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Arcangelo. A sud del mondo

20 Mag

di Ivan Quaroni

In tibetano la definizione di “essere umano” è a-Go ba,
“Viandante”, “Chi fa migrazioni”.
(Bruce Chatwin)

 

Nel clima di ritorno alla pittura che ha segnato gli anni Ottanta, anticipato un decennio prima dalle indagini degli artisti analitici, la ricerca di Arcangelo si colloca in una dimensione speciale, per certi versi eccentrica. Il nomadismo formale della Transavanguardia, una sorta trasversale ripescaggio nella recente storia dell’arte, corroborato dal recupero del genius loci, appare subito come una pratica distante dall’interesse dell’artista, che piuttosto cerca un contatto più diretto e istintivo con le proprie radici spirituali e culturali. Fin dal primo ciclo di opere pittoriche, realizzate con materiali poveri e organici come terre, carboni e pigmenti puri, appare chiaro che la sua sensibilità è più vicina allo spirito delle ricerche poveriste. Terra mia è una serie che occupa l’artista per diversi anni e che pone le fondamenta del suo lavoro, attraverso l’elaborazione di una sigla gestuale scarnificata, che trasforma il paesaggio in una visione astratta e insieme sanguigna e carnale della natura. La sintonia di Arcangelo con l’Arte Povera è, però, soprattutto attitudinale più che stilistica, perché s’invera nella capacità dell’artista di ricercare quella stessa adesione con la realtà attraverso un ravvicinato “corpo a corpo” con la pittura.

IMG_8717.JPGMentre i poveristi si concentrano sulla dimensione oggettuale, usando materiali scarni ed essenziali, Arcangelo si misura col linguaggio della pittura, gravato da una storia plurisecolare, che egli reinventa prima di tutto sul piano procedurale. La questione per lui non può essere risolta con un semplice ritorno alla pratica artigianale e nemmeno col ricorso a una grammatica di sintesi dei diversi codici della tradizione. Arcangelo tenta di ricostruire il senso stesso della pittura, il valore che essa ha per l’uomo. Valore che, evidentemente, non è riducibile alla mera funzione rappresentativa e tantomeno all’espressione di istanze pulsionali e libidiche, come voleva Achille Bonito Oliva, ma che piuttosto deve identificarsi con la possibilità di rifare il mondo, di ripensarlo ex novo ripartendo dai depositi storici, culturali e spirituali stratificati nella memoria individuale e collettiva.

IMG_8651.JPGIn tal senso, ho definito la pratica della pittura di Arcangelo come un “corpo a corpo” proprio per rimarcare la sua naturale propensione a trovare le ragioni e i motivi del dipingere in una disciplina di scavo interiore (fisico e psicologico), che porta drammaticamente in superficie l’eredità formativa della sua terra d’origine. Il Sannio, una regione storico-geografica coincidente con l’area appenninica compresa tra Abruzzo, Molise, Lucania e Puglia, abitata dal VII secolo a.C. dalle tribù di Pentri, Carracini, Caudini e Irpini, diventa, infatti, l’oggetto di un’ossessiva ricerca sul senso di appartenenza. In Terra mia, il primo ciclo di opere degli anni Ottanta, dominato da atmosfere cupe e drammatiche che recidono ogni legame con gli accesi cromatismi della Transavanguardia, le tracce e le memorie dell’esperienza individuale dell’artista si fondono con quelle della tradizione storica collettiva, formando un amalgama visivo (e proiettivo) del tutto inedito.

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Al centro delle sue visioni c’è l’aspra e selvaggia terra sannita, morfologia primordiale che celebra la potenza terribile delle forze naturali nel buio profondo di antri e caverne, nelle forre spaccate tra i dirupi, nella vasta oscurità dei monti silvani. Non è il paesaggio solare della metafisica, né la placida luminosità del mediterraneo a definire la cosmogonia pittorica di Arcangelo, ma un sentimento di furiosa sacralità, una spiritualità tellurica e pagana, che avvicina la sua sensibilità a quella romantica dello sturm und drang teutonico. Non è un caso, infatti, che a interessarsi del lavoro dell’artista all’inizio siano soprattutto le gallerie d’oltralpe, come la Tanit di Monaco di Baviera, Janine Mautsch di Colonia, Harald Behm di Amburgo, Klaus Lupke di Francoforte e la galleria Buchmann di Basilea.

IMG_8647.JPGLa serie Terra mia, di cui sono esposte alcune grandi tele – tra cui Nei cerchi della Terra…rumori, fuoco e fiamme (1991), un unicum dipinto su lenzuolo rosso -, è la chiave per intendere non solo la vocazione sanguigna e carnale della pittura di Arcangelo, ma anche per capire come il tema del luogo d’origine si sviluppi negli anni successivi fino a trasformarsi in qualcosa di diverso e, in un certo senso, di più universale. Il motivo della Terra, del locus fisico e spirituale in cui si addensano segni e simboli della tradizione ancestrale, tornerà anche nei cicli posteriori, arricchito e amplificato da intuizioni e suggestioni derivanti dall’esplorazione di nuovi orizzonti culturali.

Nello scorcio finale degli anni Ottanta, infatti, il lavoro dell’artista segna un passaggio fondamentale a una concezione più ampia delle radici culturali. Il nuovo ciclo dei Pianeti si sostituisce a quello di Terra mia, sovrascrivendo sulle immagini di quest’ultimo una grammatica visiva più aerea, caratterizzata dall’introduzione di pittogrammi circolari ed ellittici che richiamano le forme delle sfere celesti. La massa ctonia e infera del paesaggio trova ora un contraltare nella proiezione di una cosmologia fluttuante, soffusa di elementi lirici. L’uso di una scrittura frammentaria, elusiva e sospesa si affianca alla tipica impronta segnica della sua pittura, liberando un potenziale evocativo più intellegibile e nondimeno drammatico. Il rigore monocromatico di Terra mia sfocia, così, in una misurata calibrazione di colori, ma la marca stilistica resta riconoscibile, con il suo amalgama di segni, macchie, accumuli di pigmento e screziature della superficie.

IMG_8719.JPGArcangelo dipinge quasi senza mediazione di strumenti, ora stendendo il colore sulla tela con gesti rapidi e precisi della mano, ora imprimendo il pigmento con le dita, come se cercasse la verità della pittura nell’umana e fallibile fisiologia del segno, nell’imperfetta meccanica del corpo, giacimento organico di tutte le memorie e ricettacolo dei più alti misteri. Un cambio più netto rispetto alle prime formulazioni pittoriche avviene negli anni Novanta, in seguito a un viaggio nel Mali in cui l’artista scopre le civiltà tribali del Delta del fiume Niger. Nascono così i cicli pittorici dedicati ai Dogon, caratterizzati da fantasmi di figure falliche e totemiche e allusioni alla cosmogonia delle tradizionali porte dei granai costruite dalla tribù africana. In questa nuova iconografia, l’artista avverte la medesima potenza sacra dei rituali cristiano-pagani della sua terra, cui peraltro dedicherà la successiva serie dei Misteri ispirata al settennale rito penitenziale dei Battenti di Guardia Sanframnondi, considerato uno dei più suggestivi e drammatici eventi processionali della cristianità.

IMG_8654.JPGNonostante l’ampliamento delle iconografie, ciascuna rigidamente inscritta all’interno di un ciclo chiuso di opere, Arcangelo continua a cercare attraverso la pittura un’adesione schietta e totale con i temi trattati. La spiritualità e il mistero delle origini culturali e cultuali dei popoli del mezzogiorno attraversa anche le sue ricerche successive, documentando l’attitudine multiculturale della sua pittura e rilevando in essa quella che Andrea Jahn definisce una “diffidenza nell’atteggiamento fondamentalmente positivistico del pensiero occidentale”.[1] Il nomadismo di Arcangelo, assai diverso da quello effimero e superficiale sdoganato dal postmodernismo, si fonda su un continuo arricchimento del vocabolario pittorico e sulla capacità di vedere, prima nell’immaginazione e poi nella Storia, il demone originario e la sacralità medianica e primordiale dei giacimenti mitici di ogni cultura, dal Mediterraneo all’Africa Nera, dall’antica Persia all’odierno Libano (Beirut). Ma in questo crocevia di traiettorie, d’itinerari sospesi tra la geografia fisica e metafisica, tra il viaggio reale e il pellegrinaggio fantastico, la pittura di Arcangelo torna sempre al luogo d’origine.

IMG_8667.JPGNel 2000, la serie dei Sanniti riporta idealmente l’artista sulle tracce di Terra mia, traducendo l’immaginario domestico in un vocabolario rinnovato di segni e immagini attinti alla pittura imperiale romana e alla severa statuaria dei popoli italici. La gamma cromatica, infatti, si arricchisce e impreziosisce virando verso tonalità calde, mentre la ripartizione spaziale della tela richiama sovente le quadrature dei dipinti parietali della Domus Aurea. Per Arcangelo la pittura, come la Storia, è un cumulo di stratificazioni in cui convivono memorie e tracce antitetiche. Perciò nei suoi dipinti le figure dei guerrieri sanniti si sovrappongono spesso a quelle dei battenti incappucciati, le forme delle montagne si confondono con quelle dei totem fallici tribali e le croci cristiane convivono con le antilopi dei graffiti rupestri sahariani.

IMG_8674.JPGL’espansione alfabetica e lessicale della pittura di Arcangelo è, infatti, la conseguenza dell’interesse dell’artista verso culture “altre”, in particolare per quelle che abitano il sud del mondo. Anche se il sud raccontato dall’artista, quello dei Sanniti e dei Misteri, delle Montagne Sante e dell’ultimo ciclo dedicato agli Irpini, ma anche quello africano dei Dogon e dei Lobì, dei Segou e di Kenya Masai e quello levantino dei Tappeti Persiani e di Beirut, non è solo una coordinata geografica, ma un sentimento e uno stato d’animo. Forse addirittura una condizione esistenziale.

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Info:

Arcangelo. A sud del mondo
A cura di Ivan Quaroni
Opening: giovedi 26 maggio 2016, h. 18.30
Dal 26 Maggio 2016  al 9 settembre 2016
Progettoarte elm
Via Fusetti, 14 - 20143 - Milano – Italy
Tel. +39 02 83390437 Email: info@progettoarte-elm.com

 

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NOTE:

[1] Andrea Jahn, L’incontro con il prorpio “altro”. Note sui mondi “altri” nei quadri e nelle sculture di Arcangelo, in Arcangelo, Galerie der Stadt, Stuttgart, Germania, 1998.

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Dario Goldaniga. Geografie siderali

2 Apr

di Ivan Quaroni

 

Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell’infinito.
(Confucio)

 

Dario Goldaniga, World Map, assemplaggio di colature di bronzo, 220x100 cm, 2016
World Map, assemblaggio di colature di bronzo, 220×100 cm, 2016

 

Tra tutti gli artisti il più terreno è lo scultore, non solo perché plasma materiali che appartengono alla Terra – come la creta, il metallo, la roccia, i diversi minerali -, ma perché, come la Terra, opera con pazienza su una sostanza compatta, resistente, tetragona ai cambiamenti repentini, tanto da modificarsi, allo stato naturale, solo nell’arco d’intere ere geologiche. Non è un caso, infatti, che a Vulcano, dio patrocinatore di scultori e alchimisti, fossero rivolti gli attributi di quietus e mitis, che ne indicavano il carattere pacato e meditativo, plausibilmente allo scopo di scongiurare le sue improvvide esplosioni d’ira. Ad ogni modo, la pazienza, giunta agli scultori dal dio greco, quasi per una sorta di filogenesi professionale, ha condotto Goldaniga sulla via di una ricerca etica, umanistica, ma anche profondamente ecologica, dato che quelli di cui si serve per costruire le sue forme sono spesso materiali di risulta, scarti di produzione, objet trouvé. Come il bricoleur di Claude Levi Strauss, antropologo autore de Il pensiero selvaggio, Goldaniga usa ciò che ha a disposizione, ciò che trova nell’immediato intorno della sua esperienza, per farne l’oggetto di una trasformazione (e di una trasmutazione) che solo riduttivamente possiamo definire “estetica”, ma che, invece, concerne lo sviluppo di una visione più olistica del cosmo e della natura. I suoi lavori precedenti confermano questa intuizione. Erano, infatti, sculture composte con gli scarti della fusione bronzea, frammenti che l’artista salva dalla distruzione, reintroducendoli nel circuito di produzione artistica e validandone il potenziale costruttivo.

Goldaniga presso la Fonderia Artistica De Andreis -Foto di Stefano Sgarella
Goldaniga alla Fonderia Artistica De Andreis -Foto di Stefano Sgarella

Figure umane, di animali, d’insetti, di planisferi e di geografie piane prendevano vita in una dimensione liquida e mercuriale, con forme che si costruivano per progressive fluidificazioni, attraverso coaguli e addensamenti che disegnavano contorni di corpi magmatici. Goldaniga non nascondeva l’origine plasmatica di questi frammenti, ma anzi ne rimarcava la natura casuale, imprecisa, piegandola, in qualche modo, alle necessità produttive. Così, quelle che l’artista creava erano immagini solide ma incompiute, chiaramente leggibili, eppure sufficientemente indeterminate. Le anatomie umane, ad esempio, erano, per lo più, modellate su strutture cave, sostenute da un’esperta trama di saldature che le trasformava in paradossali trappole del vuoto. Godaniga “disegnava” il bronzo, intessendo, quasi, un reticolo mobile, scivolante, di metallo organico. Anche le sue geografie, hanno avuto, fin qui, un carattere all’apparenza instabile, quasi fossero il risultato di una recente, e miniaturizzata, compattazione delle placche tettoniche. L’effetto dell’assemblaggio delle colature di bronzo era, forse, meno visibile nei suoi insetti, saldati in dimensioni minime, ma sempre composti con il medesimo materiale di scarto delle fonderie, in una casistica di esemplari che andava dai ragni agli scorpioni, dai coleotteri agli scarabei stercorari. Proprio gli scarabei, insieme ai mappamondi e alle geografie, costituiscono l’anello di congiunzione, almeno dal punto di vista tematico, tra le sculture precedenti e le opere attuali.

Dario Goldaniga, Mappa Stellare, incisioni su lavagna, 90x120 cm, 2016
Mappa Stellare, incisioni su lavagna, 90×120 cm, 2016

La riflessione di Goldaniga, orientata alla disamina delle forme naturali (uomini, animali, insetti, territori), si sposta, ora, su un piano più vasto, slittando dall’orizzonte terreno a quello celeste. Il fatto che certi tipi di coleotteri dai discutibili gusti alimentari si orientino seguendo la Via Lattea, grazie agli speciali foto ricettori di cui sono dotati i loro occhi (capaci di rilevare lo schema di luce polarizzata che appare intorno al sole), deve aver condotto l’artista a interrogarsi sui rapporti effettivi tra macro e microcosmo. Gli antichi ne erano consapevoli e per questo si dedicavano con acribia allo studio della volta stellata, da cui desumevano significati e simboli utili a interpretare il senso della vita mondana e ultramondana. L’uomo contemporaneo sembra, invece, aver smarrito questo senso d’intima connessione con l’universo. Dai tempi della cosmologia babilonese fino alla moderna spettrografia e alla radioastronomia, la nostra cognizione dell’universo si è evoluta, mentre si è parallelamente ridotta la nostra capacità di orientamento.

