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Streetscape 6

5 Ott

StreetScape6

A cura di Chiara Canali e Ivan Quaroni

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Sesta edizione del progetto pubblico di Street Art e Urban Art nelle piazze e nei cortili della città di Como

Artisti contemporanei invadono la città di Como con sculture e installazioni urbane in dialogo con gli spazi pubblici della città

14 Ottobre – 19 Novembre 2017

Inaugurazione StreetScape6: 14 ottobre ore 17:00  alla Pinacoteca Civica, Palazzo Volpi

 Presentazione del progetto con l’intervento del Sindaco Mario Landriscina, del Presidente del Comitato Artistico Michele Viganò e dei curatori.

 Azione performativa “Baldòfola” di Filippo Borella con la presenza di Paola Pappacena.

 A seguire tour guidato delle opere in città alla presenza degli artisti.

Ritorna a Como per la sesta edizione StreetScape, la mostra pubblica di Urban Art diffusa nelle piazze e nei cortili della città, a cura di Chiara Canali e Ivan Quaroni, organizzata dall’Associazione Culturale Art Company in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Como.

StreetScape6, prevista dal 14 Ottobre al 19 Novembre 2017, è un progetto itinerante che intende far riflettere sulle nuove possibilità di interazione tra l’arte contemporanea e il tessuto urbano della città, che per l’occasione ospita l’installazione di opere, interventi e sculture in rapporto con l’estetica dei luoghi.

L’inaugurazione e la presentazione della sesta edizione di StreetScape si terrà sabato 14 Ottobre dalle 17:00, in occasione della 13° Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, presso la Pinacoteca Civica di Como.

È previsto l’intervento del Sindaco Mario Landriscina, del Presidente del Comitato Artistico Michele Viganò e dei curatori. Durante l’inaugurazione Filippo Borella presenterà l’azione performativa “Baldòfola” con la presenza di Paola Pappacena. A seguire verrà realizzato un tour guidato delle opere in città alla presenza degli artisti.

Nelle intenzioni degli organizzatori e dei curatori dell’evento, “StreetScape” deve essere inteso come una vera e propria riconfigurazione del paesaggio urbano per rivitalizzare il patrimonio storico-artistico, architettonico e museale della città con installazioni site-specific di opere che nascono in dialogo con i luoghi più simbolici della città di Como e che sono appositamente pensate per essere installate all’aperto, ossia fuori dai normali circuiti di fruizione delle opere d’arte.

Come si evince dal titolo, costituito dall’unione delle parole inglesi “Street” e “Scape”, il progetto propone al tempo stesso “vedute” inedite delle strade e degli scorci della città di Como attraverso l’intervento di opere d’arte contemporanea.

StreetScape conta ogni anno la partecipazione di artisti contemporanei affermati ed emergenti del panorama italiano e internazionale, a realizzare progetti artistici espressamente creati per interagire con le piazze e i cortili di palazzi storici, musei e spazi culturali nel centro storico di Como. Un percorso espositivo, pensato come una mostra diffusa, policentrica, con opere di Urban art, installazioni e sculture, ma anche workshop e incontri sui temi della creatività e dell’evoluzione.

Come afferma Michele Viganò, Presidente e promotore del Comitato Artistico StreetScape: “In un momento di veloci cambiamenti non è la gente che incontra l’arte ma l’arte che incontra la gente. StreetScape: a Como l’arte è visibile a tutti”.

La sesta edizione di StreetScape6 ha potuto realizzarsi grazie all’importante contributo di Intesa Sanpaolo e Camera di Commercio di Como. Riconferma l’adesione a StreetScape la compagnia di assicurazioni italiana Reale Mutua, Agenzia Alighieri di Como, grazie alla lungimiranza di Andrea Rosso e Ivano Pedroni, che per primi hanno creduto in questo progetto artistico e lo supportano dal 2013. A Reale Mutua si aggiungono i contributi di Seterie Argenti, Cantaluppi Tavernerio – Mercato del Pesce, Made Music Club Como, Lario’s Bistrot, Casa Brenna Tosatto e Tessil Novex.

APPUNTAMENTI

 Lunedì 16 e martedì 17 ottobre sono previsti i progetti formativi intitolati “Occhio Ladro” condotti dall’artista Manuel Grosso indirizzati agli alunni della quarta elementare delle Scuole primarie Massimiliano Kolbe e Giovanni Paolo II di Como. Il laboratorio artistico, proposto in occasione di Streetscape6, prevede il coinvolgimento degli alunni che saranno invitati a confrontarsi, particolarmente attraverso il processo realizzativo che sottende alla creazione degli strappi, sui temi dell’attenzione/distrazione visiva, del rispetto dell’ambiente, dello sviluppo di una sensibilità ecologista.

ARTISTI

Nei Albertì, artista catalano, realizzerà appositamente per uno dei cuori pulsanti della città, il portico del Broletto, l’installazione site-specific I.C. (Italia Como). L’opera si compone di rete in lycra semitrasparente, adattata in situ in relazione allo spazio. Con un lavoro incentrato sul concetto di tensione ed equilibrio, Albertì propone una riflessione sullo spazio in cui abita la scultura e sul movimento generato dall’intrecciarsi dei tessuti. La trama elicoidale dei fili non solo aumenta il grado di metamorfosi di ogni scultura ma intensifica l’effetto ipnotico delle sue tensioni che assumono molteplici sfaccettature a seconda del punto di vista dello spettatore.

Anche l’opera Dicotomia di Alberonero, esposta nel cortile della Biblioteca Comunale, dialoga con lo spazio creando una sorta di limite bidimensionale ed invitando lo spettatore ad oltrepassarlo. Con questa installazione Alberonero sceglie di riproporre la modularità degli elementi architettonici presenti nello spazio e di trasformarli in soglia, giocando con la rifrazione della luce che diventa elemento dinamico e tramite tra staticità e movimento.

Un altro centro nevralgico di Como, la Stazione di Como Lago, ospita l’installazione streetart del duo artistico Urbansolid Go. Composta appositamente da scarpe di ogni foggia, colore e modello diverso, l’opera vuole rappresentare la variegata tipologia di persone che frequenta una stazione internazionale come quella di Como Lago. Ogni scarpa compone il tassello di un mosaico multiculturale come il non-luogo della Stazione ferroviaria, la cui natura è quella di essere un luogo di passaggio, spostamento o attraversamento in generale.

Di Waone, street artist ucraino, sarà l’affissione The Sacred Tree esposta presso l’impianto di via Castelnuovo, un lavoro dall’attitudine narrativa e con implicazioni spirituali ed esoteriche.

La narrazione è filo conduttore anche della ricerca Andrea Fiorino: il suo arazzo In vita sarà esposto presso le serre di Piazza Martinelli. Recuperando modelli pittorici che vanno dalle civiltà precolombiane all’arte africana per finire con l’Espressionismo tedesco e il Fauvismo, quella di Fiorino è una pittura anti-prospettica, stilizzata e naïve, in perfetta simbiosi con delle figure misteriose, provenienti da un mondo arcaico e mitico, creando così una sintesi quasi magica ed estremamente coerente.

Anche Domenico Pellegrino fa riferimento ad alcuni noti personaggi: i Supereroi dei fumetti. Aggrappata al balcone di un palazzo storico di via Volpi, la scultura policroma Spiderman – Apollo presenta innesti decorativi presi in prestito dalla tradizionale pittura dei carretti siciliani, che ne modificano l’aspetto esteriore e aggiungono nuovi elementi di senso. La sua opera è così un’ironica trasposizione attualizzata di quel mondo di carta, di plastica o di celluloide da cui gli eroi della nostra vita sono stati partoriti.

Il cortile del Museo Archeologico Paolo Giovio ospiterà la scultura Albero di Francesco Diluca, dalla serie “Germina”. L’artista è solito rappresentare uomini ibridati con forme naturali, come radici arboree e farfalle, con elementi che riproducono la struttura anatomica umana. Queste innervature filiformi, costruite saldando la materia ferrosa, alludono ai processi di crescita organica, auspicando forse una poetica reintegrazione tra l’uomo e il suo ambiente.

Filippo Borella, con l’opera Composizione I, in esposizione presso la Pinacoteca Civica, approfondisce il concetto di “conflitto” attraverso l’analisi di contrasti e similitudini che, nel caso di questa scultura, coinvolgono il vissuto familiare e quello affettivo dell’artista.

In Accademia di Belle Arti Aldo Galli – IED Como è presente una mostra degli studenti del Corso di Arti Visive – Scuola delle Arti Contemporanee Andrea Cusumano, Martina Morreale, Martina Sozzi, Riccardo Viganò.

Nel Chiostrino Artificio Icio Borghi presenta scenografie portatili in cartone realizzate per uno spettacolo teatrale della compagnia “Libera Officina”: Scimmiotto e Trivultus, opere scultoree tridimensionali dove appaiono i rappresentanti del potere (dittatore, capo della polizia, giudice).

