Archivio | marzo, 2019

L’arte italiana del secondo dopoguerra. Un racconto possibile.

22 Mar

 

di Ivan Quaroni

 

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Aligi Sassu, Leonessa che sbrana un cavallo, 1958

Il primo Novecento italiano è segnato dall’irruenza del Futurismo, la prima avanguardia italiana capace di saldare i propri ideali estetici – improntati all’esaltazione della modernità, del dinamismo e della velocità – a un’attitudine politica rivoluzionaria che si palesa non solo nella sequenza di risse e zuffe con gli oppositori e critici “passatisti” (celebre è la spedizione punitiva del 29 giugno 1911 ai danni dei Vocianidi Ardengo Soffici, tra i tavolini del Caffè Giubbe Rosse di Firenze), ma anche con l’impegno interventista e la successiva partecipazione di molti suoi esponenti alla guerra, che la retorica marinettiana proponeva come “sola igiene del mondo”.

Alla fine del conflitto, i fortunati sopravvissuti all’esperienza della trincea sentono l’esigenza di ricostruire, insieme alla propria vita civile, sconvolta dagli orrori della guerra, anche il modo di pensare l’arte. Le scomposizioni dinamiche dei futuristi lasciano il campo a composizioni più misurate e meditate. Troppe sono state le perdite che hanno portato alla “vittoria mutilata” degli italiani. Alcune eccellenti. Al fronte muoiono gli artisti Antonio Sant’Elia, autore del Manifesto dell’architettura futurista (1911) e il pittore Carlo Erba, amico di Umberto Boccioni, deceduto, invece, per una banale caduta da cavallo nelle retrovie. Sopravvivono, invece, oltre a Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Russolo, i pittori Achille Funi, Anselmo Bucci e Mario Sironi che nel 1922, archiviata la fase futurista, costituiranno con Ubaldo Oppi, Leonardo Dudreville, Gian Emilio Malerba e Pietro Marussig il gruppo Novecento. Il ventennio tra le due guerre è in gran parte occupato dal problema della ricostruzione dei linguaggi figurativi, cui contribuiscono prima gli artisti riuniti attorno alla rivista Valori plastici, diretta da Mario Broglio, poi quelli del Novecento italiano di Margherita Sarfatti (1926-30), infine, quelli che Massimo Bontempelli rubrica sotto la definizione di Realismo magico, termine già usato nel 1925 dal critico Franz Roh[1]per descrivere lo straniante realismo che caratterizza tanto gli artisti tedeschi della Nuova oggettività, quanto i pittori metafisici e alcuni novecentisti italiani.

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Ottone Rosai, Piazza del Carmine, 1953

In tutta Europa, fino alla cesura del secondo conflitto, da più parti si avverte la necessità di riavviare un confronto con la grande tradizione artistica del passato. Giorgio De Chirico è per molti un punto di riferimento naturale, sia per la sua posizione anti-avanguardista nel primo decennio del secolo, sia per l’importante influsso esercitato, attraverso i dipinti del periodo metafisico, su tutti i successivi tentativi di ricostruzione plastica e figurativa. Non ultimi quelli compiuti in Francia da Pablo Picasso e André Derain, che proprio in Italia, rispettivamente nel 1917 e nel 1921, riscoprono le radici dell’arte classica (etrusca e romana) e della pittura italiana del Trecento e Quattrocento. A questi si aggiunge Gino Severini, che da Parigi, nel 1921 tenta una curiosa sintesi tra cubismo e classicismo.[2]

Altra figura di riferimento è l’ex futurista Carlo Carrà, che dopo la parentesi metafisica con De Chirico, complice la collaborazione con la rivista di Mario Broglio, approfondisce la tradizione toscana tre-quattrocentesca, elaborando una sintesi pittorica che molto deve ai modelli compositivi di Giotto, Masaccio, Paolo Uccello e Piero della Francesca.[3] Negli anni Venti, anche Ottone Rosai è influenzato dallo studio della pittura del Rinascimento fiorentino. Dopo i giovanili furori avanguardisti, favoriti dagli incontri con Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Carlo Carrà, Rosai sviluppa, un linguaggio personale, insieme lirico e popolaresco. Firenze con le sue case, le sue strade, le sue osterie, diventano, insieme alla periferia e alla campagna circostanti, i soggetti prediletti della sua pittura.

