Tag Archives: Casa d’Arte San Lorenzo

Matteo Nuti. On Demand

7 Apr

di Ivan Quaroni

“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.”[1]
(Arthur C. Clarke)

 

TIMELINE CURRENT LOCATION_III_MixedMediaOnGlossyPaperOnWood_82X114_2016

Timeline Current Location III, Mixed Media On Glossy Paper On Wood, 82X114 cm, 2016

Ci sono due fattori di cui tenere conto nella valutazione del lavoro di Matteo Nuti, uno è l’elemento testuale, il tema iconografico, di natura, in fondo, pretestuosa, l’altro, a mio avviso più importante, è l’elemento formale e linguistico. Entrambi contribuiscono alla definizione di questo ciclo di lavori, quindici in tutto, intitolato On Demand e ispirato alla drammatica storia di David Kelly. C’è poi un terzo fattore niente affatto trascurabile, quello squisitamente procedurale, che riguarda gli strumenti e i metodi usati dall’artista per precisare la propria grammatica pittorica.

Il termine On Demand indica un sistema d’accesso ai programmi televisivi che permette allo spettatore di scegliere un programma in un menù e di vederlo immediatamente. Il Video On Demand è quindi un contenuto audiovisivo che è disponibile in qualsiasi momento su richiesta dell’utente. Matteo Nuti ha applicato tale terminologia a questa serie di opere pittoriche per diversi motivi. Il più semplice è che le vicende di David Kelly, scienziato britannico esperto di genetica e biotecnologia e ispettore dell’ONU in Iraq, sono ripercorse da Matteo Nuti, a distanza di quasi quindici anni dalla sua misteriosa morte, come una forma di ricapitolazione che possa gettare nuova luce su una questione fondamentalmente irrisolta.

L’artista non fa che attingere ai propri ricordi personali, in questo caso la memoria di una notizia sentita al telegiornale anni prima, per ripercorrere i fatti della nostra storia recente e – come dice lui – “potersi fare domande che non ci siamo posti a suo tempo”. Quello di Kelly è, per usare un lessico poliziesco, quel che si definisce un cold case. Un caso irrisolto, su cui l’artista torna a “investigare” con lo strumento improprio della pittura. Il fatto che si possa riesumare una vecchia storia come si può guardare un vecchio programma televisivo, semplicemente richiedendolo come un file archiviato, avvalora, almeno formalmente, la scelta del titolo.

SPOTLIGHT__I_MixedMediaOnGlossyPaperOnWood_30X25,8_2016

Spotlight, Mixed Media On Glossy Paper On Wood, 30X25,8 cm, 2016

La storia del caso Kelly si può riassumere così. Esperto di armi batteriologiche, impiegato nel Ministero della Difesa britannico, David Kelly è inviato come ispettore ONU in Iraq per verificare la presenza di eventuali armi di distruzione di massa. Tornato in patria, in un’intervista rilasciata nel 2003 al giornalista Andrew Gilligan, contesta il dossier sulle WMD (Weapons of Mass Destruction) presentato dal governo di Tony Blair. Sono i tempi in cui le amministrazioni di Bush e Blair diffondono falsi dati per convincere l’opinione pubblica che Saddam va fermato con un’invasione, prima che possa utilizzare le armi di distruzione di massa. Il 29 maggio del 2003 Andrew Gilligan racconta del contro-dossier di Kelly durante un popolare programma radiofonico della BBC. L’intervento, ripreso da tutta la stampa inglese, fa scoppiare uno scandalo politico. Il parlamento risponde con l’istituzione di una commissione d’inchiesta che sostanzialmente scagiona il governo da ogni responsabilità e rimprovera David Kelly e la BBC di non aver controllato la veridicità delle notizie diffuse. Il 18 luglio dello stesso anno, pochi giorni dopo la deposizione di Kelly davanti alla commissione parlamentare che indagava sulla vicenda, il suo cadavere è rinvenuto nella foresta di Harrowdown Hill, nell’Oxfordshire. La versione ufficiale è che si sia suicidato tagliandosi le vene dei polsi e ingerendo ventinove pillole di analgesico. Tuttavia, il tempismo della morte di Kelly e alcuni elementi poco chiari, come ad esempio il rinvenimento di segni di elettrodi sul petto del cadavere, destano fondati sospetti nell’opinione pubblica. La commissione d’inchiesta istituita subito dopo la morte di Kelly e presieduta da Lord Hutton chiude il caso classificando il decesso dello scienziato come un suicidio. Nel 2007 il deputato liberal democratico Norman Baker, spina nel fianco della classe dirigente inglese, dà alle stampe il libro The strange death of David Kelly in cui smentisce, dopo un anno d’indagini, le conclusioni del rapporto Hutton, mettendo in dubbio le cause della morte dello scienziato.

