Archivio | Uncategorized RSS feed for this section

Sensucht. Giuliano Sale / Diego Cinquegrana

18 Gen

REPRINT DEL TESTO CRITICO PER LA MOSTRA

SENSUCHT. Giuliano Sale / Diego Cinquegrana
LEM – Laboratorio Estetica Moderna, Sassari
06 maggio – 04 giugno 2011

di Ivan Quaroni

“La volontà vuole tutto sempre e di nuovo, la volontà spiega tutto.
Una volontà che cessasse di volere non sarebbe più tale.”
(Arthur Schopenhauer)

D

Diego Cinquegrana

Desiderio senza fine
Sensucht. Così i romantici tedeschi chiamavano il sentimento di struggimento per qualcosa di irraggiungibile, quel desiderio spossante, senza possibilità di appagamento, che risulta intraducibile nella nostra lingua. Arthur Schopenhauer è stato colui che, più di tutti, aveva compreso l’essenza di quella “malattia del doloroso bramare”. 

Nel suo monumentale Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, il filosofo di Danzica così si esprimeva a tal riguardo: “noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica”. Si tratta di un pensiero che il filosofo aveva mutuato dal Buddismo, secondo cui il dolore costituisce una delle Quattro Nobili Verità, insieme alle ragioni della sua origine, alla possibilità della sua cessazione e al modo (o via) per conseguire tale cessazione. Nel pensiero di Siddhārtha la frustrazione causata dai desideri è, dunque, considerata una delle manifestazioni più frequenti della percezione del dolore. 

Secondo Schopenhauer, solo il piacere estetico ci consente di esorcizzare il demone, di sospendere, almeno momentaneamente, la tensione verso il soggetto desiderato. “Immergendoci nello stato di contemplazione pura, noi ci liberiamo per un istante da ogni desiderio e preoccupazione”, scriveva il filosofo, “ci spogliamo in un certo qual modo di noi stessi, non siamo più l’individuo che pone l’intelligenza a servizio del volere, il correlativo alla sua cosa particolare, per la quale tutti gli oggetti diventano moti di volizione, ma bensì, purificati da ogni volontà, siamo il soggetto eterno della conoscenza, correlato all’idea”. 

DSCN6231

Giuliano Sale

Anacronismo critico
Nell’arte contemporanea, l’apparizione sotto nuove forme di contenuti romantici è il risultato di una reazione profonda e viscerale verso la cultura cosmopolita del mondo globale e connesso. Analogamente a quanto era accaduto nel passaggio tra Settecento e Ottocento, contraddistinto dallo slittamento dei valori positivi dell’Illuminismo verso l’affermazione di sentimenti irrazionali, assistiamo oggi ad una  risposta, in termini artistici, all’affermazione di linguaggi internazionali – come ad esempio il New Pop nelle sue molteplici varianti -, che possono essere considerati il prodotto di una nuova koiné o, viceversa, la conseguenza di un massivo conformismo culturale. 

Ad ogni modo, parallelamente all’ascesa di nuove espressioni cosmopolite, sembra acuirsi, in alcune sacche di resistenza, la sensazione di un mondo in decadimento, di un universo terminale, entro il quale sono azzerate le specificità culturali, linguistiche, filosofiche. L’epoca del world wide web, delle multinazionali, della global economy coincide, inevitabilmente, con il crepuscolo dei principi del secolo trascorso. Da una parte, infatti, si afferma l’idea maggioritaria che l’arte debba essere il riflesso dello zeitgeist contemporaneo, la documentazione fedele del nuovo orizzonte culturale, dall’altra si allignano inedite espressioni di anacronismo critico, che guardano nostalgicamente alla grande pittura del passato, pur mantenendo una stringente consapevolezza del presente. In quest’area nebulosa, ci sono personalità eccezionali come l’americano John Currin, che recupera la pittura del Rinascimento germanico, soprattutto di Lucas Cranach; il belga Michael Borremans, che rilegge in chiave novecentesca la lezione di maestri come Velasquez, Manet e Degas; il tedesco Neo Rauch, che nella sua arte enigmatica perpetua le atmosfere del Realismo Socialista e di certa Metafisica; e il canadese Marcel Dzama, che reinventa l’arte folk americana saccheggiando in lungo e in largo l’opera di Henry Darger. 

Un nuovo Romanticismo
Un’attitudine retrospettiva, aperta a suggestioni tardo romantiche e simboliste, si avverte tanto nella ricerca di Giuliano Sale, quanto in quella di Diego Cinquegrana. In entrambi, è lecito rilevare una propensione verso il recupero di atmosfere palesemente retrò. Curiosamente, il mondo germanico e l’immaginario iperboreo si offrono a questi artisti come ambientazioni salvifiche, del tutto scevre dagli inquinamenti visivi dell’epoca moderna. 

DSCN6230

Giuliano Sale

In Giuliano Sale, la scelta di ambientare il proprio racconto pittorico in una sorta di Arcadia crepuscolare ed estenuata, corrisponde non solo alla necessità di confrontarsi con i maestri del passato, in una lettura romantica e anti-classica della Storia, ma anche al bisogno di palesare il proprio dissenso verso la contemporaneità, intesa come luogo di abominio sociale e morale. I suoi personaggi mésti, afflitti da sindromi depressive o funestati dai segni della follia riflettono l’attuale stato di fragilità e deriva esistenziale del genere umano. Dinnanzi a queste larve, si schiudono visioni di paesaggi sublimi, squarci di una natura incontaminata e selvaggia, dominati da una luce livida, che accentua il pallore cianotico delle sue eroine. 

Osservando Caspar David Friedrich, Sale sostituisce il sentimento del sublime con una personale visione distopica della realtà. Si ha la sensazione che la sensucht romantica  sia giunta alla sua fase conclusiva, che la “malattia del doloroso bramare” abbia lasciato campo a un senso di tragica disfatta. 

DSCN6229

Giuliano Sale

La visione di spalle di una vergine sugli scogli, davanti alla furia dei flutti è foriera di presagi funesti. Al suo confronto, Le ragazze in riva al mare di Puvis De Chavannes sono niente più che gli spettri di una lontana rêverie simbolista. Dissipata l’ambiguità degli esteti decadenti, Sale finisce per constatare la definitiva rovina del nuovo mondo. Il sogno simbolista sfocia, infatti, in un incubo agghiacciante, che trasforma un paesaggio montano costellato di deliziosi cottage in un luogo terribilmente sinistro. Lo stesso accade in un’altra opera, che mostra un corpo disteso sul fondo di uno specchio d’acqua sormontato da un’irta parete rocciosa. Il pensiero corre immediatamente a L’Isola dei Morti di Arnold Böcklin e alla Ofelia di John Everett Millais, ma il senso di mistero del primo e la delicata grazia del secondo sono sostituiti da un’atmosfera di catastrofe ineluttabile. 

Proprio L’Isola dei Morti – che pare fosse il quadro preferito di Hitler – ci introduce, per via laterale, al lavoro di Diego Cinquegrana, che attualmente si configura come una riflessione intorno all’estetica nazionalsocialista e ai valori e simboli che ne segnarono la specificità culturale. Non è tanto l’immaginario bellico e monumentale delle parate naziste ad incuriosire l’artista, bensì lo sviluppo, a partire dal pensiero romantico, di una identità di popolo fondata su valori arcaici. “Mi interessa intuire il collante”, racconta Cinquegrana, “quella sostanza apparentemente intangibile che faceva di milioni di uomini e donne e di migliaia di chilometri quadrati di territorio una sola cosa”. Già in epoca romantica, Fichte introduceva i concetti di Urvolk (popolo originario) e Ursprache (lingua originaria) per sostenere la superiorità del popolo tedesco e la sua capacità di resistere alle influenze straniere e alla corruzione del progresso. Non è un caso che l’arte nazionalsocialista, quale rappresentazione di un mondo atemporale e archetipico, sia costellata di figure di contadini, pastori, cacciatori, boscaioli, oltre che di raffigurazioni simboliche della maternità. Il Volk, il Popolo è, infatti, un tema centrale dell’estetica nazista. Traendo spunto da libri, riviste, documenti e album fotografici del periodo, Cinquegrana elabora una personale visione di quel tragico, ma affascinante humus culturale, che nell’arte assumeva le forme di una sostituzione del tempo storico, considerato un’astrazione, a favore della concreta realtà del “popolo”. Non è un caso, infatti, che in questi ultimi lavori Cinquegrana abbia scelto di esprimersi attraverso un’arte popolare come il ricamo su stoffa, che evoca da un lato i manufatti della Deutches Heimatwerk, e dall’altro riflette l’interesse per il folklore della Ahnenerbe di Heinrich Himmler, che si occupava di rintracciare i segni dell’eredità ancestrale della razza germanica attraverso studi, scavi archeologici, ed esperimenti scientifici. 

C

Diego Cinquegrana

Gli arazzi di Diego Cinquegrana sono disegnati direttamente su scampoli di cotone nero e successivamente ricamati con una gamma ridotta di fili colorati. Ogni ricamo è delimitato da una cornice, un perimetro cavo adornato agli angoli da figure floreali, rune o svastiche, entro cui si distende una rappresentazione simultanea d’immagini altamente suggestive, ma di difficile decrittazione. Si tratta di figure enigmatiche, epifaniche, collegate tra loro da sottili analogie, da affinità aleatorie che sfuggono all’occhio inesperto. Lo stile, che in conformità con i gusti dell’epoca, dovrebbe attestarsi su una marca di tipo realista (come nella Neue Sachlichkeit) è, invece, sorprendentemente sintetico e asciutto, quasi primitivo. Uno stile che ha il pregio di restituirci in modo unico e originale i fremiti e i turbamenti di un sogno perduto, di un anelito che la Storia, per fortuna, ha spazzato via, con il suo  carico di orrori e distruzioni. 

NO.4_KDV_SASSARI O11 BOZZA COLORI

Diego Cinquegrana


 

Per Denis Volpiana

11 Gen

di Ivan Quaroni

 

“Nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito,
inventato, se non, di fatto, per uscire dall’inferno.”
(Antonin Artaud, Van Gogh, il suicidato della società, 1947)

 

 

IMPRONTE14

Denis Volpiana, Impronta, 2019, resina, acrilico, anilina su tela, 20×30 cm

Cominciamo con un’elisione. Escludiamo intenzionalmente, almeno per un momento, i motivi biografici che sottendono la ricerca di Denis Volpiana e concentriamoci sul dato formale, che è la traduzione visiva del suo vissuto. Insomma, affrontiamo la sua pittura per quello che è: un testo visivo.

L’Informel, fortunata definizione usata da George Mathieu per raggruppare le esperienze che rinunciavano alla rappresentazione in favore di un approccio diretto alla materia, è la tradizione cui si può far risalire il suo linguaggio. Un’eredità che non allude necessariamente alla massa informe della materia pittorica, ma che segnala, piuttosto, il ricorso a procedure “non formali”, come, ad esempio, l’approccio gestuale e l’impiego di materiali extra-artistici di origine organica o industriale. Nella pittura di Denis Volpiana, si avverte subito che la mediazione razionale e intellettuale è volutamente ridotta al minimo, che la distanza tra artista e opera è scorciata per lasciare aperto il campo a una pletora di accadimenti. La pittura si dispiega nell’atto stesso di dipingere quando l’artista rinuncia alla programmazione progettuale, allo studio, al bozzetto, insomma al carattere previsionale della composizione.

Attraverso impronte, tracce, gesti, la pittura diventa un evento, un fatto… qualcosa che non imita esteriormente la vita, ma ne ricalca, semmai, lo svolgimento, il modo cioè, in cui la natura agisce la sua perenne creazione. Sappiamo che l’artista si serve della resina di uso conciario per rendere gli olii e gli acrilici più soggetti ai fenomeni di crettatura e di frantumazione della pellicola pittorica.

Fratture e crepe disegnano un reticolo che altera traumaticamente la regolarità della superfice cromatica, trasformandola in una sorta di registrazione, di traccia mnestica. La frattura può alludere alla condizione esistenziale. In fondo, nella vita tutto si rompe, si usura, si trasforma, muore e poi rinasce sotto altre forme.

ghiacciai raschiati

Denis Volpiana, Ghiacciai raschiati, 2019, resina, acrilico, anilina su arazzo, 191×68 cm.

“La natura è maestra”, si dice, ed è evidente che Denis Volpiana è un suo discepolo perché, osservando i suoi lavori, non vi troviamo nulla di artificiale. Non ci sono allusioni a difficili costrutti mentali, né alcuna di quelle inutili esibizioni d’intelligenza e sofisticazione tipiche di tanta pittura contemporanea. C’è, invece, qualcosa che tutti possono capire e collegare empaticamente col proprio vissuto esperienziale.

Il divenire molteplice delle cose, l’incessante mutare degli stati vitali, la fondamentale fragilità di ogni condizione esistenziale sono questioni che facilmente affiorano nella mente di chi si trovi a osservare un’opera di Denis Volpiana (si tratti di una Frattura oppure di un lavoro della serieRX, composta d’immaginarie radiografie di arti mancanti).

LACERATO

Denis Volpiana, Lacerato, 2019 resina, grasso, anilina su tela, 100×120 cm

Perfino la casualità e l’imprevisto sono elementi sostanziali del suo lavoro, come lo sono della vita di ognuno di noi. Anche se, in questo caso, in accordo con Carl Gustav Jung, io preferisco pensare a questi elementi come eventi simultanei, non del tutto casuali e non del tutto causali. La causalità è, infatti, un dato statistico, almeno quanto la casualità è un indice di fatalismo. Le cose avvengono per una serie di motivi che sfuggono alla nostra capacità di osservazione e soprattutto alla nostra volontà di controllo. Volpiana riesce a rendere comprensibili questi fatti usando la grammatica delle immagini in modo schietto e – mi si consenta di dire – “pulito”.

Io credo che l’arte debba tornare ad essere un’esperienza utile alla nostra evoluzione di esseri umani, che ridiventi un luogo di epifanie e di rivelazioni. Per questo, spero che ci siano in futuro sempre più artisti che, come Denis Volpiana, scelgono di operare su un piano non meramente estetico o sociologico, occupandosi, invece, di questioni vitali e fondamentali che ognuno di noi – presto o tardi – dovrà affrontare.


 

Denis Volpiana – Indelebile
a cura di Silvia Salvati
Fino al 20 gennaio 2020
Fiorillo Arte
Riviera Di Chiaia 23, Napoli

Thomas Berra. Fiur

17 Ott

di Ivan Quaroni

“Io devo forse ai fiori l’essere diventato pittore”.
(Claude Monet)

“E bastava la letizia di un fiore a riportarci alla ragione”.
(Alda Merini)

 

Verso casa il cielo è sereno, 2019 - Olio su tavola di multistrato di pioppo, cm. 19 x 54 - ph. Cosimo Filippini

Verso casa il cielo è sereno, 2019 – Olio su tavola di multistrato di pioppo, cm. 19 x 54 – ph. Cosimo Filippini

Dovrebbe essere ormai chiaro che la pittura di Thomas Berra, soprattutto quella precisatasi nella ricerca degli ultimi anni, consiste di una procedura apparentemente disorganizzata. Con procedura intendo un approccio sistematico alla costruzione dell’immagine che però non corrisponde alle dinamiche previsionali del designer. In che modo, allora, può darsi una procedura che scarta l’idea stessa di progettazione? Intanto attraverso l’ammissione che un’immagine si possa costruire soltanto come gesto e azione, ossia accogliendo quella moltitudine di epifanie e di pentimenti che compongono la massa stratigrafica del segno. Tra errori e correzioni, tra folgorazioni e tradimenti è, infatti, non solo possibile, ma assai probabile, che quella particolare forma di pensiero che chiamiamo pittura possa lentamente affiorare alla dimensione del visibile.