Il nostro racconto, uno dei tanti possibili, incomincia proprio da Ottone Rosai, che con la sua Piazza del Carmine (1953), una delle molte versioni che l’artista dedica a questo particolare scorcio del quartiere nativo di Oltrarno, testimonia la persistenza di una grammatica dimessa e popolare, di un vocabolario anti-retorico che ha saputo metabolizzare la lezione avanguardista col filtro della tradizione figurativa toscana che in quella piazza, con gli affreschi di Masaccio nella Cappella Brancacci di Santa Maria del Carmine, trova un altissimo esempio.

Tutto il secondo Novecento è caratterizzato dalla persistenza di codici figurativi che in qualche modo traggono linfa vitale dalle tensioni riordinatrici del primo ventennio del secolo. Attraverso l’influsso della lezione metafisica, ad esempio, Salvatore Fiume reinventa il classico e il Quattrocento toscano, adattandolo all’esplorazione di un mondo femminile morbido e sensuale. Invece, in netta dissonanza con i realismi novecentisti, si collocano gli artisti di Corrente, la rivista fondata da Ernesto Treccani che si fa portavoce dell’intelligenza italiana d’opposizione al regime. Tra questi spicca Renato Guttuso che elabora una pittura d’impegno civile suggestionata dall’esempio del Picasso di Guernica(1937) e, insieme, rivaluta la lezione manierista toscana in un’ottica neoespressionista. Dalla metà degli anni Trenta anche Aligi Sassu, antifascista e antifranchista, dipinge opere d’opposizione, tentando di coniugare forma e colore in un ductuspittorico intenso e drammatico che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva.

Intessuta di umori metafisici è pure la pittura di Antonio e Xavier Bueno, che Giorgio De Chirico menziona nelle sue Memorie (1946, Roma) tra i dieci pittori “più talentuosi” che abbia mai conosciuto. Colti e cosmopoliti, formatisi nell’ambiente parigino, ma diffidenti verso i linguaggi avanguardisti, i due fratelli arrivano in Italia mentre è in corso la Seconda Guerra mondiale, coltivando, però, il sogno di tornare nella capitale francese delle arti. Non s’integreranno mai del tutto nel tessuto artistico italiano, ma alla fine del conflitto avvieranno una provvisoria alleanza con Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian nelle file dei cosiddetti Pittori moderni della realtà, che adottano un linguaggio di stretta osservanza mimetica e oggettiva. Il sodalizio con Annigoni e Sciltian non durerà più di un biennio (1947-49) e nemmeno quello tra i due fratelli, che prenderanno strade diverse soprattutto a causa dello scetticismo di Antonio nei confronti degli altri esponenti del gruppo. La loro vicenda sarà, però, intesa come una testimonianza dei rigurgiti figurativi che percorreranno tutto l’arco della seconda metà del secolo, dal dopoguerra fino ai primi anni Ottanta.

Come ha spesso notato la critica, il panorama dell’arte italiana dei primi due decenni del dopoguerra diventa il teatro di uno scontro tra due diverse tendenze: quella realista, di marca più o meno espressionista, e quella astratta, di matrice geometrica o informale.