Dario Goldaniga, Mappa Stellare, particolare 1, incisioni su lavagna, 90x120 cm, 2016
Mappa Stellare, particolare

Le Mappe stellari di Dario Goldaniga, che rappresentano gli ultimi esiti della sua produzione plastica, rispondono alla necessità di ricostruire un sistema di orientamento simbolico, capace di ricondurre l’uomo alla sua origine naturale. Ma in fondo, i planisferi assemblati con gli scarti di fusione, come pure le recenti geografie su carta, dove l’artista cauterizza la morfologia terrestre col plasma infuocato delle saldature e le faville roventi della levigatura dei metalli, già alludevano a questa possibilità di ritrovare il senso – letterale e allegorico – di una direzione smarrita. Italo Calvino era convinto che, anche se statica, la carta geografica presupponga sempre un’idea narrativa, “essendo concepita in funzione di un itinerario, di un’Odissea”. Anche le lastre di ardesia su cui Goldaniga incide le sue elegantissime psicografie astronomiche raccontano storie. Ipotizzando una nuova geometria dello spazio siderale, l’artista ci obbliga, infatti, a sollevare lo sguardo oltre l’obnubilante cortina degli schermi a cristalli liquidi, per tornare finalmente a reinventare il mondo. Dario Goldaniga sceglie i materiali delle sue sculture per il loro potenziale evocativo, ma anche, come abbiamo detto, perché sono presenti nell’immediato orizzonte della sua esperienza.Essendo anche un insegnante, è logico che per lui le lavagne rappresentino oggetti dal forte contenuto simbolico, depositari di una memoria che ormai sta scomparendo, sostituita da nuovi strumenti tecnologici come le LIM (Lavagne Interattive Multimediali).

Dario Goldaniga, World Paper, Saldature su carta, 100x220 cm, 2016 - Foto di Stefano Sgarella
World Paper, Saldature su carta, 100×220 cm, 2016, Foto Stefano Sgarella

Per anni, nelle nostre scuole, le lavagne di ardesia hanno accolto le tracce di un sapere che si costruiva giorno per giorno, per continue cancellazioni e riscritture, fornendo così una topografia culturale alle generazioni future. Con le Mappe stellari, l’artista traduce la natura transitoria, eternamente rinnovabile, delle informazioni in qualcosa di stabile. Sostituisce le nozioni quotidianamente impartite dagli insegnanti (ma anche i messaggi triviali lasciati dagli studenti nei cambi d’ora e negli intervalli) con una pletora d’immaginifiche planimetrie celesti, in tutto simili, tranne che nella sostanza, alle carte della geografia astronomica. Grazie al gesto di Goldaniga, come nota Pietro Crivellente, “la lavagna torna dunque a ricoprire il suo duplice ruolo di rappresentazione del mondo e di guida alla conoscenza di quest’ultimo: orientamento nel viaggio di prospezione dell’universo”.[1]

Dario Goldaniga, Mappa Stellare, particolare 2, incisioni su lavagna, 90x120 cm, 2016
Mappa Stellare, particolare 2, incisioni su lavagna, 90×120 cm, 2016

Il senso delle geografie umane, terrestri e stellari di Goldaniga risiede proprio in questa idea di viaggio, come ascesa (o discesa) interiore. Le galassie, le costellazioni, i continenti, le nazioni, e poi gli esseri viventi, perfino quelli più piccoli, insomma tutta la strisciante, pulsante e radiante materia dell’universo sono il teatro di quell’Odissea evocata da Calvino, la metafora di un pellegrinaggio spirituale. Allora, non importa se il viaggio si compie giù, nelle viscere ctonie della Terra, dove si fondono la pietra e il metallo, o sulla superficie solcata dalle acque o, piuttosto, in alto, nel silenzio spettrale degli spazi interstellari, purché conduca sempre là dove ogni viaggio incomincia, nella coscienza del viaggiatore. “Finché continuerai a sentire le stelle come qualcosa sopra di te”, scriveva, infatti, Friedrich Nietzsche, “ti mancherà sempre lo sguardo dell’uomo di conoscenza”. Dato che tutti gli elementi chimici si sono formati nelle reazioni nucleari che avvengono nelle esplosioni delle supernove, possiamo dire che noi siamo davvero figli delle stelle. D’altra parte, come rammentava Salvador Dalì, “quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell’universo”.


NOTE

[1] Pietro Crivellente, Viaggio all’origine, in Dario Goldaniga, catalogo stampato in occasione di Artefiera, Bologna, Fabbrica Eos, Milano 2016.


 

DARIO GOLDANIGA - Io sono qui
a cura di Ivan Quaroni
dal 5 aprile al 4 maggio 2016
Inaugurazione: martedì 5 aprile 2016, dalle ore 18.30
FABBRICA EOS
Piazzale A. Baiamonti 2
20154 Milano
Tel. 02.6596532
www.fabbricaeos.it / info@fabbricaeos.it

 

Matteo Negri. Multiplicity

23 Nov

di Ivan Quaroni

“Può essere artista solo colui che
ha una intuizione dell’infinito.”
(Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel)

“L’architettura della matematica è come quella di una città, i cui sobborghi non cessano di crescere…”
(Nicholas Bourbaki)

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Kamigami Box (green), 2015, ferrocromato, legno, specchio, 67x67x60 cm.

La ricerca plastica e pittorica di Matteo Negri non è mai stata connotata da una scelta linguistica definita, né dall’intenzione di operare entro i confini dell’astrazione, escludendo definitivamente ogni approccio figurativo. L’artista, infatti, appartiene a una generazione esteticamente post-ideologica, cui queste categorie devono apparire vecchie e fruste. E, in effetti, nel suo lavoro, suggestioni iconiche e aniconiche s’intrecciano e si alternano senza soluzione di continuità.

Tony Godfrey, autore del fortunato volume Painting Today (Phaidon Press), forse includerebbe il suo lavoro nella definizione di “Astrazione ambigua”. Eppure, si potrebbe, altrettanto legittimamente, parlare di una “Figurazione ambigua”, in cui suggestioni iconografiche, tensioni analitiche e ambizioni concettuali ricoprono un ruolo egualmente fondante.

Quello che intendo dire è che non è possibile dare una lettura esclusivamente formale e linguistica del lavoro di Negri, perché la sua indagine è piuttosto radicata in un modello operativo che assume, di volta in volta, connotati specifici e che si sviluppa in maniera autonoma e adeguata alle esigenze programmatiche e ideative del momento. Questo non significa, ovviamente, che la ricerca di Negri non abbia nel tempo sviluppato una propria grammatica formale, una logica linguistica, per lo più basata su una solida esperienza artigianale, tecnica e progettuale. Basti considerare che gran parte della sua produzione recente, caratterizzata dall’approfondimento di un’intuizione che risale almeno al 2008, include la reinterpretazione del Lego brick, il mattoncino inventato da Ole Kirk Christiansen e divenuto l’emblema dei kit di montaggio per bambini. Con spirito di détournement, insieme ludico e analitico, Negri ha trasformato il celebre lingotto danese in un lemma plastico funzionale, un modulo che gli consente di articolare un’ampia gamma di applicazioni, in una varietà di materiali che vanno dalla plastica al metallo, dalla resina alla ceramica.

I Kamigami box rappresentano l’ultima evoluzione in chiave sperimentale di questo concetto e introducono, rispetto alle formulazioni precedenti, un nuovo schema percettivo, dove il modello compositivo ispirato alle strutture ortogonali di Piet Mondrian è replicato all’infinito attraverso l’inserzione di pareti specchianti. Il lavoro scultoreo è concentrato principalmente sulla pianta quadrata e si sviluppa plasticamente nell’alzato. Lungo i lati della base sono erette quattro pareti lignee di diverse altezze e dalle superfici interne riflettenti. Il Kamigami box diventa quindi un recipiente d’illusioni prospettiche che reiterano il pattern plastico collocato sul fondo del contenitore. L’immagine virtuale, generata dalla riflessione multipla e ridondante degli specchi, suggerisce l’idea di un reticolo urbano colto a volo d’uccello, lo stradario sconfinato di una metropoli costruita da bambini e pensata come una sequenza illimitata di blocchi colorati. La città infinita, smisurata e tentacolare è una delle invenzioni tipiche della fantascienza distopica, ma in questo caso, essa rappresenta più che altro l’epitome visiva dei concetti di “ripetizione” e “differenza”.

Secondo Gilles Deleuze, il modo in cui noi occidentali intendiamo i concetti di ripetizione e differenza, ha finito per cristallizzare la visione dell’essere come rappresentazione. Cioè siamo capaci di cogliere un fenomeno solo attraverso la sua ripetizione in modi e circostanze differenti. Nel concetto di ripetizione differente i due termini sono strettamente correlati e l’uno è assoggettato all’altro. Invece, nelle filosofie orientali, come il Taoismo, il Buddismo o il Confucianesimo, esiste una forza immanente che unifica tutte le manifestazioni del molteplice. Non c’è alcuna antitesi tra il principio unificate e le sue espressioni differenziate. Il Tao, ad esempio, è un principio che unifica il Molteplice. Il problema dell’antitesi, tutta occidentale, tra Uno e Molteplice ha, naturalmente, una ricaduta nell’ambito delle espressioni artistiche. Recuperando, concettualmente, un termine della lingua giapponese (Kamigami) che indica la divinità (o lo spirito) nelle sue accezioni di pluralità, ripetizione, infinitezza, Matteo Negri perviene a un modello di rappresentazione iterativa che ricorda i diagrammi mantraici e mandalici o le geometrie replicative dei frattali. I Kamigami box sono, dunque, un tentativo di sintesi e composizione di un problema percettivo complesso, che sta alla base delle sostanziali difformità tra l’arte orientale e quella occidentale. Essi segnano anche un rinnovato interesse per le sperimentazioni ottiche condotte in Europa negli anni Sessanta e per l’analisi delle dinamiche di fruizione estetica. Oltre a essere oggetti tridimensionali, questi poliedri irregolari, dalle superfici dipinte in colori pastello, sono dispositivi di rifrazione ottica che richiedono la partecipazione attiva e motoria dell’osservatore. La visione delle strutture interne, reiterate ad libitum, infatti, varia secondo la posizione del punto d’osservazione. Una casistica parziale di tali immagini si ritrova nei lavori bidimensionali: stampe di foto scattate con una macchina Polaroid all’interno dei Kamigami box, che poi vengono digitalmente rielaborate attraverso la reduplicazione simmetrica dei soggetti.

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Greenlight, 2015, stampa flatbed su alluminio e tecnica mista, 100x80x6 cm.

Tutte le fotografie sono stampate su supporti di alluminio per riprodurre la qualità luministica delle superfici specchianti dei cubi. Negri, tuttavia, adopera un processo di stampa che esclude il bianco e che, quindi, radicalizza i contrasti cromatici, così da intervenire pittoricamente su ogni foto con colori solitamente usati per dipingere lastre e oggetti di vetro. I colori per vetro, posti a contatto con la lastra metallica, esasperano gli effetti di luce, senza peraltro alterare la struttura dell’immagine, che continua a dare l’impressione di un paesaggio urbano caleidoscopico e moltiplicato che, tuttavia, non ha più nulla dell’atmosfera ludica e infantile riflessa all’interno delle sue scatole.

Paradossalmente, proprio in questo ciclo di opere emerge l’indole occidentale del lavoro di Negri, artista costantemente in dialogo con l’immaginario pop della cultura di massa. Le città immense, debordanti verso un orizzonte irraggiungibile, così simili, nella struttura, agli schemi dei circuiti elettronici, rimandano inevitabilmente alle utopie negative del cinema e della letteratura cyberpunk. I conglomerati metropolitani di Negri, infatti, racchiudono l’infinito in una trama dispotica di linee cartesiane, di geometrie innumeri, eternamente replicanti, che avvolgono, innervandola, la struttura stessa della realtà. La ripetizione infinita e lo spirito plurale possono, allora, assumere due aspetti antitetici, uno positivo, l’altro rovesciato. Il primo, benevolo, si chiama Kamigami, il secondo, senza nome, somiglia terribilmente alla Matrix immaginata dai fratelli Wachowski.

Matteo Negri – Multiplicity
a cura di Ivan Quaroni
ABC-ARTE for Maryling 
piazza Gae Aulenti 1, Milano
Dal 27 Novembre 2015 al 29 Dicembre 2015
Vernissage, mercoledi 2 Dicembre 2015 ore 19.00-23.00
ABC-ARTE
Via XX Settembre 11A,
16121 Genova – Italia
e-mail: info@abc-arte.com
T. +39 010 86.83.884
F. +39 010 86.31.680

by Ivan Quaroni

“Only he who possesses an original view of infinity

can be an artist”
(Karl Wilhelm Fredrich von Schlegel)

“Mathematics is like a big city, whose outlying districts encroach incessantly…”
(Nicholas Bourbaki)

Matteo Negri’s sculptural and pictorial research has never been underlined by a specific choice of language or the intention to work into abstraction, with the consequent exclusion of any figurative approach. This artist belongs to a aesthetically post-ideological generation. These categories appear old and thrashed to him. Indeed, he interchanges and mixes iconic and aniconic sources of inspiration. Tony Godfrey, author of the well-received Painting Today (Phaidon Press), perhaps would include Negri’s work under the “Ambiguous abstraction” definition. On the other hand, I would mention an “Ambiguous Representation”, where iconic references, analytical tensions and conceptual ambitions share the same basic importance.  It is impossible to look at Negri’s work exclusively through formal and linguistic tools. His research is based on an operation model which changes its characteristics every time. It grows and develops independently and easily adapts to the present needings and ideas. This does not mean Negri hasn’t developed his formal artistic language and logic during his career. These are based on solid artisan, practical and planning experience. Most of his recent production, based on his 2008 intuition, includes the re-interpretation of the Lego brick, invented by Ole Kirk Christiansen and symbol of the assembly-kit for kids. Animated by detournement spirit and supported by an analytical vision, Negri transformed the famous Danish brick into a functional plastic lemma. This module allows him to build a wide selection of combinations, using many different textures such as plastic, metal, resin and ceramic.

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Kamigami Box (Yellow), 2015, ferrocromato, legno, specchio, 88x88x115 cm.

The Kamigami box represent the newest experimental evolution of this concept. Differently from the past, a new perceptive scheme is introduced here. The model, inspired by Piet Mondran’s orthogonal structures, is repeated an infinity of times, thanks to the use of mirroring walls. The sculptural work is focused on the squared structure and is mainly developed through elevation. Along the sides at the base, there are four wooden walls of different heights which reflect the internal surfaces. The Kamigami box becomes the container of perspective illusions replayed by the plastic pattern on its bottom. This virtual image, created by the multiple and overloaded reflection, suggests the idea of an urban street-web seen as from a bird’s point-of-view, endless streets cross over the metropolis built by kids and conceived as an infinite sequence of coloured blocks. This limitless, vast and tentacular city is a typical invention from dystopic science fiction. It symbolizes here the visual paradigm of the concept of “repetition” and “difference”.

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Kamigami Box (Rose), 2014, ferrocromato, legno, specchio, 96x96x86 cm.

By Gilles Deleuze, the way Western people used to think of the concepts of repetition and difference has cristallized the vision of existence as representation. We are able to catch a phenomenon only through its repetition in different ways and contexts. In the concept of different repetition , these two words are strictly connected and depend on each other. Instead, Eastern philosophies like Taoism, Buddhism, Confucianism include an immanent force which unites every manifestation of the multiplicity. There is no antithesis between the unifying principle and its different expressions. Tao, for instance, is a principle unifying the Multiplicity. The Western problem of anthitesis between One and Multiplicity shows its repercussions on artistic expressions. Using the Japanese word (Kamigami) for divinity or spirit in its own meaning as plurality, repetition, infinity, Matteo Negri builds a model of iterative representation, similar to Mantra, Mandalic diagrams or the Frattal geometries. Kamigami box are the attempt to synthesize and settle a complex perceptive problem at the base of the difference between Estern and Western art. It is also evident the artist’s renewed interest for the dynamics of aesthetic fruition and the European optical experimentations of the Sixties. These irregular polyhedra, with surfaces painted in bright colours, are three dimensional objects and devices of optical refraction, which need the active and dynamic participation of the observer. The internal structures are repeated ad libitum, while their vision depends on the observer’s position. Some of these images can be found in the bidimensional pictures: Polaroid photo prints inside the Kamigami box are then re-worked in a digital way through the symmetrical reproduction of the images.