ELENCO ARTISTI E LOCATION

  1. ANDREA FIORINO à alle Serre di Piazza Martinelli
  2. DOMENICO PELLEGRINO su un Balcone di Via Volpi n.1
  3. NEI ALBERTì nel Portico del Broletto, Piazza Duomo
  4. URBANSOLID alla Stazione di Como Lago
  5. ICIO BORGHI al Chiostrino Artificio
  6. FRANCESCO DILUCA nel Cortile del Museo Archeologico Paolo Giovio
  7. CUSUMANO, MORREALE, SOZZI, VIGANO’  all’Accademia di Belle Arti Aldo Galli – IED Como
  8. WAONE è su manifesto in affissione in Via Castelnuovo
  9. FILIPPO BORELLA nel Cortile Interno della Pinacoteca Civica, Palazzo Volpi
  10. ALBERONERO nel Cortile della Biblioteca Comunale

Info:

http://www.artcompanyitalia.com; info@artcompanyitalia.com; tel. +39 333 7271980

 FB: https://www.facebook.com/StreetScapeComo/

Per info e immagini: https://streetscapecomo.wordpress.com

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La pratica della pittura

1 Dic

Perizia e ricerca nella Sicilia contemporanea

di Ivan Quaroni

La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.”
(Manlio Sgalambro, Teoria della Sicilia, 2006)

L’isola non è solo un luogo geografico, ma una condizione mentale e materiale. Nella letteratura, essa ha sempre goduto di uno speciale statuto allegorico e allusivo e, forse per questo, ne hanno scritto Omero e Thomas Moore, Robert Louis Stevenson e William Golding e centinaia di altri autori, interpretandola, all’occasione, come un luogo di fuga e di libertà, di detenzione ed esilio, oppure come un paradiso naturale e un laboratorio utopico, in cui è possibile sperimentare nuovi modelli di società. L’isola rappresenta, per definizione, una singolarità, una sorta di anomalia rispetto ai modi di vita del Continente, verso cui mantiene un rapporto discontinuo e intermittente. Diceva Luigi Pirandello: “Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natia circondata dal mare immenso e geloso”.[1] Ma è questa solo una delle tante affermazioni di scrittori siciliani sul senso di straordinarietà della condizione insulare. Per Gesualdo Bufalino, ad esempio, l’insularità non è solo una segregazione geografica, ma anche della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. “Da qui” – diceva – “il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi”.[2]. Manlio Sgalambro, che ho avuto la fortuna di conoscere a casa di Franco Battiato, in un opaco, lattiginoso pomeriggio milanese, sosteneva che il sentimento insulare dei siciliani fosse addirittura un oscuro impulso verso l’estinzione, “l’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere [e che] rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale”.[3] Leonardo Sciascia ha, invece, intuito il legame profondo dell’isola con la creatività e con l’arte, affermando che l’intera Sicilia è una dimensione fantastica e domandandosi come si faccia a viverci senza immaginazione. E, infatti, la Trinacria ha dato i natali, in ogni tempo, a così tanti artisti, che sarebbe davvero troppo lungo enumerarli. Basti sapere che questa terra, anzi queste terre – perché, come sosteneva Bufalino, la Sicilia è plurale – è ancora oggi una ribollente fucina di talenti, di singolari ingegni in cui, a ben vedere, quel sentimento esclusivo d’insularità, di tanto in tanto traspare, come una filigrana sottile e tenace.

La pratica della pittura è una mostra che documenta, provvisoriamente e senza alcuna pretesa di esaustività, lo stato delle ricerche artistiche contemporanee in Sicilia, dentro e fuori il perimetro dell’isola. È, se vogliamo, un compendio, manchevole e perfettibile, di come, in questi ultimi dieci anni, la pittura siciliana si sia declinata in una varietà di generi e modi, di strade e rivoli, in un costante bilanciamento fra tradizione e innovazione, perizia tecnica e sperimentazione, mito e cronaca, utopia e pragmatica. In realtà, il senso di questa esposizione, il vero obiettivo, è di sospendere una dialettica pretestuosa e inutile, quella che vede contrapposte, l’una contro l’altra armata, la fazione dei fautori della perizia artigianale, inevitabilmente tradizionalista e conservatrice, e quella, innovatrice e progressiva degli sperimentatori e dei concettuali. Sono i vecchi trucchi della logica binaria, che vorrebbe tutto diviso, spartito in tipologie opposte, con il conseguente risultato di depotenziare quanto c’è di energico, appassionante e perfino contradditorio nell’esperienza vitale dell’arte. Perizia e ricerca compongono un binomio niente affatto antitetico. La gran parte degli artisti inclusi in questa mostra si muove liberamente tra l’una e l’altra attitudine, senza avvertire alcuna contraddizione. Ed è un bene, perché il virtuosismo tecnico, così come lo slancio sperimentale dipende dalla disponibilità degli artisti a dilatare i tempi di lavorazione delle opere.

Si sa che in un’isola, e la Sicilia non fa eccezione, il tempo sembra scorrere diversamente ed è noto che spesso la percezione che se ne ha, salvo qualche eccezione, differisce radicalmente dai ritmi frenetici del continente. Il temperamento insulare, allora, potrebbe costituire una sorta di imprinting che obbliga gli artisti siciliani a intrattenere una più stretta relazione tra l’eredità storica del passato e le urgenze del presente. Una qualità che più raramente affiora nel modus operandi degli artisti continentali ed europei, abituati a un serrato confronto con la dimensione del presente e dell’attualità. Non è un caso, infatti, che molti degli artisti presenti in questa mostra, perfino quelli che non vivono più in Sicilia o quelli che hanno vissuto per qualche tempo fuori dei suoi confini, costruendo la propria carriera in una prospettiva più aperta agli influssi della cultura internazionale, conservino nel proprio lavoro i segni di quell’iniziale imprinting. Come diceva Renato Guttuso, “anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia”.

Pur nell’impossibilità di individuare una linea comune nella variegata fenomenologia delle esperienze pittoriche contemporanee in Sicilia, è lecito, invece, tentare di tracciare una casistica espressiva, provando a isolare, nel campione rappresentativo di questa mostra, la ricorsività di talune attitudini. Per esempio, accanto alla vocazione al dialogo con la tradizione, specialmente in quegli artisti il cui linguaggio è segnato da un’evidente acribia tecnica, emerge in alcuni una particolare attenzione al dato quotidiano, dai dettagli più prosaici del paesaggio urbano fino alle notazioni su abitudini, riti e costumi delle comunità. Un’attenzione che, passando attraverso l’adesione mimetica, talvolta di matrice fotografica, può declinarsi ora in una diagnosi del disagio individuale, ora nella disamina delle emergenze sociali che hanno caratterizzato la cronaca recente.

In molti casi, invece, affiora fieramente una propensione alla trasfigurazione fantastica della realtà, una vena immaginifica e visionaria che forse dipende, come suggeriva il regista Giuseppe Tornatore, dall’essere costretti a immaginare cosa ci sia oltre l’orizzonte delle acque che circondano l’isola. In altre circostanze, soprattutto nella ritrattistica, emerge l’elemento memoriale, il substrato intimo e lirico del carattere insulare, che controbilancia l’innato spirito ribelle e la natura irrequieta (e perciò tendenzialmente sperimentale) del carattere insulare.

Insomma, sono molte e diverse le direzioni di ricerca della pittura siciliana, così come sono plurime le identità culturali dell’isola, costruite su una stratificazione ricchissima di matrici e influssi disparati. Il confronto con il mondo reale e con i suoi epifenomeni innerva le ricerche di molti artisti, come Andrea Di Marco, Francesco Lauretta, Giovanni Iudice, Emanuele Giuffrida e Angelo Crazyone, spesso con esiti quantomai variegati, se non addirittura antitetici.

Andrea Di Marco, Steso, 2011, olio su tela, 50 x 60 cm

Andrea Di Marco, Steso, 2011

Per Andrea Di Marco, artista scomparso prematuramente nel 2012 – cui questa esposizione dedica un piccolo e sentito omaggio – la realtà è un catalogo di paesaggi marginali, periferie, luoghi abbandonati, angoli privi di fascino, ma proprio per questo sintomatici, perché rivelano, senza retorica, il carattere prosaico e pedestre della realtà urbana. Quella di Di Marco è una pittura che seleziona accuratamente i suoi oggetti (tende, sedie, camioncini, saracinesche, ombrelloni, pompe di benzina e vecchi macchinari agricoli), trasformandoli in ossessioni iconografiche dalle quali si evince l’afflato costruttivo dell’artista, che proprio nelle apparenze trova materia feconda per una ridefinizione e riedificazione del reale. Ridefinizione che, in verità, sta tutta nello iato tra lo scatto fotografico, che egli stesso eseguiva come una sorta di appunto visivo, e la sua trasposizione pittorica, una sorta di reinvenzione ex-novo, più che una mera traduzione mediatica.