Nel 1945, dopo la Liberazione, una parte degli artisti di Corrente confluisce nel Fronte nuovo delle arti, un movimento disomogeneo, attivo a Milano, Roma e Venezia fino al 1950, il cui principale punto di riferimento è il linguaggio post-cubista, che rappresenta un’occasione di aggiornamento rispetto alle posizioni novecentiste ancora dominanti in Italia. La lezione postcubista è, però, differentemente intesa dai vari membri del gruppo formato, tra gli altri, da Guttuso, Birolli, Morlotti, Santomaso, Vedova, Corpora e Turcato. Alla Biennale del 1948, quella di Peggy Guggenheim, il Fronte nuovo delle arti presenta le ricerche pittoriche post-cubiste (e narrative) di Guttuso e Birolli, Morlotti, le diverse indagini plastiche di Leoncillo, Franchina, Viani e le sperimentazioni formali di Vedova e Turcato, più lontane dalla figurazione. Insomma, intenzioni ed espressioni variegate che porteranno, nel 1950, allo scioglimento del gruppo e alla radicalizzazione dello scontro tra astrattisti e realisti. D’altra parte, Giulio Turcato, iscritto al PCI all’indomani della Liberazione, già nel 1947 aveva aderito con Accardi, Consagra, Dorazio, Sanfilippo, Attardi e Perilli al gruppo Forma 1, che si dichiarava “formalista e marxista”, in antitesi alla politica culturale del partito, attestata sulla linea del neorealismo capitanata da Renato Guttuso.

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Renato Guttuso, Parco Villa Massimo, 1951

Achille Perilli, che di quell’esperienza aveva fatto parte, è però anche il tramite tra il gruppo romano e il MAC (Movimento arte concreta) fondato a Milano nel 1948 da Bruno Munari, Gillo Dorfles, Atanasio Soldati e Gianni Monnet, col proposito di promuovere un’arte astratta priva di ogni riferimento al mondo delle forme sensibili.  Il MAC aveva stretto rapporti anche con lo Spazialismodi Lucio Fontana che proprio nel 1948, di ritorno dall’Argentina, tenta di elaborare un linguaggio capace di superare i limiti della pittura e scultura tradizionali. Con Fontana e con il MAC entra in contatto un altro protagonista di questo percorso attraverso il secondo Novecento, Roberto Crippa. Anche lui, come gli artisti del Fronte nuovo delle arti, è influenzato dal linguaggio postcubista di Guernicae sta cercando di costruire una grammatica innovativa. Già alla fine degli anni Quaranta, la sua concezione dello spazio si discosta da quella geometrica e teorica del MAC e abbraccia l’esplorazione della dimensione segnica ispirandosi alle linee-forza di Boccioni. Nascono le prime Spiraliin bianco e nero, seguite poi da quelle caratterizzate da un’esplosione di colori. La sintonia con Lucio Fontana lo porta a firmare con gli spazialisti la Proposta di un manifesto (1950), il Manifesto dell’Arte Spaziale (1951), il Manifesto dell’Arte Spaziale per la televisione ( 1952) e, infine, Lo Spazialismo e l’arte italiana del XX secolo (1953), ma il suo percorso successivo lo porterà a interrogare più approfonditamente anche le potenzialità espressive della materia attraverso opere di matrice informale in cui compaiono lacerti e sagome di legno, sughero, corteccia e amiantite.

Nel 1953 anche Emilio Scanavino si avvicina agli spazialisti che gravitano intorno alla Galleria del Naviglio, pur non aderendo mai ufficialmente al movimento. Negli anni seguenti, la sua ricerca si dirige, piuttosto, verso l’ambito dell’Informale, inteso come non come “informe”, cioè senza forma, ma come “non formale”. La sua sarà, infatti, una pittura svincolata dai limiti progettuali e teorici del pensiero razionale, ma ostinatamente capace di documentare la potenza espressiva di un segno vitale, mobile e inquieto.

