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Vanni Cuoghi – De Gustibus: la Cucina diventa Arte

12 Mag

 

di Ivan Quaroni

 

"A tavola perdonerei chiunque. Anche i miei parenti."
(Oscar Wilde)

 

Ammettiamolo! Questo è un buon momento per l’arte culinaria. I palinsesti televisivi sono pieni di programmi di cucina e reality a tema, dagli internazionali format di Master Chef e Hell’s Kitchen, fino alle trasmissioni nazional-popolari di Mamma Rai. Nelle classifiche dei libri più venduti, quelli scritti (si fa per dire) da chef e cuochi stellati rubano le posizioni più alte ai bestseller di Ken Follet e Stephen King. Gli scaffali delle librerie traboccano di ricettari, vademecum e guide per buongustai, scalzando, da qualche anno a questa parte, i feuilleton horror-adolescenziali su vampiri e licantropi. Le scuole alberghiere dello Stivale registrano un eccesso d’iscrizioni e i corsi di cucina e sommelier sono di rigore nell’educazione di ogni gentiluomo di città. Insomma, la gastronomia è diventata la nuova religione, la cucina un tempio e la Guida Michelin una sorta di Nuovo Testamento. O tempora, o mores!, commenterebbe, scettico, il Cicerone di turno, scrutando con cipiglio il copioso fiorire di estimatori dell’ultima ora. Mangiare e bere va di moda e il popolo italiano riscopre, persino in tempi di vacche magre, il piacere del convivio. Eppure, c’è chi, come Vanni Cuoghi, non ha seguito l’onda e, ancora in tempi non sospetti, da buon epicureo, ha coltivato il gusto della buona tavola, accompagnandolo a quello per la buona arte.

Vanni Cuoghi, La felicità è al piano di sopra, acquerello e china su carta, 70x100 cm., 2014

Vanni Cuoghi, La felicità è al piano di sopra, acquerello e china su carta, 70×100 cm., 2014

Appassionato intenditore in entrambi i campi, ha, infatti, curato per diversi anni una rubrica sul web-magazine “Lobodilattice”, intitolata Al di là del bere e del mare, in cui proponeva escursioni artistico/culinarie in diverse regioni italiane. Nel 2011 ha addirittura esposto i suoi lavori in una doppia mostra personale con lo chef Davide Oldani, profeta della cucina Pop, per il quale ha creato dieci piatti in ceramica sul tema della “vendetta”, che – come recita il proverbio – è “un piatto da gustare freddo”. Chi lo conosce sa che è un collezionista compulsivo di biglietti da visita di ristoranti, trattorie e bistrot sparsi in ogni angolo della penisola e, soprattutto, che il cibo è uno dei temi ricorrenti della sua pittura fin dagli esordi.

Vanni Cuoghi, Un allegro concertino, acrilico, olio e collage su tela, 45x45 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Un allegro concertino, acrilico, olio e collage su tela, 45×45 cm., 2014

De Gustibus – progetto che mutua il titolo non dalla celebre locuzione latina (De Gustibus non disputandum est), ma dall’uso del complemento di argomento che introduce il tema di una dissertazione – è una mostra in cui l’artista interpreta, per la prima volta, l’immaginario della tradizione culinaria campana, filtrandola attraverso la creatività e l’inventiva di Francesco Sposito. Pluripremiato chef della Taverna Estia di Brusciano (Na), Sposito ha già guadagnato importanti riconoscimenti, come giovane Stella Michelin d’Europa, Jeunes Restaurateurs d’Europe e miglior cuoco emergente Gambero Rosso. La sua concezione della gastronomia, fondata su un equilibrato mix di tradizione e modernità, interpreta la cucina come un laboratorio d’idee, in cui gli ingredienti tipici del territorio sono riletti e trasformati alla luce di una sensibilità attenta alla qualità e alla sperimentazione. Elementi che, per traslato, si ritrovano anche nell’arte di Vanni Cuoghi, pittore capace di vivificare la lezione della Storia dell’arte italiana con uno stile ironico e fiabesco, sempre in bilico tra suggestioni folk e citazioni pop.