Come linguaggio a-logico, preterintenzionale, talvolta accidentale, la pittura ha un’anima contraddittoria. Essa si configura come un percorso in cui l’artista è, a un certo punto, spettatore di quanto accade sotto i suoi occhi mentre si fa strumento dell’apparizione delle immagini. Sapere in anticipo l’esito di tale percorso precluderebbe ogni scoperta, ogni possibile epifania. Nella pittura di Thomas Berra l’elemento erratico del dipingere è, infatti, esasperato fino al punto di diventare una procedura (un modus operandi, si diceva un tempo).

“Erratico” significa labirintico, tentacolare. Vuol dire, cioè, che è necessario compiere dei tentativi, degli errori, prima di trovare la via d’uscita verso un’immagine. Ma il termine “erratico” rimanda anche all’idea di “vagabondare”, di percorrere diversi sentieri e di incappare, eventualmente, in strade senza uscita. Questo comportamento in pittura prevede, da parte dell’artista, un certo grado di abbandono e di fiducia nella volontà del linguaggio stesso di farsi strada verso la superficie delle cose e di precisarsi in una forma.

L’immagine, non il verboè, come pensava de Chirico, la prima forma di linguaggio umano. Prima di partorire calligrammi, segni e parole, il pensiero genera immagini. Pertanto, noi non pensiamo in parole, ma in immagini che poi tramutiamo in fonemi.

Thomas Berra - Il Monta i vasi e lo steccolecco, 2019 - Olio su tela di lino, cm. 145 x 205 - ph. Cosimo Filippini

Il Monta i vasi e lo steccolecco, 2019 – Olio su tela di lino, cm. 145 x 205 – ph. Cosimo Filippini

La ricerca di Berra s’inquadra nell’interesse per la dimensione sorgiva delle immagini. La forma finale e decantata della pittura, cioè quella definita, dettagliata, verosimile o “realistica” non appartiene allo spirito della sua indagine. Piuttosto, l’artista esplora lo stato germinale e larvale dell’apparizione, individuando forme dal carattere fantasmatico e aleatorio.

Osservando da vicino i suoi lavori ci si accorge che la stratificazione dei segni e dei gesti non conduce a forme solide e volumetriche, ma a figure che hanno l’aspetto di sagome. La vernice copre le forme dipinte, lasciandole talvolta trasparire come filigrane, come echi di sottofondo. Eppure, anche le immagini più definite in primo piano, quelle arboree e antropomorfe o le architetture elementari, hanno una consistenza instabile, appena più solida delle filigrane sul fondo. Si percepisce, in parte, che l’affastellamento segnico di Berra e il carattere aperto e destrutturato del suo “metodo” fissano l’orizzonte degli eventi della pittura allo stadio formativo appunto. Non è un caso, tra l’altro, che iconograficamente l’artista abbia insistito negli ultimi anni sulla rappresentazione di forme vegetali, come alberi, foglie, fili d’erba, reiterando l’idea di una natura prolifica in modo quasi ossessivo, tanto che la sua ricerca, come ha scritto Simona Squadrito, “è [a un certo punto] diventata un puro studio sul ritmo […]”[1].

La cadenza ripetitiva di segni e forme, elemento che ultimamente aveva caratterizzato la sua grammatica pittorica, s’inquadra ora in una ritrovata aspirazione al racconto. Tornano, insomma, i fantasmi di corpi, di architetture e paesaggi che orientano l’immagine in senso narrativo anche tramite il recupero di memorie del Trecento e Quattrocento toscani.

Thomas Berra. Foto, Cosimo Filippini 2019

Senza titolo, Foto, Cosimo Filippini 2019

I riferimenti iconografici alla pittura di Sassetta indirizzano i dipinti di Berra verso una maggiore strutturazione figurale. Anche i supporti lignei, che richiamano le cuspidi arrotondate del Polittico di Borgo San Sepolcro (1437-44), servono a circoscrivere il perimetro tradizionale del racconto. In queste immagini, dove la natura virescente del fogliame segna una sorta di continuità con gli episodi precedenti della sua indagine, tornano la figura e il paesaggio antropico, tratteggiati con l’abituale essenzialità, ma ispessiti dal corpo della pittura ad olio.

Fiur, cioè “fiore” nel dialetto lombardo – un termine che per Berra rimanda a memorie private e ai suoni della lingua degli affetti familiari – è titolo che non solo conferma l’amore dell’artista per le forme naturali, ben espresso nell’uso insistito del colore verde, ma che può, altresì, indicare una nuova germinazione formale.

Il fiore che sboccia, in questo caso, è il ritrovato rapporto con la tradizione figurativa della pittura italiana, lungo un percorso che idealmente collega lo stile dei pittori tardo-gotici a quello della Transavanguardia, passando attraverso la metabolizzazione dell’arte popolare e del folclore. Thomas Berra è, da sempre, un consumatore compulsivo d’immagini, un divoratore bulimico di suggestioni visive. Tutti questi impulsi, provenienti dalle più disparate fonti, da Sassetta a Beccafumi, da Mario Schifano a Tano Festa, da Mimmo Paladino a Enzo Cucchi (senza dimenticare, però i Neue Wildene i graffitisti americani degli anni Ottanta), si traducono in un frasario pittorico che ammorbidisce la marca espressionista con una sorprendente delicatezza lirica e cromatica.

Sembra quasi che Berra si sia aperto alla dimensione sentimentale, rispolverando i temi dell’iconografia francescana avvertita come modello etico ineludibile. A ispirare le tavole, le tele e le carte di Fiur non è l’agiografia riepilogata nella pittura di Giotto o nella poesia di Dante, ma la figura storica di San Francesco. Dal nuovo corso della pittura di Berra traspare, infatti, una volontà di approfondimento della dimensione spirituale che si traduce in un alfabeto di gesti affettuosi e di soffuse emozioni.

Thomas Berra - Studio con titolo 3, 2019 - Olio su tela di cotone, cm. 28 x 35,5 - ph. Cosimo Filippini

Studio con titolo 3, 2019 – Olio su tela di cotone, cm. 28 x 35,5 – ph. Cosimo Filippini

Tema ricorrente è l’incontro filiale tra personaggi che si abbandonano alla dolcezza di un abbraccio, di una carezza, insomma di un gesto di riconoscimento e comprensione reciproca. Il modello è quello delle antiche Visitazioni(della Vergine Maria a Sant’Elisabetta), delle scene della vita di San Francesco (come il celebre episodio della spoliazione del mantello) e di certe delicate Sacre Famiglie, come quella in tondo con San Giovannino e l’agnellino di Domenico Beccafumi (1521-22). Sono, tuttavia, iconografie che l’artista adatta alla propria ortografia pittorica, stagliandole su un paesaggio naturale plasticamente costellato di edifici semplici ed essenziali dalla forma cubica e dal tetto spiovente.

Berra trasferisce l’immaginario sacro in una dimensione laica e quotidiana, oltre che intima e biografica, e tra le molte figure senza volto che abitano le sue tavole e le sue carte compare, sovente, la sagoma di un autoritratto, segno di un maggiore coinvolgimento emotivo.

Non è solo il cambiamento formale a segnare il passo di questa nuova fase di ricerca, ma un mutamento attitudinale: la pittura sintetica di Berra accantona l’immediatezza segnaletica di certe soluzioni grafiche e il gusto per l’inserzione di frasi e parole efficaci per abbandonarsi, finalmente, alla sola potenza espressiva dell’immagine. Anche la tipica tensione ornamentale che ha caratterizzato parte della sua recente produzione fino alla mostra Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, diventa ora un principio accessorio e rafforzativo del racconto.

Al rigoglioso intreccio dei pattern vegetali in opere come La selva, Loschi figuri, Abbraccio d’erba e Capitolando nella foresta, fa da contrappeso la scabra nudità degliStudi con titolo, tele in cui, invece, prevale l’impronta segnica e gestuale (la stessa che ritroviamo nei lavori su carta, tutti rigorosamente in bianco e nero). A prevalere, in questo nuovo capitolo della sua ricerca, è, infatti, una pittura essenziale, costruita con lo stretto necessario (il segno, la forma e il colore) e soprattutto capace di fissare sul supporto il carattere provvisorio e transiente delle immagini. Immagini a tratti delicate e indimenticabili come certi fiori di campo.


Note

[1]Simona Squadrito, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, catalogo della mostra omonima, 12 aprile – 8 giugno 2018, Spazio Leonardo, Milano, p. 6.


Info:

Thomas Berra – Fiur
a cura di Ivan Quaroni e Riccardo Ferrucci
Magazzini del Sale, Siena
Opening: sabato 9 novembre 2019 (fino al 8 dicembre 2019)
Organizzata da Casa d’arte San Lorenzo, San Miniato

72697676_10219691989432491_6600944278128558080_n


 

 

 

 

 

 

Angelo Barile. Aristocratica

26 Set

di Ivan Quaroni

 

 

Voglio le mie tasche piene
E sangue e ferro e sabbia nelle vene
L’oro e l’eresia
Profondo rosso obliqua simmetria
Ed una nave orienta la prua
In alto mare a liberare…
Aristocratica
Occidentale falsità
(Matia Bazar, 1984)

 

69952753_10157526947212442_3579588227394174976_n

Il Pop Surrealismo, un linguaggio artistico originato dalla mescolanza di cultura alta e bassa, capace, cioè, di combinare l’attitudine fantastica del surrealismo con l’immediatezza del pop, è uno stile pittorico tipicamente postmoderno. Come il Postmodern, infatti, saccheggia l’immaginario visivo della storia dell’arte per innestarlo sulla corteccia neurale della sensibilità odierna, passando in rassegna i codici della cultura di massa in tutta la loro estensione.

Non stupisce, quindi, che alla base di questo linguaggio vi sia una buona dose d’ironia, sovente controbilanciata da una volontà di recupero del lavoro artigianale e da un ricorso ad abilità e tecniche attraverso cui s’intende riaffermare il primato della pittura sul campo delle produzioni artistiche della contemporaneità (categoria, peraltro, divenuta sempre più mobile e aleatoria).

All’idea di una pittura intesa come dominio d’infinite combinazioni iconografiche, perimetro claustrale di una pratica virtualmente inesauribile, si rifà la ricerca di Angelo Barile, pittore che riassume molti dei tratti distintivi di questa nuova categoria estetica, generatrice di universi paralleli, in bilico tra storia e finzione.

Elemento tipico di questo linguaggio espressivo che negli ultimi vent’anni ha assunto diverse forme ed etichette – con definizioni che spaziano da Lowbrow Arta New Gothic, da Cartoon Realisma Big Eye Art, da  Edgy Cuteness a Pop Expressionism – è, senza dubbio, la volontà di riscrittura della realtà, ossia l’anelito a reinventare i generi tradizionali partendo dal proprio background culturale, da quel patrimonio di letture, ascolti, visioni, ma anche gusti, predilezioni e manie che formano un originale punto d’osservazione sul mondo.

70845029_10157555435222442_7434588857527435264_n

Si potrebbe obbiettare che, fin dall’alba dei tempi, gli artisti hanno filtrato l’osservazione della realtà con la lente d’ingrandimento della propria weltanschauung, che è, appunto, una personalissima forma d’intuizione e di visione del mondo. Tuttavia, a differenza degli artisti antichi e moderni, quelli della postmodernità possono accedere a un serbatoio d’immagini e suggestioni quantitativamente inimmaginabile. Possono, quindi, da perfetti bricoleur, saccheggiare ogni tipo d’iconografia per formare inedite combinazioni e creare, così, qualcosa di assolutamente nuovo.

Gli artisti come Angelo Barile, obbediscono solo alla propria volontà pulsionale, al piacere erotico di servirsi di qualsiasi fonte iconografica per stravolgerla e riformularla alla luce di una nuova necessità espressiva. È merito di Achille Bonito Oliva aver sdoganato questo tipo di pratica nel delicato passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta, proponendo un’arte che “finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto, inteso come ‘lavoro dentro’, come escavo continuo dentro la sostanza della pittura”[1].

“L’assunto iniziale”, spiega Bonito Oliva, “è quello di un’arte come produzione di catastrofe, di una discontinuità che rompe gli equilibri tettonici del linguaggio a favore di una precipitazione nella materia dell’immaginario non come ritorno nostalgico, come riflusso ma come flusso che trascina dentro di sé la sedimentazione di molte cose, che scavalcano il semplice ritorno al privato ed al simbolico”[2].

Anche per Angelo Barile non si tratta solo di un semplice ritorno al privato, ai propri gusti e alle proprie ossessioni. Certo, la volontà pulsionale è la leva che muove in profondo la sua pittura, ma il dominio operativo della sua indagine, la piattaforma su cui si svolge, è il genere, immediatamente riconoscibile, della ritrattistica nobiliare (e sacra) del post-rinascimento e dell’era barocca e rococò. L’orizzonte delle sue incursioni è, infatti, quello della quadreria aristocratica occidentale, spazio avito in cui il ritratto non è più soltanto complemento d’arredo o oggetto devozionale, ma frammento di un discorso composito, tassello di quella storia frastagliata che comunemente chiamiamo “collezione”, un mix di esibizione genealogica e di proiezione del proprio status quo.

Diversamente dalla quadreria aristocratica e borghese, quella dipinta oggi da Angelo Barile è, invece, una sorta di psicografia, la manifestazione e descrizione di fatti mentali attraverso elaborati grafici in forma di ritratto fantastico.

Da qualche tempo, ormai, Angelo Barile insiste sulla rappresentazione di volti e fisionomie dai tratti speciali che, in parte, fanno pensare agli stilemi di deformazione anatomica in uso sia nell’arte occidentale che orientale. Basti pensare ai bambini dipinti da Margaret Keane – la cui storia è superbamente raccontata nel film Big Eyes di Tim Burton – o ai personaggi Kawaii dei manga giapponesi, che con il loro aspetto infantile ispirano sentimenti di tenerezza, per capire come il corpo ipertrofico sia diventato un modello di rappresentazione diffuso, corroborato anche dall’uso massiccio di emoticoned emojinel gergo visivo di internet.

Rispetto ai canoni della Big Eye Art o della cosiddetta Edgy Cuteness, i personaggi di Barile non ispirano necessariamente tenerezza. L’artista, infatti, pur non rinunciando a dare enfasi espressiva agli occhi, tradizionalmente considerati “finestre dell’anima”, si concentra sulla definizione di un modello di sintesi anatomica che rimanda solo perifericamente al mondo dei cartoon charactero dei vinyl toy, e che, piuttosto, sembra alludere al processo d’infantilizzazione di una società composta in larga parte da adultescentiaffetti da sindrome di Peter Pan.