THE TRUTH AND THE TALE_I_MixedMediaOnGlossyPaperOnWood_90X67_2015

The Truth and the Tale I, Mixed Media On Glossy Paper On Wood, 90X67 cm, 2015

Matteo Nuti affronta il caso Kelly da una prospettiva differente. Nonostante sia un artista analitico, con un approccio alla prassi quasi da ricercatore, la sua disamina della vicenda concede molto all’immaginazione. I quindici lavori di On Demand prendono in esame, sempre pretestuosamente, alcuni aspetti secondari, come il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere o la fisionomia dello scienziato, che l’artista trasforma in elementi topici attraverso cui condurre la propria sperimentazione pittorica, che prevede almeno tre diversi passaggi.

Nuti, che ha iniziato a disegnare e dipingere con le tecniche usate nella CGI (Computer Generated Imagery), applicate al campo dei videogames, dell’animazione e degli effetti speciali, li riassume così: “Dipingo il quadro in digitale (il mio photoshop è completamente customizzato con pennelli fati da me, texture particolari e shortcut e interfaccia settati per un mancino), poi lo stampo con pigmenti naturali su una carta fotografica lucida e, infine, uso dei solventi chimici come acetone o diluente alla nitro per sciogliere il pigmento della stampa che, essendo su una superficie lucida e poco assorbente, viene respinto in modo che io possa utilizzarlo come pigmento per ridipingere l’immagine”. In sostanza, il dipinto digitale, una volta stampato su carta fotografica lucida, si trasforma in una tavolozza di colori che l’artista sposta e ridistribuisce grazie all’uso di solventi. In questo processo, la rimozione fisica dei pigmenti sulla stampa fotografica riconnette la pittura digitale e quella analogica. Il metodo di Nuti, sebbene radicalmente influenzato dalle nuove tecnologie digitali, riconosce un ruolo importante anche alla pratica manuale. Non è un caso che le sue immagini ridipinte con i solventi conservino un’impronta marcatamente espressionistica e gestuale.

A NIGHT WITH_III_ MixedMediaOnGlossyPaperOnWood_70X61,3_2015 copia

A Night with III, Mixed Media On Glossy Paper On Wood, 70X61,3 cm, 2015

L’elemento On Demand, se vogliamo, è presente anche nel modus operandi dell’artista. Alcune delle immagini dipinte in digitale sono riutilizzate come matrici in diversi dipinti. Ad esempio, lo stesso ritratto a mezzo busto di David Kelly è usato in D.K.I.S. (R.V.) I (2015) che in A Night With III (2015), così come identico è il primo piano dello scienziato inglese in D.K.I.S. (R.V.) III (2015) e Spotlight I (2016). In pratica, Nuti usa l’impianto digitale dell’immagine per generare opere diverse, che testimoniano un differente grado di sintesi pittorica.