Francesco Lauretta, Palermo 31 maggio

Francesco Lauretta, 31 maggio, Palermo, 2014

Trae spunto da frammenti fotografici anche la pittura di Francesco Lauretta, caratterizzata da una lenta e finissima manipolazione delle fonti iconografiche, che sfocia nell’esecuzione di dipinti accurati e dettagliatissimi, sovente densi e gremiti di particolari fino allo stremo. Eppure, Lauretta non è artista che si sia mai lasciato intrappolare dai confini disciplinari. Spesso ha indagato, con lo sguardo del pittore, sensibile alla costruzione delle immagini, anche i territori limitrofi del video, della fotografia, dell’installazione. L’ampio raggio d’azione della sua ricerca, gli ha consentito di conciliare la perizia pittorica con la spinta sperimentale propria di altri media, permettendogli di costruire una linea d’indagine in cui convergono l’interesse per il colore, per la percezione sensibile dello spazio e per le potenzialità d’estensione della prassi pittorica oltre i confini tradizionali. Ma la prova del fondamento essenzialmente pittorico del suo lavoro è testimoniata dall’opera 31 maggio, Palermo – dove l’artista si ritrae in compagnia di Fulvio Di Piazza, Francesco De Grandi e Alessandro Bazan -, dipinto che è un affettuoso omaggio all’amico Andrea Di Marco e, insieme, il tributo di un artista a una delle più interessanti compagini della pittura siciliana contemporanea.

Giovanni Iudice, Il mare di Gela, 2015

Giovanni Iudice, Il mare di Gela, 2015

L’interesse di Giovanni Iudice per la realtà quotidiana si traduce in una pittura attenta a riprodurre il vero in ogni suo aspetto. La mimesi raggiunge effetti quasi fotografici, ma la sua può essere considerata una ricerca fedele non solo alle apparenze (luci, ombre, consistenze del mondo reale), ma anche ai risvolti, talvolta drammatici, della vita contemporanea. La sensibilità verso le recenti tragedie dei migranti, che ha dato il via a un intero ciclo di opere sul tema, convive con la curiosità verso i riti sociali dei turisti e dei bagnanti sulle coste, con l’interesse per la particolare morfologia del paesaggio, ma anche con lo studio della dimensione intima e privata degli interni domestici. Si avverte, comune ad ognuno dei filoni della sua ricerca, un vivo senso di partecipazione, di complicità nei confronti delle vicende umane, un tratto, questo, molto raro nella pittura contemporanea, spesso più propensa a evidenziare gli aspetti deteriori della società. Nonostante il crudo realismo col quale ha saputo raccontare il disagio dell’immigrazione (Umanità, 2010-11), Iudice, rimasto estraneo al sarcasmo e allo snobismo culturale di tanta sedicente “arte impegnata”, riesce a restituirci un’immagine veritiera, nella forma come nella sostanza, delle contraddizioni del presente.

Emanuele Giuffrida, Selfportrait with a bed, 2015, olio su tela cm 180x230

Emanuele Giuffrida, Selpotrait with a Bed, 2015

Diverso, invece, è l’approccio pittorico di Emanuele Giuffrida. La sua perizia tecnica è indirizzata all’esplorazione di una realtà prosaica, ma sottilmente disturbante, fatta di luoghi spogli e disadorni come sale da biliardo abbandonate, bagni pubblici, interni di pompe funebri, corsie d’ospedale, spazi d’attraversamento rischiarati dalla fredda luce delle lampade al neon. In questa sorta di geografia del disagio esistenziale, che forse allude alla transitorietà della condizione umana, compaiono solo rare, solitarie figure. Nelle opere recenti, gli interni dipinti dall’artista si fanno, se possibile, più rastremati ed essenziali e, allo stesso tempo, più perturbanti, mentre, parallelamente lo stile espressivo appare più asciutto e controllato rispetto alle prove precedenti. Anche l’elemento ironico, evocato dai titoli delle sue opere, è una novità. Selfpotrait with Bed, ad esempio, mostra l’artista in una stanza vuota, intento a spostare un letto pieghevole con tanto di cuscino e coperte, mentre Study for “Glory Hole” mostra un dobermann che fissa un buco nel muro, beffardo riferimento a un set da film porno.

Angelo Crazyone, Build 4, 2015, spray e acrilico su tela, 60x60 cm

Angelo Crazyone, Build 4, 2015

La pittura retinica di Angelo Crazyone è costruita attraverso una meticolosa sovrapposizione di stencil, partendo da una traccia evidentemente fotografica e digitale. L’artista indaga la realtà da un punto di vista defilato, affidandosi all’eloquenza d’immagini quotidiane, come paesaggi e ritratti di donna, che l’artista cristallizza in una dimensione rarefatta e immobile, grazie a una palette cromatica virata sui toni del grigio e dell’azzurro. Crazyone usa il retino per fabbricare una nuova immagine della realtà tramite una procedura analitica, anche se il colore dominante nei suoi dipinti non è il prodotto della scomposizione dello spettro cromatico. Piuttosto, l’artista immerge i suoi soggetti in una luce fredda e plumbea, che sospende le forme in un’atmosfera silente e malinconica. Infatti, dietro il realismo oggettivo, strutturalmente rigoroso, e quasi ieratico dei suoi dipinti, trapelano un afflato lirico e una trattenuta, controllatissima, partecipazione emotiva.

DPF 265_Riddles, 2015, olio su tavola, 60 x 80 cm

Fulvio Di Piazza, Riddles, 2015

Immaginifico, metamorfico, alchemico è il lavoro di Fulvio Di Piazza, artista capace di trasfigurare la realtà in modo radicale, per via di quelle telluriche, vulcaniche trasfigurazioni del paesaggio che sono diventate, nel tempo, il marchio distintivo del suo stile. Il suo approccio pittorico è quello tipico del miniaturista, ossessivamente dedito alla cura del dettaglio, ma parimenti interessato a verificare le potenzialità rappresentative della mimesi nel campo della fantasia e dell’immaginazione. Le sue visioni s’incarnano i paesaggi imprevedibili, in cui la morfologia terrestre convive con le leggi di una fisica aliena, regolata da una diversa gravità. Monti, colline, avvallamenti e radure, sorgono e germogliano sotto l’effetto di un cataclismatico processo di terraforming, che illustra le infinite possibilità di genesi di nuovi mondi. Nella pittura di Di Piazza, la fantascienza e la storia dell’arte sono intimamente intrecciate in un inedito amalgama che sta a metà tra Star Trek e l’Arcadia, ma in cui è lecito scorgere le tracce di una Trinacria futuribile e mutante, alterata dalle esplosioni laviche e intossicata dai fumi vulcanici. Come un moderno Arcimboldo, ipermanierista e barocco, l’artista siciliano è riuscito a condensare in un linguaggio originale, che piace anche ai fan del Pop Surrealismo americano, l’interesse per l’arte, la curiosità per la letteratura di genere e il legame indissolubile verso la sua terra.

William Marc Zanghi, Purple River

William Marc Zanghi, Purple River, 2015

Anche William Marc Zanghi trasfigura il paesaggio, ma la sua vena fantastica si esprime attraverso un progressivo scivolamento dalla dimensione figurativa della rappresentazione, verso un’astrazione ambigua, dominata da campiture liquide e da morfologie magmatiche. I suoi landscape sembrano visioni allucinate, psichedeliche, che sciolgono la geografia di valli, fiumi, monti e laghi in un plasma sdrucciolante, perpetuamente mobile. La sua è una pittura che smaglia i limiti spaziali del paesaggio, fluidificandone i contorni e dissolvendoli in aureole multi cromatiche o in zone di pigmento liquefatto su cui si stagliano enigmatiche presenze animali oppure strane figure di mostri. Sembra ovvio che il paesaggio di Zanghi è soprattutto una proiezione mentale, una costruzione virtuale che adombra stati d’animo e sensazioni altrimenti inesprimibili e che, allo stesso tempo, si configura come un’esplorazione dell’ipotetico e del plausibile, di ciò che inevitabilmente sfugge alle logiche narrative della pittura figurativa.

BA 258_Intrigo a Mondello, 2008,olio su tela, 200x300cm (DOPPIA PAGINA)

Alessandro Bazan, Intrigo a Mondello, 2008

Artista colto e raffinato, cui si deve riconoscere un ruolo decisivo nella formazione della scena pittorica palermitana, Alessandro Bazan ha elaborato un linguaggio sintetico, intensamente espressivo, dove la tradizione della pittura figurativa del Novecento siciliano (e penso soprattutto a Renato Guttuso) si fonde con gli stimoli della cultura pop contemporanea, dai fumetti alla musica jazz, fino al cinema di genere. Disco Jazz, un dipinto del 2008, testimonia la passione dell’artista per l’improvvisazione, che egli cerca di trasferire in uno stile fresco, fatto di pennellate rapide e di vivaci contrasti cromatici. Una caratteristica della pittura di Bazan, oltre alla predilezione per l’ipertrofia anatomica e la distorsione espressionistica, è proprio l’uso di una tavolozza dalle tinte accese e dai toni innaturali, che contribuiscono immergere i suoi racconti visivi in un clima di estatica sospensione.