A queste generazioni il messaggio ironico, e insieme affettuoso, di Angelo Barile deve apparire piuttosto chiaro. In esso è adombrato un processo di demitizzazione tipico della cultura postmoderna. Il corpo, classicamente percepito come unità di misura armonica del cosmo, assume qui una valenza destrutturante. Esso non è più un modello di riferimento aulico, ma la testimonianza dello stato psicologico ed emozionale dominante nella società liquido-moderna teorizzata da Zygmunt Bauman.

67112625_10157381903977442_8700656860321021952_n

Angelo Barile usa questo espediente per accorciare le distanze tra sé e l’osservatore, per abbattere le barriere che separano l’arte dalla gente comune e riallacciare, così, i fili di un discorso prematuramente interrotto dall’elitarismo delle avanguardie concettuali.

Eppure, questa sua strategia, è tutt’altro che accondiscendente. Si può affermare, invece, che le infantili ipertrofie dell’artista siano il cavallo di Troia per la trasmissione di messaggi tutt’altro che popolari.

Barile ricorre a un’iconografia che non corrisponde ai dettami pop d’immediatezza e riconoscibilità, come ad esempio, nel caso di quegli artisti che usano supereroi, personaggi dei fumetti e delle favole o illustri protagonisti della cronaca odierna. Sceglie, anzi, di costruire la sua psicografia su fonti storiografiche e letterarie, spesso rimodulando i codici rappresentativi della tradizione rinascimentale e barocca.

La sua quadreria di ritratti comprende figure come Melissa, la ninfa che allevò il piccolo Zeus sul Monte Ida per sottrarlo alla furia fagocitatrice del padre Crono, o Ipazia di Alessandria d’Egitto, filosofa, matematica e astronoma greca, caduta per mano di una folla di cristiani in tumulto e perciò divenuta simbolo della libertà di pensiero.

Accanto ai personaggi dell’antichità, si stagliano i rappresentanti della nobiltà rinascimentale italiana, come le anodine figure dei De’ Roberti, duchi di Reggio Emilia, soppiantati da quelle, ben più potenti, degli Estensi (da Bianca a Ginevra d’Este, da Adalberto III a Carlo Filiberto II ed Ercole III). C’è, poi, la tragica immagine della zarina Anastasia Romanov, assassinata dai bolscevichi e ci sono quelle più ironiche di Vanessa Cattani, madre di Lucrezia Borgia e di Emilia Mariani, prima suffragetta italiana. Si tratta di personaggi sconosciuti (o quasi) al grande pubblico, con le sole eccezioni (ma ne siamo poi così sicuri?) della pulzella d’Orleans Giovanna D’Arco, eroina nazionale francese, e di Dorian Gray, popolare figura di dandy creata dalla penna di Oscar Wilde, simbolo di raffinatezza e, insieme, di decadenza morale.

Ogni dipinto, inquadrato in una cornice aurea e concepito come un ritratto commemorativo con l’epigrafe del nome e degli anni di nascita e morte, riepiloga i caratteri del personaggio con l’aggiunta di particolari apocrifi, che molto rivelano dell’immaginario pop di Barile.

Ipazia, ad esempio, è raffigurata come una ribelle col corpo tatuato, una sorta di bad girlgotica su cui volteggia la sagoma metallica di un disco volante, forse un indizio della sua personalità “aliena”, culturalmente in netto anticipo sulla sua epoca.

Più filologico è, invece, il ritratto di Melissa, la levatrice di Zeus, accompagnata da due api giganti (più quella effigiata nell’elegante fermaglio sulla veste), in osservanza all’etimologia del suo nome, che significa, appunto, “produttrice di miele”. A questa fanno da pendantgli ovali di Cronoe Rea, rispettivamente padre e madre del sommo dio olimpico.

Nella carrellata dei ritratti estensi, spiccano quelli conturbanti di Biancae di Ginevra: la prima, che alla morte del marito Galeotto I Pico divenne religiosa, è raffigurata con una ciocca di capelli scompigliata dal vento, metafora d’inevitabili cambiamenti; la seconda, moglie di Pandolfo Sigismondo Malatesta, defunta poco più che ventenne (e immortalata da un celebre dipinto di Pisanello) è, invece, l’emblema del tempus fugit.

Una sorta d’irriverente memento mori è il trittico di personaggi che compone l’opera dedicata alla dinastia dei Roberti (1115-1430), stranamente rappresentati in abiti settecenteschi e intenti a compiere – comprensibilmente! – un’elaborata coreografia di gesti scaramantici.

Angelo Barile ama confondere le acque, adattando ai personaggi di un’epoca precedente la foggia di acconciature e costumi barocchi, come si evince anche dall’opera dedicata ad Adalberto III detto il Margravio, fondatore della dinastia degli Estensi nell’alto medioevo. “La mia grande passione per la musica classica barocca”, ammette, infatti, l’artista, “mi ha avvicinato a un universo visionario fatto di messaggi confusi, di vestiti azzardati, più simili a impalcature, e di parrucche improbabili e altissime, piene di accessori assolutamente inutili”, come nel caso degli Arredi vestitivi – tanto per citare un postmoderno come Mendini – di Carlo Filiberto II ed Ercole III d’Este, tempestati di bottoni, mostrine, fermagli, nappine, pizzi, trine e merletti.

Altro esempio di reinterpretazione di una figura storica è quello di Anastasia Romanov, sul cui volto si addensa, come per effetto di una meteorologia allegorica, la nube di un futuro da tregenda. A quest’immagine malinconica, capace di raccontare con un guizzo pittorico rivelatore, la triste sorte della zarina vittima del bolscevismo e poi canonizzata dalla chiesa ortodossa, fa da contraltare quella lieve e scanzonata della socialista e femminista Emilia Mariani, prima suffragetta italiana, amante dei fiori e accanita fumatrice di sigari.

69935408_10157545341092442_7355592554844258304_n

Pescando dalla storia e dal mito, Angelo Barile costruisce una carrellata di caratteri esemplari, lontanissimi dalle luci della ribalta massmediatica, eppure capaci di riportare alla nostra attenzione, attraverso il filtro lenticolare di un remoto passato, un universo valoriale che ci appare irrimediabilmente perduto. Se, infatti, dietro ogni suo ritratto c’è una storia, e quindi un insegnamento di qualche tipo, sia esso scanzonato o edificante, dietro le icone della tecnocrazia odierna non c’è nulla, nessun racconto universale o condivisibile, solo l’involucro vuoto di un idolo senza volto. Epitome e compendio di quelle che Jean Clair definiva le disjecta membra della modernità, ovvero i frammenti sparsi di questo nostro tempo liquido, è La Madonna del nulla, una versione capovolta e distorta dell’antica devozione per tutto ciò che vi è di sacro, vitale ed evolutivo nella vita e nell’arte. I ritratti di Angelo Barile, pur risultanti dal postmoderno appianamento di ogni gerarchia culturale, stanno lì a ricordarci che la pittura serve anche a questo. Non solo a ricostruire un’identità storica, ma a ristabilire, finalmente, un rapporto di senso, vale a dire profondo ed esperienziale, tra lo spettatore e le immagini.

70336107_10157527079047442_6953993957114118144_n


NOTE:

[1]Achille Bonito Oliva, LaTrans-avanguardia italiana, Giancarlo Politi Editore, 1980, Milano, p. 44.

[2]Op. cit., pp. 45-46.


INFO

Angelo Barile. Aristocratica
a cura di Ivan Quaroni
Galleria Casati Arte Contemporanea
Via Valprato 68 Torino
Opening 26 settembre,  h.18.00 – 21.30
Tel.+39 039 9635366 – +39 329 5941841
email:art@casatiartecontemporanea.it 
torino@casatiartecontemporanea.it

Catalogo disponibile

 

Leonardo customizzato. Cover e remix del genio vinciano.

2 Set

di Ivan Quaroni

“Una civiltà esordisce col mito e termina nel dubbio.”
(Emil Cioran)

 

60019510_2086494148314690_4534993510431981568_o

 

“Grandissimi doni si veggono piovere dagli influssi celesti ne’ corpi umani molte volte naturalmente, e sopra naturali, talvolta, strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virtù, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione è tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gl’altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella è) largita da Dio e non acquistata per arte umana”.[1]

Con queste parole il Vasari introduce il capitolo sulla vita di Lionardo Da Vinci, pittore e scultore fiorentino, chiarendo da subito con quale “strabocchevole” misura i talenti si siano assommati sopra la sua persona, tanto da farlo eccellere in ogni campo, dovunque l’animo volse nelle cose difficili. Per tale ragione, conferma l’autore della prima storia critica dell’arte italiana, la fama di Leonardo si diffuse non solo nel suo tempo, ma pervenne ancora molto più ne’ posteri dopo la sua morte.

Di questo genio universale, “i cui limiti”, diceva Jacob Burchardt, “si possono soltanto intuire, non mai penetrare a fondo”[2], il Vasari rilevava anche il carattere incostante e la mania di perfezione: “si può credere che l’animo suo grandissimo ed eccellentissimo per esser troppo volonteroso fusse impedito, e che il voler cercar sempre eccellenza sopra eccellenza e perfezzione sopra perfezzione ne fosse cagione, talché l’opra fusse ritardata dal desio…”.[3]

Bombaci

Giuseppe Bombaci, Leda e il cigno, tecnica mista su tavola

Non a caso, perfino Sigmund Freud, in un saggio del 1910, notava che Leonardo “ebbe enorme influenza sulla sua epoca come pittore, mentre soltanto a noi è toccato riconoscere la grandezza del naturalista (e dell’ingegnere)”[4]. Il padre della Psicanalisi – che nella ricca ed estremamente variegata creatività dell’artista vinciano ravvisava le tracce di una sublimazione delle pulsioni sessuali – scriveva, infatti, che “sebbene i capolavori da lui lasciati siano pittorici, mentre le sue scoperte scientifiche sono rimaste inedite e inutilizzate, pure in lui, nel corso della sua evoluzione, il ricercatore non lasciò mai completamente libero l’artista, nocendogli talvolta in modo grave, e verso la fine forse soffocandolo”[5].

Leonardo può, infatti, dirsi solo riduttivamente artista, perché seppe applicare il suo ingegno all’osservazione dei fenomeni naturali, alla costruzione di sistemi di fortificazione, di armi da guerra, di macchine idrauliche, di allestimenti scenografici, di dispositivi di volo e d’immersione e di mille altre cose, proprio grazie a quella naturale propensione all’indagine empirica che fu insieme d’aiuto e d’ostacolo al completamento di molti suoi progetti.

Cane

Carlo Cane, Senza titolo, olio su tela applicata su tavola

La grande versatilità, l’attitudine polivalente e multidisciplinare – qualità non certo uniche nell’ambito dell’arte rinascimentale – raggiunsero in lui una radicalità unica, tanto da meriargli l’attributo di genio universale. Se a questo poi si aggiunge il carattere impenetrabile e la fama di personaggio bizzarro e anticonformista, acuita anche dalla straordinaria mancanza di testimonianze dirette in merito alle sue opinioni e ai suoi affetti, si può intuire perché la figura di Leonardo abbia raggiunto nel corso dei secoli uno statuto quasi mitico. Eppure, come scrivono Rudolf e Margot Wittkower, “nonostante la reverenza per la sua straordinaria curiosità intellettuale e l’universalità del suo genio, nonostante il magico potere creativo del suo spirito singolarmente fecondo, la personalità di Leonardo rimase un enigma non meno per i contemporanei che per noi”.[6]

Cuoghi

Vanni Cuoghi, La rotella di Leonardo (Il sonno della ragione genera mostri), tecnica mista su carta applicata su tavola

Oggi, a cinquecento anni dalla morte, l’unicità di Leonardo rimane ineguagliata. Nessun artista contemporaneo ha raggiunto la sua statura culturale, la sua ampiezza di competenze e d’interessi, la sua versatilità in ogni campo del sapere. Immaginate, dunque, con quale animo l’artista odierno si accinga a celebrarne il genio, nella consapevolezza che, mutatis mutandis, ogni confronto tra quel che è possibile fare oggi e quel che Leonardo fece allora, risulterebbe inadeguato.

Le cinquanta opere realizzate per la mostra Leonardo 50.0. Omaggio al Genio, tutte inquadrate entro il perimetro di una tavola lignea che rispetta la proporzione aurea (50×80,9 cm.), non possono essere considerate dei veri e propri d’apres, cioè quei rifacimenti o quelle rielaborazioni di classici dell’arte che nel Novecento hanno dato vita a un vero e proprio genere artistico, ma sono piuttosto degli omaggi all’immaginario leonardesco. Se il d’apres, infatti, costituisce una pratica di apprendimento e, insieme, una dichiarazione di filiazione da un grande maestro del passato cui l’artista si rifarebbe più o meno fedelmente, il tributo, come pratica disinteressata e in fondo pretestuosa, è piuttosto una forma di riconoscimento della statura dell’artista che si vuole omaggiare.

Berra

Thomas Berra, San Giovanni, tecnica mista su tela applicata su tavola

I d’apres di grandi artisti del Novecento – si pensi alle riletture di De Chirico di opere di Raffaello, Tiziano, Rembrandt, Dürer e Courbet oppure alle numerose reinterpretazioni che Picasso dedicò a Las Meninas di Velasquez o, ancora, ai rifacimenti del Ritratto di Innocenzo X (sempre di Velasquez) dipinti da Francis Bacon – sono testimonianze di un rapporto personale dell’esecutore con l’eredità dei maestri del passato.

Qualcosa di diverso dai d’apres sono, invece, le versioni rivedute e corrette della Gioconda eseguite da Eugene Bataille (Monna Lisa che fuma la pipa,1883), Marcel Duchamp (L.H.O.O.Q.,1919) e Salvador Dalì (Autoritratto come Monna Lisa, 1954), che con spirito dissacrante denunciavano la convenzionalità di un’iconografia artistica ormai così popolare da essere addirittura frusta e usurata. Il fatto poi, che nella percezione collettiva la Monna Lisa sia diventata il quadro più famoso del mondo, insomma una sorta di manifesto dell’arte da museo, lo dimostrano le sue innumerevoli versioni contemporanee, da Andy Warhol a Robert Rauschenberg, da Keith Haring a Jean-Michel Basquiat, da Fernando Botero a Banksy.

Veneziano

Giuseppe Veneziano, Questa donna ha il culo caldo, acrilico su tavola

Nel tempo, non solo la Gioconda, ma tutto il catalogo dell’opera pittorica di Leonardo e perfino i disegni e gli scritti hanno subito un analogo processo di divulgazione, tanto da rendere riconoscibile quasi ogni aspetto della sua immane impresa creativa.

