Tag Archives: Antonio Colombo

Zio Ziegler. L’enfant prodige della street art californiana

2 Mag

 

di Ivan Quaroni

 

Zio Ziegler, The Venus of Milan, wall painting, Milano

Zio Ziegler, The Venus of Milan, wall painting, Milano

 

Vederlo dipingere un muro con le bombolette spray è come assistere a una fulminea epifania. Parte da un punto qualsiasi della superficie e riempie con le sue intricate figure tutto lo spazio disponibile, senza seguire un progetto o uno schizzo preparatorio. Zio Ziegler, classe 1988, è il nuovo enfant prodige della street art californiana, capace di eseguire graffiti di grandi dimensioni in tempi da record, come ha fatto in tutta l’area della Baia di San Francisco, dal Mission District a Sycamore street, fino al quartier generale di Facebook a Menlo Park, ma anche a Los Angeles, Puerto Rico, Cuba, New York e Tokyo. A Milano, in una manciata di giorni, è riuscito a realizzare tre grandi murali: uno alla sede della Cinelli, storico marchio di biciclette; uno, lungo ben cinque metri, nel passante ferroviario di Repubblica (una gigantesca Venere tribale); l’ultimo in galleria, a introdurre i lavori della sua prima mostra personale europea. Già, perché Zio Ziegler non è solo un graffitista, ma anche un artista tout court, di quelli che passano intere giornate a dipingere meditando sulle sorti magnifiche e progressive della pittura.

Zio Ziegler, CENA Cypriani ZZ, 2014, mixed media on panel, 61x45,7 cm

Zio Ziegler, CENA Cypriani ZZ, 2014, mixed media on panel, 61×45,7 cm

Il suo studio di Mill Valley, situato in una villa in cima a una collina nei dintorni di Sausalito, è una specie di Buen Retiro dove passa intere giornate a lavorare senza sosta, lontano dalle distrazioni della città. Lui si definisce un orso, ma gira il mondo come un grafomane globetrotter, sempre pronto a marcare il territorio con le sue immaginifiche visioni, un suggestivo mix di arte tribale e avanguardia cubista, stile pop e primitivismo, prepotentemente dominati dall’horror vacui. I suoi wall painting, eseguiti rigorosamente in bianco e nero, rappresentano bizzarre figure ispirate alla mitologia e alla natura, creature ibride disegnate con un tratto incisivo, quasi brutale, ma modellate tramite un’intricata giustapposizione di motivi grafici e ornamentali.

Zio Ziegler, Wall Painting, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano

Zio Ziegler, Wall Painting, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano

L’uso dei pattern è, infatti, un elemento tipico del suo stile pittorico, teso a creare un effetto di straniamento nell’osservatore e un conseguente slittamento dell’attenzione dalla realtà esteriore a quella interiore. Anche se, proprio il gigantismo e l’impatto ottico sono i punti di forza dei suoi graffiti, popolati da impressionanti animali totemici e ieratiche veneri zoomorfe, in cui sembrano convivere i feticci apotropaici delle società primitive e le muse inquiete dell’immaginario simbolista. Il suo scopo è, infatti, rompere il muro d’indifferenza dei passanti e distoglierne i pensieri dalle preoccupazioni quotidiane, riportandoli alla bellezza del presente. Come succede, ad esempio, con l’oblungo murale intitolato The Venus of Milan, che campeggia nel cuore della metropolitana meneghina, come una sorta di selvaggio carpe diem suburbano.

Zio Ziegler, Untitled, 2014, mixed media on canvas, 152x91 cm

Zio Ziegler, Untitled, 2014, mixed media on canvas, 152×91 cm

Quella di Ziegler è una ricerca gioiosa e vitale, ma anche molto concreta. Lui la definisce “un’arte fisica per un mondo digitale”, anche se, paradossalmente, i suoi lavori hanno conquistato i tycoon della Silicon Valley, personaggi come Sean Parker, fondatore di Napster e primo presidente di Facebook, che gli ha commissionato il murale per la sede di Menlo Park, oppure Shervin Pishevar, direttore di Sherpa Ventures, che da lui si è fatto dipingere la sua lussuosa McLaren. Quello che attrae delle opere di Ziegler è l’incontenibile energia, una specie di furia atletica e agonistica, che esplode in mille colori nei dipinti su tela e nei disegni, simili a grandi patchwork postmoderni, in cui confluiscono tutte le sue passioni artistiche e letterarie.

