Archivio | Zero Avantgarde RSS feed for this section

Giuseppe Uncini. L’artista come homo faber

10 Dic

di Ivan Quaroni

Ripensare oggi, con un minimo di distanza critica, la traiettoria evolutiva dell’opera di Giuseppe Uncini significa, inevitabilmente, rilevarne l’impressionante coerenza formale e l’estrema compattezza concettuale. La sua ricerca è stata, attraverso ogni ciclo di lavori, passaggio dopo passaggio, dagli esordi in ambito informale fino alle ultime Architetture e agli Artifici, una storia di progressive intuizioni, di felici precisazioni, di ardue insistenze intorno a un tema, a una pratica, a un modo di intendere la questione della forma, che non lascia spazio a dubbi circa la qualità e l’unicità della sua visione. Non solo Giuseppe Uncini ha prodotto molto, ma ha anche progettato e scritto, senza mai risparmiarsi, intorno alle ragioni del suo fare. Un fare che egli intendeva già come parte integrante del senso ultimo dei suoi lavori e come nucleo solido di un processo costruttivo che era, esso stesso, oggetto concreto della sua indagine.

Mi preme puntualizzare”, scriveva l’artista nel 1972, “che per me la scelta dei materiali costituisce già parte dell’idea: e i materiali (il ferro, il mattone, il cemento) m’impongono l’uso di certe tecniche rigorosamente proprie”.[1] C’è una parola, “costruire” che ricorre ossessivamente in tutta la storiografia critica sull’opera di Giuseppe Uncini, un termine che descrive precisamente l’adozione di una pratica che appartiene all’edilizia e all’architettura contemporanea, ma che egli piega alle proprie esigenze espressive, privandola dell’aspetto prettamente funzionale.

Uncini cemento e ferro 64x53x12 ( Architetture n°238 2007 )

Giuseppe Uncini, Architetture n. 238, 2007, cemento e ferro, 64x53x12 cm.

Con il Primo cementarmato del ’58-‘59, Uncini si lascia alle spalle quell’approccio alla materia che rientrava ancora nell’ambito allegorico e metaforico della rappresentazione. Nella serie delle Terre, che occupa l’artista dal 1953 fino a quel fatidico lavoro, le coordinate concettuali e stilistiche sono quelle tipiche della Pittura Informale, in cui l’uso sperimentale di supporti come la masonite e di colori ottenuti con terre, malte, sabbie, carbone e cemento, corrisponde ancora a un’attitudine a sublimare i materiali in immagini. Il Primo cementarmato, cui perviene dopo il suo definitivo trasferimento a Roma, nello studio di Edgardo Mannucci, appena liberato da Alberto Burri, costituisce una cesura definitiva che ha la fermezza e chiarezza d’intenti di un Manifesto. L’opera, una lastra di cemento percorsa da una rete metallica che fuoriesce oltre il perimetro, non lascia spazio ad alcuna allusione esistenziale: è un oggetto nudo e brutale, privo d’indeterminatezza, come il successivo Cementarmato e lamiera, che accosta i due materiali con un semplice sistema di ganci. Da questo momento in avanti, Uncini va formulando una grammatica costruttiva elementare ma efficacissima, i cui lemmi fondamentali sono la lamiera, il cemento e i tondini di ferro, ma anche i segni delle venature lasciati sulla pasta cementizia dalla formatura in casse di legno. Tutti i Cementarmati, fino al 1963, mostrano un linguaggio scultorio secco, asciutto, disadorno e compatto, che non lascia spazio a equivoci e chiarisce i motivi per cui Uncini sia stato spesso considerato come una sorta di precursore del Minimalismo e dell’Arte Povera. Già all’epoca della sua prima mostra personale romana all’Attico nel 1961, rispetto alle prime prove, i Cementarmati, mostrano un ordine chiaro, con scansioni verticali e orizzontali decise, animate dalle impronte superficiali della formatura e dalle sporgenze periferiche dei tondini di ferro. Come osserva Giovanni Maria Accame, “Uncini è riuscito a separare la costruttività dalla costruzione[2], ossia a scindere il procedimento dell’edificazione, che prevede l’assolvimento di scopi e funzioni precise, dalla primarietà del processo strutturale, cioè dall’atto stesso di costruire. In pratica, Uncini scorpora il cemento dalla sua destinazione finale, lo rende un materiale autonomo, non più vincolato alla presenza di un edificio. Ed è questo un passaggio fondamentale per comprendere tutto ciò che verrà dopo e per assimilare l’idea che sottende l’intera ricerca di Uncini, cioè di rendere evidente e visibile il rapporto tra l’uomo e il mondo attraverso una delle sue attività primordiali, quella del “costruire” con la stessa materia elementare, primaria che l’artista aveva usato nelle Terre pittoriche degli anni Cinquanta.