Proprio ai vari frammenti del corpus leonardesco, divenuti ormai parte integrante della cultura artistica contemporanea, sono dedicate le opere di questa curiosa mostra, simile a una compilation (oggi si direbbe playlist) di cover e remix iconografici. Il loro valore non si misura, dunque, nel grado di vicinanza al linguaggio del genio vinciano, ma nella peculiarità con cui gli autori contemporanei hanno interpretato i modelli tipologici leonardeschi, sottoponendoli al vaglio della propria emotività. Il risultato finale non può che essere composito, come un patchwork stilistico, una Babele di grammatiche differenti che assaltano il giacimento delle immagini leonardesche come se si trattasse di una directory[7]di file pronti all’uso (ready made), “customizzabili” e adattabili alle più diverse necessità espressive.

Christin Balzano, Li

Christian Balzano, Li omini boni desiderano sapere…, tecnica mista su tavola

Questo processo di fagocitazione iconografica, cartina di tornasole di una civiltà digitale sempre più tesa verso una bulimica appropriazione d’immagini, dimostra come le opere di Leonardo Da Vinci abbiano definitivamente rotto gli argini che le relegavano entro i confini disciplinari dei soli addetti ai lavori (storici dell’arte, critici, conservatori, direttori di museo, collezionisti e antiquari) diventando, così, icone universali, patrimonio condiviso dell’intera umanità. Non a caso, le opere di Leonardo 50.0 sembrano ispirate più alle immagini e ai loro fantasmi digitali che non ai manufatti originali di Leonardo, tanto da formare un catalogo di frammenti tipologici che diventa, allo stesso tempo, un campionario delle più disparate grammatiche artistiche.

L’immagine più saccheggiata è naturalmente La Gioconda, non solo il ritratto muliebre più famoso di tutti i tempi, ma anche uno dei più travagliati della produzione leonardesca, che impegnò l’artista negli ultimi anni della sua vita. Stando al Vasari, infatti, Leonardo cominciò a fare il ritratto di Monna Lisa, moglie del nobile e mercante Francesco del Giocondo, ma “quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò”[8].

La fortuna di questo piccolo olio su tavola, punto apicale della tecnica dello sfumato, si deve non solo al carattere ineffabile e ambiguo del ritratto, su cui la letteratura critica ha versato fiumi d’inchiostro, ma anche alla sua travagliata storia, fatta di trasferimenti, furti, restituzioni e tentativi di sfregio. Sempre al centro di una costante attenzione mediatica, oggetto del desiderio di monarchi e imperatori francesi, ma anche di mercanti e patrioti italiani che la credevano, erroneamente, sottratta alla patria al tempo delle spoliazioni napoleoniche, meta di culto per le oceaniche folle di visitatori del Louvre, la Gioconda è, di fatto, diventata un emblema dell’arte.

Non stupisce, quindi, che tanti degli omaggi qui raccolti siano dedicati proprio a Lei, icona ermetica per eccellenza. Alla duchampiana Gioconda di Giuseppe Veneziano (Questa donna ha il culo caldo, 2019), trasformata in eroina sadomaso grazie a un curioso gioco etimologico (Monna è contrazione di Madonna, derivato dal latino Mea Domina che significa mia signora, ma anche mia padrona), fa da contraltare la Lisa di Giovanni Maranghi, dedicata al tema dell’eterno femminino. Sono, invece, phantasmata, simulacri di Monna Lisa, quelli che fluttuano negli opposti dipinti di Tina Sgrò e Sibidé: il primo con le sembianze di una scultura quasi diafana, il secondo con quelle di un glitch, cioè di un’immagine elettronica distorta.

Del Monte

Ilaria Del Monte, Foxy Lady, sanguigna su tavola

Alla Dama dell’ermellino, fulgido esempio di grazia rinascimentale, sono dedicati diversi tributi. Simbolo di moderazione e candore, l’ermellino, in greco galè, allude al cognome di Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro. Mentre Domenico Di Genni e Madiai ricostruiscono l’immagine della bella cortigiana sulla linea di un realismo contaminato, Fabio De Poli e Francesco Musante la trasformano in un’icona pop, di puro valore segnaletico. L’omaggio di Ilaria Del Monte è più indiretto. Il suo Foxy Lady, eseguito a sanguigna su tavola, è il ritratto di una bambina che tiene in braccio una volpe (simbolo non di candore, ma di furbizia).

Il volto disegnato da Laura Serafini su una mappa geografica è quello de La Belle Ferronière, ritenuto da molti studiosi il ritratto di Lucrezia Crivelli, moglie di un mercante di ferramenta e anch’essa amante del Moro, mentre quello dipinto da Giuseppe Bombaci è liberamente ispirato a Leda col Cigno, opera perduta di cui sopravvivono solo alcuni studi, qualche copia di allievi e imitatori e uno studio di Raffaello su un disegno preparatorio di Leonardo.

Il Cartone di Sant’Anna, eseguito per la Pala dell’altare maggiore della Santissima Annunziata di Firenze, purtroppo mai realizzata, è l’oggetto delle rivisitazioni di Ali Hassoun e Irene Lopez De Castro, che immergono l’affettuosa atmosfera del disegno leonardesco in colori e ambientazioni africane. Curiosa è la scelta iconografica di Thomas Berra, dedicata a un episodio critico del catalogo pittorico di Leonardo, il Bacco, un olio su tavola che in origine raffigurava San Giovanni Battista nel deserto, poi trasformato in soggetto mitologico.

Maranghi

Giovanni Maranghi, Lisa, Kristal

In questo periscopico ripescaggio del repertorio pittorico leonardesco non potevano mancare riferimenti all’iconografia della Vergine delle Rocce, cruciale nella definizione architettonica di un paesaggio roccioso che ha fatto scuola, ispirando innumerevoli copie di artisti italiani e stranieri. Non è un caso che a interessarsi delle due versioni del dipinto, una al Louvre di Parigi, l’altra alla National Gallery di Londra, siano artisti che hanno maturato una visione personale del paesaggio, come Arianna Matta, autrice di apocalittici landscape urbani e Roberto Braida, appartenente alla corrente più lirica del paesaggismo contemporaneo.

C’è, infine perfino, un omaggio apocrifo, quello di Fabio Calvetti, che ricava il ritratto di profilo di Beatrice D’Este da un particolare della Pala Sforzesca, opera di un anonimo allievo di Leonardo.

Il celeberrimo Autoritratto conservato nella Biblioteca Reale di Torino, un disegno a sanguigna su carta che ci ha consegnato l’immortale fisionomia di Leonardo, è il soggetto di un virtuoso close up di Pier Toffoletti, dell’ironico dipinto di Andrea Gnocchi, che riprende l’effige stampata sulla banconota da cinquantamila lire, come pure della parodistica versione di Leonardo che Zazzà D’Anna ruba a una famosa sequenza del film Non ci resta che piangere di Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Ali

Ali Hassoun, Senza titolo, tecnica mista su tavola

Moltissime sono le citazioni di disegni tratti dai vari codici vinciani. Come gli studi di monumenti equestri che ispirano tanto l’altorilievo di Susan Leyland, che attinge ai fogli della Biblioteca Reale di Torino, quanto il dipinto di Giuliano Giuggioli, fantasiosa interpretazione della struttura lignea che avrebbe dovuto precedere la costruzione della colossale scultura bronzea voluta dal Duca di Milano, ma mai realizzata. Alla cartografia guarda Christian Balzano (Li omini boni desiderano sapere…, 2019), che ai confini e ai conflitti della geografia politica dedica larga parte della sua produzione, mentre la memoria dei disegni botanici echeggia sia nell’opera di Karina Chechik dove, scritta al rovescio, compare il verso di una poesia di Borges (“un uomo che coltiva il suo giardino”, I giusti, 1981), sia nel dipinto di Massimo Barlettani, dove la pratica leonardesca della scrittura speculare è abbinata alle delicate inflorescenze che tipicamente caratterizzano la sua ricerca artistica. Anche nella tavola di Stefano Tonelli compaiono frammenti di scrittura, ma qui il tema dell’uomo, come misura dell’universo, è associabile agli studi sull’anatomia cui si rifanno anche la Green Vitruvian Woman di Adele Ceraudo, l’Anatomia scheletrica di Riccardo Lucchini e le teste grottesche di Evita Andujar. Se Alessandro Reggioli e Marcello Scarselli sono affascinati dall’Ornitottero, progetto per la costruzione di un aeromobile ad ali battenti che imita il volo degli uccelli, Carlo Cane si abbandona alla dettagliata rappresentazione degli ingranaggi dentati di un Igrometro, primo strumento di misurazione dell’umidità dell’aria. Al contrario, Vanni Cuoghi si lascia suggestionare da un’opera conosciuta solo attraverso le parole di Vasari, la Rotella di Leonardo. La storia racconta di una sezione circolare di legno di fico che un contadino consegnò a Ser Piero, padre di Leonardo, perché il figlio vi dipingesse sopra qualcosa. L’artista decise, allora, di rappresentare qualcosa di spaventoso, che producesse lo stesso effetto della testa di Medusa, e così portò nella sua stanza “lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali: da la moltitudine de’ quali, variamente adattata insieme, cavò uno animalaccio molto orribile e spaventoso”[9].

Tenardi

Matteo Tenardi, Costruire rifugi. L’ipotesi del tempo come falsa misura, olio su tavola

C’è, infine, il lavoro di Matteo Tenardi (Costruire rifugi. L’ipotesi del tempo come falsa misura, 2019) che, aldilà dei velati richiami alla bellissima testa muliebre conservata alla Biblioteca Reale di Torino, presenti sul fondo della sua tavola, avvertendo più acutamente l’impossibilità di un confronto diretto, realizza un lavoro che resta nei confini del proprio registro stilistico ed offre, cosi, al grande genio di Vinci, l’omaggio forse più pudico e sentito.


Note

[1]Giorgio Vasari, Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, edizione integrale, 2003, Roma, p. 557.
[2]Citato da Alexandra Kostantinowa, Die Entwicklung des Madonnentypus bei Leonardo da Vinci, 1907, Strasburgo, p. 51.
[3]Op. cit., p. 562.
[4]Sigmund Freud, Un ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci(1910), in Sigmund Freud, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, 1992, Torino, p. 75.
[5]Ivi, pp. 75-76.
[6]Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno. La figura dell’artista dall’Antichità alla Rivoluzione francese, 1996, Torino, pp. 90-91.
[7]In informatica è l’indice dei documenti contenuti in un’unità di memoria, ma anche una cartella utilizzata per raggruppare i file.
[8]Op. cit., p. 564.
[9]Op. cit., pp. 559-560.


INFO:

69478030_2156870214610416_5895540906722852864_n

 

Ilaria Del Monte. Spazio vitale

11 Lug

Di Ivan Quaroni

“Tutto è magia, o niente.”
(Novalis)

 

Waiting for Hermes, olio su tela, 50×60 cm, 2019

 

L’oggetto della pittura di Ilaria Del Monte non è il vero, ma il verosimile. Il suo scopo è la creazione iconografica di un evento psichico, la rappresentazione plastica di un fenomeno intangibile che affonda le radici nell’immaginazione dell’artista e nel suo vissuto emotivo. Il processo di costruzione del suo universo pittorico è, infatti, simile a quello di surrealisti come René Magritte e Paul Delvaux, influenzati dalla Metafisica di De Chirico e, dunque, più propensi a rappresentare il carattere enigmatico dell’esistenza attraverso una tecnica mimetica e illusionistica. Un aspetto, su cui peraltro la letteratura critica ha insistito, è la vicinanza della pittura di Ilaria Del Monte alle espressioni figurative di marca novecentista, dal Realismo Magico italiano a certa Nuova Oggettività tedesca, caratterizzati dalla visione di una quotidianità venata di mistero, screziata di sottili allusioni ed elusive corrispondenze.

In verità, oltre a questi, altri riferimenti stilistici innervano l’immaginario artistico di Ilaria Del Monte (da Dalì a Balthus, fino a Rosa Loy e Neo Rauch). D’altra parte, tutta la pittura è autofaga: si nutre, cioè, di se stessa, attinge ai propri motivi, ora rinnovandoli, ora adattandoli allo spirito del tempo. Più interessante della mera esegesi delle fonti iconografiche è, piuttosto, il tentativo di rilevare la marca originale della sua arte, rintracciandone il senso profondo attraverso l’analisi del testo pittorico.

Tempo che si attende, olio su tela, 90 x100 cm, 2017

Quella di Del Monte è, prima di tutto, una pittura retinica, capace di tradurre nella grammatica realistica il carattere epifanico delle sue visioni. Le sue immagini formano un racconto, vividamente plastico, di meraviglia e stupefazione, attraverso la creazione di un universo d’impressionante coerenza atmosferica, in cui l’ordinario e il fantastico si fondono senza soluzione di continuità. La luce, elemento cardine della narrazione, contribuisce a infondere in ogni scena un senso d’indecifrabile mistero. Non è, infatti, una luce diurna, piena, zenitale, ma una luce vespertina, crepuscolare con cui l’artista cerca di ricreare la Lichtungheideggeriana, un concetto filosofico, assimilabile al “chiaroscuro”, che indica il venire-alla-luce di un’entità a partire da un’oscurità irriducibile. Heidegger usa la metafora della radura illuminata nel bosco per affermare che la verità non è qualcosa che si rivela in piena luce (perché la luce accecante appiattisce ogni differenza), ma che si scorge in un sottile gioco chiaroscurale.

Al centro delle visioni di Ilaria Del Monte, nel soffuso equilibrio di luci e ombre, si staglia la figura femminile, una sorta di versione attualizzata dell’incantata eroina vittoriana, intenta a celebrare misteriosi rituali magici e oscuri riti propiziatori. Teatro di queste apparizioni è la casa, il focolare domestico, insieme scatola dalla prospettiva incerta e quinta teatrale, in cui precipita, condensandosi, tutto l’immaginario surreale dell’artista. Si tratta di un luogo claustrale, stranamente permeabile alle germinazioni e inflorescenze naturali, uno spazio d’innesti rizomatici e di bestiali incursioni, che rendono labile il confine tra i generi del paesaggio e dell’interno borghese.

In questa dimensione liminare, medianica, si dispiega la Stimmungdi Ilaria Del Monte, quella particolare disposizione d’animo, placidamente malinconica, su cui pare aleggiare l’epigrafe nietzschiana di un celebre autoritratto di De Chirico: Et quid amabo nisi quod aenigma est?” (E che cosa amerò se non l’enigma delle cose?).

Casa dorata, olio su tela 30×35 cm, 2016

Enigmatica e arcana è, infatti, la qualità che sprigiona dalla sua pittura, concentrata sulla traduzione mimetica di un cosmo permeato di suggestioni magiche e umori psicanalitici, di oggetti simbolici e presenze totemiche. Un cosmo in cui, come dicevo, le donne sono protagoniste, eroine in un processo di autodeterminazione che ha le parvenze di un cerimoniale occulto e, allo stesso tempo, di una psicomagica lotta di liberazione.

Come nella Psicomagia di Alejandro Jodorowsky, infatti, le donne di Ilaria Del Monte possono liberarsi dai traumi del passato e dai vincoli familiari solo attraverso il compimento di una serie di azioni simboliche che le portano a diretto contatto con la propria vera essenza.