Zio Ziegler, The Chains of Not Choosing, 2014, mixed media on canvas, 152,4x213,4 cm

Zio Ziegler, The Chains of Not Choosing, 2014, mixed media on canvas, 152,4×213,4 cm

Le sue fonti d’ispirazione sono, infatti, variegate ed eclettiche quanto il suo stile e spaziano dal teatro all’arte, passando per il fumetto, l’illustrazione e la cultura folk. Legge David Foster Wallace, Somerset Maugham e Dostoevskij come i fumetti di Robert Crumb e studia l’arte di Rousseau, Picasso e Leger allo stesso modo di quella dei contemporanei Cy Twombly e Thomas Houseago. Insomma, è informato, veloce, onnivoro e, per di più, maledettamente giovane. Tutte qualità che si traducono in uno spregiudicato uso della pittura, in barba alle tradizioni e alle gerarchie stilistiche che invece appesantiscono i suoi colleghi europei. Per Ziegler, che ha studiato filosofia alla Brown University e poi pittura alla Rhode Island School of Design, l’arte non è una faccenda per pochi eletti, ma un linguaggio universale, fruibile da tutti. Forse per questo in passato ha applicato il suo stile su qualunque tipo di oggetto e superficie, dalle carrozzerie di auto di lusso alle rape per skateboard, alle scarpe da ginnastica. Convinto che l’arte debba essere accessibile a persone appartenenti a tutti i ceti sociali, ha fondato Arte Sempre ™, una società con sede in un’ex-serra di Mill Valley, ribattezzata The Greenhouse, che si occupa di commercializzare immagini originali dei suoi lavori, stampati su capi d’abbigliamento, cappelli, felpe e t-shirt.

Zio Ziegler, Abstracted Sensation, 2014, mixed media on canvas, 101,6x76,2 cm

Zio Ziegler, Abstracted Sensation, 2014, mixed media on canvas, 101,6×76,2 cm

Ora, però, giura di aver accantonato i side-project per dedicarsi esclusivamente alla pittura. I nuovi dipinti mostrano, infatti, una maggiore concentrazione e complessità. Prolifico e velocissimo quando si tratta di eseguire wall painting, Ziegler rivela un carattere più meditativo quando dipinge su tela. Per lui la pratica della pittura è una forma d’indagine personale e, insieme, una disciplina spirituale che si esprime nella forma di un percorso erratico nei meandri dell’inconscio individuale e collettivo. La tensione tra natura e artificio, tra istinto e civiltà, è uno dei suoi temi prediletti. Le sue opere non alludono mai a significati precisi, ma sono piuttosto traduzioni visive di suggestioni e stati d’animo spesso derivati dall’osservazione della realtà.

Et in Arte Ego, progetto realizzato appositamente per la galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea, prende spunto dal motto Et in Arcadia Ego, che appare nei titoli di alcuni dipinti di Nicolas Poussin. La frase, idealmente pronunciata dalla Morte sopra un’iscrizione tombale significa “E anche io (sono) in Arcadia”. È un Memento Mori, un ammonimento sul carattere effimero del piacere, che Ziegler trasforma in una nuova sentenza sul ruolo dell’ego nell’arte. Et In Arte Ego è una riflessione sulla morte creativa, ossia su quel coacervo di dubbi e contraddizioni che spesso impediscono agli artisti di realizzare opere oneste, che non obbediscono al gusto e alle mode del tempo. Secondo Ziegler, “i più grandi dipinti non sono stati realizzati sotto la pressione dello zeitgeist, ma provengono dal vuoto della mente”, cioè da una dimensione creativa che trascende le limitazioni dell’ego. Forse è per questo, che la sua opera appare così eclettica e multiforme, quasi fosse il prodotto di una moltitudine di stili e linguaggi diversi, di una memoria collettiva che l’artista recupera e adatta alle esigenze di un Mondo Liquido – come ama definirlo Zygmunt Bauman – sempre più soggetto a processi di smaterializzazione.

Zio Ziegler, Et in Arcadia Ego, 2014, mixed media on canvas, 182,9x243,8 cm

Zio Ziegler, Et in Arcadia Ego, 2014, mixed media on canvas, 182,9×243,8 cm

Nell’arte di Zio Ziegler convivono, infatti, diverse anime. Se in opere come Figure without Expectations, Her Mystery, The Spring Time e Fate’s Intuition prevale un gusto arcaico memore della lezione del Modernismo europeo, in lavori come Et in Arcadia Ego, The Chains of Not Choosing e Portrait of Her si avvertono addirittura echi d’arte bizantina e preziosismi di marca Seccessionista viennese.