Ciò che distingue il pensiero di Uncini da quello dei Minimalisti americani, i quali inseguivano la non espressività e la tautologia assoluta dei materiali, è appunto la corrispondenza profonda tra l’oggetto e il processo (e anche il progetto), l’idea che il manufatto e il processo costruttivo siano strettamente correlati. Non è un caso, infatti, che al centro delle sue riflessioni sia un verbo (costruire), piuttosto che un sostantivo, come a rimarcare che l’arte è innanzitutto “un fare”, ossia qualcosa d’intimamente connesso alla natura umana fin dall’alba dei tempi.

In una lettera del 1975 a Maurizio Fagiolo dell’Arco, Uncini ammetteva quanto fosse decisiva la sua “natura di homo faber, di uomo che pensa con le mani[3] e come, da quel Primo Cementarmato, fosse giunto finalmente a “costruire l’oggetto, lasciando a nudo tutti i procedimenti tecnici del suo farsi[4], fino al punto di ottenere non più una forma di rappresentazione, ma un oggetto autosignificante e, quindi, concettualmente autonomo. Soprattutto, Uncini ci teneva ad affermare l’identità tra l’opera e il suo processo di costruzione, in modo che l’osservatore non dovesse più cercare il senso dell’opera fuori da essa, in un qualche riferimento o rimando ad altro, ma dentro l’oggetto stesso, nel modo in cui era stato pensato e costruito.

Per questa ragione, lungo tutto il corso della sua indagine artistica, accanto alle sculture, acquistano rilievo e pregnanza i materiali progettuali dell’artista: gli schizzi, i disegni, le carte in genere, come evidenti espressioni del suo modus pensandi. Anche perché, come nota Bruno Corà, nell’opera di Uncini il disegno accompagna “tutto il suo percorso artistico determinando in maniera considerevole ogni grande partizione linguistica […], sino all’ultima creazione”.[5] Esso è, infatti, parte integrante di ogni processo costruttivo, idea, progetto e pianificazione, che precedono la messa in opera.

Se “il costruire” è il perno centrale dell’indagine di Uncini, il motivo propulsore della sua produzione, le “partizioni linguistiche” cui accenna Corà corrispondono ai diversi cicli che l’artista ha affrontato nel tempo. Cementarmati, Ferrocementi, Strutturespazio, Mattoni, Ombre, Interspazi, Dimore, Spazi di ferro, Muri d’ombra, Architetture e Artifici sono serie che declinano la natura edificatoria del lavoro di Uncini in una pletora di temi e sotto-temi, i quali articolano e precisano quella prima fulminante intuizione in molteplici direzioni. Lo spazio (e la sua percezione) è il motivo più insistente, quello che Uncini non abbandonerà mai, fino a compendiarlo, negli ultimi lavori, nella dimensione più pertinente dell’Architettura.

Uncini cemento e ferro 80x61x11 ( Architetture n° 185 2005 )

Giuseppe Uncini, Architetture n. 185, 2005, cemento e ferro, 80x61x11 cm.

