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Crypto Series: Orkhan Isayev. Nostalgia di un futuro passato

19 Dic

di Ivan Quaroni

Retro-Futurismo è il nome di una tendenza letteraria e artistica che esprime un sentimento nostalgico verso i futuri passati e che, in particolare, trae ispirazione dalle visioni ottimistiche elaborate tra il Secondo Dopoguerra e gli anni Ottanta del secolo scorso. Visioni a cui non furono estranee sia le due fiere organizzate nel 1939 e nel 1964 dalla General Motors col titolo di Futurama, che presentavano innovative idee per plasmare la vita e la società del mondo a venire, sia il progetto di città futuribile denominato EPCOT (Experimental Prototype Community of Tomorrow), elaborato nel 1960 nientemeno che da Walt Disney, ma mai realizzato a causa della sua prematura scomparsa. 

Nella narrativa come nelle arti visive, lo stile retro-futuristico emerge come l’espressione di un’insoddisfazione verso il presente e le sue possibili evoluzioni e, quindi, come il segno di una conseguente fuga verso mondi meno catastrofici. Soprattutto le immagini elaborate negli anni Sessanta e Settanta sono quelle che, più di altre, hanno saputo proiettare – attraverso illustrazioni, fumetti, cartoni animati e film – l’idea di un futuro pieno di potenzialità, immaginato come un tempo in cui finalmente si realizza il sogno di una società libera, democratica, tecnologicamente avanzata e lanciata verso la conquista dello spazio e la colonizzazione di nuovi mondi. Una visione, questa, che si discosta notevolmente dalle previsioni distopiche di certa Fantascienza e soprattutto del Cyberpunk, che ci hanno abituato alla visione di universi desolati, devastati dall’ecatombe climatica, prostrati dalla corruzione e dallo squilibrio sociale, governati dal puro profitto e plasmati da un uso spregiudicato e amorale della tecnologia in ogni campo dell’agire umano.

Orkhan Isayev, VICTORY AEROMOBILE – ARTEMIS CLASSIC Y5, Poseidon Deploy Collection #2

Nell’arte di Orkhan Isayev, retrofuturismo e cyberpunk si fondono nella costruzione di un immaginario visivo in bilico tra nostalgia del passato e inevitabile deriva distopica. Un mondo che, almeno inizialmente, è concepito come una sorta di età dell’oro, la cosiddetta Great Utopia, un tempo di ordine e decoro sociale, in cui la struttura urbana delle città è il risultato della combinazione tra la conservazione dei monumenti antichi e lo sviluppo di una tecnologia avanzata, così come l’avrebbe immaginata qualcuno che avesse vissuto tra i Roaring Twenties e gli anni Quaranta del Novecento. Come afferma l’artista stesso “I was interested in Futurism from an early age, but I also always liked 20th century nostalgia because it was very intense, and I was always looking for ways to show it together”.

A dominare lo skyline delle città di Orkhan Isayev è, infatti, lo stile Decò che influenzò la pittura, l’architettura, le arti decorative e la moda dalla metà tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento.

Basta uno sguardo alla serie Utopia su Foundation (https://foundation.app/@Isayev_art) e alla serie Victory Aeromobiles su SuperRare (https://superrare.com/isayev_art) per accorgersi che nelle sue metropoli futuribili, le monumentali vestigia del passato come il Colosseo o la Tour Eiffel, l’Opera House di Sydney o la CN Tower di Toronto, la Statua della Libertà o la Sagrada Familia di Barcellona, sono circondate da una massa di edifici ipertecnologici, le cui superfici scintillanti di acciaio richiamano appunto le modanature e le forme dell’architettura modernista americana, la stessa che fa capolino nei fumosi paesaggi urbani di Blade Runner. Con la sola differenza che le città di Orkhan Isayev sembrano l’espressione di una società in apparenza felice e pacificata, la versione ottimistica ed ecologica di una fantascienza positiva, che nemmeno il candore di Star Wars aveva saputo incarnare. Invece, l’anello di congiunzione con l’immaginario distopico di Blade Runner è rappresentato dalla figura di Syd Mead, il mitico concept artist della pellicola di Ridley Scott, che Orkhan annovera tra le sue principali fonti d’ispirazione, insieme a Moebius, il disegnatore francese che ha reinventato il fumetto fantascientifico degli anni Settanta e Ottanta. 

I lavori di Orkhan Isayev sono caratterizzati da un disegno pulito, che richiama i modi della ligne clair (linea chiara) del fumetto francese e belga. Le sue immagini sono riconoscibili anche per la gamma cromatica uniforme ed elegantemente flat, in cui spiccano i toni accesi del rosso, dell’azzurro e del giallo. La sua è una grammatica visiva che recupera alcuni elementi del passato, inserendoli, però, in una variante personale e nostalgica del genere Sci-Fi tra gli anni Sessanta e Ottanta che non avrebbe potuto esistere in quei decenni. La nostalgia è, infatti, il tratto principale di molte produzioni contemporanee, un segno della demolizione del futuro operata dalla società attuale che lascia una ferita aperta nelle nuove generazioni, a cui gli artisti rispondono con una fuga all’indietro, verso un’epoca che esprimeva ancora una fiducia cieca nell’avvenire.