Come un surfista del web, abituato a saccheggiare l’immenso serbatoio iconografico di Google, il giovane artista californiano percorre in lungo e in largo tutta la Storia dell’arte in cerca d’ispirazione. Non è un caso che la sua tendenza ad accostare immagini diverse, richiami proprio la logica del cut & paste digitale, tanto evidente nei dipinti Pattern and Movement, When no Man is King Every Men is King, Wood Zigzag Black with Yellow e Portrait Consumed by Pattern. In fin dei conti, malgrado la sua avversione per le mode e la sua sincera ammirazione per i grandi maestri del passato, Ziegler è, più che mai, figlio del suo tempo. Uno dei pochi ad aver capito che combinare il presente col passato è l’unico modo di approdare a un’arte veramente autentica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Olinsky. Declino e caduta dell’Arte Occidentale.

20 Giu

Olinsky è un virus che attraversa la storia dell’arte europea, un’interferenza nella placida sequenza cronologica dei nostri manuali, che contamina il tempio sacro della cultura più alta con l’incursione di un immaginario da bassofondo disneyano. Il virus è una sorta di Mickey Mouse stilizzato. D’altra parte, niente è più virale di un ratto e, ancor di più, di un ratto che ha perseguitato la fantasia dei bambini di tutto il mondo. Il topo più odioso e pervasivo della storia dei cartoni animati diventa, nelle mani di questo tardo epigono del Novecento, un micidiale strumento di revisione.

Piccola notte comunista

Olinsky, Piccola notte comunista

Olinsky, nome de plume che obnubila le torride chimere di Paolo Sandano, è un oscuro pittore dello scorso secolo, un colto e schivo bohemien, originario della Slavonia Occidentale, che ha percorso in lungo e in largo il Vecchio Continente, alla ricerca di un’improbabile illuminazione artistica e religiosa. Uno spiraglio di luce arriva da Oltreoceano. Olinsky scopre Walt Disney, che considera il più grande artista del XX secolo. Varie vicissitudini lo spingono ad abbandonare gli Stati Uniti, non ultima l’accusa di essere un fiancheggiatore dei comunisti. Tornato in Europa, complice lo studio della Teoria dei colori di Goethe, elabora una personale sintesi di Vedutismo veneziano, Arcadia e immaginario disneyano, cui non saranno indifferenti le influenze delle Avanguardie russe e della Metafisica italiana.

Don Giovanni

Olinsky, Don Giovanni

La sua intera vita sarà costellata da un continuo nomadismo tra il Vecchio e il Nuovo Mondo e da una serie di incontri con artisti straordinari del calibro di Andy Wahrol, Roy Lichtenstein e Robert Indiana. Tuttavia è a Chicago che incontra l’uomo che gli cambierà la vita. Si tratta di Henri Darger, un artista outsider che sbarca il lunario lavorando come inserviente in un Istituto di Igiene Mentale. Mentre Darger conclude febbrilmente il suo capolavoro, un manoscritto illustrato di 15.000 pagine intitolato The Realms of Unreal, Olinsky ne cura la redazione definitiva in vista di una prima pubblicazione editoriale, che purtroppo non vedrà mai la luce. Il progetto naufraga a causa dei violenti dissidi tra i due. Persuaso definitivamente della pazzia di Darger, Olinsky si trasferisce definitivamente nella capitale meneghina. Da quel momento in avanti, cancella ogni traccia dei suoi rapporti con Darger e non ne farà più parola nei suoi taccuini e nelle successive conversazioni con i critici dell’epoca.

L’altalena si è fermata

Olinsky, L’altalena si è fermata

Ma veniamo all’opera, alla diabolica creazione di quel virus con il quale Olinsky, ormai deluso dalla possibilità di creare un dialogo con l’arte del suo tempo, decide di riscrivere, destrutturandoli, i capisaldi dell’estetica europea. “L’Europa – afferma profeticamente durante un’intervista radiofonica alla BBC – è un malato terminale e sarà presto un cadavere putrefatto”.  La sua diagnosi è impietosa. Accusa gli europei di aver sacrificato l’arte sull’altare di un freddo e sterile concettualismo. Torna al suo antico amore per Disney, esaltando la vitalità barbarica dei cartoni animati e della nascente cultura di massa. Nella sua pittura iconoclasta, dissemina paesaggi arcadici e scorci metafisici di una pletora di topi gaudenti. Non risparmia nemmeno l’iconografia delle avanguardie cubo-futuriste e neoplastiche.