In verità, fin dai Cementarmati, si avverte una particolare attenzione per l’articolazione dei piani e per il bilanciamento di vuoti e pieni, di cavità e aggetti, fino alla creazione del primo Traliccio (1960-61), una scultura che precorre le soluzioni di tanti cicli successivi, dagli Ambienti alle Strutturespazio della fine degli anni Sessanta e dell’inizio dei Settanta, fino agli Spazi di ferro e agli Spazicemento che occupano il passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Qui il tondino di ferro, ancora in dialogo serrato col cemento, comincia ad acquistare una propria autonomia formale, componendosi in griglie geometriche che ripartiscono lo spazio vuoto. È tuttavia negli anni successivi, quelli dal ’62 al ’67, un periodo molto importante sul piano della riflessione e della sperimentazione che coincide con l’esperienza all’interno del Gruppo I, che Uncini comprende appieno le possibilità d’impiego del ferro. Diversamente articolato sulla superficie o nello spazio, il tondino di ferro assume valore di segno (Ferrocementi) o di struttura pura (Ambienti e Strutturespazio). La linearità del tondino, più prossimo alla dimensione disegnativa del progetto, induce l’artista a ragionare sulla struttura e la geometria, che erano già al centro degli interessi del gruppo romano di cui facevano parte, oltre a Uncini, Nato Frasca, Gastone Biggi e Nicola Carrino. Il Gruppo I, sostenuto entusiasticamente da Giulio Carlo Argan, rivendicava la necessità di dare all’arte un ruolo sociale e per questo s’interessava alle ricerche scientifiche coeve e alle sue possibili applicazioni in campo industriale, riprendendo le fila del discorso lasciato in sospeso dal Bauhaus.

Le Strutturespazio di quegli anni, con le quali l’artista partecipa alla XXXIII Biennale di Venezia nel ’66, diventano ambienti percorribili, luoghi di attraversamento che testimoniano l’interesse di Uncini per gli spazi vuoti, appena circoscritti dalle linee ferrose. Alcuni di questi, come ad esempio Sedia con ombra (1967) e Finestra con ombra (1968), avviano la riflessione sugli spazi virtuali occupati dalla proiezione degli oggetti. Col ferro, l’artista fornisce un corpo fisico alle sagome delle ombre, che diventano così oggetti concreti equivalenti a quelli reali.

La percezione della dimensione impalpabile e virtuale dello spazio occuperà anche i cicli degli anni a venire. Tra il 1969 e il 1971 l’interesse di Uncini assume un valore ancora più costruttivo con la serie dei Mattoni, in cui usa la più tradizionale delle tecniche di edificazione per sostanziare in senso plastico e architettonico le ombre gettate da archi, paraste, muri di cinta, colonne, portali e speroni. Il mattone diventa lettera di un alfabeto strutturale che rimanda immediatamente al passato, alla tradizione del Rinascimento marchigiano, di cui l’artista è imbevuto, pur restando nei confini di una sensibilità contemporanea, tutta volta alla disamina del valore intrinseco dell’oggetto. I Mattoni, come già i Cementarmati e gli Ambienti, eseguiti con procedure ingegneristiche e architettoniche, sono liberati dall’originaria funzione d’uso allo scopo di stimolare l’immaginazione e i sensi dell’osservatore, che sarà, così, spinto a riflettere sulla coesistenza tra una spazialità visibile e una spazialità invisibile. Uncini traduce in materia, sua antica ossessione, anche ciò che i sensi catturano flebilmente o addirittura ignorano. Prima le Ombre (1972-1987), private degli oggetti che le proiettano, poi addirittura gli Interspazi (1978-1988) tra le cose, dove il vuoto viene solidificato, creando tra i volumi nuove figure spaziali. Il lavoro dell’artista si sposta sulla dimensione bidimensionale dell’immagine e sulla sua capacità di evocare lo spazio e la profondità. Nascono, così, le Dimore, un ciclo che occupa quasi per intero gli anni Ottanta (1979-1987) e che introduce il tema della funzione ricostruttrice della memoria. Emilio Tadini le paragona a certi mobili, come cassapanche e armadi, in cui possiamo riporre i nostri oggetti: “È come se queste opere rappresentassero quotidianamente, nell’uso domestico che possiamo farne, in una specie di teatro domestico, il grande atto dell’abitare”.[6] Mentre riflette sul rapporto tra realtà fisica e pensiero, Uncini individua nelle origini storiche ed esistenziali delle dimore gli archetipi dell’abitare, che in ordine di tempo stanno immediatamente dopo l’archetipo del costruire.

Uncini collage su plexiglass 70x100 ( Collage 1973 )

Giuseppe Uncini, Collage, 1973, collage su plexiglass, 70×100 cm.