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Matogrosso, 2015, stampa flatbed su alluminio e tecnica mista, 100x80x6 cm.

All photographs are printed on aluminium supports to enhance the brighting quality of the cubes’ mirroring surfaces. Though, Negri excludes the white colour from the printing process to polarize the chromatic contrasts. He paints on the photos with colours used for objects and surfaces made by glass. These colours are applied on metal sheets and intensify the light effects, without modifying the image’s structure. It does still give the impression of a kaleidoscopic and multplied urban landscape, but it’s got nothing to share with the playful and childish atmosphere inside the boxes. Ironically, Negri’s Western attitude emerges as an artist in constant connection with the pop imaginary of mass culture through this series of work.

These immense cities trespass any unreachable horizon. Their structure, so similar to electronic circuits, reminds us of the negative utopia in cinema and cyberpunk literature. Negri’s metropolitan conglomerations hold the infinite in an authoritarian web of Cartesian lines and innumerable geometries, they forever replay and envelop the structure of reality. The endless repetition and the plural spirit may assume two antithetical aspects: positive and reversed. The first is good and is called Kamigami; the second, nameless, evokes the Matrix imagined by the Wachowski brothers.

Matteo Negri – Multiplicity
curated by Ivan Quaroni
ABC-ARTE for Maryling 
piazza Gae Aulenti 1, Milan (Italy)
From 27 November to 29 December 2015
Opening, Wednsday 2 December 2015; h 7.00-11.00 p.m.
ABC-ARTE
Via XX Settembre 11A,
16121 Genua – Italy
e-mail: info@abc-arte.com
T. +39 010 86.83.884
F. +39 010 86.31.680

 

Convergenze parallele. Incisioni di Domenica Regazzoni e Lu Zhiping

28 Mag

di Ivan Quaroni

Ci sono due tipi di verità: le verità semplici,
in cui gli opposti sono chiaramente assurdi, e
le verità profonde, distinguibili dal fatto che
l’opposto è a sua volta una profonda verità.”
(Niels Bohr)

Domenica Regazzoni, Monoprint n.11, 2010, 42x42 cm.
Domenica Regazzoni, Monoprint n.11, 2010, 42×42 cm.

Se pensiamo all’arte contemporanea, alla sua odierna tendenza verso l’ipertrofia e il gigantismo, ci rendiamo conto che uno degli aspetti più bistrattati e sottovalutati riguarda l’uso di tecniche artigianali, cioè di quel patrimonio di conoscenze strumentali che, nel corso dei secoli, hanno guidato la mano degli artisti nella realizzazione di grandi capolavori. Scopriamo, per esempio, che tra queste tecniche artigianali, l’arte incisoria, praticata dai più grandi maestri del passato – come Dürer, Rembrandt, Goya, Utamaro, Hokusai e Hiroshige – soffre oggi di un inedito stato di subalternità, per non dire di minorità, nei confronti di media più persuasivi e spettacolari quali il video, la scultura, l’installazione o l’environment.

Ovviamente, questo non significa che le arti incisorie non siano più praticate, tutt’altro. Piuttosto, chi sceglie di praticare oggi l’incisione in una o più delle sue numerose varianti, dall’acquaforte all’acquatinta, dalla xilografia alla serigrafia, lo fa con il preciso intento di recuperare uno strumento espressivo che richiede particolari competenze tecniche. Il “saper fare”, ossia la qualità artigianale del lavoro è, infatti, un aspetto fondamentale dell’opera di qualsiasi incisore, il quale deve necessariamente dimostrare di dominare non solo l’ambito, alquanto aleatorio, dell’inventiva e della creatività, ma anche quello più specifico dei vari procedimenti di stampa. Ciò che accomuna gli incisori contemporanei è, la coscienza di perpetuare un’arte antica, impermeabile alle lusinghe della moda, e allo stesso tempo la necessità di rinnovarne le premesse tecniche e formali, adeguandola alla sensibilità del nostro tempo.

Lu Zhiping, Archeological Notes - Meteorite, 1998, zinc plate, 37x59 cm.

Lu Zhiping, Archeological Notes – Meteorite, 1998, zinc plate, 37×59 cm.

Si tratta di un complesso lavoro di affinamento che ritroviamo tanto nelle opere dell’italiana Domenica Regazzoni, quanto in quelle del cinese Lu Zhiping, due artisti radicalmente diversi per tecnica e stile, e per di più provenienti da tradizioni culturali antitetiche, ma che, tuttavia, condividono la medesima passione verso la ricerca di un linguaggio personale e unico, sospeso tra passato e presente, e capace di riflettere le urgenze sperimentali della modernità, senza rinnegare i valori formali della tradizione.

Utilizzando una famosa espressione della lingua italiana, presa in prestito dal lessico politico, si potrebbe dire che tra l’arte di Domenica Regazzoni e Lu Zhiping esistano delle possibili “convergenze parallele” proprio nella ricerca, pur condotta da due diversi punti d’osservazione, di un nuovo tipo di bellezza. Una bellezza fondata non più, o non solo, sui valori di armonia ed equilibrio classici e tantomeno sull’accettazione di quelle che Jean Clair definiva le disjecta membra di una realtà caotica e disarticolata. Infatti, entrambi gli artisti – l’uno attraverso il rinnovamento di temi figurativi tradizionali, l’altra tramite un’astrazione di matrice segnica – sviluppano una personale concezione estetica che restituisce dignità e integrità alle forme del frammento oggettuale e del lacerto emozionale. Partendo da presupposti antitetici, Regazzoni e Zhiping pervengono alla medesima intuizione, che consiste nel trovare l’armonia e la perfezione nelle rivelatrici epifanie dell’esperienza quotidiana. Quanto al modo di condurre le rispettive ricerche, le differenze non potrebbero essere più sostanziali.

L’espressione “convergenze parallele” è un ossimoro, una contraddizione in termini, che evidenzia, allo stesso tempo, l’eventualità di una condivisione nell’ambito di esperienze apparentemente inconciliabili. Si tratta, cioè, di una possibilità nell’impossibilità, di un’utopica congiunzione di opposti che è già, nelle sue premesse, espressione di una volontà che trascende le evidenti differenze estetiche e formali e perfino le peculiarità culturali e concettuali di due antinomici modelli interpretativi. Attraverso un centinaio di opere, questa mostra pone le premesse per un inedito dialogo tra le arti incisorie della cultura occidentale e della tradizione orientale e fornisce l’occasione di verificare lo stato di salute di una disciplina secolare, che non ha mai smesso di dare il proprio contributo alla ridefinizione dei linguaggi artistici contemporanei.

Domenica Regazzoni, Monoprint e Collage n. 12, 2010, 28x22 cm.

Domenica Regazzoni, Monoprint e Collage n. 12, 2010, 28×22 cm.

L’arte di Domenica Regazzoni è maturata nel laboratorio di Giorgio Upiglio, lo storico incisore e stampatore milanese celebre anche per aver realizzato le opere grafiche d’importanti artisti italiani e internazionali, tra cui Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Marcel Duchamp, Joan Mirò e Valerio Adami. Sotto il benevolo sguardo di Upiglio, l’artista ha sperimentato le diverse tecniche d’incisione e stampa, ma la sua prima formazione è avvenuta nell’ambito familiare. La passione per il lavoro manuale le deriva, infatti, dal padre, Dante, considerato uno dei massimi esponenti della liuteria italiana del Novecento. Si può dire, perciò, che l’arte di incidere faccia parte, in qualche modo, del patrimonio genetico di Domenica Regazzoni, sebbene la sua ricerca si estenda anche ai campi della pittura e della scultura, lungo una linea d’indagine profondamente influenzata dalle suggestioni musicali.

Musica e arte sono, infatti, due elementi imprescindibili del suo percorso creativo, volto alla costruzione di un personalissimo immaginario visivo, ricco di partiture timbriche e tonali, disseminato di melodiosi accostamenti cromatici e ardite combinazioni armoniche. Il linguaggio aniconico di Domenica Regazzoni si configura, infatti, come la ripresa di un discorso lasciato interrotto dalle avanguardie del Novecento. Un discorso incentrato non solo sulla rottura degli schemi rappresentativi tradizionali e sul conseguente processo di decostruzione dell’immagine, ma anche sulla ricerca di una grammatica in grado di tradurre visivamente concetti e intuizioni che appartengono alla dimensione ineffabile della coscienza. Molti sono, ad esempio, gli elementi che accomunano il lavoro di Regazzoni a quello dei grandi esponenti dell’astrattismo europeo, in particolare a Paul Klee, a cominciare dal profondo interesse per la trasposizione pittorica d’idee e impressioni musicali, fino all’elaborazione di un vocabolario di segni, forme e colori che rivelano la natura insieme lirica e spirituale della sua ricerca.

Eppure, nonostante gli inevitabili riferimenti alla tradizione maggiore delle avanguardie, il lessico pittorico di Domenica Regazzoni è maturato in una condizione di assoluta libertà formale, al di fuori di ogni convenzione accademica e di ogni sistema d’insegnamento codificato. Anzi, è certo, che esso sia il prodotto di un’esperienza singolare, perfino eccentrica, che ha saputo raccogliere influssi e sollecitazioni da diverse fonti, non necessariamente artistiche, facendole poi confluire in un modus operandi stilisticamente variegato e tecnicamente versatile. Tant’è che il linguaggio astratto è, per l’artista, il punto d’arrivo di una graduale evoluzione formale, che è coincisa con un progressivo abbandono degli stilemi figurativi.

Le incisioni qui raccolte, rappresentano, perciò, la fase più matura del suo lavoro, contrassegnata dall’utilizzo del monoprint, una tecnica che prevede la creazione di esemplari unici in contrasto con quella che è considerata la caratteristica tipica delle arti grafiche, ossia la produzione di multipli in edizione limitata. Domenica Regazzoni si avvale dei procedimenti tecnici dell’incisione ma, allo stesso tempo, si sottrae al suo scopo originario, che riguarda appunto la diffusione e divulgazione dell’immagine in più esemplari. In pratica, usa l’incisione come una sorta di cavallo di troia per penetrare nei confini disciplinari della pittura e inventare, così, una tecnica ibrida, ambiguamente sospesa tra l’atto di dipingere una forma e il gesto d’imprimerla con un torchio calcografico.

Domenica Regazzoni, Monoprint n.14, 2010, 43x42 cm.

Domenica Regazzoni, Monoprint n.14, 2010, 43×42 cm.

Tuttavia, la qualità pittorica dei suoi monoprint non dipende solo da questioni di ordine tecnico. Quello di Domenica Regazzoni è, infatti, un modo di operare che somiglia a un percorso di scoperta, a un itinerario erratico e felice, nei meandri nella creatività. Per questo non parte mai da un’immagine precostituita, ma preferisce, piuttosto, che le forme affiorino spontaneamente dall’esplorazione delle ombre e delle luci della propria interiorità, là dove alberga l’essenza più profonda e autentica dell’individuo. Cosi, trame segniche e campiture cromatiche, frammenti tessili e grumi di materia si saldano in una sequenza di delicati schemi astratti, in una teoria di aniconici diagrammi elegiaci che, insieme, formano una compiuta e partecipe trascrizione di stati d’animo.

Lu Zhiping, Vase or Not II, 2007, silkscrren print, 51x65 cm.

Lu Zhiping, Vase or Not II, 2007, silkscrren print, 51×65 cm.

Lu Zhiping è uno dei più importanti artisti cinesi nel campo dell’incisione, membro della Council Chinese Printmakers Association, dello Standing Council of Shanghai Artists e direttore della Printmaker Committee of Shanghai Artists Association. Inoltre, insegna allo Shanghai Oil Painting Institute e dirige il Peninsula Printmaking Studio, combinando la produzione artistica con un’intensa attività di divulgazione delle tecniche incisorie. Da qualche tempo, Zhiping è impegnato in una fertile rilettura dei temi iconografici della tradizione cinese, da cui prende spunto per formulare un linguaggio artistico personale, fitto di riferimenti storici e nuove soluzioni formali. La sua tecnica serigrafica è, infatti, il risultato di un’interessante commistione di forme artistiche, che vanno dall’incisione al collage, all’utilizzo del computer, e che gli consentono di raggiungere un’inedita libertà formale e compositiva.

Lu Zhiping, Peace All Year, 2009, silkscrren print, 14x21 cm.

Lu Zhiping, Peace All Year, 2009, silkscrren print, 14×21 cm.

La sua principale fonte d’ispirazione sono i vasi di porcellana, una delle più longeve discipline artistiche, divenuta un vero e proprio simbolo dell’arte cinese. Le porcellane, con i loro preziosi motivi decorativi che permettono di distinguere le produzioni artistiche delle diverse epoche storiche, rappresentano la più compiuta espressione degli ideali di bellezza e armonia della tradizione imperiale cinese. La maggior parte dei musei cinesi possiede, infatti, una collezione di porcellane composta di esemplari perfettamente conservati, di pezzi restaurati oppure di semplici frammenti, così come la maggior parte dei musei archeologici europei possiede una collezione di vasi greci e romani. Le porcellane cinesi, però, incarnano anche gli ideali di quiete e serenità propagandati dalla filosofia taoista e dal pensiero confuciano. Ed è soprattutto a questi valori che Zhiping s’ispira con le sue delicate ed eleganti serigrafie.

Il suo modus operandi è per certi versi simile a quello utilizzato dagli archeologi per restaurare antichi vasi danneggiati dal tempo. Per l’artista di Shanghai, quegli esemplari sono il frutto di una collaborazione ideale tra i grandi maestri del passato e i moderni artigiani, rappresentano cioè un ponte creativo che, attraverso un processo di decostruzione e ricostruzione delle forme, collega la tradizione storica alla cultura contemporanea. Lo stesso fa Zhiping, selezionando vecchie immagini di vasi di porcellana che taglia in tanti pezzi e ricompone per creare un’immagine inedita, che poi diventa il soggetto di una delle sue serigrafie.

Lu Zhiping, Vase or Not, 2007, silkscrren print, 84x65 cm.

Lu Zhiping, Vase or Not, 2007, silkscrren print, 84×65 cm.

Il rapporto di Zhiping con la tradizione artistica non si limita a questo cut up di forme classiche, ma si spinge fino al recupero delle cromie tipiche della pittura a inchiostro, che prevede la creazione di un’incredibile varietà tonale di neri, grigi e bianchi. Una caratteristica evidente del suo lavoro è, infatti, l’impiego di una palette prevalentemente monocromatica, nelle varianti del grigio, del nero e del blu. Sono colori dall’intensità moderata, che riconducono a sensazioni serenità e di quiete. Lo scopo di queste immagini, che talvolta includono anche elementi paesaggistici o architettonici, è di favorire la concentrazione e la contemplazione dell’osservatore, distogliendolo dagli affanni della vita quotidiana. Quelle di Zhiping sono, quindi, opere estetiche che assumono anche una funzione etica e spirituale. Di fatto, si possono considerare come dei dispositivi per la meditazione, che possono aprire le porte a una diversa e più equilibrata percezione della realtà.

Lu Zhiping, China Neighbor 2008, silkscrren print, 67x92 cm.

Lu Zhiping, China Neighbor 2008, silkscrren print, 67×92 cm.

Osservare i suoi vasi, pieni di un’ineffabile grazia, così come contemplare i suoi paesaggi silenti, cristallizzati in un’immobile quiete, significa entrare in contatto con una dimensione d’interiore stabilità, ritrovare quel centro di gravità permanente che ci permette di affrontare diversamente, e forse più saggiamente, gli squilibri della società contemporanea. A ben vedere, nonostante le evidenti differenze stilistiche, le ricerche di Domenica Regazzoni e Lu Zhiping convergono almeno in questo, ossia nella comune considerazione che l’arte non sia solo l’espressione di una serie di principi estetici e di felici intuizioni formali, che non riguardi solo la visione parziale e limitata di una singola personalità, ma che, invece, possa servire uno scopo più alto. Quello, cioè, di permettere all’artista, e a tutti quelli che si avvicinano alla sua opera, di esplorare quella misteriosa sorgente d’invenzioni e quell’inesauribile fonte di saggezza che è lo spirito umano e ricordarsi, così, che il godimento delle immagini è un’esperienza che inizia negli occhi, ma si conclude nell’anima.