Memore di quel capolavoro della letteratura gastronomica che fu Il Cuoco Galante di Vincenzo Corrado, pubblicato a Napoli nel 1773, Vanni Cuoghi traduce le invenzioni di Sposito in una carrellata d’immagini gaudenti, ambientate in ipotetiche, quanto visionarie, feste di fidanzamento e di matrimonio, in spumeggianti cene galanti, dove il gusto ricco e sontuoso dell’immaginario gastronomico napoletano si abbina a uno stile liberamente ispirato ai costumi del Settecento. L’artista immagina, infatti, le ricette di Sposito come una festosa narrazione per immagini, una sorta di teatrale mise en scène che si snoda attraverso una teoria di gioiosi e surreali tableau vivant. Così, i piatti creati dal giovane chef – dal Risotto al limone con crudo di gamberi e vongole veraci al Tonno rosso con peperoncini verdi e pomodori alla vaniglia – si trasformano negli episodi di una fiaba allegorica, dove gli ingredienti diventano personificazioni degli elementi che rendono unica la cucina italiana. Per Cuoghi si tratta di un ritorno alle origini del suo linguaggio, dominato dall’ironia e dall’affabulazione e caratterizzato da un cromatismo vivace, di marca squisitamente mediterranea.

Vanni Cuoghi, Girotonno, acquerello e china su carta, 50x50 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Girotonno, acquerello e china su carta, 50×50 cm., 2014

Eppure, ad accomunare il lavoro di Cuoghi e Sposito non è solo la singolare propensione a miscelare innovazione e tradizione, ma anche l’adozione di un particolare modus operandi, che evoca lo spirito di ricerca degli antichi alchimisti. Entrambi, come gli apprendisti dell’Opus Magnum, sono mossi da un intenso desiderio di trasformazione e nobilitazione delle sostanze primarie. Insomma, ciò che Heinz Beck, ne L’ingrediente segreto, definisce “l’elaborazione di materie prime secondo tecniche sviluppate nei secoli”. Per Sposito sono gli ingredienti base della cucina mediterranea, mentre per Cuoghi le strutture e i topos dell’arte classica, passati attraverso il setaccio della lezione rinascimentale e di quella barocca.Su queste basi, già qualitativamente alte, l’artista e lo chef innestano analoghi processi di affinamento, introducendo procedure e invenzioni che riformano il linguaggio, generando, così, nuove strutture estetiche.

E proprio l’estetica, intesa come dottrina della conoscenza sensibile e filosofia del bello, è, dunque, un nodo centrale nelle discipline praticate da Vanni Cuoghi e Francesco Sposito. Per lo chef, “impiattare” una pietanza significa, infatti, presentare gli alimenti tenendo conto della forma, della consistenza, della disposizione e del colore. La qualità degli ingredienti è importante, ma la loro presentazione è rivelatrice della personalità del cuoco. Allo stesso modo, per un pittore, saper dipingere è una condizione necessaria, ma non sufficiente per qualificarsi come artista. Egli deve sapere, innanzitutto, essere originale e riconoscibile. Ed è proprio qui che entra in gioco l’innovazione, cioè la capacità di interpretare e riformare un’arte millenaria, senza intaccarne le fondamenta.