Il_sogno_di_DePero

Olinsky, Il sogno di Depero

Il topo, come in Maus, futuro capolavoro di Art Spiegelman, diventa per Olinsky metafora di un’umanità degradata, simbolo dolente di una condizione di marginalità, ma anche figura dell’inconscio collettivo che sovverte la rigida struttura piramidale della società, liberando definitivamente le energie ctonie della sessualità e dell’immaginazione.

Sanpellegrino

Olinsky, Sanpellegrino

Gary Baseman e l’allegoria della commedia umana

21 Mag

di Ivan Quaroni

Vicious
You hit me with a flower
You do it every hour
Oh, baby you’re so vicious

(Lou Reed)

Gary Baseman non ama le etichette, nemmeno quelle fortunate come Lowbrow Art o Pop Surrealism, che in fondo hanno il merito di aver fatto conoscere al grande pubblico il lavoro di una schiera di artisti californiani che hanno dato il via a un movimento internazionale basato sulla contaminazione tra arte, illustrazione, fumetto, graphic e fashion design, skate culture, punk e graffiti. Riferendosi a quella straordinaria galassia di artisti, Baseman ha usato la definizione di “Underground L.A. artists”, che include personaggi come Mark Ryden, Camille Rose Garcia, i Clayton Brothers e Tim Biskup. Insomma, gente che ha infranto in ogni modo le barriere tra arte commerciale e fine arts, compiendo incursioni in ogni ambito della creatività, con l’intento di raggiungere un pubblico molto più vasto di quello tradizionalmente interessato all’arte contemporanea. Non a caso, Baseman ha dichiarato più volte di essere un “artista pervasivo”, in grado di lavorare contemporaneamente su più fronti, dalla pittura all’installazione, dalla performance alla moda, passando anche attraverso la creazione di cartoni animati e videoclip musicali, la produzione di giochi da tavolo e pupazzi in vinile e perfino l’organizzazione di eventi come La Noche de la Fusión, un performing art festival dedicato all’ibridazione dei generi e alla celebrazione del gusto agrodolce dell’esistenza.

G.Baseman-2012-Birth-of-the-Domesticated-acrilico-su-tela-122-x-183-cm

Gary Baseman, Birth of the Domesticated, acrilico su tela, 122X183 cm., 2012. Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea

Artista poliedrico e autore del famoso cartoon della Disney, Teacher’s Pet, vincitore di ben tre Emmy Awards, Gary Baseman è senza dubbio una delle figure di spicco della nuova arte fantastica, influenzata dall’immaginario pop e dalla cultura di massa. La sua carriera inizia tra gli anni Ottanta e Novanta a New York, dove collabora con prestigiose riviste come il New Yorker, il New York Times, il Time e Rolling Stone, collezionando i premi e i riconoscimenti dell’American Illustration e l’Art Directors Club. Tornato in California, Baseman si concentra sulla pittura ed elabora una sua personalissima visione estetica, in cui lo stile dei cartoni animati d’ante-guerra della Disney e della Warner Bros, convive con l’attitudine critica e concettuale dell’arte underground. Il risultato si concretizza nella creazione di un universo fantastico, popolato da bizzarre creature come Toby, Dumb Luck, ChouChou, e Hotchachacha, incarnazioni dei diversi aspetti del carattere dell’artista e, allo stesso tempo, personificazioni archetipiche di sentimenti, emozioni e pulsioni presenti in ogni uomo. Se Toby, il personaggio più famoso di Baseman, è il custode di inconfessabili segreti, una sorta di feticcio della cattiva coscienza dell’artista, Dumb Luck, il sorridente coniglio storpio con la gamba amputata in mano, è l’epitome dell’idiozia. Chouchou è, invece, una creatura che assorbe l’energia femminile negativa e la trasforma in una densa crema bianca che fuoriesce dal suo ombelico, mentre HotChaChaCha è un piccolo demone, che rende gli angeli impuri, privandoli dell’aureola. Ma protagoniste dei dipinti di Baseman sono soprattutto le figure femminili, eroine come Venison, Skeleton Girl, Butterfly Girl, Igneous e Hickey Bat Girl, che con i loro compagni maschili prendono parte all’eterno conflitto tra bene e male, tra gioia e dolore, tra amore e morte.