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Domenica Regazzoni (Valsassina, 1953). Inizia a dipingere nei primi Anni Settanta, frequentando i corsi dell’Accademia di Brera. Abbandona poi la pittura figurativa per un’impostazione più astratta e informale, esponendo in gallerie giapponesi di Tokyo e Kyoto e in sedi prestigiose italiane quali la Fondazione Stelline di Milano , il Complesso del Vittoriano di Roma e Palazzo Vecchio di Firenze . Nell’ultimo decennio si avvicina alla scultura e alla grafica, collaborando a lungo con lo storico laboratorio di Giorgio Upiglio . Nel 2012 inizia il suo sodalizio con le istituzioni culturali governative di Shanghai, esponendo all’ Italian Shanghai Center (ex Padiglione Italia EXPO 2010) e alla Tongji University, sede della facoltà di architettura. Ha partecipato alla 54esima edizione della Biennale di Venezia e alla seconda Triennale delle arti visive di Roma.

Lu Zhiping (Shanghai, 1947). È uno dei più importanti artisti cinesi nel campo dell’incisione. Membro della Council Chinise Printmakers Association, direttore del Printmaker Committee of Shanghai Artists Association, membro dello Standing Council of Shanghai Artists. E’ tra gli ideatori e organizzatori della biennale Shanghai International Print Exhibition. È docente allo Shanghai Oil Painting and Sculpture Institute e direttore artistico del Peninsula Printmaking Studio di Shanghai. Ha tenuto mostre personali in diverse città della Cina, in Giappone e negli USA ottenendo premi e riconoscimenti.


Info:

Milano, Palazzo della Permanente
Via Turati, 34
DOMENICA REGAZZONI | LU ZHIPING
CONVERGENZE PARALLELE
A cura di Ivan Quaroni
4 – 28 giugno 2015
Orari: da lunedì a venerdì 10.00 -13.00; 14.30 -18.30; sabato a domenica 16.00-20.00
Ingresso libero
info: www.regazzoni.net

Brigitta Rossetti. Effetti personali

13 Apr

di Ivan Quaroni

Guardate nel profondo della natura, e allora capirete meglio tutto.”

(Albert Einstein)

 brigitta_122014_10In un modo o nell’altro la biografia di un artista finisce per influire sulle sue opere ed è un accadimento naturale che si compie, quasi con precisione matematica, in tutti i processi creativi. È impossibile, infatti, che il vissuto esperienziale, psicologico ed emotivo non lasci una traccia più che evidente nella formulazione d’immagini che, dopo tutto, sono il risultato della proiezione di un singolo individuo e della sua particolare maniera di processare la realtà.

Nel caso di Brigitta Rossetti, l’autobiografismo è un aspetto imprescindibile, essenziale del lavoro artistico. Una condizione necessaria, anche se insufficiente, per spiegare le ramificazioni del suo pensiero visivo. Lo scrittore e poeta Rainer Maria Rilke sosteneva che “Le opere d’arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica. Ed è, questa, un’affermazione particolarmente vera quando si osserva il prodotto di una singolarità chiusa in se stessa e poco incline a confrontarsi con il proprio tempo, ossia con le urgenze e le istanze della società in cui vive. Al contrario, Brigitta Rossetti ha sviluppato un’intensa sensibilità verso la società contemporanea, cercando, soprattutto negli ultimi anni, di trovare un modo per ricondurre la propria esperienza personale nel più ampio contesto delle vicende collettive.

In particolare, attraverso le proprie opere, l’artista cerca di indagare i complessi rapporti di corrispondenza tra l’uomo e l’ambiente. Rapporti che, per inciso, sembrano aver raggiunto una pericolosa condizione di degrado e squilibrio. Quello di Brigitta Rossetti è un approccio che, guarda caso, matura a partire da un semplice fatto biografico: il suo studio è collocato all’interno di un ex fienile adattato ad abitazione ed è immerso nella campagna piacentina.

Il paesaggio, con la sua infinita varietà di forme, fornisce quindi un perimetro naturale alle sue riflessioni estetiche. Ciò che vede ogni giorno non influenza solo la sua percezione della realtà, ma irrompe prepotentemente anche nel suo modo di lavorare, tramite l’utilizzo di materiali organici, manufatti di recupero e oggetti d’uso domestico.

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La ricerca di Brigitta Rossetti nasce, infatti, all’incrocio tra la dimensione prosaica del quotidiano, fatta di gesti, abitudini (e anche strumenti) semplici, e la prospettiva, insieme lirica e titanica, di una ricostruzione dei valori fondamentali dell’uomo, nella cornice di una società che sembra, invece, procedere speditamente in una direzione contraria all’ordine naturale. Una caratteristica del suo lavoro, che prevede l’utilizzo di svariati media, dalla pittura alla scultura, dall’installazione al video, è l’impiego di materiali di recupero come legni, vecchie scale, specchi, pagine di libri, seggiole, ma anche di materiali organici come terra, pietre, tronchi e fogliame, che costituiscono un richiamo più diretto e immediato alla natura.

Nonostante l’evidente affinità con le pratiche di matrice poverista, concernenti l’impiego di elementi prelevati dal paesaggio, l’opera di Brigitta Rossetti appare connotata soprattutto da una vena lirica ed elegiaca, debitrice tanto dei ritmi e delle cadenze della poesia, quanto di un immaginario pittorico romantico, ambiguamente sospeso tra vocazioni astratte e tensioni simboliche.

Proprio la pittura, sovente contaminata con la scultura e con l’installazione, secondo una prospettiva di estensione del suo potenziale espressivo nell’ambito tridimensionale – e in un certo senso “abitabile” dell’environment – costituisce il filo conduttore della ricerca dell’artista. Si tratta, tuttavia, di una pittura lontana da stilemi mimetici e descrittivi, ma costruita, piuttosto, attorno a un’idea di progressiva stratificazione di gesti e segni capaci di registrare fedelmente quel processo di metabolica fusione tra realtà esteriore e interiore, tra osservazione fenomenica e vissuto emotivo, che è l’elemento chiave per comprendere l’opera di Brigitta Rossetti.

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Sono molti, infatti, i lavori in cui la pratica pittorica si affianca al ready made, nell’intento di creare un frammento oleografico del mondo naturale, qualcosa che include tanto una proiezione illusoria dell’ambiente, quanto una sua ricostruzione fisica e oggettuale. Campo arato, ad esempio, è un’istallazione che include sia un’opera pittorica, realizzata con carta da cucina, acrilici e pigmenti, sia un object trouvé e un elemento organico. Una fragrante striscia di terra scura unisce, infatti, la tela a due piccoli aratri dipinti di bianco, formando una specie di tridimensionale allegoria della creazione. La tela diventa come un campo incolto che l’artista deve metaforicamente arare con gli strumenti della tecnica e dell’immaginazione.

Un analogo modus operandi contrassegna Paesaggio quasi bianco, un’opera composta di un dipinto collocato alla sommità di una vecchia scala di legno che ci dà l’illusione di osservare uno scorcio innevato dalla finestra di una soffitta o di un abbaino. Anche in questo caso, il dipinto diventa oggetto di un percorso di scoperta personale, la rivelazione di un evento inaspettato. Non a caso, Brigitta Rossetti considera l’arte in genere, e la pittura in particolare, non come il risultato di un progetto predefinito, ma come un procedimento erratico, che lascia spazio a sorprese e scoperte inaspettate. Molte delle soluzioni adottate dall’artista sono, infatti, la conseguenza di una serie d’intuizioni che maturano durante l’esecuzione dei lavori, nel momento in cui l’idea e il progetto originari beneficiano dei lampi e delle illuminazioni dell’intelligenza, pratica e manuale. Sono folgorazioni talvolta cagionate dal ritrovamento di oggetti, oppure dal reimpiego di materiali esausti e di scarto, che l’artista destina a una diversa funzione.

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È il caso di opere Cielo e non altro e Ave Maria, in cui la carta da cucina è usata per increspare la superficie dei dipinti, fino a formare una massa di colori e i pigmenti che infrangono i tradizionali confini bidimensionali della pittura. Invece, in Sogni di Pietra, un’installazione murale di ventidue piccoli dipinti, il ready made assume una connotazione marcatamente ecologica. I supporti su cui Rossetti traccia i suoi frammenti di paesaggio sono, infatti, dei particolari cuscini impiegati per assorbire liquami tossici. Con una procedura quasi alchemica, l’artista trasforma un residuo nocivo, che richiederebbe un particolare tipo di smaltimento, in un manufatto estetico, capace di trasmettere un messaggio di speranza. D’altra parte, la riconciliazione con la natura è un tema che attraversa tutta l’opera dell’artista. Basti pensare ai Children’s Garden e ai lavori della serie Reflection, in cui la rappresentazione di grandi, immaginifici fiori sembra invitare lo spettatore a riflettere sulla fragilità e precarietà degli equilibri naturali. In entrambe le serie, i dipinti sono abbinati a oggetti di recupero come seggiole per bambini e vecchi specchi, che hanno la funzione di fornire un contesto ambientale alla visione pittura. Se nei Children’s Garden la natura è concepita come un luogo che può ispirare i bambini, aiutandoli a sviluppare una coscienza etica e civile, in Reflection, essa diventa uno spazio di contemplazione. Specchiandosi nella metaforica polla d’acqua posta ai piedi del dipinto, lo spettatore diventa cosciente di appartenere a quello stesso ambiente che, così ottusamente, contribuisce a distruggere. È l’antitesi della favola di Narciso, la denuncia delle terribili conseguenze che l’ego smisurato dell’uomo ha prodotto nell’ecosistema. La stessa che ritroviamo nella straniante sequenza di superfici riflettenti di Mirrors.

 

Crossing è l’immagine più eloquente dello stato di squilibrio della civiltà contemporanea. Si tratta di un’installazione composta di due elementi, una scultura da parete, realizzata con tubi di cartone destinati alla discarica e la proiezione di un video girato per le strade di Taiwan. L’organo, un rimando alla tradizione della musica sacra, da un lato richiama l’insieme dei suoni che accompagnano la preghiera e la contemplazione, dall’altro evoca il ricordo ancestrale di una vita scandita da tempi lenti. “È il silenzio degli spazi in cui lavoro in mezzo alla campagna”, racconta Brigitta Rossetti, “che rimanda ad antiche abitudini come i racconti serali, le preghiere attorno a un sacello, le benedizioni alla terra, al sole, alla pioggia, memorie che m’inducono ad aggiungere nelle opere materiali naturali, fiori, foglie, tronchi, farfalle ed altri elementi organici”.

Sulla superficie corrusca dell’organo, tra le pieghe e gli aggetti delle sue canne, scorrono le immagini di un giorno di ordinaria follia in una megalopoli asiatica, popolata di passanti che indossano maschere antismog, mentre attraversano un trafficato e rumoroso incrocio cittadino. La visione di questo inferno quotidiano, segno di una definitiva perdita di centralità della natura, si sovrappone alla traccia mnestica di un tempo perduto, non ancora segnato dalla crisi spirituale dell’età contemporanea. Nell’opera di Brigitta Rossetti, le due realtà si fondono in un’unica entità in cui passato e presente coesistono simultaneamente. Crossing è un’opera contradditoria, una specie di ossimoro taoista, che segnala l’intrinseca commistione di forze costruttive e distruttive che animano la concezione antropica dell’universo.

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L’esatto opposto della visione suggerita da un’opera come Sempre dritto, avanti, gira a destra che, invece, allude al potenziale creativo dell’uomo e alla sua capacità di modificare la realtà attraverso i pensieri. Per realizzare questa installazione, l’artista recupera sette vecchi setacci rotondi su ognuno dei quali dipinge una pletora di pianeti immaginari, da Planet Raimbow, a Planet Lone Tree, fino a Planet Hibernation. Qui, come altrove, ritroviamo il carattere propositivo dell’artista, la sua capacità di alimentare quel sentimento di speranza e riconoscenza nei confronti dell’universo. In Seven Days of Thanksliving compare di nuovo il numero sette, simbolo di perfezionamento della natura umana, che congiunge in sé il ternario divino con il quaternario terrestre. Le sette pale da forno, dipinte ad acrilico e tecnica mista e allineate in ordine ascensionale, formano una sorta di personale altare votivo, un’ara domestica, dedicata alla natura e al regno animale, ma anche alle memorie d’infanzia, alla musica e alle favole che allietano la nostra esistenza.

In definitiva, Effetti personali è un percorso che compendia tutti i differenti aspetti della ricerca artistica di Brigitta Rossetti, ma è anche, e forse soprattutto, il racconto di una formazione estetica e spirituale, compiuta sotto l’egida vigile e millenaria della natura. Una testimonianza partecipe e accorata dell’attuale stato di minorità dell’uomo che, tuttavia, lascia più di uno spiraglio alla speranza e all’auspicio di un futuro migliore. Perfino in un momento buio come questo, in cui risuonano, come un perentorio monito, le immortali parole di Lord Byron: “C’è un piacere nei boschi senza sentieri / C’è un’estasi sulla spiaggia desolata / C’è vita, laddove nessuno s’intromette / Accanto al mar profondo, e alla musica del suo sciabordare:/ Non è ch’io ami di meno l’uomo, ma la Natura di più.”[1]

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ENGLISH TEXT

Personal belongings

by Ivan Quaroni

Look deep into nature, and then you will understand everything better.

(Albert Einstein)

An artist’s biography somehow eventually influences his or her works, which is what naturally and invariably happens for all creative processes. It is actually impossible for our psychological and emotional life experience not to leave clear marks on the creation of images which, after all, are the result of the projection of any individual being and of their peculiar way of processing and representing reality.

As for Brigitta Rossetti, the autobiographical tendency is an essential element of her artistic creativity. It is a necessary, although not sufficient condition, to explain the branching off of her visual thoughts.

The writer and poet Rainer Maria Rilke claimed that “Works of art are of an infinite solitude, and no means of approach is so useless as criticism”. Such a statement is particularly relevant when we consider the output of an artist withdrawn into his/her own shell and reluctant to come to terms with the expectations and pressures of the surrounding society.

Unlike any such artist, Brigitta Rossetti has developed a marked sensitivity towards contemporary society and, especially in the past few years, she has been trying to find a way to let her personal experience be tuned within the wider context of general matters. Through her works she has painstakingly endeavoured to investigate the complex relationship existing between man and the environment which, incidentally, seems to be on the verge of a dangerous condition of deterioration and imbalance. Brigitta Rossetti’s approach actually develops out of a mere biographical event: her studio is situated inside a former hayloft which has been turned into a residence at the heart of the countryside in the province of Piacenza.

The landscape, therefore, with its endless variety of shapes and hues, provides a natural setting for the artist’s aesthetic reflections. What she can see day by day is not just what influences her perception of reality, but it also forcefully pours into her artistic technique, which resorts to the use of organic matter, of salvaged artifacts and household objects.

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Actually, Ms Rossetti’s research originates from the combination of the matter-of-fact simplicity of daily life with its unsophisticated gestures, habits and tools, with the lyrical and titanic prospect of reconstructing the fundamental human values within the frame of a society that seems to be speedily heading towards the opposite destination of natural order.

What characterises her works, based on various means and media and ranging from painting to sculpture, from artistic installations to videos, is the use of retrieval materials such as pieces of wood, old ladders, mirrors, printed pages from books, chairs, as well as such organic matter as earth, stones, logs and leaves, which recall an immediate link with nature.