Sono, queste, sculture che invitano l’occhio a percorrere uno spazio solo suggerito, quasi disegnato, una sorta di mappa mentale fatta di strutture riconoscibili, familiari, che aprono un varco nella sfera percettiva e cognitiva di ognuno. Sarà lo stesso anche nei successivi Muri d’ombra, dove l’illusione prospettica sul piano bidimensionale dimostra come sia facile ingannare l’occhio umano, e negli Spazi di ferro (1987-1992), che approfondiscono intuizioni risalenti al periodo dei Cementarmati, introducendo l’idea dinamica del movimento con reticoli di ferro che invadono lo spazio tra i cementi e saturano il vuoto tra i solidi con una fitta trama di diagonali passanti. Qui si avverte già, in nuce, il passo seguente di Uncini. I solidi generano un campo di forza nello spazio che è riconducibile solo alla loro presenza, al loro ingombro e alla loro massa statica, che trasforma il vuoto circostante in un corpo energeticamente compatto. È quel che accade negli Spaziocemento degli anni Novanta, in cui la forma solida cementizia e lo spazio vuoto sono costretti in un perimetro lineare di ferro e vincolati in un rapporto di forzoso equilibrio. Ma stringente e forzosa è pure la mutualità del cemento e del ferro, sia nei Tralicci che inaugurano il nuovo millennio, sia in certe Maquette e in taluni Muri di cemento, in cui il ruolo riservato ai tondini metallici è di suturare, legare, comprimere e serrare i cementi in una morsa avvincente.

Col senno di poi, si dice in questi casi, tutto il percorso di Uncini appare chiaro e coerente, quasi inevitabilmente consequenziale. Nel marzo del 2007, in una conversazione con Bruno Corà, l’artista conferma tale intuizione: “Quando sento esaurirsi un’esperienza ne accendo una successiva con la convinzione che ciò che metto in moto è soddisfacente allo sviluppo del processo di lavoro precedente”.[7] Nella parabola ascendente del suo percorso, Uncini è riuscito non solo a restare fedele a un’intuizione iniziale, ma anche a cogliere aspetti imprevisti e inimmaginabili agli esordi della sua carriera. Partito dalla materia, dall’evidenza cruda e brutale dell’oggetto, ha scoperto le forze invisibili che la circondano, quelle che inevitabilmente rimandano all’interiorità dell’individuo e alla sua capacità di leggere e interpretare il mondo. Intorno ai cementi, ai mattoni, alle strutture di ferro c’è, infatti, la virtualità sensibile dello spazio, che è poi il vero campo d’azione dell’esperienza. Un’esperienza che Uncini ha compendiato nell’atto di “costruire” e che si è degnamente chiusa con il ciclo delle Architetture, in un finale e definitivo riconoscimento della necessità primaria di edificare non solo l’ambiente, gli oggetti, le cose, ma anche, e forse soprattutto, la conoscenza, la sensibilità e la cultura che rendono l’homo faber artefice (e artista) del proprio destino.
[1]
Giuseppe Uncini, catalogo della mostra Pardi, Spagnulo, Uncini, a cura di R. Sanesi, Palazzo Reale, Milano, 1972.
[2] Giovanni Maria Accame, Giuseppe Uncini. Le origini del fare, Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo, 1990, p.17.
[3] Lettera a M. Fagiolo, catalogo della mostra Didattica, a cura di Umbro Apollonio, Luciano Caramel, Maurizio Fagiolo dell’Arco, Accademia degli Incamminati, Faenza, 1975.
[4] Ivi.
[5] Bruno Corà, Uncini. In principio era il disegno. Disegni 1959-77, Carlo Cambi Editore, Poggibonsi, 2015.
[6] Emilio Tadini, testo per la mostra Giuseppe Uncini. La dimora delle cose, Galleria Rondanini, Roma, 1980, in Bruno Corà, Giuseppe Uncini. Catalogo ragionato, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2008, p. 294.
[7] Bruno Corà, Conversazione inedita con Giuseppe Uncini in occasione delle mostre presso la Galleria Marconi (Millano), la Galleria Christian Stein (Milano) e la Galleria Fumagalli (Bergamo), 2007, in Bruno Corà, Giuseppe Uncini. Catalogo ragionato, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2008, p.384.