Filippo La Vaccara, Senza titolo, 2014, acrilico su carta, 140x90cm,

Filippo La vaccara, Senza titolo, 2014

Quello di Filippo La Vaccara è un linguaggio pittorico d’immediato impatto, che appare egualmente influenzato dall’illustrazione e dalla cultura naïve. In verità, questa grammatica è il prodotto di una ricercata sintesi, di un’estrema rarefazione segnica e formale, improntata ai valori della levità e della semplicità. Nelle sue tele compaiono paesaggi distorti, personaggi surreali, animali ipertrofici e oggetti d’uso comune, che rappresentano altrettante forme di sublimazione della realtà quotidiana. Il forte legame con la natura, che ha caratterizzato gran parte della sua precedente produzione, si ritrova anche nelle opere recenti, dove la trasfigurazione degli scenari urbani o degli interni domestici si traduce nella costruzione di ambienti accoglienti e luminosi, pervasi da un’atmosfera di metafisica sospensione. Apparentemente ingenua, ma mai banale, la pittura di Filippo La Vaccara è costellata di epifanie, di brevi e fugaci intuizioni che rivelano la natura magica e prodigiosa dell’esistenza.

Vincenzo Todaro, (un)memory #026 - soldiers, 2011, olio e acrilico su tela, 100 x 70 cm

Vincenzo Todaro, (un)memory #026, 2011

Dapprima interessato all’iconografia dei non-luoghi – gli spazi anonimi, funzionali, ma senza identità, che hanno suscitato le riflessioni dell’etnologo e antropologo Marc Augé nella seconda metà degli anni Novanta -, Vincenzo Todaro si è recentemente concentrato su un altro aspetto del problema identitario, legato alla memoria delle immagini. Nel ciclo intitolato (un) memories, infatti, l’artista recupera nei mercati delle pulci vecchie foto d’archivio, per lo più ritratti di personaggi che hanno perduto ogni referente, per farne il soggetto di una carrellata di ritratti anonimi. Queste immagini, spogliate d’ogni significato, diventano documenti del passaggio del tempo, allegorie di una progressiva e inevitabile usura, che l’artista rappresenta attraverso la cancellazione dei tratti caratteriali e fisiognomici dei suoi soggetti. Quel che resta è, piuttosto, la descrizione di ambienti, luoghi, suppellettili, svuotati di ogni ricordo e, dunque, strappati alla Storia.

Giuseppe Bombaci, Dialogo del Doppio Testa

Giuseppe Bombaci, Dialogo del doppio. Testa e fiori, 2015

Partito da una grammatica Pop e poi pervenuto a un linguaggio più pittorico, fitto d’influssi novecenteschi, Giuseppe Bombaci ha recentemente avviato un’attenta riflessione sull’iconoclastia attraverso la produzione di una pletora d’immagini negate, di fisionomie parziali e figure tronche, sulle quali l’artista ha operato successive cancellazioni, riducendo al minimo gli elementi espressivi della ritrattistica classica. Nella serie intitolata Dialogo del Doppio, Bombaci prosegue la sua indagine sul ritratto, ma questa volta ricorre a una strategia metalinguistica, che consiste nella replicazione del medesimo soggetto in due diverse tecniche pittoriche e su due diversi supporti. I Dialoghi del Doppio, sono per lo più composti di una grande carta dipinta ad acquarello cui è sovrapposto un piccolo olio su tavola preparata. Tra i due soggetti si crea, in questo modo, una fitta trama di rimandi, ma anche di sottili variazioni, che testimoniano le infinite possibilità espressive del linguaggio pittorico e, al contempo, ne affermano l’assoluta autonomia e indipendenza da qualunque tema iconografico.

Andrea Buglisi, Cheese, 2013, olio su tela, 50x50 cm

Andrea Buglisi, Cheese, 2013

Il lavoro di Andrea Buglisi è un perfetto esempio di metalinguismo pop e postmoderno, carico com’è di citazioni e riferimenti alla subcultura revivalistica del vintage e del kitsch. L’artista, infatti, recupera materiale iconografico da svariate fonti, archiviandolo in cartelle di file che poi utilizza nei suoi dipinti. Lui stesso afferma che ama lavorare su immagini che hanno già una storia, un vissuto, spesso accostandole e sovrapponendole fino a ottenere risultati inediti, dai cui, tuttavia, affiora la traccia di vecchie memorie. Buglisi è un artista della Google Generation, abituato a usare il web come un gigantesco serbatoio d’icone, di foto e illustrazioni che, una volta modificate e inserite in un diverso contesto, assumono una nuova identità e un inedito significato. Si tratta di una pratica in un certo senso ecologica, perché alla sterminata produzione d’immagini della società mediatica contemporanea, l’artista oppone la politica del ready made digitale.

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Giuseppe Veneziano, Mao Mao, 2008

Con un linguaggio pop e postmoderno, insieme originale e riconoscibile, Giuseppe Veneziano affronta temi sensibili come la politica, il sesso e la religione, per costruire un’immagine oggettiva e disincantata della società odierna, con le sue ambiguità e contraddizioni. Nella sua pittura dai colori zuccherini, simili a quelli dei dolci di marzapane, si affastellano eroi del passato e celebrità del presente, protagonisti della cronaca recente e icone del cinema, dei fumetti e dei cartoni animati. Per Veneziano, infatti, non c’è una sostanziale differenza tra fiction e realtà, perché sono entrambi elementi, che nell’odierna società mediatica spesso si mescolano e si confondono. L’artista lavora anche sull’impatto iconico dei suoi soggetti, siano essi estrapolati da un’opera di Raffaello o Andy Wharol oppure da una striscia a fumetti o dalle pagine di una rivista patinata. Quel che conta, è la capacità comunicativa che certe immagini possono suscitare, diventando esse stesse i vocaboli di un linguaggio universale e comprensibile, radicato nella cultura di massa globale.

Ranieri Wanderlingh, Danze africane, 2012, olio su tela,  120x180 cm., collezione privatajpg

Ranieri Wanderlingh, Danze africane, 2012

Dal punto di vista lessicale, anche la pittura di Ranieri Wanderlingh può essere ascritta all’ambito delle recenti esperienze new pop, sebbene l’artista rinunci alle iconografie dell’immaginario mediatico per costruire un proprio universo lirico, in cui l’immagine femminile ha un posto privilegiato. Lui lo definisce “Pop Romantico”, ma il suo stile è chiaramente frutto di un’evoluzione ibrida e mutante della pittura postmoderna, in cui si affastellano riferimenti, segni e citazioni che rimandano consapevolmente al Futurismo di Fortunato Depero, a Valerio Adami, a Ugo Nespolo, ma anche a tanta grafica e illustrazione dei patinatissimi anni Ottanta. Per Wanderlingh l’arte è anzitutto uno strumento di comunicazione che deve essere accessibile a più livelli di lettura. Per questo ha scelto un modello espressivo chiaro e intellegibile, dominato da un disegno limpido e pulito, da una ricercata flatness cromatica e, soprattutto, da uno smaccato fiuto per la costruzione suadenti pattern e accattivanti texture esornative.


[1] Discorso di Catania, tenuto al Teatro Massimo il 2 settembre 1920 in occasione della morte di Giovanni Verga, in Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, 1960, Arnoldo Mondadori, Milano.
[2] Gesualdo Bufalino, L’isola plurale, in Cere perse, 1985, Sellerio editore, Palermo.
[3] Manlio Sgalambro, Teoria della Sicilia, introduzione all'opera lirica Il Cavaliere dell'Intelletto di Franco Battiato in, Guido Guidi Guerrera, Battiato: Another Link, 2006, Verdechiaro edizioni, Baiso (RE).

Info:

La pratica della pittura. 
Perizia e ricerca nella Sicilia contemporanea.
a cura di Ivan Quaroni e Chiara Canali
Castello di Spadafora, via Nazionale, Spadafora (ME)
dal 5 dicembre 2015 al 4 gennaio 2016

StreetScape4 – l’arte e la città

25 Set

A cura di Chiara Canali e Ivan Quaroni

 

Quarta edizione del progetto pubblico di Street Art e Urban Art

nelle piazze e nei cortili della città di Como

 

10 Artisti invadono la città di Como con sculture e

installazioni urbane in dialogo con gli spazi pubblici della città

 

6 Ottobre – 8 Novembre 2015

 

Martedì 6 Ottobre 2015 ore

Conferenza e presentazione evento al Caffè Teatro di Como

Martedì 6 Ottobre 2015 ore 17

In occasione della Master Class di Franco Bolelli all’Accademia Aldo Galli – IED Como

La quarta edizione di StreetScape, prevista dal 5 Ottobre all’8 Novembre 2015, nell’ambito delle iniziative di comON Art, si sviluppa come una mostra pubblica di Urban Art diffusa nelle piazze e nei cortili della città di Como, a cura di Chiara Canali e Ivan Quaroni, organizzata dall’Associazione Culturale Art Company e dall’Accademia Aldo Galli IED Como con il patrocinio e il supporto del Comune di Como – Assessorato alla Cultura e con la value partnership di Silhouette, azienda leader mondiale nel segmento degli occhiali di alta gamma, e di Reale Mutua Assicurazioni, Agenzia Alighieri di Como.