Gli animali che spesso popolano le tele dell’artista sono l’incarnazione plastica di una natura che erompe nel recinto delle mura domestiche. La casa, invece, è da sempre il simbolo architettonico dei legami familiari, la metafora di una sicurezza affettiva che può, però, tramutarsi in una in una prigione emotiva, in una fortezza della solitudine.

I pensieri sovrani, olio su tela, 40×50 cm, 2016

Quelle dipinte da Ilaria Del Monte sono, per lo più, case spoglie, con i muri scrostati (Ascension, 2019), le carte da parati scollate (Il giorno di Leda, 2013), le mattonelle crepate (I pensieri sovrani, 2016). Sono luoghi d’abbandono invasi dalla vegetazione (Il tempo che si attende, 2017), inondati dalla sabbia (Casa dorata, 2016), squarciati dalla forza tettonica delle rocce (La vita nel petto, 2016), e che, pure, conservano i segni di un antico splendore ancora visibile nei preziosi decori pavimentali e nelle boiserie (Il bagno, 2019), nei damaschi delle tappezzerie (La piccola stanza, 2019), nei variopinti parquet (The Promise, 2019), nei marmi, nei legni e nelle cornici dorate.

Sono stanze quasi vive, serrate attorno a figure che recitano un silenzioso grimorio; sono camere tentacolari che avviluppano e avvincono i corpi in serici legacci; sono muri che si stringono, come una trappola mortale, a comprimere ogni anelito, a castrare ogni possibile ascesa. Le donne di Ilaria Del Monte vi si oppongono pronunciando una muta giaculatoria di sortilegi, compiendo complesse coreografie apotropaiche e invocando, infine, le forze primigenie e liberatrici. La Natura risponde, sfondando il perimetro claustrale: è leone e cigno, è alligatore e corvo, è edera rampicante e rosa sanguigna, è ninfea acquatica.

Nei dipinti dell’artista la casa è un’estensione fisica del dominio della lotta interiore, il campo di battaglia per la conquista di uno spazio vitale che, infine, assume le sembianze di un sogno arcadico, illuminato dal crepuscolo simbolista. È il caso di Waiting for Ermes  (2019), definitivo epilogo di ogni conflitto: un “quadro per sognare”, per usare una definizione cara ad Arnold Böchlin, con la rappresentazione ideale di un paesaggio classico filtrata dalla fantasia nordica.


Info:

Ilaria Del Monte – Spazio vitale
a cura di Ivan Quaroni
Opening: 14 settembre, ore 18.30
Durata: dal 14 settembre al 15 dicembre 2019
MOMART GALLERY
Piazza Madonna dell’Idris, n. 5 e 7, Matera
Tel: +39 338 8414318
www.momartgallery.it
info@momartgallery.it
Orario di apertura: Dalle 10.00 alle 20.00
Giorno di chiusura: martedì

locandina del monte

Tragödie. Silvia Argiolas, Marica Fasoli

18 Giu

di Ivan Quaroni

“Risuona un mambo nella cavea e il mondo semplicemente gira.”
(Franco Battiato, Manlio Sgalambro, Bist du bei mir)

 

Invito-2

 

Premessa

Nella barbarie linguistica della comunicazione odierna – massmediaticadirebbe qualcuno – la filosofia è stata oggetto di numerosi processi di liofilizzazione a uso e consumo del pubblico. Tra i concetti che questo tipo di pubblicistica ha consegnato alla mediocrità del vocabolario corrente, vi sono due aggettivi sostantivati di estrema rilevanza: dionisiaco e apollineo.

Sono termini oggi grossolanamente usati per designare due aspetti o attitudini del comportamento umano. Il primo, di carattere orgiastico, attiene i sentimenti di esaltazione e furore della sfera istintiva e irrazionale; il secondo, di matrice solare, introduce le idee di ordine e armonia che sostanziano il pensiero logico e razionale. Si riferiscono a due divinità della religione dei greci antichi: Dioniso, il Dio arcaico della vegetazione, incarnazione della linfa vitale, ibrida e multiforme, che alimenta le esplosioni mistiche e sensuali, secondo un principio d’indistinzione, o di primaria comunione tra uomo e natura; Apollo, divinità dalle qualità cumulative, auriga solare, protettore di pastori e greggi, patrono della musica, della poesia, della medicina e della mantica, acuto nel giudizio, oscuro nei vaticini.

Dionisiaco e apollineo prendono forma nella mente di un giovane filologo tedesco rintanato in un angolo delle Alpi, durante la guerra franco-prussiana del 1870-71, “mentre i tuoni della battaglia di Wörth trascorrevano sull’Europa”[1]. Friedrich Nietzsche dà alle stampe la sua opera prima, La nascita della tragedia dallo spirito della musica, ovvero grecità e pessimismo, nel 1872, esordendo con uno sbalorditivo incipit: “Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione, che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco”.[2]

Sarà, infatti, la composizione dei due principi che fanno capo alle opposte origini e finalità delle due divinità, sempre in aperto contrasto e in “eccitazione reciproca”, a produrre finalmente l’opera d’arte, inizialmente nella particolare forma della tragedia attica. Tuttavia, quattordici anni dopo la pubblicazione dello scritto, nel suo Tentativo di autocritica (1886), Nietzsche applica quelle prime e visionarie intuizioni estensivamente a tutta l’arte, indicando in essa – e non nella morale – la vera attività metafisica dell’uomo.

La Nascita della tragedia s’innesta, a tratti come una sorta di sovrascrittura, sulla concezione pessimistica de Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer (1818). Il dionisiaco vi s’inserisce come una forma di totale identificazione col dolore originario, come uno stato che subentra alla rottura del principio d’individuazione e produce una mistica, erotica congiunzione con la natura, un rapimento estatico che l’autore della Tragedia paragona all’ebbrezza provocata dalle bevande narcotiche o dal “poderoso avvicinarsi della primavera”.

Laddove Schopenhauer avverte il terribile orrore che afferra l’uomo quando perde fiducia nelle forme di conoscenza dell’apparenza, Nietzsche intravede una possibilità di riconciliazione con la natura. Proprio qui si consuma il distacco dal pensiero di Schopenhauer. Nietzsche si domanda, infatti, se il pessimismo – ossia la coscienza che il mondo e la vita non possono dare nessuna vera soddisfazione, nessuna gioia permanente – sia necessariamente un segno di declino, di decadenza o se possa esistere un pessimismo della forza, “un’inclinazione intellettuale per ciò che nell’esistenza è duro, raccapricciante, malvagio e problematico, in conseguenza di un benessere, di una salute straripante, di una pienezza dell’esistenza”.[3]

6 - Salò o le 120 giornate di Sodoma, 2019, olio su tela, 40x30 cm

Silvia Argiolas, Salò o le 120 giornate di Sodoma, 2019, olio su tela, 40×30 cm. Collezione Rivabella

 

Fondamento tragico dell’arte

Il dionisiaco è, dunque, espressione di una vitalità del negativo, di un oblio dell’individuo che vive la contraddizione di una gioia e di una pienezza nate dal dolore che erompe dal cuore stesso della natura. Al contrario, l’apollineo è la divinizzazione del principio d’individuazione, cioè della percezione della separazione di ogni essere vivente, in particolare della separazione tra uomo e natura che conduce alla riflessione – il nosce te ipsum(conosci te stesso) iscritto sul tempio di Apollo a Delfi -, alla misura morale, al comportamento temperato, alla ricerca della bellezza e dell’armonia. In tal senso, l’apollineo è uno stato illusorio, simile al sogno, che permette all’individuo di guardare la verità raccapricciante, di osservare lo spettacolo barbarico del dolore dell’esistenza come se si trattasse di una rappresentazione. L’apollineo è la forma della conoscenza distaccata, laddove il dionisiaco è la forma della conoscenza incarnata, immedesimata e fusa con l’atrocità e l’assurdità dell’essere.

Come il dionisiaco, anche l’apollineo è uno stato necessario alla formazione dell’arte, l’uno e l’altro sono legati e intrappolati in un gioco di opposti, in un meccanismo che Eraclito chiama enantiodromia, e per il quale tutto ciò che esiste passa nel suo contrario. Per Nietzsche, apollineo e dionisiaco sono forze artistiche che sgorgano dalla natura senza mediazione dell’artista umano. “Rispetto a questi stati artistici immediati della natura”, afferma il filosofo, “ogni artista è«imitatore», cioè o artista apollineo del sogno o artista dionisiaco dell’ebbrezza o infine – come per esempio nella tragedia greca – insieme artista del sogno e dell’ebbrezza.”[4]

Phoenix 50x50, tecnica mista su carta, 2019 designed origami by Jo Nakashima

Marica fasoli, Phoenix, 2019, tecnica mista su carta, 50×50 cm. designed origami by Jo Nakashima

 

Due evidenze apparentemente esemplificative

Ora, la succitata premessa potrebbe fornire una chiave interpretativa delle ricerche di Silvia Argiolas e Marica Fasoli. Si potrebbero, cioè, applicare le categorie contenute nell’opera prima di Nietzsche per penetrare a fondo le loro differenti attitudini espressive.

Nella pittura di Argiolas domina lo spirito dionisiaco, l’attrazione per il titanico e il barbarico, l’interesse per il doloroso fondo esistenziale e per la sua controparte panica e sensuale. C’è, nei suoi racconti visivi, l’espressione di uno sguardo coraggioso, intento a scrutare gli accessi di follia e i deliqui erotici, le estasi e le agonie del magma esperienziale, ma anche la banale quotidianità di esistenze straordinarie o marginali.

Placido e distillato è, invece, lo sguardo di Marica Fasoli, governato dalla geometria aurea e trasognata dell’apollineo. La sua indagine pittorica decanta il mondo in forme astratte, filtrandolo attraverso una pletora di diagrammi che simbolizzano la realtà fenomenica, senza mai rappresentarla direttamente. L’impeto mimetico, che da sempre costituisce la marca stilistica del suo lavoro, è indirizzato verso la pellicola dell’immagine, insieme superficie testurale e concettuale.

Quella di Argiolas è una pittura scaturita da un abbandono vigile, che riceve e restituisce, come una sorta di documento poetico, l’urto dell’esperienza vitale. Quella di Fasoli è una pittura stillata e meditata, che osserva la vita da un punto di vista remoto per ricavarne un senso ulteriore, radiografandone la struttura per trasmetterla all’osservatore in forme platoniche e ideali, ma dotate di una potente capacità seduttiva.

Argiolas. Ut pictura poësis o viceversa.

Quello dipinto da Silvia Argiolas è un universo d’infusione e di effusione, popolato di figure ibride e oggetti ambigui avvolti in un amalgama orgiastico che confonde i contorni e i perimetri identitari dei soggetti. Lo spazio delle sue rappresentazioni è, infatti, teatro di una profusione di epifanie simultanee, di un’accumulazione narrativa che somiglia a una cosmica copula di episodi. La metafora dell’amplesso, inteso come abbraccio, effusione, ma anche accoppiamento erotico, percorre la sua pittura come una sorta di refrain iconografico, alludendo alla necessità di una coraggiosa immersione nel caos esistenziale.

Il suo linguaggio si forma per via adesiva e identificativa con le pulsioni che muovono ogni individuo verso la sua definitiva affermazione o dissoluzione. Per questo, il suo non è un dipingere progettato, elucubrato a freddo, ma costruito per accumulazione di gesti, segni, immagini che affiorano, quasi medianicamente, dalle profondità della coscienza per imprimersi sulla superficie della carta e della tela. Argiolas si abbandona a quanto vi è di sottilmente vigile in un processo d’improvvisazione. Arte, esperienza e intelligenza manuale guidano questo metodo erratico di elaborazione pittorica senza mai cristallizzarsi in codici normativi, ma lasciando aperto il campo a errori, ripensamenti, rivelazioni. Il suo procedimento è “erratico” in un duplice senso: primo, perché l’artista si muove sulla superficie senza uno scopo premeditato, dunque errando e vagabondando tra infinite possibilità espressive; secondo, perché confida nella propria capacità di trasformare ogni errore e ogni imprevisto in una formulazione grafica originale, che ha il valore di una scoperta. Spontaneità, imperfezione e coraggio sono valori imprescindibili della sua pittura, che legge il mondo come esperienza tragica e come coacervo di ossessioni e possessioni, di estasi e afflizioni insieme carnali e spirituali. La poesia si offre all’artista come fonte d’ispirazione più prossima alla pittura proprio per la sua qualità immersiva, cioè per la sua capacità di verificare il vissuto esistenziale dall’interno, dal ventre passionale e doloroso delle emozioni. Argiolas, infatti, rileva nei versi di Juan Rodolfo Wilcock, Michel Houellebecq, Dario Bellezza, Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini un grumo d’immagini capaci di ispirare la rappresentazione grafica di quel sentimento tragico, lo stesso che animava Giovanni Testori, pendolarmente sospeso tra estasi e tormenti, tra deliqui carnali e sublimi ascensioni.

In Snack bar (2019), una grande tecnica mista su carta, riecheggiano quasi in sordina i versi di Wilcock: Ma io mi sciolgo davanti a uno snack bar/se solo so che ci sei dentro tu[5]. Eppure, l’immagine è tutt’altro che descrittiva. L’artista, piuttosto, trasferisce in quella teoria di corpi nudi, fradici di umori, i sentimenti dell’amante arrendevole, annichilito, come un lirico greco, dalla furia distruttiva dell’amore.

2 - Il senso della lotta, 2019, tecnica mista e collage su tela sciolta, 250x215 cm

Silvia Argiolas, Il senso della lotta, 2019, tecnica mista e collage su tela sciolta, 250×215 cm. Collezione Rivabella

Un groviglio di corpi madidi – ennesimo amplesso di figure fluttuanti nel turgore virescente di un paesaggio boschivo -, campeggia al centro di Il senso della lotta (2019), una grande tela ispirata all’omonima lirica di Michel Houellebecq, dove si legge: La parabola del desiderio/Riempiva le nostre mani di silenzio/E ognuno si sentiva morire,/I nostri corpi vibravano della tua assenza[6]. L’immaginario panico e orgiastico dell’artista si configura, qui, come una sorta di anatomia tantrica del desiderio, come una bukowskiana musica per organi caldi, partitura di orifizi umidi, membri sprizzanti, mammelle stillanti e lingue avvolgenti. Tutta l’arte di Argiolas aspira alla condizione coitale, all’annichilamento orgiastico che prefigura la fusione dell’individuo col tutto e la sua momentanea eclissi identitaria. Per questo i suoi personaggi sono spesso sessualmente ibridi, incarnazioni di quella bisessualità innata che secondo Sigmund Freud è presente in ogni individuo sotto forma di predisposizione psicologica[7].

A Pier Paolo Pasolini è dedicato un gruppo assortito di lavori. L’opera principale, Pasolini (2019), è il frutto di un’immaginifica crasi tra due autoritratti dello scrittore dei primi anni Quaranta, già esposti nella mostra Pasolini a Casa Testori (20 aprile – 1 luglio 2012). Si tratta di due fisionomie sovrapposte, due diversi aspetti della personalità di Pasolini che la pittrice innesta su un’anatomia fluida, elastica e tentacolare quanto l’attività dell’autore, che spaziava dalla poesia alla narrativa, dalla sceneggiatura alla regia, dal giornalismo alla drammaturgia senza soluzione di continuità.