Alla fine degli anni Cinquanta, tra gli artisti che riconoscono l’esaurirsi della vitalità dell’Informale c’è Agostino Bonalumi che, insieme a Piero Manzoni ed Enrico Castellani, avverte la necessità di azzerare le precedenti esperienze per ripartire dal monocromo. Sperimenterà quella che Gillo Dorfles ha definito “pittura-oggetto”, una forma di astrazione al confine con la dimensione plastica in cui la superficie pittorica, mossa dalle estroflessioni della tela, diventa ricettacolo di una serie di cangianti effetti luministici. Le estroflessioni di Bonalumi (e di Castellani) non solo ridefiniscono i confini della tela, rompendo la tradizionale convenzione del perimetro quadrangolare, ma introducono nella dimensione pittorica l’elemento plastico che frange la luce, che obbliga l’osservatore ad assumere un ruolo attivo nella fruizione dell’opera. Allo stesso tempo, la pratica delle shaped canvas (sinonimo della pittura-oggetto), trasforma l’artista in un “programmatore” di dispositivi estetici capaci di stimolare una percezione più dinamica e complessa dell’immagine artistica.

Mentre per tutto il decennio successivo imperversano le ricerche astratte, siano esse di marca geometrica, lirica, cinetica o programmata, la pittura figurativa, per altro mai sopita, riceve un nuovo impulso sulla scorta dell’esplosione della Pop Art americana.

A Roma, nei primi anni Sessanta, i tavolini del Caffè Rosati e la sede della Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis, entrambi in Piazza del Popolo, diventano ritrovi di un gruppo di artisti e intellettuali aperti alle novità e disposti a svecchiare la cultura italiana. Tra questi, figurano non solo Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni, ma anche Pino Pascali, Jannis Kounellis, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Giuseppe Uncini e altri.

In un articolo del 1963 sul trimestrale letterario Il Verri, Cesare Vivaldi battezza questa variegata compagine con la definizione di Giovane scuola di Roma, che poi diventerà Scuola di Piazza del Popolo. Nel 1960, la mostra 5 Pittori – Roma 60: Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini, alla galleria La Salita è una delle più significative per comprendere gli sviluppi dell’arte italiana. Tutti gli artisti presenti mostrano, infatti, di aver superato la koiné informale sulla scia dell’esperienza romana di Forma 1 e del gruppo milanese di Azimuth e di aver desunto dal contatto con un artista come Burri l’attenzione per l’uso di materiali sulla superficie monocroma. Di lì a poco, però, emerge in Schifano, Festa e Angeli (e anche Giosetta Fioroni) un interesse per la ripresa dell’immagine pittorica che non può intendersi come semplice derivazione delle sperimentazioni della Pop Art e del New Dada americani, portate a Roma da Ileana Sonnabend, che collabora con Plinio de Martiis alla gestione di una galleria internazionale. L’analogia fra le ricerche artistiche romane e newyorchesi, lascia intravedere un’affinità, ma anche una sostanziale differenza nell’approccio al capitalismo e alla società dei consumi. A differenza degli americani, i romani sfruttano i codici linguistici della società massificata in senso critico. La superficie pittorica diventa per loro uno “schermo”. I lavori di Angeli, ad esempio, sono realizzati con passate di colore e strati di garza che velano i simboli del potere (croci, svastiche, aquile). I dipinti di Schifano sono impaginati come finestrini di un’auto attraverso cui guardare il mondo moderno (Coca-Cola, 1962). Le opere di Festa interpretano capolavori della storia dell’arte, dalla Creazione di Michelangelo alla Grande odalisca di Ingres, fino ai Coniugi Arnolfini di Van Eyck, come segni di una cultura consumistica e massificata. Infine, quelli di Giosetta Fioroni dilatano l’immagine fotografica fino a renderla irriconoscibile oppure si propongono come pitture-oggetto in forma di Scatole-assemblage e di Teatrini.