StreetScape4, che ha potuto realizzarsi anche grazie all’importante sostegno di Intesa Sanpaolo, è un progetto itinerante che intende far riflettere sulle nuove possibilità di interazione tra l’arte contemporanea e il tessuto urbano della città, che per l’occasione ospita l’installazione di opere, interventi e sculture in rapporto con l’estetica dei luoghi.

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StreetScape4

Nelle intenzioni dei curatori e degli organizzatori dell’evento, “StreetScape” deve essere inteso come una vera e propria riconfigurazione del paesaggio urbano per rivitalizzare il patrimonio storico-artistico, architettonico e museale della città con installazioni site-specific di opere che nascono in dialogo con i luoghi più simbolici della città di Como e che sono appositamente pensate per essere installate all’aperto, ossia fuori dai normali circuiti di fruizione delle opere d’arte.

Ogni anno vengono invitati artisti contemporanei affermati ed emergenti del panorama italiano e internazionale, a realizzare progetti artistici espressamente creati per interagire con le piazze e i cortili di palazzi storici, musei, accademie e spazi culturali nel centro storico di Como. Un percorso espositivo, pensato come una mostra diffusa, policentrica, con opere di Urban art, installazioni e sculture, ma anche workshop e incontri sui temi della creatività e dell’evoluzione.

StreetScape4 partecipa alle iniziative della Undicesima Edizione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI in programma il 10 Ottobre 2015, evento finalizzato a promuovere la diffusione dell’arte contemporanea.

Una delle novità della quarta edizione di StreetScape riguarda il coinvolgimento dell’Accademia Aldo Galli – IED Como, che fa parte del network IED – Istituto Europeo di Design e rappresenta una realtà di eccellenza nel campo dell’Alta Formazione Artistica a livello nazionale e internazionale. Partner di StreetScape fin dalla prima edizione, l’Accademia Aldo Galli ha assunto quest’anno la co-organizzazione dell’evento insieme ad Art Company nella promozione di giovani artisti e nella organizzazione di iniziative culturali. Come afferma il direttore Salvatore AmuraIl primo obiettivo di Accademia di Belle Arti Aldo Galli – IED Como è di valorizzare la cultura del Made In Italy con un focus particolare dedicato all’innovazione nella moda, nelle arti visive e nella conservazione dei Beni Culturali, non solo attraverso collaborazioni con aziende, enti ed istituzioni del territorio per lo sviluppo della creatività e la professionalità di ogni singolo studente, ma anche tramite l’organizzazione e la produzione di eventi che coinvolgono il territorio della città di Como. È naturale che la nostra collaborazione con StreetScape. un progetto che si sposa perfettamente con la mission di Accademia di Belle Arti Aldo Galli e che ha l’obiettivo di valorizzare giovani talenti e artisti”.

Altra novità di quest’anno è la partnership con Silhouette, azienda leader in tutto il mondo nel segmento occhiali di alta gamma, che coniugano il minimalismo essenziale con lo stile della leggerezza, di cui sono ambassador non solo i due curatori, Chiara Canali e Ivan Quaroni, ma anche gli artisti Loredana Galante e Viviana Valla e le new entry Eracle Dartizio e Matteo Negri. Silhouette ha deciso di aderire a StreetScape4 perché ritrova in questo ambizioso progetto artistico molti degli elementi che contraddistinguono la sua stessa visione. Da una parte la vocazione di realizzare occhiali che non siano semplicemente un accessorio, ma che siano rivolti a valorizzare l’unicità della persona. Dall’altra, il processo produttivo ‘artigianalmente innovativo’ proprio di Silhouette che ritrova nella genesi delle dieci opere una metafora perfettamente aderente alla realizzazione dei propri prodotti, innovativi per le linee, il design contemporaneo e l’utilizzo di tecnologie e materiali all’avanguardia, ma anche artigianali perché in gran parte realizzati ancora a mano interamente in Austria con grande amore per il dettaglio. La presenza a StreetScape4 di Silhouette, che sosterrà l’unicità creativa di dieci talenti artistici che si esprimeranno attraverso altrettante installazioni valorizzando per un intero mese il contesto urbano della città di Como, sede della filiale italiana, non fa che confermare la missione di un’azienda che da 50 anni porta avanti una rivoluzionaria filosofia incentrata sui valori.

Riconferma l’adesione a StreetScape4 la compagnia di assicurazioni italiana Reale Mutua Assicurazioni, Agenzia Alighieri di Como, grazie alla lungimiranza di Andrea Rosso e Ivano Pedroni, che per primi hanno creduto in questo progetto artistico e lo supportano dal 2013.

Gli appuntamenti:

StreetScape4 è anticipato lunedi 5 ottobre da un workshop per gli studenti dell’Accademia Aldo Galli – IED Como, condotto da Loredana Galante e intitolato Me lo pOrto, in cui l’artista guida i partecipanti alla creazione di una collezione di abiti e accessori eco-solidali e sistemici. Per essere ecosolidale, infatti, un oggetto deve essere costituito da materiali naturali e riciclabili. L’intento è di riavvicinarsi alla natura e creare un punto di contatto con le attività umane. L’operazione di conservare e includere è, infatti in antitesi a consumare, buttare, escludere, dimenticare. Gli stracci hanno una loro storia e una loro provenienza: trame di vita fra le trame della stoffa.

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L’evento apre ufficialmente martedi 6 ottobre con una conferenza all’Accademia Aldo Galli – IED Como di Franco Bolelli, autore che da sempre si occupa di frontiere avanzate, mondi creativi, nuovi modelli umani, pubblicando numerosi libri – da Viva Tutto!, scritto con Lorenzo Jovanotti (ADD Editore) a Cartesio non balla (Garzanti), da Più mondi: come e perché diventare globali (Baldini e Castoldi) a Si fa così, 171 suggestioni su crescita ed evoluzione, fino al più recente Tutta la verità sull’amore (Sperling & Kupfer), scritto con Manuela Mategazza -, ma anche progettando festival sperimentali e pop, come Frontiere, tra filosofia, rock e nuove tecnologie.

Gli artisti:

Al centro della disseminazione artistica di StreetScape4 c’è l’opera di Emmanuele Panzarini, che occupa il portico del Broletto, uno dei cuori pulsanti della città con un’installazione, realizzata grazie al sostegno tecnico e materiale di Seterie Argenti e di Tabu, con fasce di tessuto colorato e linee di legno che ridisegnano lo spazio di attraversamento tra le colonne di uno dei luoghi di passaggio del centro cittadino. L’opera interviene sulla concezione architettonica del portico, invitando i visitatori a sperimentare una nuova e inedita relazione con lo spazio.

Emmanuele Panzarini

Emmanuele Panzarini

Nel cortile della Pinacoteca civica di Palazzo Volpi, sede della collezione di opere storiche che vanno dal medioevo al XIX secolo, Matteo Negri inserisce Space Dynamics, una grande scultura in ferro e resina in cui le forme del Lego vengono piegate a formare nodi. La ricerca di Negri è caratterizzata da una forte componente ludica e dalla riflessione sugli sviluppi dell’uomo dall’infanzia all’età adulta.

Matteo Negri| Space Dynamics

Matteo Negri

Lo street e tattoo artist Lorenzo Colore Croci interverrà su alcuni elementi urbani per eccellenza, come i bidoni per la raccolta differenziata dell’azienda Aprica, posizionati in Piazza Volta, e li dipingerà a spray seguendo il suo “Mood” espressivo, trasformandoli in vivaci icone del contemporaneo.

Il Chiostrino di Santa Eufemia ospita, invece, l’installazione di Eracle Dartizio, composta di sculture in ferro e cemento che riproducono forme di Meteoriti. Ogni meteorite corrisponde a una buca del terreno di forma analoga ed è elevato alla sommità di un’asta. La riflessione coinvolge anche i concetti di tempo e spazio in un ideale dialogo tra la conformazione del suolo terrestre e i tracciati delle costellazioni celesti.

Eracle Dartizio

Eracle Dartizi

Nel cortile della sede del Comune di Como c’è l’opera di Loredana Galante intitolata I’m very well, una sorta di coloratissimo pozzo dei desideri trasformato in un contenitore per bevande, che invita gli spettatori a un momento di pausa e di condivisione.