G.Baseman-2012-Bloody-Smiles-in-Heaven-acrilico-su-tela-91-x-244-cm

Gary Baseman, Bloody Smiles in Heaven, acrilico su tela, 91X244 cm., 2012. Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea

L’opera di Gary Baseman è, infatti, simile al tableau vivant di un sovversivo dramma dadaista o di una commedia degli equivoci dove i personaggi interagiscono tra loro inscenando una folle e tragicomica pantomima della realtà. L’artista parla del suo lavoro come di un luogo in cui s’incontrano genio e stupidità, uno spazio misterioso e inafferrabile, in cui gli opposti convivono. In fondo, La Noche de la Fusión, il festival estivo organizzato da Baseman a Culver City, è una sorta di collettivo rito di accettazione della complessità esistenziale, una glorificazione del lato oscuro e dionisiaco della vita. Elemento che affiora anche nella sua pittura, la quale procede per serie di lavori che ogni volta esplorano temi e argomenti diversi, arricchendo, così, il suo immaginario fantastico con personaggi e situazioni nuove.

Baseman è un artista introspettivo, che traduce temi fondamentali come la bellezza e l’ambiguità dell’esistenza in un linguaggio pittorico semplice e comprensibile. “Il tema pregnante della mia arte” – afferma l’artista – “generalmente ha a che fare con l’amarezza della vita. Il bene e il male mixati insieme. L’amore e la morte. L’estasi e lo smarrimento. La condizione umana. Ma lo faccio in maniera molto giocosa. Molto dolce e un po’ sporcacciona[1]. In modo a volte allusivo e a volte esplicito, il sesso ricopre sempre un ruolo centrale nei dipinti dell’artista. La polarità tra maschile e femminile è, infatti, il motore del racconto, il cuore pulsante della commedia basemaniana, sempre imperniata sulla raffigurazione d’impulsi e istinti primordiali.

G.Baseman-2012-Delirium-Red-acrilico-su-tela-51-x-41-cm

Gary Baseman, Delirium Red, acrilico su tela, 51X41 cm., 2012. Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea.

Vicious  rappresenta, in ordine di tempo, l’ultimo episodio di questa progressiva narrazione. Come altre serie precedenti, essa possiede un proprio mood, determinato dalla tensione quasi elettrica tra i personaggi e da un senso di eccitazione inquieta, che assume le forme di un gioco ambiguo e pericoloso. Quasi sempre, quelle dipinte da Baseman sono immagini inafferrabili, che descrivono situazioni e circostanze enigmatiche, aperte a molteplici interpretazioni. È cosi anche per i nuovi lavori, realizzati su tele, su copertine di liberi antichi e su vecchie tavole anatomiche, ma tutti caratterizzati da toni cupi e crepuscolari, quasi dimentichi della felicità cromatica degli esordi. Qui l’artista affronta per la prima volta il tema della “fame”, impulso primario personificato da una congerie di creature pelose e artigliate, incapaci di contenere i propri appetiti. “In fondo” – spiega l’artista – “esse non cercano altro che amore e affetto, ma la loro fame è tanto grande da trasformarsi in ferocia”.

G.Baseman-2012-Delirium-Gold-acrilico-su-tela-41-x-51-cm

Gary Baseman, Delirium Gold, acrilico su tela, 41X51 cm., 2012. Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea.

Vicious è, appunto, l’istinto che porta l’animale a diventare aggressivo, ma è evidente che l’animale cui Baseman allude è l’uomo, di volta in volta raffigurato da uno dei suoi personaggi feticcio. Se non fosse per l’aspetto sognante, da cartone animato d’antan, la pittura di Gary Baseman potrebbe essere considerata come un’evoluzione junghiana del surrealismo. Con personaggi come Toby, Dumb LuckVenison e, l’ultimo nato, Ahwroo, di fatto l’artista riformula la teoria degli archetipi in una moderna chiave pop. E così, pur muovendo da esperienze e intuizioni personali, finisce per tracciare una specie di storia a puntate dell’inconscio collettivo, un affresco corale della commedia umana, in cui ognuno di noi può riconoscersi. Ed è questa capacità di trascendere la dimensione individuale a rendere l’opera dell’artista californiano una delle più universali e autenticamente “pervasive” del nuovo millennio.

G.Baseman-2012-Arch-of-Aorta-Page-page-471-pastelli-su-carta-25-x-17-cm-480x718

Gary Baseman, Arch of Aorta Page 471, pastelli su carta, 25X17 cm., 2012. Courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea


[1] Daniela Petkovic, Interviewing Gary Baseman, This Is So Contemporary, venerdi 21 novembre 2008, http://tiscoart.blogspot.com/.

Chi ha paura dell’immagine?