Al ritratto bifronte dello scrittore friulano si affiancano, poi, quelli di Maria Callas, che fu sua musa per il film Medea (1969), interpretando la protagonista dell’omonima tragedia di Euripide, moglie abbandonata, maga e assassina. Anche in queste tre piccole effigi, dove il linguaggio espressionista è venato d’allusioni bizantine, i ritratti sono costruiti come prodotto di una moltiplicazione fisionomica: una solida e più leggibile, l’altra lineare e quasi aerea. Chiudono la serie dedicata a Pasolini, due piccoli dipinti (Gli sposi e  Salò o le 120 giornate di Sodoma), ispirati all’opera conclusiva della sua cinematografia che individuava nella feroce opera del Marchese De Sade i segni manifesti della tirannia della Ragione e della conseguente assenza d’ogni umana empatia e compassione. Un tema, questo, che attraversa in filigrana tutta l’opera pittorica di Silvia Argiolas, orientata alla comprensione e alla rappresentazione di tutta la gamma delle vicende umane, perfino quelle più marginali o socialmente inaccettabili.

Silvia Argiolas, Dario Bellezza con i suoi gatti, 2019, olio e pastello su carta intelaiata, 140x140cm. Collezione Rivabella

Silvia Argiolas, Dario Bellezza con i suoi gatti, 2019, olio e pastello su carta intelaiata, 140x140cm. Collezione Rivabella

Dario Bellezza con i suoi gatti (2019) è, invece, un ritratto zoomorfico dello scrittore romano che proprio ai felini dedicò un’intera sezione della raccolta di liriche Io: 1975-1982 (Mondadori, 1982). “Di Bellezza, poeta legato a Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori”, racconta Silvia Argiolas, “mi ha colpito il rapporto con la vita e con la morte, il suo essere un gatto selvatico, incapace di dominare i suoi istinti animali e sessuali”.

A Sandro Penna, infine, sono dedicate due tele: La stanza del poeta (2019), un ritratto caratterizzato da un rigoroso equilibrio formale e da una gamma cromatica di sapore quasi mesoamericano; e Il mare tutto azzurro/il mare tutto calmo (2019), lavoro ispirato ai versi di una breve poesia in cui lo scrittore contrappone il placido silenzio del paesaggio marittimo all’urlo muto del suo cuore esultante. In questo piccolissimo dipinto, affiora forse più chiaramente il lato apollineo che innerva tutta pittura di Argiolas. Una pittura che, nella sua empatica adesione alle gioie e alle sofferenze estreme dell’uomo, è però pur sempre testimonianza di una forma d’osservazione, capace di filtrare il tragico fondo esistenziale attraverso le visioni lenticolari del sogno e dell’allucinazione. È, infatti, tramite il sogno che l’artista si fa spettatrice del caos, scrutatrice del dolente abisso della coscienza e, allo stesso tempo, dell’inumano spettacolo della natura.

Marica Fasoli. Mimesi platonica o iperrealismo di secondo grado.

Analisi e contemplazione sono i presupposti dell’indagine di Marica Fasoli, artista che studia la morfologia dei fenomeni e il modo in cui le forme delle cose si presentano ai nostri occhi, per snidare e stanare in esse un significato ulteriore, un ordine o una matrice.

Lo slancio platonico – o se preferite kantiano – dell’artista si fonda sulla necessità teleologica di formulare ipotesi credibili sul fondamento dell’esistenza. Il prerequisito di tale atteggiamento è il principio di individuazione, la percezione di sé come entità separata da tutte le altre entità del mondo, le quali, possono quindi diventare oggetto di osservazione ed analisi. Si tratta di una condizione ascetica, contemplativa, antitetica alla furia orgiastica e all’estasi mistica che annullano l’individuo ricongiungendolo col tutto. Per osservare il mondo, per non lasciarsi prendere nella sua morsa è necessario svolgere uno sforzo interiore, fabbricarsi l’illusione di diventarne il testimone.

Tutta l’arte è, in qualche modo, mimetica (nella forma o nella sostanza) perché si fonda sulla capacità di esaminare e vagliare il senso del mondo per riformularlo sotto forma d’immagini. È quello che Nietzsche definisce sogno, dominio apollineo che permette di guardare l’esistenza come se si trattasse di una sorta di spettacolo.

Marica Fasoli, Phoenix, 2019, tecnica mista su carta, 120x120

Marica Fasoli, Phoenix, 2019, tecnica mista su carta, 120×120 cm.

Marica Fasoli è un’artista mimetica, che ha sviluppato uno stile iperrealistico basato sul virtuosismo tecnico e descrittivo. Tale abilità, derivata dalla sua specializzazione in Anatomia Artistica e approfondita nell’esperienza di restauro di opere antiche, ha contribuito non poco alla definizione del suo linguaggio pittorico. Per anni, ha ritratto la realtà con l’acribia di un miniaturista, ricalcando la superficie degli oggetti, le venature lignee, le pieghe della carta, le fisionomie e gli incarnati, alla ricerca di un segno, di un indizio che potesse rivelare l’anima o la sostanza che sta dietro la pellicola delle cose. La tensione retinica, una sorta di muscolare atletica visiva, serviva a penetrare il significato di quelle forme. Ma il ricalco mimetico, la ricostruzione, quasi fotografica, delle qualità epidermiche e testurali degli oggetti non era sufficiente a produrre una formulazione di senso. Il noumeno si sottraeva all’indagine ottica, un breve, elusivo lampo di consapevolezza a fronte di uno sforzo titanico. Bisognava cambiare strategia, fare un passo indietro (o in avanti), per formulare nuove ipotesi. La natura e il mondo andavano osservati da un altro punto di vista, più discosto, più indiretto: non la forma delle cose, ma quella delle idee, non i fenomeni, ma i costrutti.

Riorientando lo sguardo dall’esterno all’interno, l’osservazione si trasmuta in contemplazione. Il lavoro odierno di Marica Fasoli nasce per effetto di questo scarto, di questo slittamento concettuale, grazie alla scoperta di una pratica lontana nel tempo e nello spazio, quella dell’origami, una tecnica orientale di piegatura della carta finalizzata alla costruzione di modelli e oggetti tridimensionali. Non un’attività di svago, ma un’arte che insegna la disciplina interiore e sviluppa doti di precisone e pazienza che attengono anche alla pratica della pittura iperrealista. Marica Fasoli ne impara i rudimenti e inizia a fabbricare le forme più semplici: un orso, un pavone, una rana, una conchiglia, un riccio, un unicorno. Montando e rimontando quelle forme si accorge che il foglio dispiegato è un diagramma di linee complesse che somiglia a una struttura ordinata, è la rappresentazione visiva di un design, lo schema di un progetto. Non l’effetto, ma l’idea, il noumeno, forse. Comincia a pensare di aver trovato un nuovo oggetto da osservare, qualcosa da dipingere: un simbolo astratto, non più un oggetto concreto.

Gli origami sono oggetti simbolici, che alludono al ciclo vitale di nascita, morte e rigenerazione. Fragili e deperibili come gli organismi naturali, gli origami possono essere fatti e disfatti, costruiti e distrutti. Per Marica Fasoli il foglio di carta dispiegato, segnato da un reticolo di linee e ombre, è una sorta matrice, un’allegoria generativa che può essere tradotta nel linguaggio della pittura. Ma come? Gli vengono in soccorso due modelli procedurali: quello di Corrado Cagli, che nel 1957 dipinge Enigma del gallo, un olio su carta intelata dove le partiture astratte dell’immagine sono ricavate dalla mimesi delle stropicciature di un foglio di carta; e quello, più recente, di Tauba Auerbach, artista californiana autrice dei cosiddetti Crumple Painting, “una serie di grandi rendering di carta accartocciata dipinti in semitono”[8]. Partendo da quei modelli, Marica Fasoli elabora una pittura di mimesi strutturale, che usa la matrice degli origami come linea guida o, addirittura come supporto per la realizzazione di opere astratte.

Ogni origami è il prodotto di una creazione artistica originale, tanto che l’artista ne cita sempre l’autore, ma la sua comprensione passa attraverso un complesso lavoro di costruzione. Prima di dipingere un origami Marica Fasoli deve necessariamente imparare a costruirlo, assimilando una coreografa di gesti ordinati in una precisa successione. Una volta costruito, l’origami può essere finalmente smontato. Il foglio dispiegato rivela, infatti, la fitta trama di piegature che costituisce l’ossatura progettuale dell’oggetto. Su questa griglia di linee l’artista lavora con una tecnica chiaroscurale che marca luci e ombre in tonalità metalliche e iridescenti. Nascono così dipinti come Lemur (2017), Scrat (2017), Tarantula (2017) Hawk (2018) e Featerehd Crane (2018), stilisticamente all’incrocio tra astrazione e iperrealismo, tra arte analitica e concettuale.

hawk 120 x 120 tecnica mista su carta,2019

Marica Fasoli, Hawk, 2019, tecnica mista su carta, 120×120 cm.

I lavori di Marica Fasoli sono ipertesti visivi che rimandano a contenuti iconografici assenti, nel senso che le figure non compaiono nell’immagine dipinta, se non in forma ideale, progettuale appunto. Tutto il campionario fenomenologico delle forme zoomorfiche evocate dai titoli precipita, di fatto, in un unico oggetto, il foglio di carta pieghettato, un codice riepilogativo in grado di sintetizzare un’enorme massa informazionale. Nell’osservazione della natura, l’artista attua un doppio processo astrattivo: sceglie un soggetto come l’origami, un artefatto già astratto e stilizzato, per decostruirlo e ridurlo a diagramma riassuntivo delle proprietà geometriche e matematiche che governano tutti gli organismi, dalla proporzione aurea alla sequenza di Fibonacci. Sembrerebbe un sogno apollineo al quadrato. Eppure, il carattere dionisiaco, anche se recessivo, costituisce il fondamento emozionale di questa operazione di rimozione. La ricerca di bellezza e armonia nella pittura di Marica Fasoli e il suo strenuo ancorarsi all’ipotesi di un cosmo strutturalmente ordinato e perfetto rispondono a un’intima, forse inconfessabile, necessità di arginare il caos. Un caos che l’artista presagisce già agli esordi della sua indagine sugli origami, quando legge della tragica vicenda di Sadako Sasaki. La storia racconta di una bambina giapponese esposta alle radiazioni nucleari di Hiroshima che all’età di undici anni si ammalò di leucemia. Per sconfiggere la morte, con atto scaramantico, Sadako decise di piegare mille origami in forma di gru. Nella cultura giapponese la gru è un animale simbolo d’immortalità. Purtroppo, la bambina riuscì a realizzarne solo una parte, prima che la malattia la consumasse del tutto. A finire il lavoro furono i suoi amici, che raccolsero i fondi per erigere una statua in suo onore nel Parco della Pace di Hiroshima, un monumento visitato ogni anno da migliaia di persone.

Congedo

L’analisi delle ricerche diametralmente opposte di Silvia Argiolas e Marica Fasoli dimostra che apollineo e dionisiaco, le due categorie introdotte da Nietzsche per spiegare la nascita della tragedia attica, attraversano, come una sottile filigrana, tutte le forme d’arte. Tutta l’arte, infatti, è infusa di questi elementi differentemente miscelati in un’infinita gamma di combinazioni. Per il grande filosofo tedesco l’arte è un’attività metafisica perché la natura umana può liberarsi solo attraverso questi due strumenti, queste due divinità, Dioniso e Apollo, il cui accoppiamento fa esplodere un’intuizione e scatenare perfino la fantasia più mediocre. Laddove c’è l’arte e la comprensione di questi due doni che erompono dal cuore stesso della natura, “Allora c’è una salvezza”, afferma Giorgio Colli, “allora il mondo che ci circonda, con il suo cielo plumbeo e le sue ore digrignanti, è soltanto un incubo, e la vita vera è il sogno, è l’ebrezza!”[9]


Note

[1]Friedrich Nietzsche, Tentativo di autocritica, in Nascita della Tragedia, Adelphi, Milano, 1977, p.3.
[2]Friedrich Nietzsche, Nascita della Tragedia, Adelphi, Milano, 1977, p.21.
[3]Tentativo di autocritica, p.4.
[4]Nascita della Tragedia, p.27.
[5]Juan Rodolfo Wilcock, Poesia, Adelphi, Milano, 1996.
[6]Michel Houellebecq, Il senso della lotta, Bompiani, Milano, 2000.
[7]Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale. Al di là del principio di piacere, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
[8]Margherita Artoni, Tauba Auerbach. Oltre la terza dimensione, in “Flash Art”, dicembre 2011- gennaio 2012, Giancarlo Politi Editore, Milano, p. 60.
[9]Giorgio Colli, Nota introduttiva, in Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 1977, p. XII.


Info:

Tragödie. Silvia Argiolas / Marica Fasoli
a cura di Ivan Quaroni
Casa Testori
Largo Angelo Testori, 13, 20026 Novate Milanese MI
tel. 02.36586877 | info@casatestori.it

Ufficio Stampa
MGV Communication
Maria Grazia Vernuccio
tel: +39 3351282864
mariagrazia.vernuccio@mgvcommunication.it

 

Vanni Cuoghi. The Eye of the Storm

26 Mag

di Ivan Quaroni

 

“Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.”
(Camillo Sbarbaro, Io che come un sonnambulo cammino, 1914)

Monolocale 88 ,(Typhoon 14), anno 2019, tecnica mista, cm 35x50

Monolocale 88 ,(Typhoon 14), 2019, tecnica mista, cm 35×50

La ricerca attuale di Vanni Cuoghi è il prodotto di un lungo percorso di affinamento tecnico e linguistico consistente nella costruzione di una grammatica visiva basata sulla commistione di diverse pratiche, dalla pittura al collage, dal disegno alla scenografia, dall’installazione al paper cutting, cioè quell’arte di intagliare forme e figure nella carta che nasce anticamente in Cina e che i giapponesi chiamano kirigami. Proprio questa tecnica, in Europa conosciuta con nomi diversi – scherenschnittin Germania, Knippenin Olanda, silhouettein Francia e Inghilterraepsaligrafia in Italia– ha consentito all’artista di dare alla sua pittura un’estensione tridimensionale, in larga parte derivata dai suoi studi accademici nel campo della scenografia e dai suoi esordi professionali come decoratore.

Dal 2015 l’artista ha iniziato a creare una serie opere intitolate Monolocali, scatole rettangolari di vario formato che riproducono lo spazio convenzionale di una stanza entro cui si muovono i protagonisti delle sue narrazioni pittoriche. I primi Monolocali, contrassegnati da numeri progressivi, contenevano evidenti riferimenti biografici, tracce delle sue esperienze giovanili che, a distanza di anni, ritornavano sotto forma di frammenti di memorie legate ai luoghi in cui aveva vissuto.