Loredana Galante

Loredana Galante

Ludico è anche l’intervento di Francesco De Molfetta, che installa il suo MICHElangelo nel cortile del Museo Archeologico. Per realizzare la sua scultura, esemplare di contaminazione tra citazionismo e cultura pop, l’artista si è ispirato al David di Michelangelo, una delle più celebri sculture del Rinascimento, e alle forme di Bibendum, la nota mascotte dei pneumatici Michelin, creando ironicamente una specie di contro-canone anatomico dell’era consumistica.

Francesco De Molfetta

Francesco De Molfetta

Alludono all’amore dell’infanzia per il gioco i due grandi cavalli a dondolo installati da Anna Turina all’ingresso della Biblioteca Comunale. Alti e apparentemente inutilizzabili, i Dondoli rievocano l’oscillazione che permette di cullarsi e godere della propria immaginazione, un gioco che purtroppo si perde durante la crescita e che viene sostituito dalle necessità stabilizzanti dell’età adulta.

Anna Turina

Anna Turina

 

Le serre dei Giardini di Piazza Martinelli sono occupati da What Remains Resurfacing, un’installazione di Viviana Valla che amplia sviluppa un progetto precedentemente realizzato alla Fondazione Rivoli2 di Milano. Si tratta di un esempio di expanded painting in cui l’artista indaga le possibilità di relazione tra campiture pittoriche astratte, spazio tridimensionale e dimensione pubblica.

Viviana Valla

Viviana Valla

A StreetScape4 quest’anno partecipano anche due studentesse dell’Accademia Aldo Galli – IED Como, Marta Butti e Daniela Sandroni, con due progetti site specific, realizzati appositamente per l’occasione.

Marta Butti realizza un intervento sulla facciata del Liceo Teresa Ciceri, posizionando sei gonfaloni che rappresentano i monumenti simbolo della città di Como: il faro di Brunate, il Duomo, Porta Torre, il Tempio voltiano, la Casa del Fascio e il Monumento ai caduti. Le opere di Marta Butti, realizzate con una tecnica pittorica e digitale, occupano sei finestre della facciata dell’Istituto, presso la sede di via Cesare Cantù 61 e con le loro dimensioni fungono da promemoria per il passante delle eccellenze storiche cittadine.

Marta Butti

Marta Butti

L’installazione di Daniela Sandroni, intitolata Soglia, è posta orizzontalmente sulla soglia dell’entrata dell’Accademia Aldo Galli – IED Como, allo scopo di prelevare, analizzare, indagare la frequenza e la qualità del passaggio delle persone che entrano ed escono dalla scuola. L’opera è composta da una lastra di plexiglas che registrerà il calpestio dei passanti e conserverà traccia del flusso di movimento attraverso segni, crepe e rigature della superficie.

Daniela Sandroni

Daniela Sandroni

Programma eventi:

Lunedì 5 Ottobre 2015 h. 14.30-16.30, Accademia Aldo Galli – IED Como

Me lo pOrto – Workshop di Loredana Galante,

Martedì 6 Ottobre 2015 h. 11.30, Caffè Teatro – Teatro sociale Como

Conferenza Stampa StreetScape 4

Martedi 6 Ottobre 2015 h. 17.00-19.00, Accademia Aldo Galli – IED Como

Master Class di Franco Bolelli

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Elenco Artisti e Location:

  • MATTEO NEGRI >>> Pinacoteca Civica Palazzo Volpi
  • EMMANUELE PANZARINI >>> Portico del Broletto, Piazza Duomo
  • LORENZO COLORE CROCI>>> Piazza Volta
  • ANNA TURINA >>> Cortile della Biblioteca Comunale
  • FRANCESCO DE MOLFETTA >>> Cortile del Museo Archeologico
  • VIVIANA VALLA >>> Serre dei Giardini di Piazza Martinelli
  • LOREDANA GALANTE >>> Cortile del Comune di Como (Palazzo Cernezzi)
  • ERACLE DARTIZIO >>> Chiostrino Artificio
  • MARTA BUTTI >>> Facciata del Liceo Teresa Ciceri
  • DANIELA SANDRONI >>> Accademia Aldo Galli

Italian Newbrow. Cattive compagnie (seconda parte)

16 Mag

Il problema del male. Cattive compagnie

A proposito dell’intensa vitalità e della spinta fondamentalmente pulsionale, erotica, emotiva e psicologica che accomuna le opere degli artisti di  Italian Newbrow, avevo accennato nel libro edito da Politi Editore[1], citando uno scritto di Franco Bolelli (Cartesio non balla, Garzanti, 2007, Milano) sulla superiorità della cultura pop, in cui affermava che le grandi opere, come le grandi imprese che segnano a fondo l’immaginario collettivo, nascono sempre da un esubero energetico, da un’abbondanza che si traduce in slancio. Più avanti introducevo il tema del ritorno a una sensibilità gotica, legata alla rappresentazione del lato oscuro e delle zone d’ombra della società contemporanea, mediati attraverso i filtri dell’ironia, del paradosso, dell’ambiguità e dell’affabulazione, ma non sottolineavo abbastanza quanto sia dinamico, necessario, vitale, per gli artisti, questo processo di confronto con il tema della negatività. Argomento che, in fin dei conti, ha caratterizzato tutta la storia dell’arte e non solo, come affermava Baltruišaitis, i periodi in cui era alterata la stabilità sociale[2]. Il problema del male e della sua evidenza è uno dei più dibattuti dai teologi, filosofi e letterati d’ogni epoca. Si tratta di una questione che coinvolge l’esistenza stessa dell’uomo e dunque, inevitabilmente, anche la sua rappresentazione attraverso l’arte.

Nel trattato intitolato Piccola metafisica dell’omicidio, la scrittrice francese Eliette Abécassis scrive che “L’arte intrattiene con il male dei rapporti intimi. Il male è la sua forza, il suo soggetto, la sua ragion d’essere “.[3] Esso costituisce, di fatto, la premessa di ogni di ogni forma d’arte, la sua conditio sine qua non. Solo là, dove il male si manifesta, esiste una storia da raccontare. Che cosa sarebbero la Letteratura, il Cinema, il Teatro, il Fumetto, la Danza, la Musica e l’Arte senza una storia da raccontare?

Come afferma la Abécassis, “Perché l’arte, se non per esprimere il delitto nella società?  L’arte, contestatrice nella sua essenza, c’è unicamente per denunciare, per vomitare il mondo. Non per lavarlo, non per descriverlo, non per dare un senso a un mondo assurdo, non per gratificare, appagare, non per evadere dal mondo: non per criticarlo, ma per vomitarlo”.[4] L’arte è quindi un conatus, un rigurgito che restituisce al mondo i suoi squilibri in forma di rappresentazione, ma è anche, e soprattutto, un antidoto, una cura omeopatica, una forma di catarsi che l’artista vive da eterno convalescente, sempre teso verso un’impossibile guarigione. Il metabolismo dell’arte aggredisce il male con i suoi anticorpi poiché, come affermava Sheldon Kopp, “Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosa di trasformazione[5].

È un processo intensamente vitale, che gli artisti di Italian Newbrow hanno assimilato attraverso scelte linguistiche che escludono la tautologia e l’autoreferenzialità, a favore della narrazione e della rappresentazione. Se, infatti, è vero che dove c’è il male, c’è una storia da raccontare, è altrettanto vero che dove c’è una narrazione, affiorano direttamente o indirettamente, i temi dello squilibrio, del caos e del disordine, dell’oscurità e del buio, della crudeltà e del peccato, dell’ignoranza e della stupidità e, infine, dell’eterno scontro tra le forze positive e negative dell’esistenza. Difficile è, piuttosto, stabilire una precisa iconografia del negativo, tracciarne dei confini netti, dal momento che Italian Newbrow raccoglie una pletora di artisti diversi, ognuno dei quali affronta il problema da una prospettiva particolare.

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Giuspeppe Veneziano

Nella sua reiterata e pendolare oscillazione tra realtà e finzione, la pittura di Giuseppe Veneziano affronta il tema del male sotto il profilo dell’ambiguità e del travestimento. La maschera delle apparenze, come codice comunicativo che adombra la menzogna e la violenza, è un soggetto centrale in molte sue opere, a cominciare dall’inquietante ritratto di Pogo the clown – vero nome John Wayne Gacy –, famigerato pluriomicida, noto per aver intrattenuto i bambini ad alcune feste con un costume e un trucco da pagliaccio. Quest’opera, insieme alla scultura bronzea intitolata David’s Reinassence e al dipinto Electric Joker, si inserisce nella tradizione della coulrofobia, nota come “paura del clown”, che trova un illustre predecessore letterario nel Pennywise di “It”, il capolavoro assoluto di Stephen King che ha reso la figura del clown un simbolo del male assoluto. La sequenza iconografica rappresentata da Pogo the clown, David’s Reinassence e Joker disegna anche una progressiva escalation dal mondo reale (Pogo), a quello ambiguo del mito, in cui si mescolano verità e finzione (il clown decapitato), fino a quello del fumetto e dunque della pura immaginazione (Joker), in cui Veneziano compie innumerevoli incursioni. Lo dimostrano non solo i ritratti di personaggi negativi o politicamente scorretti dei cartoni animati, da Telespalla Bob dei Simpson a Cartman di South Park, da Bender di Futurama a Stewie dei Griffin, ma anche le opere in cui l’artista mette in luce il potenziale lato oscuro di eroi ed eroine da fiaba. In Indignados e La strage degli innocenti, Veneziano usa l’universale iconografia dei cartoon della Disney e della Dreamworks come metafora per descrivere una realtà instabile, violenta e contraddittoria. Una realtà che, in tempi di crisi, estende l’ombra lunga del male anche ai regni della fantasia e dell’immaginazione.