6 Mag

di Ivan Quaroni

Rappresentare è il problema specifico dell’arte, è tentativo di tradurre in visione non la realtà, ma una realtà, sia essa il frutto dell’esperienza sensibile o dell’intuizione intellettuale. Da sempre, e in particolar modo nelle forme più originarie come il disegno, la pittura, la scultura, l’oggetto dell’arte non è il soggetto, ma il modo stesso della rappresentazione, che è testimonianza individuale, ma anche traccia e riflesso della cultura del Tempo. Tony Godfrey ha scritto che “la pittura non è solo un modo di vedere, ma anche di costruire il proprio universo, come per i bambini plasmare oggetti e disegnare sono strumenti per comprendere il mondo[1]. Così, attraverso le immagini dell’arte, gli artisti non hanno semplicemente espresso se stessi, ma hanno letteralmente “disegnato” i contorni della realtà in cui viviamo, cogliendo aspetti e particolari che sfuggono ai comuni strumenti di registrazione e documentazione. In quest’epoca di sovrabbondanza iconica, di ridondanza, e talvolta perfino d’invadenza, delle immagini, potremmo legittimamente chiederci quale sia la ragion d’essere dell’arte, in che cosa i suoi tropi e le sue figure divergono dalla produzione immaginifica dell’industria dell’intrattenimento, della pubblicità, perfino della segnaletica. Che bisogno c’è, insomma, di aggiungere a queste immagini quelle prodotte dagli artisti con scopi che, il più delle volte, sfuggono alla comprensione del pubblico? Qualche anno fa, nel volume Vitamin D, Emma Dexter affermava che “disegnare è essere umani[2] perché è la più immediata forma di creazione d’immagini, quella più prossima alla sorgente dei pensieri e delle emozioni. Ancora Godfrey rileva la grande importanza della fisicità dei dipinti e dell’esperienza sensibile (e intellettuale) che ne ricaviamo. L’esperienza dell’arte è il nodo centrale della questione, il motivo che costituisce la sua necessità, perché nell’atto della fruizione da parte del pubblico, come in quello della creazione da parte dell’artista, si affastellano mille domande, mille enigmi. Più l’immagine è elusiva, più il racconto è ambiguo e più stringenti sono le domande attorno ad essi. Così, l’atto d’interrogarsi innesca il processo della conoscenza.

L’opera d’arte è un manufatto magico, un symbolon, che dischiude le porte della percezione oltre i confini abituali e produce uno scambio energetico tra l’artista e l’osservatore. Le immagini, nella fattispecie di figure, sono le serrature e, insieme, le sentinelle delle percezioni non ordinarie. Esse sono se stesse e, allo stesso tempo, sono prefigurazione di qualcos’altro. Una bottiglia per Morandi è davvero solo una bottiglia? Un dipinto di Cezanne con il Mont Sainte Victoire sullo sfondo non è forse qualcosa di più di un semplice paesaggio provenzale? E chi potrebbe affermare che il famoso dipinto di Courbet con l’anatomia in primo piano sia solo un nudo femminile? Le immagini sono simili a codici in cui sono criptati significati multipli. Per questo le arti figurative resistono all’usura del tempo. Se si limitassero a ricalcare la realtà, avrebbero ben poco da comunicarci. D’altronde, come affermava Whistler, “dire al pittore che la natura deve esser presa com’è, è come dire al pianista che può sedersi sul pianoforte”.

“Chi ha paura dell’immagine?” è un titolo forse un po’ provocatorio, un’affermazione in forma di domanda retorica. Una presa di distanza da una certa astenia figurativa, che affligge le frange più concettuali del sistema dell’arte. Frange che, in genere, prediligono forme ed espressioni più compite e, diciamo pure, meno ridondanti. Qui, invece, sono proposti i punti di vista di artisti che, pur diversi per generazione, gusto ed estrazione culturale, si esprimono attraverso linguaggi schiettamente figurativi.

S.T. (Leone III e Carlo Magno fanno visita allo studio del pittore), 2008

Gabriele Arruzzo, S.T. (Leone III e Carlo Magno fanno visita allo studio del pittore), 2008

È una pittura che sorge dalla dimensione progettuale quella di Gabriele Arruzzo, il quale vincola l’esecuzione a un’idea precedentemente formulata, in cui fa convergere immagini e figure già sovraccariche di significati. Procedendo per accostamenti e sovrapposizioni di elementi storicamente e sintatticamente discontinui, Arruzzo assume l’arduo compito di generare, ab antiquo, nuove identità visive. Il suo procedimento, simile alla mise en abîme, trasforma il dipinto in un ipertesto visuale, che raccoglie e rimanda molteplici sollecitazioni, generando episodi che si perdono l’uno nell’altro, senza soluzione di continuità.