Brigitta Rossetti’s works are above all characterised by a lyrical, elegiac inspiration, influenced by the rhythms and inflection of poetry as well as by a romantic cluster of imagery indeterminately suspended between the appeal of abstract art and the allure of symbolism.

It is painting, with frequent contaminations from sculpture and artistic installations aimed at widening its expressive potential in a three-dimensional, environmental-friendly perspective, that constitutes the leading thread of the artist’s research. Those paintings are, however, distant from descriptive, camouflage stylistic features but are rather constructed to start from the idea of a progressive stratification of signs and gestures aimed at faithfully recording the process of metabolic fusion of inner and outward reality, of observation of phenomena and emotional experience. That is the key to fully understand the implications of Brigitta Rossetti’s works. In many of her compositions the painting technique is combined with ready-made materials in order to create an oleographic fragment of the natural world, which is capable of including both a fanciful projection of the environment and its physical, concrete reconstruction.

Campo arato (The ploughed field), for instance, is an installation including a pictorial work made with kitchen paper, acrylic paints and pigments as well as an object trouvé and an organic element. A fragrant streak of dark earth links the canvas to two small white painted ploughs, thus producing a sort of three-dimensional allegory of the creation. The canvas represents the untended field to be metaphorically ploughed by the artist with the tools of technique and imagination.

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A similar modus operandi can be spotted in the Paesaggio quasi bianco (Virtually white landscape), consisting of a painting set on top of an old wooden ladder which gives the illusion of looking at a snow-capped view through a dormer or attic window. The painting becomes once again the object of a personal journey of discovery, the revelation of an unexpected event. It is not by chance that Brigitta Rossetti considers art in general, and painting in particular, not just as the result of a predetermined project, but rather as a wandering course where surprises and unexpected discoveries are likely to occur. Many solutions chosen by the artist are actually the consequence of a series of intuitions that come to light when the works are in progress, just when the original idea and project are aided by flashes of inspiration and by the strokes of practical skill. Such sudden inspiration may be kindled by the recovery of special objects or the recycling of waste materials that acquire fresh, new life for the artist. In the works entitled Cielo e non altro (Nothing but sky) and Ave Maria (Hail Mary) the kitchen paper is used to turn the painting surface into crêpe paper and create a mixture of colours and pigments that shatters the traditional two-dimensional boundaries of painting. However, in Sogni di Pietra (Stone Dreams), a wall installation with twenty-two small-size paintings, the ready-made has a prominent ecological connotation. The props on which Rossetti

outlines her fragments of landscape are special pads generally used to soak up toxic sewage. It is as by a sort of alchemic process that the artist turns poisonous waste which would require very special disposal into an aesthetic artifact meant to inspire a message of hope. The theme of reconciliation with nature actually underpins all the artistic creation of Ms Rossetti. This is particularly true if we think of her Children’s Garden or of the Reflection series, where the representation of huge, imaginary flowers is a sort of invitation to reflect on the fragility and uncertainty of natural stability. In both series the paintings are combined with retrieval materials such as children’s chairs and old mirrors, which are meant to provide a background context for the visionary painting.

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In Children’s Garden nature is considered an inspirational place for children, whom it can help develop a civil and moral conscience, whereas in Reflection nature is seen as a space inspiring contemplation. When mirrored in the metaphorical water puddle set at the foot of the painting, the spectators acquire awareness of belonging to the same environment that they so unwittingly contribute to destroy. This is in full contrast with the myth of Narcissus, i.e. the condemnation of the terrible consequences that the ecosystem is bound to suffer because of man’s unbounded selfishness, which we can also find in the alienating sequence of reflective surfaces of Mirrors.

Crossing is an artistic achievement which clearly mirrors the imbalance of contemporary civilization. It is an installation consisting of two distinct elements: a wall sculpture made with cardboard tubes bound to be dumped and the projection of a video shot in the streets of Taiwan. The organ, with its reference to the tradition of sacred music, is a remainder of the sounds that usually accompany prayer and contemplation and also revives the memory of the slowly paced ancestral life. “It is the silence of the wide spaces of the countryside that surrounds me”, Brigitta Rossetti explains, “which revives age-old traditions such as the evening tales, the prayers around a chapel, the blessings of ground, sun and rain…such memories lead me to add flowers, leaves, logs, butterflies and other organic matter to my material natural works”.

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The glittering surface of the organ pipes with its folds and projections mirrors the images of just one day of ordinary hysteria in an Asian megalopolis, crowded with passers-by who wear smog masks while crossing a crammed, noisy city crossroads. The vision of such a daily hell, where nature seems to have lost all of its power, is superimposed by mnestic traces of the good old days not yet spoilt by the spiritual crisis of our contemporary age. In Brigitta Rossetti’s work both realities are fused and become a single entity where present and past coexist at the same time. Crossing is a contradictory work, a sort of Taoist oxymoron which points at the intrinsic mingling of constructive and destructive forces that liven up an anthropic conception of the universe. This is right the opposite principle inpired by the work entitled Sempre dritto, avanti, gira a destra (Go ahead, straight on, turn right) which is a reference to man’s creative potential and power of modifying reality through our thoughts. For this installation the artist retrieved seven old round sieves and painted each one with a plethora of imaginary planets, such as Planet Raimbow, Planet Lone Tree, or even Planet Hibernation. As in many other works the artist’s constructive attitude and capacity of nourishing feelings of hope and gratitude towards the universe is clearly expressed in this installation. In Seven Days of Thanksgiving the number seven, symbol of human nature perfecting and of the totality of the created universe (3 days for the sky and four days for the earth). The seven peels painted in acrylic and mixed technique and lined up in upward order represent a sort of personal, votive home altar devoted to nature and the animal world, as well as to childhood memories, to music and to the tales and stories that brighten up our existence.

To sum up, Effetti personali (Personal belongings) seems to epitomise all the different facets of Brigitta Rossetti’s artistic research, but it also most probably represents the story of a spiritual and aesthetic training watched over by the everlasting shield of nature. It is a heart-broken, attentive declaration of the present hardship of human nature yet brightened by a glimmer of hope and the omen of a better future. Even in our dark age Lord Byron’ immortal verse still sounds like firm warning: “There is a pleasure in the pathless woods / There is a rapture on the lonely shore / There is society where none intrudes / By the deep Sea, and music in its roar:/ I love not Man the less, but Nature more”1

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INFO:

Brigitta Rossetti – Effetti Personali /Personal Belonging
opening 28 aprile 2015

a cura di/ curated by Ivan Quaroni
Bipielle Arte | Spazio Tiziano Zalli
Via Polenghi Lombardo 13, Lodi (Italy)
+39 0371 580351
bipiellearte@fondazionebipielle.it
www.bipiellearte.it

[1] George Gordon Byron, Childe Harold’s Pilgrimage, 1818.

Valentina Chiappini. Bipolar Nice Trip

12 Gen

di Ivan Quaroni

Questa è la vera libertà: essere capaci di uscire da se stessi, attraversare

i limiti del piccolo mondo individuale per aprirsi all’universo.”

(Alejandro Jodorowsky, Psicomagia.)

Valentina Chiappini, Rain Inside, tecnica mista su tela, 50x40 cm, 2014

Valentina Chiappini, Rain Inside, tecnica mista su tela, 50×40 cm, 2014

Un viaggio può essere un’ottima occasione per stimolare l’immaginario di un artista. Le impressioni, le sensazioni, le esperienze accumulate durante un soggiorno in un paese straniero (ad esempio, il Messico) possono influire sul carattere delle immagini dipinte dal viaggiatore. L’influsso dell’ambiente, delle atmosfere, dei profumi, dei sapori, della particolare qualità della luce di un luogo possono essere decisivi quando l’artista è aperto alle impressioni esterne, quando accantona, per un momento, il proprio ego per fare spazio al mondo. Ma si tratta comunque di un’eventualità singolare, di una circostanza che, come nel caso della fatidica scoperta del colore di Paul Klee in Tunisia, può dimostrarsi fertile per la pittura.

Valentina Chiappini, Malaleche, tecnica mista su tela, 40x30 cm, 2014

Valentina Chiappini, Malaleche, tecnica mista su tela, 40×30 cm, 2014

Tuttavia, la pittura è sovente il prodotto di una visione, formata da una congerie di elementi inafferrabili, come memorie, emozioni e archetipi che affollano la mente dell’artista. Una visione è, infatti, un’immagine o un’apparizione che si forma nel nostro cervello, senza l’intervento strumentale degli organi di senso. È un vedere senza gli occhi. Ora, quelle realizzate negli ultimi tempi da Valentina Chiappini, sono opere generate dalla visione. Alcune sono state fatte in Messico, durante un viaggio, altre sono state dipinte in seguito, in Italia. Distinguere le une dalle altre sarebbe impossibile senza l’aiuto dei titoli perché, di fatto, sono tutte il prodotto di un immaginifico scavo nei meandri dell’inconscio o, meglio, il risultato di un affioramento di memorie dalle profondità ctonie della mente, da quel buio giacimento di tracce sepolte e d’indizi rimossi, che costituisce l’ossatura psichica di ogni individuo e, insieme, il suo maggior vincolo.

Valentina Chiappini, Fly Away tecnica mista su cartone telato, 538x25,5 cm, 2014

Valentina Chiappini, Fly Away tecnica mista su cartone telato, 538×25,5 cm, 2014

D’altra parte, l’inconscio è la dimensione psichica che raccoglie tutte le attività mentali (pensieri, emozioni, istinti, modelli comportamentali) che non sono presenti alla coscienza vigile o di cui il soggetto non è consapevole. Eppure, attraverso la pittura, Valentina Chiappini cerca di rendere intellegibili le produzioni del proprio inconscio, costruendo, al contempo, un linguaggio organico, mobile e multiforme, in cui paiono fondersi detriti visivi dell’arte surrealista e spunti dell’immaginario folclorico mesoamericano o della cultura popolare di massa. Diversamente dai surrealisti, l’artista non è, però, interessata a dar voce all’innominabile flusso di capricci e d’immagini oniriche di cui l’inconscio è così prodigo. C’è, nel suo modo di procedere, un’accurata selezione d’immagini, che risponde alla necessità di portare alla luce l’impatto traumatico del vissuto, allo scopo di ripristinare l’integrità e l’innocenza perdute.

Valentina Chiappini, Sexual abuse of a child, tecnica mista su tela, 60x50 cm, 2014

Valentina Chiappini, Sexual abuse of a child, tecnica mista su tela, 60×50 cm, 2014

Non si può comprendere il racconto pittorico di Valentina Chiappini senza fare riferimento ad Alejandro Jodorowsky, scrittore, attore e regista cileno, fondatore della psicomagia e della metagenealogia, due pratiche terapeutiche, che restituiscono all’arte e all’immaginazione la funzione curativa che esse ricoprivano nelle civiltà tribali, primitive e sciamaniche. L’artista è, infatti, da qualche tempo impegnata in un percorso iniziatico (quello metagenealogico, appunto) che consiste in un iter di riscoperta, e quindi di trasmutazione, delle proprie radici familiari. Un percorso che essa compie anche attraverso la pratica pittorica, la quale diventa, così, un territorio di esplorazioni e scoperte non solo formali e linguistiche, ma finanche esistenziali e spirituali.

Valentina Chiappini, Senza titolo, tecnica mista su tela, 40x30 cm, 2014

Valentina Chiappini, Senza titolo, tecnica mista su tela, 40×30 cm, 2014

Uno dei cambiamenti più evidenti nella recente produzione dell’artista, e di cui questa mostra è una palese testimonianza, consiste nel progressivo avanzare delle immagini a discapito del testo, che sotto forma di frammenti lirici, frasi, motti, parole chiave, aveva, fin qui, ricoperto un ruolo importante nella sua ricerca. Nelle ultime opere il significato delle parole sbiadisce, diventando perfino evanescente. I significanti assumono sempre di più il carattere di moduli visivi, meri sintagmi di un alfabeto pittorico in costruzione. Prevalgono, invece, le immagini incompiute, le figure appena abbozzate, le anatomie mutile e le fisionomie incongrue, che adombrano i contenuti dell’oscuro magma subcosciente. Forse l’artista ha recentemente compreso che, come sostiene Jordorowsky, “le parole forgiano la realtà, ma non sono la realtà”. Per questo, ha iniziato a caricare le immagini di una nuova autonomia, conferendo loro una maggiore forza iconica, finalmente slegata dal cascame lirico e procedendo più convintamente in direzione di un linguaggio più sintetico e rastremato.

Valentina Chiappini, Listen, tecnica mista su cartone telata, 38x25 cm, 2014

Valentina Chiappini, Listen, tecnica mista su cartone telata, 38×25 cm, 2014

Con la sua tipica “scrittura” febbrile, piretica, Chiappini delinea un campionario di figure e archetipi attraverso cui si perpetua una pletora di totem e tabù. Nelle carte e nelle tele dell’artista, infatti, affiorano personaggi zoomorfi (Sick, Sick, Sick; Reborn Convivio; Nude; Sei un branco di animali dentro una persona), inquietanti sdoppiamenti gemellari (Bipolar Nice Trip; Two of us; Due), anatomie tronche o ipertrofiche (Elevation; Rain Inside; Echo con mi sangre; Fly Away; Ut Pictura Poesis), esemplari incarnazioni di un immaginario sotterraneo, popolato di personali divinità e privatissimi demoni in perpetuo conflitto tra loro. Così, mentre la pratica metagenealogica permette all’artista di rintracciare gli episodi cardine del proprio dramma familiare, la pittura ha la facoltà di liberare gli aspetti

Valentina Chiappini, Sei un branco di animali dentro una persona, tecnica mista su tela, 40x30 cm, 2014

Valentina Chiappini, Sei un branco di animali dentro una persona, tecnica mista su tela, 40×30 cm, 2014

Per Valentina Chiappini la pittura è uno strumento d’indagine interiore e, insieme, una disciplina alchemica, che consente di trasmutare la realtà dei ricordi e, infine, distillare l’angelo dal demone. In tale prospettiva, il contenuto drammatico dei suoi dipinti assume un carattere strumentale e può essere interpretato come l’effetto collaterale o, più precisamente, l’epifenomeno residuo di un processo di catarsi magica. Sembra, infatti, che l’artista usi la pittura come, secoli prima dell’avvento della psicanalisi, la usavano i primi uomini. Vale a dire, per conoscere e plasmare la realtà, propiziando gli eventi fausti o scongiurando le calamità. Perciò, si può affermare che, proprio come gli atti psicomagici di Jodorowsky, i dipinti dell’artista abbiano una qualità apotropaica, in grado di affiancare al valore estetico, proprio della cultura contemporanea, l’antica proprietà di esorcizzare gli influssi maligni con il potere attivo dell’immaginazione. Una facoltà che, in passato, gli artisti condividevano con gli sciamani e i guaritori.

Valentina Chiappini, Mamapapamamapapa, tecnica mista su cartone telato, 38x25 cm, 2014

Valentina Chiappini, Mamapapamamapapa, tecnica mista su cartone telato, 38×25 cm, 2014

Giuseppe Carta. La luce e il suono

3 Dic

di Ivan Quaroni

Piccola tovaglia metafisica,25x35,2012

Piccola tovaglia metafisica,25×35,2012

Considera il vetro, un corpo tanto compatto che nemmeno i profumi

che dilagano ovunque possono attraversarlo e, anzi, ne restano prigionieri;

con quanta facilità la luce l’attraversa!

(Pavel Florenskij)

Materiali della musica sono il suono e il silenzio.