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Massimiliano Pelletti

Attraverso un video, un light box e una serie di sculture racchiuse in piccole teche di plexiglas, Massimiliano Pelletti ricostruisce scene di ordinaria follia, ispirate alla vita quotidiana e a fatti di cronaca. “Contiene parti ingeribili” è il titolo di questa serie di lavori, che allude alle tassative avvertenze contenute nelle istruzioni dei giocattoli per bambini. E infatti, ogni opera è fabbricata manipolando esemplari di Playmobil, attraverso interventi di microscultura che plasmano le espressioni, aggiungono dettagli e ridisegnano il contesto entro cui si svolge l’azione di questi popolari omini di plastica. L’artista usa un linguaggio volutamente pop, che fa leva su meccanismi d’immediata riconoscibilità, per trattare temi assai meno pacificanti, come la morte, la violenza e il cinismo della società contemporanea. Mentre il light box intitolato  P.G.R – Per Grazia Ricevuta si limita a ironizzare sull’iconografia popolare degli ex voto, le sculture Festa della Mamma e Del Maiale non si butta via niente vanno meno per il sottile e affrontano il problema dell’informazione giornalistica, che asseconda il gusto collettivo per le atmosfere morbose e patologiche della cronaca nera. Cinica e spietata come una lucida analisi sociale è invece l’opera Il profumo della vita, dove l’atmosfera mesta e compunta di un funerale è interrotta dal dettaglio triviale di un corteggiamento canino. Ma l’ironia trionfa soprattutto nel video Rapina Funky, realizzato con la tecnica dello stop motion, che ci precipita improvvisamente nell’effervescente clima pulp di una sequenza di Tarantino.

Michael Rotondi, My Kim

Michael Rotondi

Attraverso il suo stile rapido e bozzettistico, che pone l’accento sugli elementi espressivi dell’immagine, Michael Rotondi approccia il tema del male recuperando iconografie del folclore religioso e popolare e figure emblematiche della storia. L’artista concepisce il racconto come una struttura aperta, formata da accumuli e affastellamenti di tele e carte che tracciano una sottile rete di analogie e rimandi all’interno delle sue installazioni. L’elemento negativo, ma anche vitale e catartico, del linguaggio di Rotondi è evidente soprattutto nella furia iconoclasta di My Kim e Con lo smalto nero sulle unghie posso solo urlarti una canzone, memori della lezione dei neoespressionisti tedeschi, mentre le carte sembrano piuttosto dominate da una più quieta vena memoriale. In Kill your idols landscape Rotondi presenta, infatti, due incarnazioni storiche del male (Stalin a Lenin) e un animale simbolo del peccato (la rana rovesciata), desunto direttamente da una celebre tela del Bramantino. Ma il male cui l’artista si riferisce è anche quello biblico della possessione demoniaca, tema del dipinto Vai via!!, ispirato a un antico casellario spagnolo, e, infine, quello metafisico, contro cui si batte il bellicoso San Michele Arcangelo di Autoritratto.

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Vanni Cuoghi

Inventa una nuova cosmogonia, sospesa tra fiaba e mito, Vanni Cuoghi, le cui immaginifiche visioni rinnovano il racconto dell’eterna lotta tra angeli e demoni, introducendo elementi di ambiguità che riguardano sia l’identità di genere dei suoi personaggi, che e le loro accezioni simboliche. Come Henry Darger, il visionario artista autodidatta autore di The Realm of Unreal, Vanni Cuoghi immagina un universo alternativo, dove il primigenio conflitto tra uomini e donne assume connotati epici. Le sue streghe, abbigliate come aristocratiche dame vittoriane, sono, infatti, protagoniste di una guerra senza esclusione di colpi con le forze maschili, spesso incarnate da schiere di demoni e altri esseri ultraterreni. Mescolando pittura, collage e psaligrafia (arte antica del ritaglio di carta), l’artista costruisce affascinanti diorami tridimensionali, racchiusi in preziose scatole di plexiglas. Ogni diorama rappresenta un evento particolare, diciamo pure un episodio dell’immaginifica saga di Cuoghi, in cui le streghe recitano il ruolo delle eroine di una rivoluzione proto-femminista che, metaforicamente, allude a conflitti di ben altra portata. Conflitti che attengono alla sfera immaginifica dell’inconscio individuale e collettivo, dove si allignano figure incerte e simboli ambigui, che rendono opaco e indeterminato il confine ontologico tra il bene e il male.

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Diego Dutto

Diego Dutto trasferisce l’ambiguità sul piano biologico, aprendo una riflessione sulle future (e nemmeno troppo lontane) possibilità d’innesto tra organismi naturali e parti robotiche. Quelle plasmate dall’artista torinese sono, infatti, entità ibride, le quali assimilano forme umane, animali o vegetali e strutture sintetiche che richiamano il nitore di manufatti altamente tecnologici. Pnèymon, ad esempio, è un macabro trofeo, una sorta di cuore meccanomorfo, da cui fuoriescono due canne metalliche, simili ai tubi di scappamento delle automobili. Nonmama è una scultura da giardino che rappresenta un grande fiore biotech, degno de La piccola bottega degli orrori di Roger Corman. Ma Dutto non risparmia nemmeno il mondo animale e, così, ridisegna il guscio delle sue tartarughe fino a farlo somigliare a una corazza da combattimento in kevlar, decorata con preziose finiture cromate. Allucinata, con le sue plastiche forme sintetiche sembra, infine, l’insetto di un cartone animato della Pixar. Il mondo post-umano di Diego Dutto è, dunque, il prodotto di una sensibilità ultracontemporanea, sviluppatasi all’incrocio tra il design, la tecnologia e la computer grafica.

Paolo De Biasi, Ephemeral Painting 5, acrilico su tela, 50x40 cm., 2012

Paolo De Biasi

L’elemento provocatoriamente negativo della pittura di Paolo De Biasi è rappresentato dalle fonti iconografiche, che non riflettono la tendenza autoreferenziale di larga parte dell’arte contemporanea. Per De Biasi le cattive compagnie sono le frequentazioni culturali che hanno formato il suo gusto e la sua sensibilità, maturate per lo più al di fuori dell’ambiente artistico. Le immagini delle riviste degli anni Sessanta, le copertine dei dischi degli Smiths, l’architettura razionalista del secondo Novecento hanno contribuito alla formazione della sua attitudine pop e fondamentalmente anti-concettuale. “La pittura che parla di pittura”, afferma De Biasi, “si riduce a una tautologia o, nella migliore delle ipotesi, a un sistema di specchi opposti, che riflettono la propria immagine distorcendo la realtà, senza creare alcun significato ulteriore”. De Biasi definisce la sua ricerca come una sorta di beta test, cioè la versione provvisoria di un programma, spesso realizzata per saggiare la validità del prodotto prima del suo definitivo lancio sul mercato. Per l’artista pensare la pittura come una fase beta permanente, significa quindi sperimentare la possibilità di ripensare la realtà. Come afferma Gianni Canova, “Il problema del nostro tempo è capire se siamo ancora capaci di pensare a quello che vediamo o se vediamo sempre e solo ciò che già pensiamo”. Opere dalla struttura frammentaria e quasi centrifuga come Code of conduct, Back to the Old House e Doppelgänger incarnano, di fatto, questa possibilità di ricostruzione fenomenologica del mondo, fondata non più gerarchie logiche e spaziali, ma semmai su un nuovo assetto pulsionale, aperto e multicentrico.