Playground love (il lupo) 150x200tecnica mista su tela 2010

Agnese Guido, Playground love (il lupo), 2010

Simultanea, ma in maniera del tutto diversa, è anche la pittura di Agnese Guido, rapida e veloce nel tratto, quanto fulminea ed efficace nell’enunciato. L’artista sospende figure leggiadre ed evanescenti, tracciate con studiata parsimonia, su fondi di tenebre, come se si trattasse di fugaci visioni. E il modo è, infatti, quello enigmatico della manifestazione epifanica, della figura miracolosa e profetica, che squarcia il lugubre velo notturno con sinfonie di bianchi, gialli e rosa, che illuminano episodi sibillini. Sono narrazioni rapide, repentine, tanto veloci a farsi, quanto durature nella memoria eidetica dell’osservatore.

Matteo_Guarnaccia_Reginella_2008[1]

Matteo Guarnaccia, Reginella, 2008

“Maestro di visioni”, è proprio il caso di dirlo, è Matteo Guarnaccia, artista, illustratore, performer e scrittore attivo fin dagli anni Settanta. Guru dell’arte psichedelica e con un pedigree culturale di tutto rispetto (fu autore della rivista eliografica Insekten Sekte, collaboratore della rivista Re Nudo e autore di numerosi titoli per la casa editrice Castelvecchi), Guarnaccia ha prestato i suoi inchiostri al fumetto, alla musica, alla poesia, al teatro, alla poster art, grazie ad uno stile originale, che fonde le immagini in un vitale caos metamorfico. Disegna, infatti, storie magmatiche, animate da figure ibride, colte in un processo di continua trasformazione. Figure che, come i grilli della tradizione medievale, assommano sembianze umane, animali e vegetali, ma dialogano anche con le forze primarie dell’universo, in un reciproco, e amorevole, scambio di fluidi, energie e rivelazioni.

-Elena Rapa,Paesaggio con colibrì,2011,tecnica mista su carta,70x50cm

Elena Rapa, Paesaggio con colibrì, 2011

Multidisciplinare è anche l’attitudine di Elena Rapa, dedita alla pittura, così come al fumetto e all’illustrazione. Dalla contaminazione di questi differenti linguaggi, nasce, infatti, uno stile spurio, di difficile definizione, che ha più di un punto in comune con le ricerche americane di marca lowbrow, pur mantenendo uno specifico carattere italiano. Rapa oscilla tra utopia e distopia e, così, fabbrica visioni in bilico tra fiaba e incubo, talora disegnando paesaggi fantastici, disseminati, per dirla con Baudelaire, “di strani fiori, dischiusi per noi sotto cieli più belli”, talaltra dipingendo personaggi mostruosi e ipertrofici, sullo sfondo di scenari apocalittici.

GIOVANE RETTILIANO CON SCIE CHIMICHE E PIANTINE MONSANTO

Arcidiacono, Giovane rettiliano con scie chimiche e piantine Monsanto

Quanto a scenari apocalittici, incubi e teorie della cospirazione, nessuno è pari ad Arcidiacono, anch’egli con un background d’illustratore, ma oggi prolifico vessillifero di una pop art distopica e contestataria, che registra le ansie e le inquietudini, ma soprattutto le manie e le paranoie della società globalizzata. La dietrologia, nel suo caso, è un modo di essere, una seconda natura. Tanto che, a essere “dietrologico”, non è solo il suo approccio ai temi (spesso desunti dalla letteratura di genere), ma perfino il suo modo di dipingere. La sua è, infatti, una pittura retro-dipinta su differenti lastre di plexiglas e, dunque, una pittura che implica, almeno in fase compositiva, un posizionarsi dell’artista dietro, anziché davanti all’immagine, con tutte le implicazioni tecniche, ma anche simboliche che questo comporta.

40x50 I MIEI PUNTI DEBOLI GIALLI-olio e smalto su legno

Silvia Argiolas, I miei punti deboli gialli, 2011

Introspettiva e autoreferenziale è l’arte di Silvia Argiolas, che tramuta paranoie, ansie e segrete pulsioni in una pittura visionaria ed enigmatica, accordata su toni acidi e registri espressionistici. Mescolando pennellate rapide e gestuali a interventi più dettagliati e descrittivi, l’artista costruisce una geografia astratta, in cui la natura assume le sembianze di paesaggi allucinati. Nel suo universo desolato, insieme disperato e struggente, si muovono spiriti vendicativi e violente incarnazioni, diaboliche personificazioni di sentimenti e impulsi che popolano la dimensione più profonda e antica della psiche umana. Nell’installazione intitolata “I miei punti deboli gialli”, per la prima volta, l’artista immerge le sue figure, inquiete e grifagne, in un’aura aspra e scabra, dai toni quasi lisergici.