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Franco Angeli, Vittoria, 1985-86

Archiviata definitivamente la querelle tra astrattisti e realisti, l’ultimo trentennio del Novecento sarà segnato dalla coesistenza di differenti linguaggi, con l’Arte Povera, dalla fine degli anni Sessanta, a occupare una posizione di dominio culturale (e politico) che getterà in ombra le ricerche coeve, pur in continuo svolgimento. Con la compagine di Germano Celant, infatti, dovranno fare i conti, in un modo o nell’altro, tutti i gruppi e le formazioni che emergeranno negli anni Settanta, sia nell’ambito delle indagini concettuali, sia nel campo della pittura. Quello inaugurato con la pubblicazione del famoso manifesto sulle pagine di Flash Art (Appunti per una guerriglia, 1967), sarà l’ultimo gruppo italiano a raggiungere una duratura fama internazionale.

Bisognerà aspettare la fine della stagione della Contestazione e degli Anni di piombo, dell’impegno politico e dello stragismo per riportare la pittura al centro della scena artistica nazionale, dopo i pur validi tentativi degli artisti della cosiddetta Pittura-Pitturao Pittura analitica, che tenta un ritorno alle radici del linguaggio pittorico, alle sue basi essenziali ed elementari: il segno, il colore, la superficie.

Col declino del “politico”, matura un processo di de-ideologizzazione, di ritorno alla dimensione individuale. È in questo clima che si manifesta quella che Achille Bonito Oliva chiama la Transavanguardia, un movimento “che considera il linguaggio come strumento di transizione e passaggio da un’opera all’altra”,[4]sul filo di una rimeditazione della storia dell’arte non secondo un atteggiamento citazionista, ma manipolatorio. Se le neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta operano secondo l’idea di un darwinismo linguistico in arte, la Transavanguardia segue un atteggiamento nomade di reversibilità di tutti i linguaggi. Il recupero e il prelievo sono intesi come attraversamento costante e la rimonta della manualità del segno e del colore è attuata con leggerezza e consapevole ironia da artisti come Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. Sarà, questo, un elemento che distinguerà la Transavanguardia da tutti gli altri gruppi degli anni Ottanta, legati a una ripresa consapevole della tradizione figurativa storica (Anacronisti, Citazionisti, Pittori Colti, Ipermanieristi e Nuovi Nuovi).


NOTE:

[1]Franz Roh, Nach-Expressionismus. Magischer Realismus. Probleme der neuesten europäischen Malerei. Klinkhardt & Biermann, 1925, Lipsia.

[2]Gino Severini, Du cubisme au classicisme (Esthétique du compas et du nombre), J. Povolozky & C.ie, “Les Esthètiques Anciennes et Modernes”, Parigi, 1921.

[3]Nel 1924 Carrà è autore di una monografia su Giotto, pubblicata dalle edizioni di Valori Plastici(Roma), che segue quella dedicata tre anni avanti al pittore “riordinato” André Derain, nel quale riconosce un profondo conoscitore della cultura figurativa italiana.

[4]Achille Bonito Oliva, La Trans-avanguardia, Flash Art, n. 92-93, 1979, Politi editore, Milano.


INFO:

Il secondo ‘900 – dal dopoguerra ad oggi.
A cura di Ivan Quaroni
Palazzo Grifoni, San Miniato
dal 23 marzo al 20 aprile 2019
Organizzata da Casa d’Arte San Lorenzo
Per info e orari galleria@arte-sanlorenzo.it

Claudia Margadonna. Il giardino sospeso

8 Mar

di Ivan Quaroni

 

“Il paese delle chimere è, in questo mondo, l’unico degno d’essere abitato.”
(Jean-Jaques Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, 1776 – 1778)

 

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Eaux dormantes, 2018, olio, smalto e acrilico su tela, cm 114×97

 