Oltre a essere un creatore di mondi, capace di immaginare il futuro delle capitali mondiali nell’ipotetica epoca di Great Utopia, – da Roma a Berlino, da Shanghai a New York, fino a Baku –, Orkhan Isayev dimostra di essere anche un abile tessitore di storie e inventore di personaggi che potrebbero benissimo diventare protagonisti di una graphic novel o di una serie animata. La passione per lo storytelling, saldata alla sua inconfondibile grammatica grafica, emerge soprattutto in Valkyria Project. The Chronicles, un ciclo di illustrazioni (https://opensea.io/collection/valkyriathechronicles) che presenta tutti i comprimari di una storia ambientata a Valkyria, subito dopo l’era di Great Utopia, in un periodo in cui le cose sembrano aver preso una piega diversa. 

Proprio in questa serie di lavori è più visibile l’influsso del Cyberpunk, con le sue sfumature distopiche, perfettamente incarnate tanto dai Guardians, gli eroi tutori dell’ordine, quanto dai loro antagonisti criminali della Infernal Family, come pure dai membri del Great Council che governano Valkyria. Tra armature corazzate e corpi tecnologicamente e cognitivamente aumentati, i personaggi di Orkhan si muovono in una dimensione in cui trionfano le sperimentazioni biotech, dove uomini e macchine, carne e circuiti si fondono nei corpi di cyborg militarmente potenziati. 

A questa serie, di cui fanno parte non solo personaggi di contorno (Michellaneous), ma anche i “ritratti” di macchine robot (Machines) e armamenti speciali (Aeronauts), si aggiungono anche squarci di paesaggio urbano, angoli di città e quartieri di Valkyria City, come nel caso dell’opera Sector Alpha: Northern Block N° 256, in cui ritroviamo i limpidi profili degli edifici di Great Utopia. Insomma, non mancano gli ingredienti per la costruzione di un vero e proprio copione che potrebbe, prima o poi, trasformarsi in sceneggiatura.

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Crypto Series: Emanuele Ferrari. Hiding is sexy

25 Nov

di Ivan Quaroni

Emanuele Ferrari, I Am Thirsty

Viviamo in un’epoca iper-fotografica, in cui questa pratica, inventata poco più di cento anni fa, e un tempo riservata a specialisti e appassionati, è diventata talmente diffusa da costituire uno strumento di validazione del vissuto di milioni di persone. Qualsiasi momento della nostra vita, infatti, sia esso importante o insignificante, viene immortalato e condiviso quasi immediatamente sui social network, come se costituisse il tassello di un’autobiografia per immagini e, insieme, lo strumento di verifica delle nostre esperienze. “Esiste addirittura un’espressione caratteristica”, come giustamente ha osservato Valentina Tanni, “entrata ormai a far parte del linguaggio del web, che ben esprime l’esistenza di questa fiducia residua nella capacità probante delle fotografie: Pics or it didn’t happen (se non hai le foto, vuol dire che non è successo)”[1]. All’opposto esiste, invece, una fotografia professionale che può essere variamente intesa come forma d’arte, come strumento di advertising o come mezzo di documentazione o reportage. Il lavoro di Emanuele Ferrari assomma alcune caratteristiche di entrambe le dimensioni, quella amatoriale e quella professionale, condividendo, cioè, sia la relazione con la tecnologia digitale e i social media tipica della post-fotografia, sia il carattere autoriale e sperimentale delle ricerche artistiche contemporanee. 

Come si legge in molti articoli e interviste a lui dedicati, il suo nome è stato inserito per due anni di seguito tra i venti fotografi internazionali più influenti del web secondo il WIP Index, che misura il grado di popolarità dei personaggi che usano internet come strumento di comunicazione, addirittura terzo nella sezione fashion, dopo due giganti come Mario Testino e Terry Richardson.

Emanuele Ferrari, Belly Bottom

Emanuele Ferrari ha collaborato con importanti marchi come Fendi, Diesel, Nike, Coca Cola, Moschino, Krizia, Fila, Liu Jo, Calzedonia e Marc Jacobs, pubblicando le sue foto sulle pagine di Vanity Fair, Vogue, GQ, Max, Rolling Stone, Icon, Purple ed El Pais. È stato, però, grazie a Instagram che la sua arte ha raggiunto un livello inedito di notorietà, garantito dagli oltre 408mila follower sul suo profilo. Ferrari ha, infatti, subito intuito il potenziale della rete nel campo della comunicazione, imparando a confrontarsi con una comunità di appassionati che lo ha poi seguito nella scoperta del mondo degli NFT e della fotografia certificata sulla blockchain, di cui oggi è uno dei più originali protagonisti.