30x40 (3)

Giuliano Sale, Senza titolo, 2011

La grande pittura del passato rivive nei modi di Giuliano Sale, che si accosta alle atmosfere dei maestri dell’Ottocento e del Novecento con una sensibilità contemporanea, volta a indagare la dimensione umbratile e crepuscolare dell’uomo. Come già altri artisti contemporanei – da John Currin a Michaël Borremans fino a Lucian Freud – Sale ripercorre i generi del ritratto e del paesaggio, inscenando, con uno stile sicuro e rigoroso, ricco di suggestioni chiaroscurali, racconti bislacchi e raccapriccianti. E così, la percezione dell’attuale stato di deriva morale e spirituale, s’incarna nella perturbata raffigurazione di personaggi sinistri e cupe ambientazioni.

aggredire,difendere,implorare-2001-60x70-olio su tavola-

Giuliano Guatta, Aggredire, difendere, implorare, 2001

Riflette sul valore del segno e sulle potenzialità insite del linguaggio pittorico Giuliano Guatta, artista che rifiuta la narrazione lineare per concentrarsi sull’annotazione di eventi e accadimenti quotidiani, sintetizzati nella raffigurazione simultanea di gesti e movimenti. Per Guatta la pittura (come pure il disegno) è il luogo in cui convergono memorie, cronache, visioni, è strumento per registrare, con precisione sismografica, le esperienze reali, ma anche lo spazio in cui verificare il processo di formazione delle immagini, attraverso quello che lui stesso ha definito “un principio di affermazione-negazione” del racconto.

Sandra Virlinzi,Robot Souls,2010,170x130cm

Sandra Virlinzi, Robot Souls, 2010

Immediato e diretto è l’approccio di Sandra Virlinzi, artista residente a New York che negli anni Novanta ha militato nel gruppo Ultrapop e poi ha esteso la sua azione alla realizzazione di video-animazioni, ceramiche, arazzi, stampe su tessuti e pupazzetti, seguendo l’esempio di quei pop surrealisti americani che, senza sensi di colpa, non disdegnano di dedicarsi alle arti applicate. L’opera intitolata Robot Souls è un saggio del suo stile più recente, più sporco e impreciso rispetto al passato, e quindi meno aderente ai dettami dell’illustrazione pop.

diego-dutto3

Diego Dutto, Tarta

Lo scultore Diego Dutto s’ispira alla grazia affusolata dei bolidi da corsa, eppure il suo stile ha poco a che fare con la subcultura della custom art e delle hot rods. Figlio, piuttosto, dell’estetica post-human teorizzata negli anni Novanta da Jeffrey Deitch, l’artista fabbrica oggetti in cui forme naturali e parti meccaniche si saldano in futuristiche nuove identità. Le sue sculture sembrano, infatti, il prodotto di un design avanguardistico e di una tecnologia aliena, ma i soggetti sono spesso desunti dal mito oppure dall’osservazione del mondo animale o dell’anatomia umana.

Fulvia_Mendini_Farfa

FulviaMendini, Farfa

Un altro genere di metamorfosi è, infine, quella inseguita da Fulvia Mendini, pittrice e scultrice che integra le intuizioni del design postmoderno in un linguaggio visivo semplice e raffinato, colmo di preziosismi e citazioni. Se i suoi ritratti diafani e stilizzati rimandano al pop algido e aristocratico di artisti come Alex Katz e Julian Opie, le sue sculture spesso danno vita a nuove specie di fiori e uccelli. Farfa, opera tributo all’omonimo poeta e pittore futurista sanremese, è, infatti, la sagoma di un uccello fantastico, una sorta di chimera in cui convivono idealmente forme animali e vegetali.


[1] Tony Godfrey, Painting Today, pag. 7, Phaidon Press, Londra, 2010.

[2] Emma Dexter, Vitamin D, pag. 6, Phaidon Press, Londra, 2005.

Assalto al Museo: dal Surreal Pop all’Italian Newbrow

4 Nov

Su RUMORE n. 250 di novembre, una approfondita ricognizione di Vittore Baroni nei meandri dell’Italian Newbrow e del pop surrealismo nostrano, a cavallo tra arte e musica….

All’interno, una guida alla lettura, alla visione e all’ascolto Lowbrow…

ecco l’articolo:

Rumore n. 250_Italian Newbrow