Integrarli significa comporre

(John Cage)

Rubricare l’opera di Giuseppe Carta nella corrente del cosiddetto Iperrealismo o Fotorealismo sarebbe un errore o, quantomeno, una semplificazione, basata sulla constatazione, abbastanza evidente, del carattere minuzioso e accurato della sua pittura. In realtà, le premesse che conducono Carta a questo tipo di rappresentazione calligrafica, strenuamente aderente al dato ottico, sono assai diverse da quelle che mossero gli artisti americani, da Chuck Close a Richard Estes, da Malcolm Morley a Ralph Goings, i quali, sul finire degli anni Sessanta, influenzati dalla Pop Art, s’impegnarono a rappresentare in modo compiuto squarci urbani e soggetti tipici dell’era consumistica. Intanto perché, diversamente da Carta, essi catturavano, con l’aiuto della fotografia come strumento di mediazione, la realtà fenomenologica così come appariva ai loro occhi, senza alterarla, ma piuttosto evidenziando la mutata morfologia della vita e del paesaggio urbano. Una scelta che tali artisti adottarono, anche per contrastare la crescente ascesa di media quali la fotografia e il video, in modo da garantire alla pittura un ruolo non secondario nella documentazione della realtà. Attraverso la selezione critica d’immagini della realtà contemporanea, infatti, i fotorealisti americani esprimevano una visione critica e politica della società dei consumi, considerando la realtà come un campo d’indagine sociale.

Verso la luce, 25x35, 2013

Verso la luce, 25×35, 2013

Giuseppe Carta, invece, ha un approccio totalmente diverso. La sua tendenza ad aderire in modo epidermico alla realtà oggettiva è la conseguenza di un’assoluta fedeltà al proprio immaginario visivo. Un immaginario che egli costruisce, prima di tutto, nel campo della visione interiore, cioè dell’immaginazione. Carta, infatti, costruisce i propri soggetti creando composizioni simili ai set di posa fotografica. In poche parole, inventa la realtà partendo da una visione intima e immaginifica. Nella sua arte non c’è alcun intento documentativo, nessuna vocazione all’analisi sociale della realtà, piuttosto un’intenzione formativa, creativa, che si avvale degli strumenti della pittura, per illustrare l’universo epifanico delle sensazioni e delle intuizioni sottili.

Le sue nature morte – se di questo si tratta – nascono da allestimenti scenici fatti di cesti di frutta, libri, corde, cristalli e oggetti che servono a costruire immagini funzionali all’espressione delle idee dell’artista. Intendo dire, che nell’opera di Giuseppe Carta, il soggetto principale non è la realtà concreta, ma il concetto che a essa presiede. La verità ottica e il dato sensibile sono elementi strumentali della pittura di Carta, utili a indagare la dimensione luministica (e perfino sonora) dell’immagine. Una dimensione che, per essere colta nella sua più alta ed efficace espressione, richiede un impegno progettuale, una vocazione a costruire soggetti che la realtà offre solo in modo episodico, casuale.

Composizione con bicchieri blu su cestino e ricamo, olio su tela, 35x45 cm., 2006

Composizione con bicchieri blu su cestino e ricamo, olio su tela, 35×45 cm., 2006

Allestire un set, predisponendo soggetti adeguati a esprimere certe idee, è esattamente ciò che distingue l’opera di Carta da quella dei fotorealisti, i quali desumono i propri soggetti dalla realtà, limitandosi a scegliere un punto di vista, isolando un frammento o una porzione dal contesto. L’artista, invece, crea la realtà a immagine e somiglianza di un’idea, di un costrutto mentale. Il suo lavoro ha, perciò, un carattere assertivo, perché le sue composizioni sono il prodotto di un artificio, di un edificio intellettuale che assume, attraverso una pittura di lenta e attenta decantazione, una verosimiglianza quasi parossistica. I dipinti dell’artista sono, di fatto, più veri della realtà, nel senso che possiedono una definizione esasperata dei dettagli, più simile all’alta definizione digitale che alla normale, e forse più limitata, visione dell’occhio umano. Il modo di lavorare di Giuseppe Carta è simile a quello dello scienziato impegnato a ricreare in laboratorio le condizioni ottimali per studiare un fenomeno fisico. Anche lui, infatti, crea ad arte la situazione ottimale perché gli effetti di luce raggiungano il più alto grado di efficacia comunicativa e siano, inequivocabilmente, esperiti dall’osservatore in tempi e modi che la realtà sensibile, per natura dinamica e mutevole, non permette.

Mi spiego meglio: perché sia possibile osservare il tripudio di riflessi, rifrazioni e deformazioni che la luce produce sulle complesse architetture di vetri allestite da Carta, dovremmo avere la fortuna di imbatterci in una circostanza casuale quanto mai rara. Perché ci capiti di osservare un assembramento di oggetti o di frutti, tanto evocativo da condurci da uno stato di contemplazione a uno di meditazione, dovremmo avere una fortuna sfacciata. Dove mai si sono viste, infatti, nella realtà, simili, pericolanti, costruzioni di cristalli, vetri, bicchieri, calici? Quando mai una pila di libri antichi, magari tenuta insieme da una corda, su un vecchio tavolo eroso dai tarli del tempo, ci ha fatto pensare al filo ininterrotto della nostra memoria collettiva? E dove abbiamo occasione di vedere cesti di limoni o melagrane, così plasticamente e vividamente scolpiti dalla luce, se non nelle nature morte di Caravaggio o di Zurbarán? Naturalmente, la realtà offre i abbondanza tali meraviglie, ma siamo sicuri che l’uomo moderno sia in grado di coglierle? Solo chi avesse uno sguardo acuto e una mente filosofica potrebbe intuire il senso profetico di tali immagini e trarne, poi, un beneficio duraturo. Invece, sappiamo bene che, in quest’era digitale, rapida e superficiale, la nostra soglia di attenzione si è notevolmente abbassata, così come la nostra capacità di trattenere nella memoria il senso profondo di un’immagine. E lo sa anche Giuseppe Carta. Non a caso, egli matura una pittura quasi claustrale, purificata d’ogni imperfezione, in cui la luce e gli effetti atmosferici sono disciplinati da un rigido controllo registico, simile a quello esercitato da un direttore della fotografia durante le riprese di un film.

Tre bicchieri olio su tela, 55x65 cm.,1998

Tre bicchieri olio su tela, 55×65 cm.,1998

I soggetti dei dipinti di Carta beneficiano di una preparazione rigorosa, che regola i contrasti luministici, dotando gli oggetti e gli sfondi di luci intense e ombre profondissime. Ed è proprio nella composizione dei soggetti e nell’allestimento dei set che l’artista muove il primo, fondamentale passo, della sua indagine ottica, una sorta di elogio (o forse sarebbe meglio dire di canto) della luce come effetto di un’attenta coscienza formativa, non più (o non solo) correlata alla realtà fisica, ma allusiva di una condizione dello spirito. La luce è, dunque, insieme al suono, il perno centrale della ricerca di Carta, artista con una solida formazione musicale, che ha saputo trasferire la sua naturale propensione ritmica e armonica, derivata dallo studio del pianoforte e dell’organo nei Conservatori di Genova e di Alessandria, in modulazioni pittoriche di luce e colore. Non è un caso, infatti, che alcune delle sue composizioni pittoriche, alla fine degli anni Ottanta, siano ispirate alle sinfonie di Wolfgang Amadeus Mozart. Le opere della serie Mozartiana, giungono dopo un decennio di sperimentazioni pittoriche che portano l’artista da un iniziale interesse per l’astrazione a un’impostazione via via più realistica. Tra gli anni dedicati alla musica e quelli della definitiva scelta pittorica, Carta ha avuto modo di lavorare anche nel campo del fumetto, collaborando con autori come Hugo Pratt e Attilio Micheluzzi all’illustrazione dei volumi Soldati di Ventura/ Storie di un altro Evo e di altre realtà, una collana pubblicata da Ivaldi Editore, e contemporaneamente di approfondire gli studi musicali nell’ambito della musicoterapia. Il suo background culturale è, dunque, assai variegato e finisce per influire anche sulla sua ricerca artistica che, come abbiamo detto, insiste soprattutto sull’indagine degli effetti luministici e sull’evocazione di un ordine armonico, in qualche modo affine a quello della composizione musicale.

Come ha spesso rilevato la letteratura critica, le caratteristiche dell’opera di Giuseppe Carta sono molteplici. C’è, innanzitutto, il fattore tecnico e formale, cioè quell’adesione epidermica al dato ottico, quella disciplina di sapore quasi miniaturistico e, insieme, quella propensione, atletica e agonistica, a formare le immagini con una pazientissima acribia lenticolare. Un elemento, questo, che ha spinto alcuni autori a creare arditi parallelismi tra la pittura di Carta e il Fotorealismo. Un’analisi giusta fino a un certo punto, perché, in realtà, la tensione iper-mimetica di Carta sfocia in una di visione talmente complessa, da evocare piuttosto la capziosità scenica del Barocco. Gli artifici della pittura Seicentesca, ossessionata da violenti contrasti di ombra e luce, così come il nitore immoto e cristallino del Novecento italiano o tedesco, aleggiano come fantasmi in tutta l’opera di Carta. Un’opera in cui l’apoteosi della luce è, appunto, il risultato di una mera proiezione mentale, di un afflato ideale. Il nitore delle sue immagini tende a forzare la definizione delle forme fino a superare i confini di una normale visione stereoscopica escludendo, quindi, ogni difetto e ogni impurità atmosferica. L’occhio umano, infatti, è limitato e non sopporta la messa a fuoco simultanea di ogni dettaglio dell’oggetto. Giuseppe Carta, invece, estende la definizione dei dettagli a tutta la superficie del quadro, perché il suo interesse non è tanto quello di riprodurre fedelmente la realtà, ma di rappresentare il sublime come effetto di una tensione spirituale. Si ha, infatti, l’impressione che le visioni ultra retiniche di Carta scaturiscano, in verità, non dalle capacità del nervo ottico, ma dal più alto potenziale proiettivo della materia cerebrale.

Ad esempio, le composizioni di cristalli (Trasparenze), dove l’accumulo di calici e bicchieri sembra sfidare le leggi fisiche dell’equilibrio, somigliano ad architetture di luce, in cui strutture trasparenti irradiano lampi e bagliori, fulgori e splendori. In queste, più che in altre opere, la luce è indagata nella sua dimensione più pura, non effettuale, poiché calici, coppe e bicchieri svolgono la funzione di amplificatori delle radiazioni luminose. Lo stesso, si può dire delle monumentali sculture in alluminio specchiante, create per il Padiglione della Repubblica di Costa Rica durante la 53ª Biennale di Venezia (2009), dove i soggetti tipici della sua pittura (melograni, ciliegie e altri frutti) diventano oggetti che riflettono l’ambiente circostante, mutando, così, di volta in volta, il loro aspetto secondo la diversa ubicazione dell’installazione.

Tovaglia metafisica,olio su tela, 55x80, cm., 2009

Tovaglia metafisica,olio su tela, 55×80, cm., 2009

Un altro elemento caratteristico dell’opera di Carta è la capacità di scandire, attraverso la luce, le superfici degli oggetti, conferendo loro una tridimensionalità e una gravità essenziali. I limoni, così impressionantemente definiti, della serie intitolata Verso la luce, come pure le mele cotogne e i melograni di Memorie d’autunno o le pile di libri di Sul filo della memoria, assumono una consistenza volumetrica, quasi fossero scalpellati a tutto tondo dalla mano di un abile scultore. La luce, in questi lavori memori dello stile della grande pittura spagnola del Cinque e Seicento – si pensi soprattutto ai pittori della Scuola di Toledo (come Juan Sanchez Cotán) o a quelli castigliani (come Juan van der Hamen y León) – diventa uno strumento in grado di disegnare superfici e volumi con una precisione parossistica, ai limiti dell’allucinazione. Il meccanismo formale è analogo a quello di tanta pittura caravaggista, giocata sul drammatico conflitto tra la vividezza del soggetto e il buio assoluto, perfino archetipico, del fondale. Un fattore, questo che emerge sia nei dipinti con cipolle, che assumono quasi lo statuto di soggetti, ognuno dei quali sembra dotato di una propria, originale “personalità”, sia nelle cosiddette Tovaglie metafisiche, dove il candore niveo dei tessuti, sovente mosso da articolatissimi pizzi e ricami, si staglia secco e preciso sulla nera, quasi palpabile, profondità degli sfondi.

Più rare, invece, sono le opere in cui l’ambiente è rischiarato da un’illuminazione meno contrastata. Vi sono, infatti, alcune composizioni in rosso con cipolle o limoni ammantate di una lucentezza vespertina e altri in cui il fondo grigio e uniforme evoca la luce tersa e cristallina del giorno. In ogni caso, l’artista sembra andare ben oltre la soglia del rappresentabile, fino a sconfinare nel dominio dell’ipotetico. Come notava Beatrice Buscaroli, “Quel che non si riesce a dire, perché non si può spiegare a parole, è la ragione per cui l’opera di Carta ponga una meditazione profonda sulla natura della pittura nel momento stesso in cui ne celebra la bellezza astrale, assoluta, indicibile, complessa, che assomma tempi e spazi e situazioni uscendo completamente dalla realtà vera di un solo tempo”.[1]

Composizione con limoni su sfondo nero. Verso la luce, olio su tela, 55x80 cm., 2010-2011

Composizione con limoni su sfondo nero. Verso la luce, olio su tela, 55×80 cm., 2010-2011

Nelle opere dell’artista, infatti, più che la volontà meramente riproduttiva, mimetica appunto, si avverte la pulsione ideale. Carta è, in verità, un pittore chimerico e le sue chimere si chiamano visioni. Visioni dove le luci, i suoni, ma anche i ritmi, spazianti dal pianissimo al maestoso, tratteggiano una realtà plausibile, verosimile, otticamente esatta, che adombra le infinite possibilità dell’immaginazione. E perciò, davanti alla sua pittura in cui la realtà diventa niente più che uno strumento per inverare l’universo iperuranico delle idee, vien da chiedersi se, come peraltro dimostrano i suoi esordi di carriera, egli non sia rimasto un pittore fondamentalmente astratto, più innamorato della realtà platonica, che non di quella aristotelica. Solo così, infatti, si spiega quello scavalcamento della realtà che, in definitiva, non è altro che l’effetto di una forzatura della visione. Quella che ci consente la nostra limitata, circoscritta fisiologia della percezione.

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Info:

GIUSEPPE CARTA

LA LUCE E IL SUONO

FONDAZIONE STELLINE

Corso Magenta, 61 – Milano

18 dicembre 2014 – 11 gennaio 2015

OPENING: 17 dicembre h 18.30

Orari: da martedì a domenica h 10.00- 20.00 (chiuso il lunedì) ingresso libero www.stelline.it t +39.02 45462.411  PER INFORMAZIONI:AR.CO.IT. Arte Contemporanea ItalianaVia Cesare Balbo, 3 – Milanot + 39 02 58316316 arcoit@libero.it

INFORMAZIONI PER LA STAMPA:

UFFICIO STAMPA

ch2 comunicazione e ideazione eventi culturali

http://www.ch2.it

Chiara Chiapparoli cc@ch2.it t + 39 328 8967283

[1] Beatrice Buscaroli, La parola della luce, in Giuseppe Carta. La parola della luce, catalogo della mostra, 13 gennaio – 2 marzo 2011, AR.CO.IT, Milano.

Arturo Bonfanti. La materia sensibile

24 Set

di Ivan Quaroni

AC murale 113, 1972, cm 35x38, acrilico su pavatex

AC murale 113, 1972, cm 35×38, acrilico su pavatex

La seconda metà degli anni Sessanta avvia un passaggio importantissimo nella produzione di Arturo Bonfanti, segnando un ampliamento e, insieme, un approfondimento della sua grammatica astratta. Un linguaggio giunto a maturazione nel corso dei tre, quasi quattro, decenni precedenti, con un ritmo di gestazione lento, che vede tramutare gli iniziali riferimenti alla figura in forme concrete e geometriche sempre più autonome.