La pittura è un modo di pensare che non coincide con le normali inferenze logiche. Non è induttiva, né deduttiva, ma risolve problemi di ordine estetico. Certo, si può progettare la pittura, come si progetta, ad esempio, un utensile, un elettrodomestico, una macchina, ma in tal caso l’artista si trasforma in un designer. Molti figli di Duchamp, pensatori fini, non sono altro che progettisti d’immagini. La pittura, però, è un’altra cosa. Riguarda la dimensione più profonda dell’immaginazione, quella in cui le regole e il buon senso cedono il passo a qualcosa di più enigmatico e, insieme, inafferrabile. Questa dimensione è accessibile solo attraverso l’abbandono della logica binaria, quella che ci fa simili ai computer che costruiamo e che si basa sulla valutazione di due predicati: 0 e 1, vero e falso. L’immaginazione non funziona così. Semmai è più simile all’abduzione, che secondo il matematico Charles Sanders Peirce è l’unica forma di ragionamento che può accrescere il nostro sapere.

La formazione di un’immagine pittorica è, metaforicamente, il risultato di un’epifania, cioè di una manifestazione o di un’apparizione che l’artista “riceve” in forma di rappresentazioni mentali che non derivano dalle percezioni degli organi di senso. Ciò significa che l’artista deve tradurre tali stimoli in una sintesi grafica tramite una seconda forma d’intelligenza, quella motoria. La mano, educata attraverso l’esercizio e la consuetudine, è, infatti, non solo un’interfaccia tra l’immagine mentale e la sua espressione grafica, ma anche uno strumento che aiuta l’elaborazione cognitiva. Maggiore è l’esperienza della mano, migliore la sintesi grafica.

Claudia Margadonna afferma che le sue immagini pittoriche scaturiscono dal profondo, cioè che appaiono magicamente come se il movimento delle mani anticipasse il pensiero. La sua è, infatti, una pittura fondamentalmente erratica, costruita per apporti progressivi, per divagazioni, accumuli, errori, ripensamenti e intuizioni fulminee. “Inizio il lavoro in assenza di progettualità, con movimenti veloci ed automatici”, afferma l’artista, “lasciandomi andare al libero fluire della pennellata e dell’interazione tra i colori”.

Stoneland, 2019, olio e acrilico su tela, cm. 135×190

Non c’è, quindi, un’idea iniziale, un’immagine chiara e definitiva e nemmeno un punto d’arrivo, ma c’è l’intelligenza della mano, che è il risultato di un lungo esercizio e, allo stesso tempo, di una sedimentata cultura visiva. L’immaginazione è una funzione, uno strumento di decodifica. La cultura visiva è un software, che deve essere costantemente aggiornato. Quando un artista è colto, la sua capacità di sintesi grafica è più raffinata.

Per questo non possiamo considerare la pittura di Margadonna semplicemente come il frutto di una pratica estemporanea o di una volontà espressiva basata su associazioni di marca surrealistica. Essa non è neanche il risultato dell’espressione gestuale di pulsioni inconsce. Insomma, non è ascrivibile alla tradizione dell’Action Paintinge tantomeno a quella deicadavre exquis. Semmai è figlia dell’espressionismo e dell’astrattismo lirico, dai quali eredita, rispettivamente, l’urgenza del gesto pittorico e una sottesa capacità evocativa.

Claudia Margadonna dipinge forme che galleggiano in una dimensione liminare, diaframmatica, tra l’affermazione e l’elusione della figura. Sono forme spesso riconducibili al mondo organico e naturale, in particolare al regno vegetale, ma che possono facilmente slittare nel dominio dell’aniconico e dell’informe. L’indeterminatezza è, infatti, una caratteristica della sua pittura, una qualità generata, come spiegavo, da una procedura erratica, intuitiva, basata sul progressivo scandaglio d’immagini interiori. Immagini che l’artista compone in una pasta cromatica polimaterica, combinando olii, smalti e acrilici in figure fluide, simili a grovigli di materia viva. Sono, le sue, morfologie solo apparentemente caotiche, in cui il catalogo delle forme naturali sembra innestarsi sul tessuto ibrido, incerto e multiforme di un sogno lucido. Non è un caso che per i suoi dipinti più recenti l’artista si sia ispirata a Les Rêveries du promeneur solitairedi Jean-Jacques Rousseau, ultima fatica dello scrittore e filosofo ginevrino, in cui la natura è onnipresente, insieme a un particolare sentimento dell’esistenza che può già dirsi romantico.