Se i lavori intitolati Spotlight mostrano un alto grado di scarnificazione minimale delle immagini, quelli ambientati nel bosco vicino alla collina di Harrowdown, luogo di ritrovamento del corpo di Kelly, sono, invece, più massimalisti e ricchi di elementi descrittivi. Sia nei tre dipinti intitolati Timeline Current Location, che in quelli della sotto-serie Truth & Tale, la foresta dell’Oxfordshire è rappresentata come un luogo magico, esperito in uno stato di coscienza alterata. Le forme del paesaggio e le figure sono, infatti, fuse le une nelle altre senza soluzione di continuità, mentre i colori brillano di una luce innaturale. Sembra che Nuti voglia riprodurre lo stupore farmacologico indotto dagli analgesici ingeriti da Kelly, quelli, per intenderci, sospesi in forma di capsule nel dipinto The Truth and the Tale III (2016). Con la Biancaneve e i coniglietti di The Truth and the Tale I e II, invece, l’allucinazione assume addirittura contorni disneyani, forse nell’intento di produrre uno stridente contrasto tra la finzione fantastica e la drammatica realtà. Harrowdon Hill diventa per Nuti il simbolo di una difformità esistenziale che traduce nel linguaggio pittorico la discordanza tra la verità e la sua rappresentazione. Ma la vicenda di Kelly, con i suoi enigmi e misteri, riecheggia in forma narrativa ben altre ambiguità esistenziali. Da un lato ci sono le presunte verità della storia che, a richiesta, possono essere revisionate e corrette, oppure manipolate e occultate, dall’altro vi sono le immagini digitali, oggi principale veicoli di trasmissione delle informazioni visive, le quali, sempre a richiesta, possono essere alterate alla sorgente o utilizzate come per trasmettere messaggi antitetici.

La pittura ibrida di Matteo Nuti evidenzia tutte queste ambiguità, mostrandoci che, come diceva lo scrittore Larry Niven, “ethics change with technology” (l’etica cambia con la tecnologia).[2] E soprattutto avvertendoci che, nonostante tutti i suoi vantaggi, essa ci obbliga a restare vigili. Anche perché, come credeva Marshall McLuhan “ha il potere di ottundere la consapevolezza umana”. [3]

THE TRUTH AND THE TALE_III_MixedMediaOnGlossyPaperOnWood_67X79_2016

The Truth and the Tale III, Mixed Media On Glossy Paper On Wood 67X79 cm, 2016


Note

[1] Arthur C. Clarke, Il volto del futuro, Sugarco Edizioni, Milano, 1965.
[2] Larry Niven, How the Universe works, “Analog Magazine”, Novembre 2002.
[3] Marshall McLuhan, La Galassia Gutemberg: nascita dell’uomo tipografico, Armando Editore, Roma, 1991.


Info

Matteo Nuti – On Demand
a cura di Ivan Quaroni
Chiesa del SS. Crocifisso dei Bianchi – Lucca
21/4/2017 – 8/5/2017
Organizzazione: Casa d’Arte San Lorenzo, San Miniato
info: galleria@arte-sanlorenzo.it
tel. 0571- 4359

Giovanni Maranghi. Rumore di fondo

28 Dic

di Ivan Quaroni

“La pittura è solo un altro modo di tenere un diario.”
(Pablo Picasso)

“È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche
là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.”
(Italo Calvino)

sera-resina-cm-130x110

Sera, tecnica mista e resina, cm 130×110, 2016

Quando si scrive delle donne”, sosteneva Denis Diderot, “bisogna intingere la penna nell’arcobaleno”. La donna è, infatti, la musa per eccellenza non solo dei poeti e dei letterati. Si potrebbe agilmente riassumere la storia dell’arte in una lunga pletora di ritratti femminili, riuscendo comunque a tracciare una fedele cronaca delle sue evoluzioni.

Il soggetto femminile è quel che si definisce un evergreen, iconografia intramontabile che non passa mai di moda perché è sempre essenziale, necessaria, vitale e Giovanni Maranghi non si sottrae a questa lunga e feconda consuetudine, facendo della bellezza muliebre il principale soggetto dei suoi dipinti. O, perlomeno, un tipo particolare di bellezza, quella morbida, piena, florida che richiama alla memoria tanto la carnale avvenenza delle muse barocche, quanto la prorompente seduzione delle eroine del cinema felliniano.

Aldilà delle sue prorompenti caratteristiche fisiche – seni grandi e turgidi, cosce tornite, piedi lunghi e dita rastremate come fusi – la donna di Maranghi è soprattutto un soggetto ideale, stilizzato, che compendia e distilla tutti gli attributi dell’eterno femminino in forme squisitamente esornative. Forme capaci, però, di evocare nella linea dolce e un po’ arricciata del suo tratto disegnativo e nella piacevolezza ornamentale di certe soluzioni grafiche, una sensualità calda e avvolgente.