Tutta la sua ricerca, iniziata nello scorcio finale degli anni Venti e proseguita fino al 1978, può essere letta come un processo di sintesi graduale, in cui le forme si distillano, flemmaticamente, fino a formare un originale e riconoscibilissimo alfabeto di figure, lettere e grafemi. Un alfabeto che giunge all’astrazione, come ricorda Luciano Caramel, “non per un’improvvisa folgorazione, né per una scelta di comodo, ma per la logica e conseguente evoluzione del suo discorso”,[1] caratterizzato, appunto, da un avvicendamento costante e ostinato di soluzioni formali maturate in solitudine, avendo in mente il modello solido, per lui ancora vivido, della grande tradizione artistica italiana, che egli riteneva indispensabile e irrinunciabile.

Dopo il suo trasferimento da Bergamo a Milano nel 1926, infatti, Bonfanti ebbe modo di respirare il clima di Ritorno all’Ordine propugnato dai Novecentisti di Margherita Sarfatti, ma rimase sempre estraneo alle conseguenze politiche che esso comportò. Piuttosto, egli guardò alla tradizione partendo da premesse moderne e scartando i pericoli della retorica di regime per concentrarsi sulle intuizioni formali e cromatiche di maestri come Giotto e Piero della Francesca, cui pure guardarono, ma con diverso spirito, i maestri figurativi dell’epoca. A Bonfanti non interessavano i movimenti di ritorno. Piuttosto, intendeva riscoprire quanto c’era di universale e atemporale nella lezione dei grandi maestri italiani, per poterne riaffermare i valori nel presente, ma con linguaggi (e materiali) del presente. Il suo approccio alla tradizione, rimasto sempre puro e, come dire, scevro da suggestioni archeologiche, si determina, semmai, come un dialogo interiore e riservato col passato, che egli traduce nella ricerca di un ordine sottile, quieto ed equilibrato, in cui è lecito, talvolta, avvertire echi della metafisica morandiana, come pure della sensibilità cromatica e formale di Paul Klee.

AC murale 45, acrilico su pavatex,35x42 cm., 1973

AC murale 45, acrilico su pavatex,35×42 cm., 1973

Quest’aspetto, insieme modernista e rispettoso della tradizione, ci permette anche di capire perché, a un certo punto, il linguaggio di Bonfanti subisca un’estensione del registro espressivo, peraltro proprio in coincidenza con il suo interesse per la scultura, che risale alla seconda metà degli anni Sessanta e che si esprime non solo con la creazione di opere a tutto tondo di legno laccato bianco, ma anche di rilievi monocromi in cui la sua pittura, solitamente così attenta ai valori cromatici e tonali, raggiunga una sorta di azzeramento minimalista.

Nei Rilievi, un gruppo numericamente ridotto di opere eseguite tra il ’66 e il ’68, le geometrie di Bonfanti si presentano come un’alternata progressione di spessori triangolari, rettangolari, quadrati, dialoganti tra loro attraverso le sottili linee d’ombra proiettate dai contorni delle figure. Sono opere in cui la dimensione aggettante è delicata e mobile, dipendente com’è dall’incidenza della luce rispetto alla posizione dell’osservatore. Si potrebbe quasi dire che i Rilievi anticipino, in un certo senso, il tema della fisiologia della percezione, che sarà dominante nelle successive ricerche ottiche e cinetiche italiane, sebbene, per Bonfanti, l’interesse primario resti quello dell’equilibrio e dell’autonomia formali.

Rilievo 351, olio su pannello in legno, 25x30 cm., 1968

Rilievo 351, olio su pannello in legno, 25×30 cm., 1968

I Rilievi precedono, di pochi anni, i dipinti su pavatex, i cosiddetti AC Murali, così chiamati perché evocano, con i loro fondi screziati, la consistenza delle superfici parietali. Il pavatex è, infatti, un materiale isolante, di solito usato per la coibentazione di tetti e dei pavimenti e composto di residui di legno pressati e incollati che danno ai pannelli una caratteristica texture irregolare. Si tratta, dunque, di un materiale economico, di produzione industriale, di cui l’artista intuisce subito il carattere intrinsecamente pittorico. In queste tavole, lasciate grezze, per valorizzare la tramatura del fondo, la sensibilità luministica di Bonfanti si fa più stringente e, insieme, più evidente. L’artista lavora con una gamma cromatica ridotta, minimale, tarando la tavolozza su variazioni di terre chiare e lasciando, talvolta intravedere il colore originale del pavatex. Come gli antichi maestri, infatti, usa le velature per calibrare i passaggi di uno stesso colore e creare, cosi, un insieme armonico, di sapore squisitamente musicale.

AC murale 143, acrilico su pavatex, 35x38 cm., 1972

AC murale 143, acrilico su pavatex, 35×38 cm., 1972

In questo dialogo serrato tra la materia e la luce, Bonfanti sembra pervenire a una grammatica più rarefatta. Le sue tipiche stesure, precise e compatte, diventano più aeree, quasi trasparenti, e la luce acquista ora una più intensa vibrazione, scivolando sulla superficie mossa dai corpuscoli truciolari. Il pavatex, per Bonfanti non è un supporto qualunque, ma costituisce già un primo livello di pittura, una sorta di prima stesura, una materia sensibile su cui l’artista modula gli interventi successivi. La temperatura cromatica dei pavatex varia dai primi esemplari, dipinti a olio, e dunque più caldi grazie all’apporto del colore vivo, organico, fino ai veri e propri Acrilici Murali, dove l’uniformità delle superfici subisce, a volte, un netto schiarimento e raffreddamento dei toni.

AC murale 79, acrilico su pavatex, 35x42 cm., 1970

AC murale 79, acrilico su pavatex, 35×42 cm., 1970

È soprattutto in questi lavori della maturità che emerge la sensibilità sottile e il carattere reticente, meditativo della sua pittura, sempre allusiva di una condizione d’intima, sognante contemplazione interiore. I colori chiari, eleganti, insieme all’articolazione di geometrie morbide, in cui le zone perimetrali sembrano scivolare l’una sull’altra, trovando nuovi e imprevedibili assesti statici, sono elementi che trovano un bilanciamento netto, deciso, nell’introduzione di contrappesi forti, come figure (o lettere) di colore scuro o nero.

Arturo Bonfanti è un maestro dell’equilibrio e della misura, capace di dosare i rapporti tra linea, superficie e colore in una prospettiva di ordine nitido e cristallino di matrice pierfrancescana, ma con il pavatex, un supporto evocativo, eloquente, da domare attraverso il rigore della geometria e la poesia del colore, introduce per la prima volta in pittura quella sensibilità tattile della materia, che aveva in parte anticipato nei Rilievi.

AC murale X.3., acrilico su pavatex, 34x37 cm, 1971

AC murale X.3., acrilico su pavatex, 34×37 cm, 1971

La sua è una scoperta che giunge, purtroppo, solo nella fase finale della sua produzione, un tentativo, peraltro riuscito, di tradurre i suoi motivi formali e compositivi in una nuova dimensione spaziale, che finirà per marcare indelebilmente il senso complessivo della sua ricerca artistica, imponendo una doverosa rilettura di tutto il suo percorso. Un percorso – come hanno più volte evidenziato i suoi interpreti critici – solitario, finanche claustrale, tanto profondamente radicato nella tradizione quanto stilisticamente votato alla modernità, al punto da essere, in taluni casi, perfino anticipatore d’intuizioni che avrebbero caratterizzato le successive sperimentazioni artistiche di marca astrattista.

Info:

LORENZELLI ARTE,
Opening: Giovedi 25 settembre, h. 18.30
Corso Buenos Aires 2 (20124), Milano
+39 02201914 , +39 0229401316 (fax)
info@lorenzelliarte.com
http://www.lorenzelliarte.com

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[1] Luciano Caramel, La pittura segreta di Arturo Bonfanti, in Arturo Bonfanti. Intime astrazioni (1926 – 1975), Institute Mathildenhöhe, Darmstad, Lorenzelli Arte, Milano, 2001.

Florencia Martinez. Il pasto nudo

9 Lug

di Ivan Quaroni

Ammettiamolo, l’immagine del corpo femminile, preferibilmente nudo, costituisce per il mondo dell’advertising un fattore di sicuro successo. Un manifesto o uno spot catturano l’attenzione del pubblico se offrono la rappresentazione di una donna discinta, ammiccante, che alletta il voyeur con la promessa di un consumo erotico che avverrà, nel migliore dei casi, solo nella fantasia. La pubblicità di questo decennio ha assunto risvolti fortemente sessuali, tanto che l’informazione commerciale relativa a qualsiasi tipo di prodotto pare essersi appiattita sul modello delle campagne dei brand di lingerie e underwear. Tuttavia, il fatto che la pubblicità sia rimasta “in mutande” è solo la conseguenza di una società iper-feticista, che ha conferito alle immagini morbose (non solo di natura erotica o pornografica) un ruolo dominante.

invasion

Nel 2007 su alcuni mezzi pubblici di Torino si poteva vedere la foto di una donna nuda chiusa in una confezione di cellophane. Sull’etichetta, oltre al codice a barre compariva la scritta: “OFFERTA SPECIALE. Ideale per pubblicità, televisione, sfilate”. Il messaggio, rivolto ai consumatori che non gradiscono lo sfruttamento del nudo femminile per fini commerciali, si proponeva di farla finita con i prototipi di mamme sorridenti che si alzano dal letto già perfettamente in ordine e truccate, servono la colazione a tutta la famiglia, puliscono il water e, quando il marito torna a casa dal lavoro, si fanno trovare vestite con provocanti negligé. L’utilizzo stereotipato di modelli che offendono l’immagine della donna è storia vecchia, che risale alle pubblicità degli anni ‘50 e raggiunge la sua acme con l’immaginario fetish e bondage delle più aggressive campagne odierne.

vitamine,suchi,frutte verdura 4

Nei suoi ultimi lavori, Florencia Martinez usa gli stereotipi pubblicitari relativi al corpo femminile in modo evidentemente critico, accentuando gli elementi disturbanti che sottendono quel tipo di messaggio, come ad esempio, l’equiparazione con i prodotti tipici di consumo alimentare e l’ambientazione nei luoghi tipicamente femminili dello spazio domestico. La nudità che per l’advertising è un fattore di forza, diventa nelle sue opere un sintomo di fragilità, di vulnerabilità esistenziale. Le premesse a questo tipo di considerazione sono semplici e spesso largamente condivise. L’artista argentina le riassume così: “Non è vero che siamo felici, non è vero che la bellezza è immutabile, è invece vero noi corriamo contro il tempo e che tutto ha una scadenza”. Le scadenze, in verità, ci salvano la vita e, allo stesso tempo, ce la consumano. Quelle stampate sulle confezioni degli alimenti che conserviamo in frigorifero, ad esempio, ci preservano dalle intossicazioni, ricordandoci, tuttavia, che il tempo passa e noi, come esseri umani, ci avviciniamo alla nostra data di scadenza. Tutte le scadenze della vita, le bollette, le consegne di lavoro, gli esami scolastici, gli appuntamenti, i mutui, tutte quelle cose, insomma, che devono essere portate a termine entro una certa data, a ben vedere non sono altro che forme quotidiane di memento mori.

un corazon herido ocupa poco espacio

In una società, come la nostra, globalmente ossessionata dal benessere e dalla salute fisica ed estetica, la morte, ma ancor di più l’invecchiamento, sono orribili spauracchi. Per difenderci dalla consapevolezza della nostra fine, abbiamo costruito luoghi in cui è possibile perpetuare l’illusione di un’assurda longevità, come palestre, piscine, saune e centri estetici. Dorian Gray è l’ideale dell’uomo contemporaneo, per il quale contano solo la bellezza e l’emozione subitanea, il capriccio e la sua immediata soddisfazione. Dorian Gray è il paradigma ante litteram del consumatore compulsivo. Quello che il sociologo inglese Zygmunt Bauman ha definito l’uomo che sceglie, l’individuo che prende continuamente decisioni in merito ai suoi consumi poiché le sue scelte non sono mai definitive. L’homo eligens di Bauman non è l’uomo che ha scelto, ma quello che, appunto, sceglie. Perso in un presente ininterrotto, l’homo eligens continua a nutrire l’illusione di poter ingannare il tempo e, con esso, la morte.

preferibilmente  3

Florencia Martinez affronta il problema del tempo e della bellezza dal punto di vista delle donne, per le quali il decadimento fisico è un fattore debilitante non solo in termini di salute. Il pregiudizio maschile, inverato dalla logica pubblicitaria, insegue l’ideale di una donna eternamente giovane e avvenente, sensuale e condiscendente. A causa di questo stereotipo la donna reale, quella in carne ed ossa, subisce una sorta di ansia di prestazione estetica, il cui destino è quello di aggravarsi con il trascorrere del tempo e la comparsa delle prime rughe, quelle che la pubblicità, con diabolica astuzia ha ribattezzato col termine di inestetitismi. Florencia Martinez ci consegna, invece, l’immagine di una nudità femminile fragile, di una corporeità reale e drammatica, sulla quale è impressa, come un tatuaggio, la data di scadenza. Non una nudità inanimata, che conserverebbe almeno la durata superiore dell’oggetto inerte, ma una nudità organica, carnale, deperibile. Il corpo messo in scena dall’artista è, per dirlo con le parole di Caterina Gualco “ultima spiaggia della proprietà, ultimo possesso individuale, ultimo bene inalienabile, glorificato, negato e martirizzato, materia per il prete, lo psicoanalista, il chirurgo, per lo stilista e il produttore di cosmetici…”[1]. La cucina è lo spazio in cui l’artista decide di inscenare il dramma della deperibilità e della consunzione. Luogo di conservazione dei nutrimenti, ma anche fucina alchemica della loro trasformazione in cibi commestibili, la cucina è un territorio ambivalente, dove gli alimenti vengono preparati (e spesso anche consumati), ma anche buttati. In qualche modo, essa rappresenta il teatro primario del conflitto esistenziale tra consumo e rifiuto. Un dualismo che, secondo Zygmunt Bauman riflette lo schema della società consumista liquido-moderna[2]. La spazzatura è il lato oscuro dell’intera faccenda, essa sta alla società dei consumi come la morte sta all’ossessione per il wellness. L’associazione tra la deperibilità della bellezza e degli alimenti è fondata proprio su questa duplice consapevolezza.

i numi dei fornelli

Con le sue opere ibride, basate sulla commistione tra fotografia, stampa digitale, pittura e ricamo, Florencia Martinez usa i contrasti cromatici, materici e anche tecnici per sottolineare quelli tematici che intende rappresentare. Rispetto al passato, nella sua ricerca sembra venir meno l’aspetto memoriale e, se vogliamo, anche lirico ed evocativo. Prevale, invece, un bianco e nero fotografico duro e impietoso con i colori di fondo in massima parte giocati su scale di grigio che nulla concedono alla tensione ornamentale dei lavori precedenti. L’aspetto esornativo, implicito nel disegno dei tessuti impiegati dalla Martinez, diventa un accessorio secondario, trasparente come una filigrana. Il ricamo non è più uno strumento decorativo, ma assume una valenza comunicativa sotto forma di frasi che offrono una chiave di volta interpretativa. È il caso di Un corazon herido ocupa poco espacio, dove la ferita sentimentale si traduce in immagine di disarmante precarietà esistenziale. L’artista è, insomma, più concentrata sulla forza d’impatto delle figure che non sulla loro appetibilità estetica. Ed è questo, infatti, uno dei lavori più duri dell’artista, in cerca di una sorta di riscatto per il genere femminile e di una rivincita sugli stereotipi e le convenzioni più trite del pensiero maschile. Il Pasto Nudo, titolo mutuato dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, diventa allora il simbolo di un martirio, di un rito sacrificale in cui è immolato sull’altare l’ideale di una beauté incorruttibile e sempiterna. Non si tratta qui di negare l’importanza della bellezza, ma piuttosto di sottolinearne il potere destabilizzante nei confronti dell’uomo, che non nell’impossibilità di possederla, la offende o la occulta. Ecco, allora, il senso di quelle bende, che più che sanare le ferite, servono a nascondere la bellezza dei volti delle donne di Florencia Martinez, vittime di una negazione, di un mancato riconoscimento, ma soprattutto declassate in un degradante stato di minorità civile, sociale e sentimentale. In queste donne offese, ma ancora combattive, sopravvive lo spirito di eroine leggendarie come Circe e Didone.

