Thorn in Protection e Better Things dei Massive Attack, forse amerete anche Love not money, perfetta colonna sonora di questo lungo autunno.

(Ivan Quaroni)

Assalto al Museo: dal Surreal Pop all’Italian Newbrow

4 Nov

Su RUMORE n. 250 di novembre, una approfondita ricognizione di Vittore Baroni nei meandri dell’Italian Newbrow e del pop surrealismo nostrano, a cavallo tra arte e musica….

All’interno, una guida alla lettura, alla visione e all’ascolto Lowbrow…

ecco l’articolo:

Rumore n. 250_Italian Newbrow