D’altra parte, per l’artista signese la donna è naturalmente plastica e curvilinea, mentre l’uomo non ha la stessa espressività fisica. “Infatti”, ammette Maranghi, “applicate all’anatomia maschile, le mie esagerazioni, le mie ipertrofie si trasformano inevitabilmente in caricature fumettistiche”.

neo-exxxcess-resina-cm-150x150h7

Neo-exxxcess, tecnica mista e resina, 150×150 cm

Suoi soggetti tipici, quelli che sono diventati in qualche modo un marchio di riconoscimento della sua produzione pittorica, sono i ritratti di donne in poltrona, con le gambe seduttivamente accavallate, il busto ritorto rispetto alla postura dei generosi fianchi, il tutto a disegnare un’armoniosa e quasi lasciva sinusoide rocaille.

Sono immagini in cui ancora, come notava Nicola Micieli poco meno di vent’anni fa, si ravvede l’intima vocazione di Maranghi “a desumere la cifra grafica, la sigla estetica del visibile[1] e a risolvere ogni soggetto con una combinazione di segni lineari e trame ornamentali, architetture cromatiche e veloci annotazioni in cui si condensa tutto il carattere sperimentale della sua indagine artistica. Sì, perché dal punto di vista tecnico, la pittura di Maranghi è connotata da una curiosità verso materiali e tecniche che non sono propriamente tradizionali.

Ad eccezione dell’encausto, antica tecnica fondata sull’uso di colori sciolti con la cera e applicati a caldo sulla superficie (nel suo caso su tavole lignee), molti sono i materiali industriali usati da Maranghi per ottenere una differente resa tattile e luministica. Si pensi, ad esempio, alle fibre sintetiche come la resina, il plexiglass, e il crystal (una pellicola trasparente, a base di PVC, molto resistente agli agenti atmosferici e alle abrasioni), che l’artista adotta soprattutto per potenziare gli effetti di luce della sua pittura.

troppo-di-tutto-kristal-cm-120x115

Troppo di tutto, tecnica mista e kristal, 120×115 cm

Questa propensione a mescolare elementi artistici ed extrartistici, più volte sottolineata dalla critica, è chiaramente un dato distintivo del lavoro di Maranghi. Anche se ho il sospetto che quest’attitudine sperimentale investa indiscriminatamente tutta la sua ricerca. Basti pensare all’ampio uso di collage e stampe serigrafiche, che conferiscono alle sue opere un complesso e articolato dinamismo e un impianto costruttivo diseguale, quasi sincopato.

Proprio nei summenzionati inserti a collage spesso compaiono scritte incomprensibili, frammenti di frasi scarabocchiate su un foglio strappato, annotazioni scarabocchiate al telefono, che insieme alle macchie di qualche bevanda e alle sbavature di colore trovano posto, come refusi del quotidiano, nelle visioni di Maranghi.

Quelli che Antonio Natali, direttore emerito della Galleria degli Uffizi, ha definito “appunti vergati per fermare pensieri connessi a una contingenza quotidiana[2] sono, in verità, solo una labile traccia delle sue assidue trascrizioni della vita di ogni giorno. Una gran parte è, infatti, custodita in quaderni e diari che Maranghi ha riempito di vignette, schizzi, bozzetti e disegni recentemente oggetto di un progetto espositivo e di un prezioso libro d’artista.[3]

Il disegno non solo costituisce il punto di partenza di molte opere di Giovanni Maranghi, la parte, diciamo così, progettuale della sua pittura, ma è anche l’elemento fondante del suo linguaggio espressivo. Sono lineari e “disegnate” tutte le sue donne, ma anche i pattern e le texture che impreziosiscono i loro abiti come una sorta di seconda pelle. Sembrano, infatti, eleganti incisioni quelle che percorrono le affusolate gambe delle sitting ladies di Fiori della mia vita e Ripensando a Mary Quant o quelle che affiorano sui volti in primissimo piano di Chipset e Borderline, quasi a richiamare certe scarnificazioni tribali o certi tatuaggi che, tutto sommato, si possono considerare tra le più antiche forme di cosmesi.