Genovese di nascita e milanese d’adozione, Cuoghi ha trascorso gli anni da studente all’Accademia di Brera abitando in piccoli appartamenti della periferia urbana. La dimensione del “monolocale” è diventata per lui la metafora di una condizione esistenziale. Gli ambienti ristretti, i compromessi della convivenza e le inevitabili economie di una vita da studente, libera ma pur sempre vincolante, hanno acuito la sua percezione dell’unità abitativa come spazio autonomo e funzionale.

Molti anni dopo, il ricordo di quel vissuto si è tradotto nella costruzione di un modello espressivo e compositivo. La stanza si è trasformata, per così dire, in una scatola prospettica, una sorta di palcoscenico miniaturizzato, capace di ospitare i racconti pittorici dell’artista, secondo le convenzionali unità aristoteliche di tempo, luogo, azione.

La struttura dei Monolocali di Vanni Cuoghi è simile a quella dei plastici e delle maquetteche appassionano gli scenografi e i modellisti, ma la pittura ha qui un ruolo primario perché personaggi, oggetti, complementi d’arredo, carte da parati, piastrelle, decori di ogni tipo, tutti rigorosamente bidimensionali, sono dipinti con l’acribia di un amanuense. Essi rappresentano, in buona sostanza, una variante condensata e concentrata della cosiddetta expanded painting, affrancata dal recinto perimetrale del dipinto da cavalletto.

Con i Monolocali, infatti, la pittura di Cuoghi assume una dimensione oggettuale, concreta, che invita lo spettatore a indagare l’immagine come se si trattasse di una creazione plastica in cui realtà e illusione si fondono senza soluzione di continuità.  Il modello è quello dei diorami, che ricostruiscono in scala ridotta luoghi e ambientazioni di vario genere, ma il carattere scenografico di tali creazioni è filtrato dalla profonda comprensione del meccanismo inventivo della pittura, che Cuoghi intende, principalmente, come un percorso erratico, costellato di ostacoli, imprevisti, rivelazioni ed errori funzionali che contribuiscono allo sviluppo di un linguaggio basato su una struttura narrativa talvolta illogica e incongrua.

Monolocale 75 ,(Typhoon 1), anno 2019, tecnica mista, cm 35x50

Monolocale 75 ,(Typhoon 1), 2019, tecnica mista, cm 35×50

Per questo, molti dei suoi precedenti Monolocali si presentavano come racconti visivi surreali, in bilico tra realtà e finzione. Perfino quelli recentemente dedicati alle città italiane (Souvenir d’Italie, 2018) e pensati come tappe di un ipotetico Grand Tour, a cavallo tra un glorioso e passato e un presente più prosaico, erano caratterizzati da una vena fantastica, tutta giocata sull’irruzione improvvisa di mostri mitologici e bizzarre creature nel placido contesto della vita quotidiana.

Il meccanismo della sorpresa, il ribaltamento del punto di vista, lo sviluppo imprevisto sono elementi ricorrenti nella grammatica dell’artista, insieme alla capacità di creare atmosfere sospese, dominate da un senso di attesa stupefatta, quasi incantata. Segno, quest’ultimo, di una filiazione diretta da quella tradizione figurativa italiana che, dalle auree geometrie di Paolo Uccello e Piero della Francesca, approda alle silenti sospensioni della Metafisica e alle raggelate raffigurazioni degli artisti di Novecento e del Realismo Magico.

Non è un caso, infatti, che tutti i personaggi dipinti da Cuoghi abbiano gli occhi chiusi, che siano colti, cioè, nel fulmineo istante in cui, serrate le palpebre, interrompono ogni contatto visivo col mondo, per offrirsi alla visione dello spettatore come presenze “mute”, paralizzate in una momentanea epochè cognitiva e sentimentale.

Rinunciando all’espressività degli occhi, da sempre considerati “finestre dell’anima”, l’artista obbliga l’osservatore a concentrarsi sul resto: le anatomie ipertrofiche e innaturalmente allungate dei suoi personaggi; l’apparato scenico, colmo di oggetti minuziosamente dettagliati; le preziose finiture e le qualità testurali dei complementi d’arredo; la natura metafisica dei luoghi, siano essi paesaggi naturali o interni domestici.

Come una fotografia, un fermo-immagine o, se preferite, uno screenshot, i teatrini di Cuoghi catturano il carattere atemporale dell’immagine, consegnando a quel singolo frammento statico il senso intero di una narrazione che può svilupparsi in una gamma infinita di possibilità. Quale sia l’antefatto o il seguito dei suoi postulati visivi lo deciderà lo spettatore, cui l’artista chiede una partecipazione attiva, non solo dal punto di vista interpretativo, ma anche in termini di mobilità fisica. Perché, per osservare i suoi Monolocali, è necessario spostarsi, flettersi, protendersi, insomma adottare diversi punti di vista per avere, così, una visione più completa.

Solitamente, l’incursione del fantastico, del surreale e dell’imprevisto assume un ruolo decisivo nella struttura narrativa dei Monolocali, pur basata su iniziali spunti autobiografici. Nella serie Typhoon, invece, la realtà prende il sopravvento. La memoria di un’esperienza vissuta a Hong Kong nell’estate del 2017, quando la città è colpita dal passaggio del tifone Hato, si traduce in una carrellata d’immagini che formano uno straordinario diario visivo.

Monolocale 87 ,(Typhoon 13), anno 2019, tecnica mista, cm 35x50

Monolocale 87 ,(Typhoon 13), 2019, tecnica mista, cm 35×50

Tutti sanno che la megalopoli cinese è abituata ad affrontare tali fenomeni. Ogni anno, nel periodo tra agosto e novembre, un tifone o un ciclone tropicale passa nelle vicinanze della città. Quando questo accade, le autorità applicano una serie di misure di sicurezza che includono la chiusura dell’aeroporto, delle scuole, dei negozi e la sospensione delle rotte di navigazione, delle attività commerciali e perfino del mercato azionario. Naturalmente, con venti stabili che soffiano a 160 chilometri orari e raffiche che superano i 190 k/h, non si può uscire all’aperto, se non a proprio rischio e pericolo. Un abitante di Hong Kong è abituato a tali evenienze, ma un forestiero di passaggio può assistere a qualcosa di straordinario, a uno di quegli eventi in cui, è il caso di dire, che la realtà supera l’immaginazione.

I Monolocali (Typhoon) raccontano di quell’evento non il momento apicale, l’infuriare dei venti, l’eventuale panico delle persone, il caos apocalittico nelle strade, ma il tempo successivo e l’attimo immediatamente precedente, insomma il dopo e il prima. Esattamente in quest’ordine.

Per la prima volta, Cuoghi non ricorre all’armamentario fantastico, da sempre marchio distintivo della sua indagine artistica, ma si limita – si fa per dire – a trasfigurare memorie, impressioni e osservazioni di quell’esperienza nello spazio modulare delle sue scatole, un rettangolo di 35×50 centimetri in cui comprimere luoghi, circostanze, persone e storie.

La prima stanza della galleria, illuminata da una luce lampeggiante blu che infonde una sensazione di allarme e impregnata di sentori umidi e bagnati trasmessi da diffusori olfattivi, è occupata da lavori che documentano le conseguenze del passaggio del tifone. Sono immagini di serrande divelte e saracinesche schiantate dalla furia dei venti, con le grate metalliche piegate e distorte e i cumuli di macerie in cui si affastellano alberi sradicati, lamiere squarciate, assi scheggiate, brandelli di carta, tessuti strappati e mobili in frantumi. Sono visioni silenziose e spopolate di angoli della città, una versione negativa e caotica dell’immaginario metafisico di De Chirico, in cui la calma, placida luce vespertina delle sue piazze lascia il campo alla plumbea immobilità che subentra alla tregenda. È la quiete dopo la tempesta[1], l’impietosa fotografia di un disastro annunciato, che ci obbliga a guardare il mondo (e la natura) sotto una nuova luce. Non c’è molto altro da fare, se non ricominciare da capo, come fa l’uomo dietro la serranda di Monolocale 88 (Typhoon 14).

Invece, quel che succede prima è più misterioso, se considerato dal punto di vista poetico. Nella seconda stanza della galleria c’è il racconto dell’attimo che precede l’abbattersi del tifone sulla città. Sono visioni d’interno, spazi claustrali e luoghi riparati in cui l’artista immagina si siano ritrovate le persone durante il passaggio del tifone Hato: appartamenti, uffici, sale d’attesa, bar, hall e camere d’albergo, aule di preghiera e perfino gallerie d’arte. Ogni scatola è la ricostruzione di un luogo visitato dall’artista oppure la trascrizione ipotetica di uno spazio possibile. Si riconoscono le stanze e gli ambienti comuni dell’hotel Marriott, dove l’artista ha soggiornato, stracolme di dettagli riconoscibili. C’è l’interno del tempio di Man Mo, il più antico della città, con i fedeli intenti a deporre le offerte votive e i turisti in visita. Ci sono le sale d’attesa dell’aeroporto Chek Lap Kok, con le ampie vetrate che affacciano sulle piste di decollo, sullo sfondo dei grattacieli e delle verdeggianti montagne che circondano la città. Infine, i grandi building con gli uffici e le sale riunioni e gli interni di comuni abitazioni private.

Monolocale 92 ,(Typhoon 18), anno 2019, tecnica mista, cm 35x50

Monolocale 92 ,(Typhoon 18), 2019, tecnica mista, cm 35×50

Cuoghi immagina l’istante esatto in cui, in diversi luoghi della città, il tifone farà la sua comparsa, congelando i suoi personaggi in una sorta di momentanea apnea. Eppure, nel clima d’immobile rarefazione e ipnotica attesa, qualcuno si accorge che l’atmosfera è cambiata, quasi preavvertendo una sinistra presenza. Una fedele nel tempio di Man Mo volge inaspettatamente le spalle all’altare (Monolocale 87). Nella sala riunioni di un grattacielo del distretto degli affari, un uomo al telefono sembra paralizzato, il braccio sospeso a reggere un documento (Monolocale 86). Una donna elegante, seduta al bar di un lussuoso hotel, si volta improvvisamente verso l’ingresso (Monolocale 75). Dall’altra parte della città, una studentessa lascia inavvertitamente cadere una risma di appunti sul pavimento a scacchi del suo salotto (Monolocale 82).

Ogni stanza sembra osservata dall’esterno e la spiegazione più naturale è che si tratti del normale punto di vista dell’artista che, come nell’espediente letterario del “narratore onnisciente”, conosce in anticipo ogni particolare della storia e si fa egli stesso spettatore frontale delle sue creazioni. Oppure, eventualità assai più inquietante, potrebbe essere il punto di vista del tifone, di Hato, impalpabile personificazione della furia naturale, intento a scrutare, con sguardo alieno e indifferente, la debole, indifesa e assai frangibile sostanza di cui è fatto il mondo degli uomini.


NOTE:

[1]È il titolo di una poesia di Giacomo Leopardi, celebre poeta italiano del XIX secolo, esponente del romanticismo. La quiete dopo la tempesta, pubblicata nella raccolta dei Cantinel 1831, narra della calma che segue un violento temporale e della ripresa delle attività, che per il poeta rappresentano solo brevi interruzioni di un’inevitabile sofferenza esistenziale.


INFO:

Vanni Cuoghi – Eye of the Storm
Rossi Martino Gallery- Hong Kong
Fino al 6 settembre 2019

Testo in catalogo: Ivan Quaroni

Sara Forte. Silex

24 Mag

di Ivan Quaroni

 

“ Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo.”
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1885)

SI 79 cm 40 x 70 2018 Olio e acrilico su dischi di silicio applicati su tavola

SI 79,  2018,  Olio e acrilico su dischi di silicio applicati su tavola, cm 40 x 70 cm

L’indagine formale di Sara Forte muove, almeno inizialmente, dal sostrato dell’astrazione lirica del primo Novecento. La sua necessità espressiva si addensava, in origine, intorno alle memorie delle esperienze del Blaue Reiter, agli afflati che caratterizzano le visioni selvagge di Franz Marc, imbrigliate nella perfetta geometria delle curve, e ai primi vagiti aniconici di Wassily Kandinskij, ancora pregni di folclore. Accanto a questi influssi, Sara Forte accoglieva, quasi per via elettiva, anche la lezione analitica delle scomposizioni cubo-futuriste, con il loro corredo di papier collée di visioni simultanee. Già allora si profilava la sua predilezione verso i lemmi geometrici, in particolare il circolo e la sfera, con cui l’artista smussava la ritmica partizione delle superfici percorse da sferzate verticali di colore.

Rispetto agli esiti recenti della sua ricerca, drasticamente ridotta sul piano cromatico, la massa magmatica del colore, “mai scarno […] ed effervescente”[1]- come notava Carlo Franza -, s’incaricava di esprimere tutto il contenuto emotivo e instintuale di quel linguaggio. Emergeva, cioè, un impetusvitale che sarebbe poi stato imbrigliato in una sintassi più apollinea, ripulita di ogni scoria informale.

Col senno di poi, è facile notare che perfino in quelle prime prove, affiorava, di tanto in tanto, un curioso interesse per le forme della comunicazione scritta. I suoi papier collé erano per lo più fogli di giornale, cioè brandelli prelevati dal tessuto informazionale del quotidiano. Il medium, come strumento di trasmissione d’informazioni, iniziava a profilarsi tematicamente. Il contenuto emozionale cedeva lentamente il passo a quello intellettuale, cristallizzandosi, qualche anno più tardi, nella forma ricorrente di un cartiglio avvoltolato, di un rotolo di papiro che alludeva al primo materiale scrittorio dell’antichità, dotato di maggior leggerezza e maneggiabilità rispetto alle anteriori tavolette lapidee e lignee.

Questa figura di cartiglio conico allungato fa da trait d’uniontra i dipinti del primo periodo e le recenti formulazioni della grammatica visiva di Sara Forte. Tra questi due estremi, appare chiaro che qualcosa è mutato. Di certo, c’è stato un cambiamento di prospettiva che ha prodotto un raffreddamento linguistico. Il magma cromatico si è, infatti, progressivamente disciolto in una conformazione più razionale e puntuale. La grana pittorica, prima densa e gestuale, venata dalle sensibili increspature dei collaggi di giornale, è andata distendendosi in colori piatti e linee grafiche, indici di una maggiore attenzione verso la dimensione platonica e archetipica dell’immagine.

Si ha la sensazione che la trasformazione linguistica dell’artista sia stata la conseguenza di un rivolgimento esistenziale, forse di un riordino interiore dal quale è scaturito, inevitabile, un riassetto formale della sua pittura. La modificazione grammaticale si compie tra il 2013 e il 2015, in congiunzione con i suoi primi esperimenti plastici e con l’impiego di nuovi materiali come il vetro e soprattutto il silicio.  La scoperta di nuovi supporti, che è, peraltro, uno dei temi centrali dell’arte del secondo dopoguerra – basti pensare all’alluminio fresato di Getulio Alviani, ai cellotex di Alberto Burri o ai cementi armati di Giuseppe Uncini -, lascia un’impronta indelebile nel vocabolario espressivo di Sara Forte.