Info:

Giuseppe Uncini. L’artista come homo faber
Galleria d’arte L’incontro
Via XXVI Aprile 38, Chiari (Brescia)
info@galleriaincontro.it; tel. 030 712537
Opening: Sabato 12 dicembre 2015
Catalogo con testo di Ivan Quaroni

Turi Simeti. Spazio empatico

17 Nov

di Ivan Quaroni

Un Tondo grigio, acrilico su tela sagomata, 96x96 cm., 1991

Un Tondo grigio, acrilico su tela sagomata, 96×96 cm., 1991

Negli anni Sessanta, Turi Simeti è tra coloro che aderiscono all’idea di ristabilire un “grado zero” della pittura, attraverso la ridefinizione dei principi costitutivi dell’immagine e l’indagine dei meccanismi primari di percezione. Le premesse erano già contenute nel Manifesto Blanco di Lucio Fontana (1946), là dove si affermava che “oggi la conoscenza sperimentale sostituisce la conoscenza immaginativa”. Un’intuizione, d’altronde, che poi si rafforzerà nelle ricerche del Gruppo Zero di Dusseldorf (e in seguito di tutte le altre formazioni europee e italiane), tese, attraverso un uso razionale del segno, a intensificare e stimolare l’esperienza percettiva dell’osservatore.

Tre ovali rossi, acrilico su tela, 100x50 cm, 2010 (dittico)

Tre ovali rossi, acrilico su tela, 100×50 cm, 2010 (dittico)

Non è un caso, infatti, che Turi Simeti partecipi nel 1965 alla fondamentale mostra Zero Avantgarde, organizzata da Lucio Fontana nel suo studio milanese, allo scopo di confrontare e verificare le ricerche di artisti come Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Piero Manzoni, Nanda Vigo, Hans Haacke, Heinz Macke, Otto Piene e molti altri, che operavano in direzione di una ridefinizione del dominio operativo della pittura, ponendo attenzione alle implicazioni ottiche e spaziali che comportava l’azzeramento del concetto tradizionale di “superficie”.

Due ovali bianchi, acrilico su tela, 70x70 cm., 2014

Due ovali bianchi, acrilico su tela, 70×70 cm., 2014

Tuttavia, già allora, il background culturale di Simeti, conteneva un elemento di peculiarità, derivato dalle precedenti sperimentazioni di marca informale. La frequentazione di Alberto Burri negli anni romani, prima del definitivo trasferimento a Milano nel 1966, aveva garantito all’artista siciliano un diverso percorso evolutivo, marcando in maniera originalissima il passaggio dalle prime indagini formali al nuovo zeitgeist “percettivista”.

Proprio questa differenza d’origine, quest’ascendenza gestuale e segnica, spesso rilevata dalla letteratura critica, costituisce un fattore decisivo nelle future evoluzioni del linguaggio pittorico di Simeti, non tanto sul piano formale, quanto, piuttosto, su quello dell’attitudine e delle intenzioni. Infatti, è pur vero che Simeti ha assorbito e filtrato in modo personale l’eliminazione dei fattori emotivi tipici dell’Informale, pervenendo a un modello compositivo rigoroso, il cui scopo finale non è solo quello di interagire con la percezione ottica dell’osservatore, ma forse anche con quella cognitiva, e ben più misteriosa, del subcosciente.

Tre ovali blu, acrilico su tela, 40x40 cm., 2014

Tre ovali blu, acrilico su tela, 40×40 cm., 2014

Il primo apologeta dell’opera di Simeti, Giuseppe Gatt – curatore della mostra personale dell’artista alla Galleria Vismara di Milano nel 1966 – scriveva che nel rigoroso modus operandi dell’artista “è, tuttavia, insito un elemento difficilmente controllabile, preterintenzionale, probabilmente per lo stesso artista, e che affiora soltanto alla fine, quando cioè, insieme alla poetica, si esaminano i risultati e le immagini”.[1] Gatt definiva questo elemento “il quoziente magico”, ossia un quid che si produce nel momento in cui le forme si protendono nello spazio fisico, polarizzando l’attenzione dell’osservatore non solo tramite i sensi, ma anche attraverso una comunicazione assai più sottile e inafferrabile. In altre parole, le opere di Simeti riescono a essere al contempo dispositivi per la sollecitazione di percezioni ottiche e oggetti apotropaici, rituali, da cui irradia un’energia che, pur con qualche cautela, potremmo definire “magica”.