ho circunnavigato ogni possibilità per arrivare a questo

Quella di Circe, che prima trasforma i compagni di Ulisse in maiali e poi s’innamora dell’eroe omerico, dandogli ben due figli (Telegono e Cassifone), è in fin dei conti la storia di una sconfitta, di un addomesticamento. In riferimento al mito della maga e regina, Florencia Martinez sceglie di rappresentare il momento più alto della sua vicenda, eleggendo i maiali a simbolo della natura ferina degli uomini. In molte tradizioni religiose, il maiale riveste, infatti, un significato negativo. Per l’ebraismo e per l’Islam, che osservano la prescrizione di non mangiare carne suina, non esiste bestia più abbietta. Nel libro del Levitico (11, 7-8) è scritto che “il porco, perché ha l’unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri”.  Nel Corano, alla Sura II, 173 si legge: “In verità vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah”. L’equivalenza uomini-maiali suona quindi come un impietoso j’accuse nei confronti del genere maschile, in attesa di un riscatto che deve ancora venire.

tradimento

Quella di Didone, fondatrice di Cartagine e regina di Tiro, innamorata di Enea tanto uccidersi alla sua partenza, è la storia di un sacrificio, ma anche di un riscatto. La regina fenicia è, scrive Dante nel V canto dell’Inferno, “colei che s’ancise amorosa/E ruppe fede al cener di Sicheo”, ovvero quella che si uccise per amore di Enea, tradendo, allo stesso tempo, la memoria del defunto marito (Sicheo). Sulla sua figura aleggia un’implicita condanna morale. Tuttavia, la storia vuole che, una volta morta, Didone sia stata divinizzata dal proprio popolo col nome di Tanit, il cui culto sopravvisse alla distruzione di Cartagine, perpetuandosi fino all’avvento delle invasioni barbariche. Le eroine di Florencia Martinez attendono ancora di essere riscattate. Per loro, che non sono divinità o regine, ma semplici mortali, il riscatto non può che avvenire entro i confini di questa società e di questa epoca, nelle leggi e nelle consuetudini degli uomini. Preferibilmente, entro la data di scadenza.


[1] Caterina Gualco, Il Corpo Rinato, a cura di Fabrizio Boggiano, catalogo stampato in occasione della mostra omonima, Ferrari editore, 1999, Genova.

[2] La questione è trattata in Zygmunt Bauman, Vita liquida, Edizioni Laterza, 2008, Bari.

Salvo – Estasi ordinaria

3 Giu

Di Ivan Quaroni

Laggiù tutto è ordine e bellezza

Lusso,calma e voluttà 

(Charles Baudelaire) [1]

L’opera di Salvo è chiaramente, fin dal principio, il risultato di due importantissime scelte, di due gesti precisi, che tracciano i confini del suo modus operandi. Il primo gesto riguarda la provvidenziale affermazione del valore dell’individuo in un clima culturale dominato dall’ossessione collettivista. Nella Torino dei primi anni Settanta, in pieno rigore poverista, Salvo introduce, in assoluta controtendenza, il recupero della soggettività come orizzonte entro cui sviluppare l’azione artistica. Prima della famosa svolta pittorica, infatti, esordiva nella galleria di Gian Enzo Sperone con dodici fotomontaggi, in cui appariva nelle molteplici vesti di operaio, di ballerino, di guerrigliero, di ufficiale nazista, di aviatore. L’Autoritratto (come Raffaello) del 1970 dimostra che il recupero della dimensione individuale e soggettiva è solo un atto preliminare, che porterà Salvo ad introdurre subito dopo il tema del potere generativo e demiurgico dell’artista. Una serie di autoritratti fotografici eseguiti tra il 1970 e il 1975 ritraggono Salvo nell’atto di benedire la città di Lucerna. La santità è semplicemente un altro modo di ribadire l’aura mitica dell’artista, sottolineata a più riprese sia nelle Lapidi che nei Tricolori con la scritta “Salvo”, realizzati tra il ’71 e il ’72. L’ego creativo è dunque il primo dominio operativo di Salvo, un territorio circoscritto, ma potenzialmente infinito, perché gli permetterà, in seguito, di intendere la pittura non solo come campo d’indagine formale, ma anche come strumento di proiezione del proprio vissuto culturale ed esperienziale. I capricci e i d’après che costellano la sua produzione ne sono un esempio. Si tratta di generi pittorici in cui è esaltata la personalità dell’interprete, la sua maniera di “vedere” e “sentire”, di modulare un tema assecondando la propria sensibilità. Nata nell’Ottocento, la pratica del d’après si differenziava dalla copia fedele eseguita nei musei e nelle accademie, per confrontarsi piuttosto con l’esperienza della variazione musicale. Di fatto, il d’après era una variante dell’originale, un modo con cui l’allievo pittore, affrancandosi dalla pratica della copia, dimostrava la sua maturità. Ora, si dà il caso che le prime opere pittoriche di Salvo siano oltre che degli autoritratti, anche dei d’après, cioè delle “modificazioni” da originali di artisti di varie epoche. Ciò ci introduce direttamente alla seconda, determinante, scelta compiuta da Salvo, ovvero quella di avere come interlocutori i grandi maestri del passato. Esemplare, in tal senso, è la sua partecipazione alla mostra “Project ‘74” a Colonia, dove chiede, a sorpresa, di essere collocato non nella Kunsthalle, insieme agli altri partecipanti, ma nel Wallraf-Richartz-Museum, tra le opere di Cezanne, Rembrandt, Watteau, Cranach e Simone Martini. Il suo lavoro, che doveva rappresentare il Novecento, era una variazione su un’opera di El Greco, San Martino e il povero. Le conseguenze di quell’azione saranno molteplici. Per prima cosa, quella che Cristiana Perrella ha chiamato “la discesa nella storia dell’arte, ma anche, e soprattutto, il processo di identificazione, di incarnazione, tra sé e le proprie opere”.[2]  Quella speciale relazione, che l’artista intrattiene con i suoi illustri predecessori nel San Martino, come nei successivi San Giorgio – ripresi da Raffaello, da Cosmè Tura e da Carpaccio -, è sia un escamotage per inserirsi di diritto nella sequenza temporale dei Maestri (del colore), sia una maniera per segnare i confini del proprio operare. Il confronto avviene, verrebbe da dire, fuori dalle urgenze del presente (quello in cui dominava l’arte Povera e Concettuale), ma dentro i meandri di una storia sconfinata, in cui il nostro si muove con curiosità e sapienza eclettiche.

Salvo - Estasi Ordinaria

La grande novità in quel fatidico 1973 in cui la pittura, per suo merito, rientra, seppure un po’ in sordina, nell’arena del contemporaneo, consiste anche nell’aver riaperto quel dialogo con il passato che era stato interrotto dall’Arte Povera. In un articolo su Flash Art del 1967, Germano Celant definiva l’attitudine poverista come “un esserci […] che predilige l’essenzialità informazionale, che non dialoga né col sistema sociale, né con quello culturale, che aspira a presentarsi improvviso, inatteso, rispetto alle aspettative convenzionali, un vivere asistematico in un mondo in cui il sistema è tutto”.[3] All’opposto, come ha scritto Alberto Fiz, “il ritorno alla pittura [di Salvo] coincide con una presa di posizione nei confronti della storia dell’arte che viene tolta dalla naftalina per entrare prepotentemente nel circuito attraverso un ipertesto destinato a modificare il modello lasciando, tuttavia, intatto l’impianto narrativo”.[4] È, ancora, la logica del d’après, che Salvo applica nei confronti di tutta la storia, ricavando il proprio stile proprio dalla stilizzazione e semplificazione del segno dei maestri. D’altra parte, già nello scritto teorico, intitolato Della pittura. Imitazione di Wittgenstein, l’artista si poneva il seguente quesito: “Evoluzione della storia dell’arte come disfacimento progressivo della forma, come progressiva cecità, oppure come continuo accrescimento del vedere?”[5]. La risposta non è affatto immediata, perché la stilizzazione pittorica operata da Salvo può essere letta come sintomo del disfacimento formale a cui la storia dell’arte và incontro, ma anche come ritorno ad una semplicità originaria, ad un punto di ripartenza, come nel caso dei pittori Nazareni o in quello più illustre di Cezanne. Il succitato “accrescimento del vedere” coincide allora con la capacità di rileggere e riscrivere la pittura, rinunciando a quel tipo di spirito avanguardista, che pretende di scavalcare la storia. Salvo è artista che abbraccia la storia, ma anche il presente, il mondo e il contesto in cui vive. La sua idealità non è quella dell’ingenuo, ma quella dell’erudito che trova nella stratificazione e nei depositi culturali del passato una materia vivificante, pur senza cadere nella prigione stilistica degli anacronismi. Per dirla con Jean Clair, in Salvo “il passato feconda il presente, il presente risveglia il passato, sotto il sole strano e inquietante della coscienza”.[6] La pittura di Salvo è, in un certo senso, come certi racconti di Borges, soprattutto quelli di Aleph e Finzioni, in cui l’autore narra di luoghi immaginari e di personaggi storici, che però sono totalmente reinventati a beneficio del lettore. La storia come menzogna o come reinvenzione è il nucleo della ricerca di Salvo.

Salvo - Estasi Ordinaria

Salvo ha dipinto quasi tutti i generi pittorici, ma il paesaggio, tra tutti, ha assunto quasi subito un ruolo dominante. Sono paesaggi molti dei suoi d’après, i capricci, le ottomanie, i notturni, le periferie, le autostrade, i cantieri navali e le fabbriche. Il paesaggio di Salvo è il luogo in cui si fissa la semantica dell’artista, il bacino di raccolta del suo alfabeto, della sua grammatica. Il paesaggio di Salvo è, a tutti gli effetti, una sorta di linguaggio dotato di una solida sintassi, che si declina, sovente, in nuove inflessioni fonetiche. È un refrain, un leit motiv, un ritornello insomma, su cui si incardina la variazione con le sue evoluzioni e i suoi assolo. Ci sono forme ricorrenti di alberi, di colonne, di nuvole, forme di case e soli perfetti, che proiettano ombre blu. Soprattutto c’è la luce, quella purpurea dei vespri e quella adamantina dell’alba, che ricorre, inossidabile, in tutti i luoghi dipinti da Salvo, anche perché, come dice lui, “il paesaggio può cambiare, ma la luce no, la luce è sempre la stessa”. Quella luce che, in fin dei conti, è l’elemento più vivamente realistico dei suoi paesaggi, quello più aderente alla sensazione percettiva del colore. La questione, più volte dibattuta, infatti, è quanto ci sia di irreale e quanto di vissuto nei dipinti di Salvo. Per risolvere il dubbio, Salvo chiede ai suoi interlocutori quale sia, secondo loro, il significato dell’opera La trahison des images di Magritte, quella con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”. La risposta dell’artista siciliano è tanto semplice quanto disarmante: “quella non è una pipa perché non si può fumare”. Come dire che un quadro è semplicemente un quadro, una cosa completamente diversa dalla realtà, soprattutto quando pretende di rappresentarla.

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I paesaggi di Salvo non sono mai una riproposizione fedele della realtà e nemmeno una versione stilizzata della realtà, anche se contengono riferimenti precisi, come la chiesa di San Giovanni degli Eremiti di Palermo o l’Etna. Le chiese, i minareti, le rovine classiche sono elementi ricorrenti del suo linguaggio formale, come le nuvole e le chiome degli alberi. In Salvo, realtà e astrazione, passato e presente s’intrecciano sempre, fino a diventare indistinguibili. D’altra parte, come ha scritto Borges “l’opera che perdura è sempre capace di un’infinita e plastica ambiguità”. E l’opera di Salvo è senza dubbio ambigua. Non è un caso, perciò, che presentando i suoi nuovi lavori, una quindicina di paesaggi in gran parte realizzati tra il 2007 e il 2008, l’artista abbia scelto il proditorio titolo di “Estasi ordinaria”, un ossimoro in linea con la sostanza inafferrabile ed enigmatica della sua pittura. Già, perché la combinazione contrastante dei due termini, uno riferito ad un’esperienza sovrasensibile, l’altro ad una più prosaica, ha il pregio di rimarcare, invece, quell’ambiguità tra realtà e finzione in cui, secondo Gianni Pozzi, “tutto rimanda a qualcos’altro e tutto si nasconde”.[7] Come nei tre d’après inclusi in questa mostra, due dei quali sono ispirati ai paesaggi ideali di Claude Lorrain, mentre il terzo è una variazione di una veduta di Paulus Brill, pittore fiammingo attivo a Roma tra il Cinque e il Seicento. Anche in questo caso i modelli originali sono irriconoscibili. Bisognerebbe averli davanti agli occhi per poter riconoscere ciò che Salvo, nelle sue tavole, riduce ai minimi termini, conservando al massimo l’impianto strutturale.

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Lo stesso meccanismo di depistaggio riservato ai d’après è riscontrabile anche nei paesaggi naturalistici, per quel loro sottrarsi ad una corrispondenza con la verità geografica, morfologica e persino percettiva dei luoghi. Per questi ultimi, poi, vale anche un’altra considerazione, la comparsa, cioè, di elementi desueti, tanto nella composizione quanto nella resa cromatica. La massa boschiva, ad esempio, risulta notevolmente infoltita grazie alla successione dei piani prospettici, mentre in passato la presenza degli alberi era più rarefatta. Le fronde morbide ora s’intrecciano e si sovrappongono, creando nuovi cortocircuiti spaziali e soprattutto la luce sembra splendere con maggiore intensità, quasi per effetto di un improvviso potenziamento ottico, tanto che i mattini sono più algidi e più tersi sotto i raggi argentei e le sere ardono con maggior vigore nell’oro dell’imbrunire. Se è vero che, come ha scritto Gilles Deleuze, “la tela non è una superficie bianca, ma interamente ingombra di cliché” e che “il lavoro del pittore consiste nel distruggerli”, passando “attraverso un momento in cui non vede più nulla, attraverso uno sprofondamento delle coordinate visuali”[8], allora è altrettanto vero che Salvo ha da oltre trent’anni recuperato la capacità di vedere. Lo dimostrano queste ultime opere, in cui la vista sembra anzi essersi acuita.


[1] Charles Baudelaire, Invito al viaggio, in I FIORI DEL MALE, pag. 95, Garzanti editore, 1986, Milano.
[2] Cristiana Perrella, Quando l’autore diventa (prim’)attore, in SALVO, a cura di Luca Beatrice, pag. 37, Edizioni Charta, 1999, Milano.
[3] Germano Celant, Arte povera: appunti per una guerriglia, Flash Art, n. 5, Novembre-Dicembre 1967.
[4] Alberto Fiz, Scontato imprevedibile, in SALVO. Opere 1974-2004, catalogo pubblicato in occasione della mostra omonima alla Galleria Mazzoleni di Torino nel marzo 2004.
[5] Salvo, Della pittura. Imitazione di Wittgenstein, frammento 189, in SALVO, catalogo pubblicato in occasione della mostra retrospettiva alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino nel marzo 2007.
[6] Jean Clair, Critica della modernità, pag. 14, Umberto Allemandi & C., 1984, Torino.
[7] Gianni Pozzi, Paesaggi d’invenzione, in SALVO, a cura di Luca Beatrice, pag. 51, Edizioni Charta, 1999, Milano.
[8] Gilles Deleuze, La pittura infiamma la scrittura, in DIVENIRE MOLTEPLICE, pag. 106, Ombre corte, 2002, Verona.