SI 74 cm 35 x 60 2018 Olio e acrilico su dischi di silicio applicati su tavola

SI 74, 2018, Olio e acrilico su dischi di silicio applicati su tavola, cm 35 x 60

Dal 2014, l’artista inizia a esplorare la dimensione plastica e scultoria, spesso integrandola con quella pittorica e bidimensionale. Collabora, nfatti, con alcuni dei migliori artigiani veneziani per realizzare di una serie di sculture in vetro di Murano. Usa murrine di vetro in bacchetta, unite in fasci pazientemente plasmati ad alte temperature, per ottenere forme sinuose, del tutto simili a quelle dei suoi papiri dipinti. Qui, però, la sagoma dei suoi cartigli assume le sembianze di una pletora di architetture organiche, di utopiche strutture urbane liberamente ispirate alle Città invisibilidi Italo Calvino. Soprattutto Isaura– la città che sorge sopra un profondo lago sotterraneo e dai cui buchi verticali gli abitanti riescono a tirare su l’acqua in superficie – diventa il prototipo dell’urbe gigliata, della città laminare, la cui morfologia vitrea ricorda la foggia dei germogli di ciperacea.

Alla produzione delle eleganti sculture in vetro, evoluzione delle organiche invenzioni plastiche dell’arte Liberty, si affianca, poi, la scoperta di un materiale nuovo, il silicio, un semiconduttore puro, sorprendentemente coerente con l’interesse dell’artista per il tema della trasmissione del sapere. Scoperto nel 1787 dal chimico, biologo e filosofo francese Lavoisier, il silicio, di colore grigio e lucentezza metallica, è presente in molti materiali magmatici, essenziale per la produzione del vetro e impiegato dall’industria elettronica per la costruzione di transistor, pannelli solari e schede madri di computer.

Sara Forte s’imbatte in questo materiale quasi per caso, visionando i prodotti di scarto di un’azienda produttrice, e ne rimane subito affascinata. Ci metterà quasi un anno a capire come integrare questo misterioso elemento nei suoi lavori, studiandone le proprietà fisiche e vagliandone le possibilità combinatorie con i colori a olio della sua pittura. Alla fine, scoprirà che la forma circolare dei dischi di silicio non solo s’inquadra perfettamente nella nuova struttura geometrica che i suoi dipinti vanno assumendo, sempre più affine al linguaggio “costruttivista”, ma aggiungerà anche una dimensione plastica e spaziale alle sue visioni auree.

Sfruttando la densità, lo spessore e la consistenza dei nuovi supporti in silicio, Sara Forte può ora articolare le sue composizioni pittoriche su differenti superfici, permettendo a forme e colori di disporsi su più piani, mantenendo, al contempo, la visione unitaria dell’immagine.

I dipinti e le sculture recenti dell’artista, in cui riecheggiano memorie delle invenzioni grafiche di Aleksandr Rodčenko e delle soluzioni plastiche di Vladimir Tatlin, riflettono una maggiore chiarezza d’intenti. La geometria, attraverso una partitura d’innesti tra cerchi, semicerchi, triangoli e trapezi irregolari, conferisce ai suoi lavori un rigore e una pulizia formale inediti.

Perfino Salvador Dalì, nei Cinquanta segreti magici per dipingere, consigliava al giovane apprendista di usare la geometria come guida alla composizione delle opere. “So che i pittori più o meno romantici”, scriveva il pittore catalano, “sostengono che queste impalcature matematiche uccidono l’ispirazione dell’artista, dandogli troppo su cui pensare e riflettere. Non esitare un attimo a rispondere loro prontamente che, al contrario, è proprio per non aver da pensare e rifletter su certe cose che tu le usi”.[2]

SI 32 Olio, acrilico su disco di silicio e plexiglas applicato su tavola Cm 40 x 40 2016 Oil, acrylic on silicon disk and plexiglas applied on wood inch 15,74 x 15,74

SI 32, 2016 , Olio, acrilico su disco di silicio e plexiglas applicato su tavola, 40 x 40 Cm

Per Sara Forte la tessitura geometrica è un punto d’approdo, l’esito di un percorso che riconosce nelle forme archetipiche la struttura fondamentale della realtà, oltre la cortina illusoria dei fenomeni. Unica concessione al mondo delle forme imperfette, quelle poste al di qua del proverbialeVelo di Maya (Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione), è la persistenza del rotolo di papiro, epitome del progresso umano e della sua propensione alla trasmissione delle informazioni. Un simbolo, quest’ultimo, che riecheggia, amplificato, nella presenza del silicio, elemento base per la produzione dei computer e, dunque, esso stesso simbolo delle forme tecnologicamente più avanzate di comunicazione.

Curiosamente, il termine silicio deriva dal latino silex, che indica la selce, una pietra sedimentaria che ha ricoperto un ruolo fondamentale nello sviluppo della civiltà umana.

Formata per accumulo di silice, un composto del silicio, la selce è stata, infatti, usata come pietra focaia e impiegata per la produzione di oggetti fin dalla preistoria. In un certo senso, si può quindi affermare che l’arte di Sara Forte riassume e compendia la parabola ascensionale del nostro progresso civile e tecnologico – dagli utensili primitivi (selce) alla rivoluzione nel campo della scrittura (papiro), dall’invenzione della stampa (i collage di giornali) ai moderni strumenti di comunicazione digitale (silicio) – attraverso le evoluzioni di un lessico visivo articolato intorno all’uso di figure esatte, le stesse che si ritrovano nell’arte di Kandinskij, Mondrian, Malevič, e Albers.

 

Il matematico e saggista Piergiorgio Odifreddi sostiene che “come il cervello è diviso in due emisferi lateralizzati, uno dei quali (il sinistro) si esprime in maniera logica e razionale, mentre l’altro (il destro) privilegia l’espressione alogica e istintiva, così l’intera storia dell’arte è riconducibile a due grandi correnti contrapposte e complementari, che possiamo convenzionalmente chiamare razionalista e romantica”.[3]Eppure, questa rigida contrapposizione non si applica al caso di Sara Forte. È vero, piuttosto, che nella sua arte l’espressione razionale si sviluppa a partire da quella istintiva degli esordi e che il linguaggio geometrico nasce dalla raffinazione di quello inizialmente espressionista e gestuale, esattamente come il silicio è l’evoluzione tecnologica del papiro sulla scala degli strumenti usati per la divulgazione del sapere. Quella di Sara Forte è una ricerca evolutiva, un’indagine che ha i tratti di un processo di distillazione alchemica, insomma, di un percorso di progressiva purificazione formale che corrisponde all’intrinseco bisogno umano di rettificare la materia greve dell’esistenza in quella più rarefatta dello spirito. Dal basso verso l’alto, dal piombo all’oro.


Note

[1]Carlo Franza, Sulla pittura neofuturista di Sara Forte, in Sara Forte. Forma e colore, catalogo della mostra a Palazzo del Collegio Raffaello, Urbino, 2010, p. 6.

[2]Salvador Dalì, Cinquanta segreti magici per dipingere, Carte d’artisti, Abscondita, Milano, 2004.

[3]Piergiorgio Odifreddi, Le tre invidie del matematico, in Bruno D’Amore, Matematica, stupore e poesia, Giunti Editore, Firenze, 2009, p. 82.


SaraForte_Silex_Invito

 

Giovanni Maranghi: ordine e caos. (Per una nuova cosmesi universale)

2 Apr

di Ivan Quaroni

 

“Piena di te è la curva del silenzio…”
(Pablo Neruda, Il grande oceano, da Canto general, 1950)

 

fiore latino - kristal cm 120x100

La ricerca di Giovanni Maranghi esemplifica tutti gli elementi costituitivi della grammatica pittorica, dal disegno al colore, dal supporto ai materiali, senza tralasciare alcun aspetto di una prassi che, nel suo caso, percorre il duplice binario dell’indagine squisitamente formale e, al contempo, della continuazione di una tradizione figurativa che affonda le radici nella potenza icastica e narrativa delle immagini. Se si volesse fare un’analisi dettagliata del suo vocabolario pittorico, bisognerebbe cominciare con la constatazione del ruolo fondante della pratica disegnativa. Il disegno, considerato a ragione lo strumento più prossimo al pensiero e dunque alla sorgente delle idee, è, infatti, per Maranghi una pratica consueta, un esercizio quasi diaristico attraverso cui annotare eventi, situazioni, intuizioni e spunti progettuali che, insieme, formano una sorta d’immaginifico archivio del suo vissuto quotidiano.

Questo è, diciamo così, l’aspetto più prosaico di tale attività, la necessaria palestra del pensiero visivo dell’artista fiorentino. Tuttavia, il disegno costituisce soprattutto la struttura portante delle sue opere, l’impalcatura che sorregge l’impianto stesso delle immagini, permettendo al colore e ai particolari materiali di supporto utilizzati dall’artista di sprigionare tutto il loro potenziale espressivo. Quello di Maranghi è un disegno sintetico, quasi inciso, che abolisce il tratteggio chiaroscurale delle volumetrie per affidare alla linea di contorno, allo stesso tempo morbida e precisa, il compito di scandire le figure con un ductussinuoso e serpeggiante, che molto deve alla tradizione barocca e liberty.

Su questo scheletro lineare, l’artista costruisce una partitura cromatica complessa, dominata da un registro di toni vividi e brillanti stesi su tela, tavola o pvc con una tecnica articolata, che include l’encausto, la serigrafia, l’incisione e la stampa digitale. Ed è, forse, per tale ragione che la dimensione del colore nella pittura di Maranghi assume una pletora di declinazioni stilistiche, che spaziano dall’approccio gestuale dell’Informale a quello lirico e astratto della color field painting, dall’irruenza drammatica dell’Espressionismo alla flatness della Pop art, arrivando a includere perfino tracce delle esatte partizioni ortogonali del De Stijl e dell’arte Neo Geo. Sembra quasi che l’artista metta in pratica il dettato postmoderno del repechagecon la stessa noncuranza per le gerarchie stilistiche che aveva caratterizzato i pittori della Transavanguardia. Con la differenza, però, che rispetto alla compagine guidata da Bonito Oliva, il prelievo strumentale dei modi del passato (più o meno recente) in Maranghi procede di pari passo con la tensione sperimentale, riconoscibile tanto nella diversificazione delle tecniche pittoriche, quanto nel curioso impiego di materiali plastici d’origine industriale come, ad esempio, il perspex o il kristall (una pellicola flessibile di pvc).

 

fleur - km cm 35x35

Attraverso disegno, il colore e la qualità testurale di materiali anticonvenzionali, Maranghi dispiega una pittura che difficilmente può dirsi solo figurativa. È vero, infatti, che a dominare il campo dell’immagine sono figure di donne, principalmente sedute in poltrona oppure ritratte in primissimo piano, come icone ironicamente ieratiche, che fissano in poche linee le rotondità di una sensualità piena, ideale estetico contrapposto a quello filiforme proposto dai media. Molto, però, di quel che è raffigurato nei dipinti di Maranghi affiora in controluce, come una filigrana, dallo sfondo, spesso nella forma di una micro-narrazione che è quasi un racconto secondario, insomma una specie di rumore di fondo visivo, come avevo già avuto occasione di spiegare nel catalogo della sua mostra presso la Cà dei Carraresi di Treviso. Ciò non significa che le immagini femminili in primo piano, immediatamente leggibili e facilmente decrittabili, siano meno importanti. Esse rappresentano, senza dubbio, il tema principale dell’indagine iconografica di Maranghi, tutta improntata – per rubare un fortunato neologismo al compianto Alessandro Mendini – a un’idea di cosmesi universaleche riguarda marginalmente la definizione di un’ideale di donna florida e prosperosa, con fianchi e cosce plasticamente tornite, e più profondamente l’accettazione della vocazione esornativa della pittura.

La cosmesi universale di Maranghi passa attraverso l’introduzione di elementi esplicitamente decorativi, come le storie arabescate sul fondo che in lontananza ricordano i motivi moreschi, oppure come l’inclusione d’inserti geometrici, talvolta stesi a encausto, che richiamano le partizioni ornamentali di Peter Halley o Sean Scully. Cosmetica è anche la scelta delle sedute su cui posano, seducenti, le sue Sitting Ladies (fra le quali figura spesso la celebre Poltrona Proust di Mendini), come pure l’attenzione che l’artista riserva agli abiti femminili, sovente intessuti di eleganti motivi damascati.

In verità, tutta la superficie delle opere di Maranghi è articolata secondo schemi compositivi ornamentali. Basti osservare lavori come Nuvole unoe Nuvole due, in cui i ritratti femminili sono inquadrati in un perimetro pittorico formato da tessere quadrangolari di diversi colori e dimensioni, oppure alle due brocche gemelle di Piazza Navona e Via vai, istoriate, forse pensando al modello della tradizione vascolare greca, con una pletora di personaggi quasi satirici, che paiono usciti da una pagina dei suoi carnet de dessin. Nei ritratti in primo piano, dominati da una linearità ancora più evidente, alle micro-storie disegnate sul fondo, memoria delle comiche notazioni dell’artista sul piccolo mondo della provincia italiana, si aggiungono i patterndelle carte prestampate (Pink Flamingos), tracce di motivi ornamentali classici (Sintonie riflesse) e macchie casuali, sporcature e annotazioni, integrate nel tessuto materico e gestuale del fondo (Anima di seta). Più minimale è, invece, la struttura delle resine, dove i volti femminili si stagliano su superfici di colore piatto, virato su tonalità fluorescenti, anche grazie all’uso di una linea di contorno pluricromatica, come nel caso di Silver Tatoo.

Eppure…

Afrodite - km cm 35x30

Eppure viene il sospetto che questa idea postmoderna di cosmesi, antitetica a quella espressa dal dettato modernista di Mies van der Rohe (Lessi s more), adombri, piuttosto, il carattere fondamentalmente malinconico (e lirico) dell’armamentario iconografico di Maranghi. Quello, cioè, di una pittura iperdensa, stratificata e stracarica di tracce, segni, memorie del contemporaneo, nelle cui pieghe si nasconde il presentimento, se non addirittura la certezza, dell’assoluta vanità esistenziale. Lo si capisce non solo osservando il carattere iconoclastico delle memorie disegnate in filigrana, di quel “rumore di fondo” affollato di tipi bislacchi e personaggi ipertrofici, che in fondo rispecchiano il pensiero dell’artista sulle miserie di quella variegata umanità, ma anche considerando l’urgenza ornamentale di Maranghi, quella tenace necessità di reintrodurre il decoro nel corpo dell’opera, come ultima reazione alle correnti brutture di questa nostra società liquida. Nei suoi dipinti, infatti, la linea disegnativa sembra affermarsi come un principio ordinatore, un imperativo visivo capace di zittire il clamore pittorico del fondo – quella sorta di babele di lingue e stili che del mondo riflettono l’anima più caotica, e allo stesso tempo un modo per riportare alla luce un ideale di bellezza armonica. Ideale che solo nel volto muliebre può trovare il più alto valore consolatorio.


Info:

Giovanni Maranghi. Piena di te è la curva del silenzio
a cura di Ivan Quaroni
Opening: Sabato 13 aprile 2019
L’Atelier Arte
Vico S. Agostino 24-25
Sasso Barisano, Matera