Cinque ovali gialli, acrilico su tela, 60x60 cm., 1988

Cinque ovali gialli, acrilico su tela, 60×60 cm., 1988

In realtà, si avverte negli scritti critici su Simeti una sorta di circospezione nei confronti di quest’argomento, una prudenza che, sovente, si accompagna a un’aleatorietà e indeterminatezza di termini. Dopo Gatt, infatti, nessun altro approfondisce il concetto di “quoziente magico”. La maggior parte dei critici preferisce, comprensibilmente, evidenziare gli aspetti di sintonia tra le opere dell’artista siciliano e le ricerche coeve dei “percettivisti” (in particolare di Castellani e Bonalumi per ciò che concerne la cosiddetta Shaped Canvas e l’utilizzo delle estroflessioni), tralasciando, invece, di indagare la natura suggestiva, e dunque immaginativa, delle sue opere.

Ma procediamo con ordine.

Sei ovali color sabbia, acrilico su tela, 120x100 cm., 2006

Sei ovali color sabbia, acrilico su tela, 120×100 cm., 2006

Nel 1961, Turi Simeti realizzava ancora collage di carta con buste commerciali bruciate agli angoli. Proprio durante quelle sperimentazioni, per ammissione dell’artista “debitrici” delle combustioni di Alberto Burri, appare per la prima volta la forma ovale, che diventerà poi il marchio distintivo della sua opera. La circostanza in cui quella forma, pur carica d’implicazioni simboliche, affiora nei collage, però, dice molto sull’attitudine di Simeti. Infatti, nonostante l’uso reiterato di quella e di altre figure geometriche (come il cerchio e il quadrato), durante tutto il suo percorso artistico, Simeti non sarà mai veramente interessato alla geometria. Piuttosto, gli interesserà il rapporto che queste figure primarie intrattengono con lo spazio e la possibilità d’interazione dei volumi nel perimetro tradizionale del quadro o della scatola e, quindi, il loro, inevitabile, sconfinamento fuori dai margini della tela.

Quattro ovali neri, acrilico su tela, 120x200 cm., 1993

Quattro ovali neri, acrilico su tela, 120×200 cm., 1993

Dopo le esperienze informali del periodo romano, Simeti reagisce, come ricorda Vittorio Fagone, “con una serie di correttivi” [2], che lo inducono a isolare una forma (l’ellisse), al fine di interrompere la continuità delle superfici bidimensionali con una successione di tensioni volumetriche. Dal 1962, l’ovale diventa una sorta di ossessione linguistica, un sintagma ricorrente che evolverà dalle prime forme artigianali (nei collage eseguiti allineando sagome di cartone ritagliato) a quelle più nitide e scandite dei lavori successivi (in cui le sagome di legno sono inserite tra la tela e la tavola per creare una nuova pulsione ritmica e plastica). Parallelamente all’adozione dell’ellisse come segno distintivo della sua pittura, l’artista introduce cromie sempre più uniformi, ormai prive di connotazioni espressionistiche, facendo, così, risaltare gli effetti scaturiti dalla diversa incidenza della luce sull’epidermide dell’opera. Di fatto, dal 1967 in avanti, le estroflessioni entrano stabilmente a far parte del suo linguaggio formale, anche in conseguenza di un serrato confronto con Castellani e Bonalumi, suoi vicini di studio a Sesto San Giovanni.

Otto ovali marroni, acrilico su tela, 120x100 cm., 1990

Otto ovali marroni, acrilico su tela, 120×100 cm., 1990

Inizialmente, Simeti gestisce il rapporto tra spazio e superficie lasciando emergere isolate figure ellittiche, spesso decentrate, a formare impercettibili increspature della tela. Poi, nel tempo, queste sagome ovoidali si moltiplicano, come per un effetto di una mitosi cellulare o di proliferazione organica che le fa sembrare entità vive e pulsanti, invece che archetipi statici.

D’altro canto, l’ellisse può essere considerata una figura di mediazione tra la dimensione iperurania e astratta del cerchio e i suoi molteplici e difformi adattamenti nel mondo fenomenico. Infatti, con le sue innumerevoli varianti, essa appare più affine e adatta alla sensibilità umana.

Come osserva Alberto Fiz in una recente intervista, l’ovale “non è contemplato dall’arte di formazione analitica.”[3] Forse perché non rappresenta un simbolo assoluto, di rigorosa e aurea perfezione, ma piuttosto l’espressione di un dinamismo connaturato alla vita naturale. Un dinamismo che, per inciso, si fa sempre più evidente nella produzione di Turi Simeti, a cominciare dall’uso della tela sagomata, che spezza la linearità perimetrale della tela, suggerendo una più marcata vocazione scultorea. Ne sono prova, soprattutto, i lavori eseguiti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in cui l’artista recupera la forma circolare, estendendola oltre i bordi fino a conquistare l’agognata dimensione oggettuale. È il caso di Un tondo grigio, tela sagomata del 1991, dove una forma circolare monocroma segnata da lievi increspature gestuali, sembra violare la quadrangolare recinzione sottostante in una sorta d’impeto superbamente spazialista.