Nato a Milano nel 1975, Emanuele Ferrari, come più volte ha dichiarato, è approdato alla fotografia per gioco e per passione. I suoi studi non hanno infatti niente a che vedere con l’apprendimento delle tecniche dell’ottava arte. Dopo il Liceo scientifico, ha rischiato invece di laurearsi in Economia e Commercio, che poi ha abbandonato per dedicarsi al lavoro prima come informatico poi, finalmente, trasformando la sua giovanile passione per la fotografia in una professione. I suoi primi amatoriali scatti li fa con una vecchia Minolta a rullino durante il periodo delle scuole medie. Più tardi, quando la passione per la fotografia riaffiora, come un fiume carsico, nell’età matura, diventa una pratica da apprendere sul campo e da affinare con l’esperienza e lo studio dei grandi fotografi del passato e del presente.

Emanuele Ferrari, Kurt Likes Ice Cream

Da vero autodidatta, che si è conquistato una reputazione grazie al lavoro e alla dedizione, ma anche al suo spirito gioioso e irriverente, Emanuele Ferrari sostiene che le scuole di fotografia non servono e che per imparare basta seguire la propria passione fino a trovare autonomamente il proprio stile. Forse è proprio questa sua libertà dai vincoli e dalle regole della fotografia classica a rendere il suo linguaggio così fresco ed effervescente. Sembra, infatti, che dei suoi scatti Ferrari preferisca quelli in cui emerge il carattere estemporaneo, che rivela una qualità nascosta, sorprendente o imprevista dell’immagine femminile. Il suo approccio, soprattutto nella produzione personale, slegata da ogni committenza commerciale, è antitetico a quello della cosiddetta staged photography, che vorrebbe riprodurre la naturalezza della realtà con una fotografia “ragionata”, “preparata”, letteralmente “messa in scena” come un allestimento teatrale o un set cinematografico. Ferrari sceglie, invece, di mostrarci una realtà più imperfetta, quella che si coglie, anche solo per una frazione di secondo, quando si è immersi nel flusso della vita: una posa, un gesto, un atteggiamento che rivelano tutta la bellezza che sta fuori dai canoni del lessico pubblicitario, dentro le pieghe della quotidianità. Una quotidianità che è poi anche quella professionale degli shooting, in cui il fotografo esegue centinaia di scatti, che poi scandaglia con meticolosità ossessiva, per selezionare solo quelli che corrispondono al suo sguardo personale. La fotografia di Emanuele Ferrari si esplicita in due tempi. Il primo è quello della bulimica cattura delle immagini, che richiede attenzione, ma anche intuito, rapidità, prontezza di riflessi. Il secondo è quello della scelta, del vaglio analitico delle immagini, momento apicale nella definizione del suo stile, che scarta tutto ciò che è convenzionale, per portare alla luce nuovi aspetti della bellezza femminile. In questo, il fotografo milanese sembra ereditare, pur modificandola, la lezione di grandi maestri come Harry Peccinotti, Richard Kern o Terry Richardson, che hanno scardinato le regole della fotografia erotica, immergendola nella dimensione ordinaria del quotidiano. 

Emanuele Ferrari, Pois

Emanuele Ferrari non si considera un fotografo erotico, forse perché racconta il corpo femminile attraverso una serie di elisioni, cesure ed esclusioni di dettagli espressivi come il volto e gli occhi delle ragazze che fotografa, che rischierebbero di definire e circoscrivere l’identità del soggetto, lasciando poco spazio all’immaginazione di chi guarda. Nascono così alcune delle opere recentemente acquisite dalla collezione Poseidon Dao, come Breath and SkinHide and SeekLoosing Something, Wet Town e My Own Way, dove l’assenza, la sottrazione o il parziale occultamento del volto delle modelle forza lo sguardo dell’osservatore a concentrarsi sulla potenza espressiva del corpo, che diventa, così, una forma variamente leggibile, non più vincolata a una particolare identità fisiognomica e, quindi, aperta a diverse interpretazioni. 

Ferrari ha scritto, quasi programmaticamente, una massima che chiarisce perfettamente il senso della sua ricerca fotografica: “Showing is boring… hiding is sexy”. Vale a dire che la bellezza e la seduzione si trovano più in quel che si omette che in quel che si mostra di un’immagine. Scatti come PoisRoom o Berlin Morning funzionano, infatti, come dispositivi che attivano l’immaginazione e che suscitano inaspettati palpiti nel cuore dell’osservatore. Perché è vero, come recita un vecchio detto, che “la malizia – ma anche la bellezza, secondo Oscar Wilde – sta tutta negli occhi di chi guarda”. 

Emanuele Ferrari, Super Bowl

Le foto di Ferrari, infatti, “seducono” in senso etimologico. Il verbo “sedurre” viene dal latino “seducere”, che significa appunto “tirare in disparte”, “separare”, “condurre via”. E con la sua ricerca Ferrari ci conduce via soprattutto dalla banalità della comunicazione visiva, fuori dall’inquinamento semiotico che affolla ogni angolo delle nostre città, traendoci idealmente in disparte, in un luogo in cui è ancora possibile guardare un’immagine, senza sentirsi visivamente aggrediti. 

Emanuele Ferrari, Room 303

Crypto Art


[1] Valentina Tanni, Memestetica. Il settembre eterno dell’arte, 2021, Nero edizioni, Roma, pp. 42-43.