Vanni Cuoghi, Una dolce danza, acquerello e china su carta, 60x95 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Una dolce danza, acquerello e china su carta, 60×95 cm., 2014

Vanni Cuoghi, ad esempio, accosta pittura e paper cutting per creare scatole narrative, in cui le evidenti reminiscenze arcadiche e barocche si uniscono all’odierna predilezione per l’iperplasia e il parossismo. Anatomie allungate, abiti sontuosi, copricapi ipertrofici e atmosfere oniriche sono i vocaboli di una grammatica che omaggia, e insieme destruttura, la tradizione artistica italiana, garantendone la sopravvivenza nei codici visivi contemporanei. L’opera intitolata La felicità è al piano di sopra, ispirata al Naturalismo di parmigiana di Sposito, mostra una tavola imbandita, disposta frontalmente come nel modello leonardesco, in cui gli ingredienti della ricetta assumono le forme di elaborati cappelli vestiti dai convitati. È un espediente che l’artista utilizza anche in altre opere, come Fidanzamento ufficiale, Tarantella di maggio, Il principe ha riso e Girotonno, trasposizioni immaginifiche delle creazioni dello chef, tutte giocate sul meccanismo della prosopopea.

Vanni Cuoghi, Lo stesso pensiero, acrilico e olio su tela, 80x80 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Lo stesso pensiero, acrilico e olio su tela, 80×80 cm., 2014

Protagoniste delle sue opere sono, appunto, le personificazioni degli ingredienti delle ricette di Sposito, figure degne di un bestiario medievale, popolato di grilli zoocefali, metamorfosi ovidiane e capricciose allegorie. L’atmosfera è, però, quella sontuosa dei Trionfi rinascimentali e delle feste principesche, che Cuoghi evoca con una profusione di raffinati intagli ed eleganti punzonature, quasi a formare un complesso, immateriale allestimento scenico, fatto d’arabeschi d’ombra e luce. Un allestimento arricchito da un tale profluvio di frutti e verdure, che farebbero invidia perfino all’Arcibaldo. Qui, l’artista usa per la prima volta una tecnica d’assemblaggio e composizione che ricorda il modo in cui gli chef presentano i piatti in tavola. Prima dipinge e ritaglia gli ingredienti, poi li dispone sulla carta, bilanciando forme e colori fino a ottenere una struttura efficace ed equilibrata.

La costruzione delle opere di Cuoghi passa, dunque, attraverso tre distinte fasi creative, in cui pittura, paper cutting e collage disegnano un percorso progettuale (ed erratico) che lascia ampio spazio all’intuizione. Anche Sposito adotta un metodo che combina analisi e intuizione, ma con un approccio più scientifico, dominato da un gusto concettuale elegantemente minimalista. D’altra parte, come sostiene Gualtiero Marchesi, “la cucina è di per sé una scienza, sta al cuoco farla diventare arte”.

Vanni Cuoghi, Il principe ha riso, acquerello e china su carta, 70x70 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Il principe ha riso, acquerello e china su carta, 70×70 cm., 2014

Ora, a proposito dell’eventuale assimilazione delle “arti della cucina” alle arti tout court, credo che il dibattito sia ancora aperto. Certo è che mentre alcuni chef si sono ispirati agli artisti – basti pensare proprio a Gualtiero Marchesi, con le sue citazioni di Pollock, Burri e Manzoni –, quasi mai gli artisti hanno preso spunto dagli chef. Vanni Cuoghi ha invertito questa tendenza e accettato la sfida, consapevole che nell’arte, come in cucina, il segreto sta nel saper evocare sensazioni che ci riportano indietro nel tempo, magari all’epoca della nostra infanzia. Un po’ come accade al severo critico di Ratatouille.

Vanni Cuoghi, Fidanzamento ufficiale, acquerello e china su carta, 45x45 cm., 2014

Vanni Cuoghi, Fidanzamento ufficiale, acquerello e china su carta, 45×45 cm., 2014

 
Titolo della mostra:             Vanni Cuoghi. De Gustibus
Sede:                                        Nicola Pedana Arte Contemporanea – via Don Bosco 7 – Caserta
Vernissage:                            Sabato  10 maggio alle ore 19.00
Durata:                                   10 maggio – 30 giugno 2014
Curatore:                                Ivan Quaroni
Autore:                                    Vanni Cuoghi
 
Email:                                     gallerianicolapedana@gmail.com
Sito web:                                www.nicolapedana.com
Info:                                        Tel. 3926793401
 
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