Sei ovali rossi, acrilico su tela, 60x60 cm., 2001

Sei ovali rossi, acrilico su tela, 60×60 cm., 2001

Eppure, il movimento diventa ben più che una mera suggestione già dopo la seconda metà degli anni Sessanta, quando, abbandonato il meccanismo di reiterazione tipico di lavori come 108 ovali neri (1963), Simeti sgombra definitivamente il campo della tela, fino a disporre, sotto la superficie, un solo elemento o un piccolo gruppo compatto di ellissi. In queste opere, ormai rastremate fino all’osso, il dinamismo appare potenziato grazie al contrasto netto tra l’uniformità cromatica della tela e le protrusioni ellittiche, mentre la percezione del campo spaziale acquista una qualità quasi musicale, che trasforma gli elementi aggettanti in pulsazioni ritmiche e armoniche.

Nondimeno, negli anni Ottanta, Novanta e Duemila, Simeti affina con incredibile acribia questa grammatica musicale, approfondendone il carattere monodico in tutte le molteplici sfumature. Gli elementi ovali si moltiplicano, infatti, per numero e dimensione, così come l’inventario, pressoché infinito, degli effetti luministici e, infine, la palette cromatica, via via più ricca. È sufficiente osservare opere di diversa datazione, come Cinque ovali gialli (1988), Otto ovali marroni (1990) e Sei ovali color sabbia (2006), per comprendere come questo processo di estensione della gamma espressiva proceda costante fino agli anni più recenti.

Sebbene il metodo di Simeti rimanga sempre saldamente ancorato ai dettami dell’arte programmata e dunque, contraddistinto da un severo controllo del procedimento creativo, gli esiti della sua ricerca dimostrano il raggiungimento di una sempre maggiore libertà espressiva, che finisce per essere equidistante, come notava Marco Meneguzzo[4], tanto dalle “iterazioni superficiali di Castellani”, quanto dai “gonfiori turgidi di Bonalumi”.

Tre ovali neri, sculture in PVC, 81x122x12, 1993

Tre ovali neri, sculture in PVC, 81x122x12, 1993

La peculiarità del lavoro di Simeti, consiste nell’aver identificato nell’ellisse (e occasionalmente in altre figure) la forma definitiva di un dialogo ininterrotto con l’osservatore. Un dialogo che non si è mai limitato alla sola stimolazione sensoriale dei meccanismi ottici e cognitivi, ma che, piuttosto, ha saputo penetrare le strutture più profonde dell’individuo, in virtù di un linguaggio formale gravido di segrete assonanze e sottili corrispondenze con il mondo naturale. Ed è, anzitutto, questa capacità di risonanza, questa innata allusività la caratteristica specifica che ha permesso a Simeti di creare uno spazio empatico, un luogo dove l’inferenza tra opera e osservatore acquisisce finalmente una nuova, e più lirica, dimensione antropica.

Info:

Turi Simeti. Spazio empatico
Sabato 13 dicembre 2014
Galleria L’Incontro
via XXVI Aprile, 38 – 25032 CHIARI (BS) – Italy
Mobile: +39.333.4755164
Tel.: +39.030.712537
e-mail: info@galleriaincontro.it
Catalogo con testo di Ivan Quaroni

————————————————————————————————————————————————-

[1] Giuseppe Gatt, Simeti tra magia e ragione, in Turi Simeti, catalogo della mostra, Galleria Vismara, Milano, 1966.

[2] Vittorio Fagone, in Turi Simeti, catalogo della mostra, Galleria Il Milione, Milano, 1976.

[3] Alberto Fiz, Elogio dell’ovale, in Turi Simeti Unlimited, catalogo della mostra, Luca Tommasi Arte Contemporanea, Milano, 2014.

[4] Marco Meneguzzo, Elogio dell’ombra, in Turi Simeti, catalogo della mostra, La Salernitana, Erice, 1996.