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Fiore arabescato, 2019, olio e acrilico su tela, cm. 180×130

Sono rêverie– termine francese che indica appunto il sogno a occhi aperti, la fantasticheria – anche i dipinti di Claudia Margadonna, perché scaturiscono da una sorta di trasmutazione onirica della realtà. Una trasformazione che conserva tracce mnestiche delle forme organiche, traslandole, però, in un vibrante linguaggio chimerico, che della natura coglie soprattutto gli aspetti dinamici.

Le sue tele non riproducono gli esemplari di uno statico erbario fantastico, organizzato in ordinati campioni di supposte specie diverse, ma ci restituiscono una visione d’insieme, scompaginata e cangiante, delle sensazioni che la natura imprime nelle nostre coscienze quando ci abbandoniamo alla sua contemplazione estatica.

Otticamente i dipinti dell’artista sono saturi, densi, gremiti, insomma, di forme e colori, forse perché, come credeva Aristotele, natura abhorret a vacuo, la natura rifiuta il vuoto.

Sono opere che recano titoli come Eaux dormantes, En plein air, Salsedine,Risveglio, Luna pandora, My childhood garden, i quali rimandano all’immagine di una geografia intima, di un paesaggio privato che, come in Rousseau, corrisponde a una particolare temperie emotiva e sentimentale. Per descriverle, si potrebbe ricorrere al concetto di élan vital, col quale Henri Bergson cercava di superare la concezione meccanicistica di Darwin, attestando che l’artista è più interessata a tradurre pittoricamente l’invisibile impulso che anima le forme di vita naturali, piuttosto che la loro morfologia. In altre parole, la pittura di Claudia Margadonna affronta concetti quali la frenesia, l’agitazione, il movimento e l’anelito, insomma le forze invisibili che animano il mondo e vivificano tanto la foresta selvaggia, quanto il singolo filo d’erba. I suoi quadri non sono, dunque, pedestri riproduzioni di frammenti di natura, ma piuttosto trascrizioni visive d’idee, intuizioni, stati d’animo.

Forse per questo l’artista ha deciso di “sospendere” le sue opere in uno spazio aereo, allusivamente immateriale, trasformandole, così, in una teoria di giardini pensili, percorribili con lo sguardo sia frontalmente che da tergo, come se si trattasse di sottili sculture. Una soluzione, questa, dettata sia dalla natura dello spazio espositivo – la Filanda di Soncino impone, infatti, allestimenti non convenzionali –, sia dalla necessità di invitare il pubblico a compiere un percorso non lineare tra le opere, seguendo, tanto fisicamente quanto mentalmente, un tragitto sinuoso e serpeggiante, simile a quello del trasognato passeggiatore solitario di Rousseau. “Mi piace che il viaggio che ho appena compiuto”, racconta l’artista a proposito delle sue opere, “possa essere intrapreso anche da colui che guarda, magari approdando con la propria immaginazione in un territorio diverso”. Scriveva Carlos Castaneda che “qualsiasi cosa noi percepiamo è energia, ma poiché non siamo in grado di recepirla direttamente, trattiamo la nostra percezione in modo che si adatti a una forma”.[1]Quella scelta da Claudia Margadonna è la forma della pittura, tra tutte forse la più adatta a rappresentare l’intangibile.


NOTE

[1]Carlos Castaneda, L’arte di sognare, Rizzoli, Milano, 2000, p.15.


INFO

Claudia Margadonna. Il giardino sospeso
a cura di Ivan Quaroni
Opening: Sabato 16 marzo
Filanda Sala Ciminiera
Via Cattaneo, Soncino
Dal 16 al 31 marzo 2019