Altrove, invece, il disegno diventa ornamentazione pura, sia pure nelle mentite spoglie del racconto. È il caso della coppia di brocche di Vetrina in Piazza Navona e Le ragazze di Piazza di Spagna o della bizzarra gorgiera nella ieratica dama di Neo Exxxcess o, ancora, dell’abito optical, in stile Bauhaus, della debordante Madame Chignon, soggetto ripreso da un lavoro del 2007 (Saltalacorda) che era già un tributo alla corporeità eccessiva e un po’ circense della femme felliniana.

A prescindere dall’interesse per la bellezza eccedente e a tratti artefatta delle sue donne, dove cosmesi e ornamento si fondono a tracciare una nuova identità, il disegno è per Maranghi soprattutto un’imprescindibile forma espressiva, cui sono subordinate le indagini cromatiche e le sperimentazioni tecniche sui materiali. Ritengo, infatti, che tutto prenda avvio dal disegno che l’artista ha recentemente preso a impaginare su di un doppio registro narrativo.

bomarzo-resina-cm-220x150

Bomarzo, tecnica mista e resina, 220×150 cm

Un chiaro esempio sono i due grandi lavori intitolati Bomarzo e Gente d’oltremare, dove i ritratti femminili – peraltro tratteggiati con una linea spessa e discontinua, cromaticamente intermittente – adombrano una più complessa trama disegnativa, la quale scorre in filigrana come una specie di rumore di fondo, appena percettibile. In un primo momento, infatti, osservando i due lavori da una certa distanza, emerge soprattutto la fisionomia lineare dei volti che, come di consueto, governa e regola il quadro. Solo dopo ci si accorge che il fondo nero è un ricettacolo di narrazioni, il diario di una moltitudine di eventi affastellati, giustapposti e intrecciati come una matassa di fili su un ipotetico arcolaio.

Nella densa trama di storie, emerge l’immagine ricorrente della basilica, o se preferite del tempio o della moschea sormontata da una cupola, che è, allo stesso tempo, incarnazione architettonica delle diverse confessioni religiose e pantheon multiculturale. I modelli sono molti, dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, alla Basilica di Santa Sofia a Istanbul, fino alla Cupola della Roccia di Gerusalemme, passati però al vaglio di una sensibilità iperdecorativa che fa pensare piuttosto alle chiese barocche dell’America centrale. “Mi piace disegnare le basiliche”, confessa Maranghi, “perché la linea diventa quasi un ghirigoro, un merletto, una trina e posso finalmente abbandonarmi al piacere dell’improvvisazione”.

rue-jacob-paris-2

Rue Jacob, Paris, tecnica mista, 2016

In verità, il “rumore di fondo” costituito da queste narrazioni è una caratteristica presente anche nei lavori precedenti, in cui è possibile ravvedere l’eredità espressionista di un Egon Schiele o di un George Grosz, magari filtrata attraverso la sensibilità del Mino Maccari illustratore e vignettista del secondo dopoguerra, che così mirabilmente ha saputo raccontare la realtà da “Strapaese” della provincia italiana.

Anche l’artista, in qualche modo, adotta il punto di vista decentrato della provincia per osservare il mondo, documentandone i tic e le idiosincrasie proprio là dove ci appaiono più grossolani e visibili, ossia nella dimensione periferica del borgo. Nel raccontare questa dimensione minima, ma fondo intramontabile e “classica” del nostro Belpaese, Maranghi si abbandona al puro piacere della fantasticheria, al capriccioso godimento di ricamare storie come fossero preziosi pizzi. Forse perché ha capito che, come diceva Ennio Flaiano, in Italia “la linea più breve tra due punti è l’arabesco”.


Note

[1] Nicola Micieli, in AA.VV., La giostra degli incantesimi, Pietro Chegai Editore, 1998, p. 13.
[2] Antonio Natali, I ritagli della memoria, in AA.VV., Maranghi. Casta Diva, Firenze, 2013, p. 17.
[3] Giovanni Maranghi, Una storia in bianco, a cura di Filippo Lotti e Roberto Milani, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, Pisa, 2015.


Info

Giovanni Maranghi – Rumore di fondo

a cura Ivan Quaroni
14 gennaio – 12 marzo 2017
Ca’ dei Carraresi
Via Palestro, 33/35
31100 Treviso

in collaborazione con Casa d’Arte San Lorenzo, San Miniato

Catalogo: Bandecchi & Vivaldi