5.bGiuliano-Sale-Clown-olio-su-tela-20x20-cm.-2012

Giuliano Sale

Una pittura viscerale, ma disciplinata da un severo controllo formale, è quella di Giuliano Sale, che declina in immagini equivoche e misteriose le pulsioni più ineffabili dell’essere umano. Con il suo stile fitto di rimandi alle atmosfere del Simbolismo e della Neue Sachlickeit, l’artista è riuscito a sviluppare una personale sigla linguistica, che gli consente di esplorare i meandri dell’inconscio senza rinunciare alla narrazione. La sua indagine si appoggia ai generi tradizionali del paesaggio e del ritratto per dare corpo e solidità a una materia psicologica sfuggente e inafferrabile quanto un incubo narcotico. Sale descrive  un universo metafisico, fatto di crepuscolari arcadie e paesaggi d’ombra, dove balenano spettrali figure e temibili apparizioni. Ma è soprattutto nei ritratti, un singolare repertorio di fisionomie e anatomie anomale, che affiora con evidenza il tema del male. Sale lo affronta illustrando quel connubio tra abiezioni organiche e morali, che è il segno distintivo dei suoi personaggi, ma che, in qualche modo, riecheggia anche nella morfologia allusiva dei suoi paesaggi, costellati di anfratti bui e inquietanti distese d’acqua scura. Quello dipinto da Sale è, dunque, un mondo di rovinosa decadenza, un’immaginifica apoteosi del mal di vivere, dove il vizio e la corruzione che albergano nel cuore degli uomini, riecheggiano nelle lande di una natura afflitta e desolata.

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Silvia Argiolas

L’arte di Sivia Argiolas è la più compiuta espressione del conatus di cui parla Eliette Abécassis, di quel rigurgito espressivo che è, appunto, una forma di metabolica trasformazione e sublimazione della negatività, compiuta attraverso gli strumenti della rappresentazione pittorica. L’artista materializza sulle sue tele una cosmogonia paranoica, di puro delirio e lucida alienazione, in cui le manie e le ossessioni personali vengono sublimate attraverso la mise en scene di imperscrutabili liturgie catartiche. Nella sua folle visione, la dimensione aleatoria della psiche si trasforma in un palcoscenico affollato di autoritratti, dove le più diverse incarnazioni della sua personalità entrano in contatto con le forze primigenie della vita in forma di animali totemici e ombre spettrali. La pittura espressionista di Silvia Argiolas, fatta d’interventi gestuali e accumuli materici, assume la natura come ambientazione, facendone il teatro di una pletora di narrazioni drammatiche. Ma il suo è, piuttosto, un Eden capovolto, un inferno arboreo disseminato di proiezioni lisergiche e presenze ctonie.


[1] Ivan Quaroni, Italian Newbrow, Giancarlo Politi Editore, 2010, Milano.

[2] Jurgis Baltruišaitis, Il medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica, Adelphi, 1997, Milano.

[3] Eliette Abécassis, Piccola metafisica dell’omicidio, 2004, Il Nuovo Melangolo, Genova.

[4] Ibidem.

[5] Sheldon B. Kopp, Se incontri il Buddha per strada uccidilo, Astrolabio Ubaldini Editore, 1975, Roma.

Italian Newbrow. Cattive compagnie (Prima parte)

15 Mag

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Nessun artista tollera la realtà”.

(Friederich Nietzsche)

 Newbrow versus Lowbrow. Una definitiva precisazione.

Mi sono chiesto spesso se possa esistere una via italiana, anzi europea, a quel variegato e complesso fenomeno chiamato Lowbrow Art (o Pop Surrealism), tutto giocato sull’orgogliosa rivendicazione di un approccio figurativo, narrativo, ironico e fondamentalmente popolare al problema della rappresentazione. Ho avuto la sensazione, poi avvalorata da molteplici letture ed esperienze di visione diretta delle opere, che quello del Lowbrow è un modo intimamente americano di affrontare il problema, un modo che affonda le radici nel crogiuolo delle sottoculture di quel paese e che non può essere esportato senza dare vita a espressioni derivative o imitative. L’artista europeo può davvero condividere le esperienze maturate nella West Coast Californiana, dal fenomeno delle Hot Rod alla Kustom Kulture, dagli stili di vita del surf e dello skate, fino alla rilevanza sociale del fumetto underground e dell’immaginario psichedelico? Lowbrow è, in fondo, un termine che descrive il coagulo delle esperienze della cultura popolare americana degli ultimi sessant’anni. Dentro c’è di tutto: l’architettura cheap dei rivenditori di hot dog e di donut, le roadhouse e le sale da Bowling affollate, Disneyland e i Monster Movie proiettati nei drive-in, i ristoranti Tiki colmi di paccottiglia hawaiana, i poster lisergici della Summer of Love, la mitologia Beat, il mito dei bolidi truccati e delle gare illegali nelle piane desertificate della California, la fantascienza retro-futurista dei Jetson, il rock and roll e il Be Bop, le bande di teppisti e teddy boy, l’estetica da centauri degli easy rider, il punk e i graffiti, la nostalgia dei vecchi cartoon della Warner Bros, Norman Rockwell e Robert Crumb, i tatuaggi, le pin up, le vecchie insegne dei sideshow, la musica country e l’arte folk, i cowboy e il Ku Klux Klan, le bandiere degli Stati Confederati, la solitudine della provincia e lo spirito di frontiera. L’America, insomma. Nel bene e nel male. Italian Newbrow è tutt’altro. Un fenomeno che affonda le radici nel nostro background e, semmai, in quello della cultura continentale comunitaria e che, in genere, assorbe suggestioni dell’immaginario globale, senza per questo appiattirsi su posizioni di mera derivazione linguistica. L’universo fantastico della Lowbrow Art è, per noi italiani, alla più una curiosità d’oltreoceano, un’eccitante novità pervenutaci attraverso la diffusione planetaria di Juxtapoz, la rivista portabandiera del Movimento, e tramite gli stimoli di certo cinema pulp, così come l’abbiamo vissuto attraverso la visione della filmografia di Quentin Tarantino, di Robert Rodriguez e, naturalmente, di Tim Burton. Qualcosa, insomma, che abbiamo vissuto di rimando, dunque per lo più indirettamente, osservando le capricciose immagini di Robert Williams, Mark Ryden o Gary Baseman in qualche rara mostra italiana oppure, il più delle volte sulle pagine di riviste di largo consumo. Italian Newbrow, dicevo, è tutt’altro. È un fenomeno che cresce e si sviluppa nel tessuto connettivo dell’arte italiana contemporanea, funestata da un pluriennale dibattito tra l’arte colta, di matrice post-concettuale, e l’arte figurativa, tornata ad affermare le necessità del racconto, della rappresentazione e dell’espressione, talvolta (ma solo talvolta) tramite pratiche di saccheggio di quell’immenso serbatoio iconografico che è la cultura di massa. Se esiste un’analogia tra il Pop Surrealismo americano e il Newbrow Italiano è solo sul piano dell’eterna diatriba tra l’arte “alta” delle gallerie “mainstream” e quella “popolare” delle nuove forme di figurazione. Un’ultima analogia consiste forse nell’ampio uso che entrambi gli scenari, quello statunitense e quello italiano, fanno delle fonti iconografiche derivate dal web, nella confidenza che gli artisti della Google Generation hanno sviluppato nei confronti dei tool digitali. Ma si tratta di una questione di portata globale, valida tanto per gli artisti europei, quanto per quelli indiani, cinesi, russi o mediorientali. Le analogie finiscono qui. Ogni altra forma di parentela, filiazione o debito è relegabile all’ambito dell’ispirazione diretta o, peggio, dell’imitazione pedissequa. Italian Newbrow non è mai stata (ne sarà mai) una forma di Italian Pop Surrealism, termine peregrino che qualcuno ha già iniziato a utilizzare.

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Le origini culturali. Il background italiano.

Italian Newbrow è, in larga parte, uno scenario – e non un movimento, come ho più volte ribadito -che si è sviluppato nel contesto artistico italiano, sulla scia di precedenti esperienze critiche, che documentavano l’insorgere di una nuova sensibilità, orientata al recupero della cultura popolare e di massa e alla rivalutazione della pittura e della scultura, per lungo tempo sottovalutate e considerate da una parte del sistema dominante alla stregua di pratiche obsolete, se non addirittura retrive. In tal senso, in Italia, un ruolo molto importante è stato ricoperto dalla Transavanguardia di Achille Bonito Oliva, che ha avuto il merito non solo di riportare la pittura al centro del dibattito artistico, ma anche di riaffermarne con orgoglio la spinta pulsionale e libidica. Durante tutti gli anni Ottanta, nel nostro paese si assiste a una rigogliosa fioritura di gruppi, scuole, movimenti e individui che, lasciandosi definitivamente alle spalle il clima plumbeo del decennio precedente, dominato dai concettualismi e dagli ideologismi barricadieri, riscoprono attraverso la pittura e la scultura il valore della manualità e della Storia. Basti pensare ai Nuovi Nuovi di Renato Barilli, Francesca Alinovi e Roberto Daoglio, agli Anacronisti di Maurizio Calvesi, ai Nuovi Futuristi di Luciano Inga Pin, ma anche, e soprattutto, ad artisti trasversali, spesso inclusi in una generica area espressionista, come Mimmo Germanà, Nino Longobardi, Ernesto Tatafiore, Arcangelo, Marco Del Re e Sabina Mirri. Negli anni Novanta, accanto alle esperienze degli artisti post-concettuali milanesi che ruotano attorno alla figura di Corrado Levi e che in parte confluiscono nella mostra La scena emergente del Museo Pecci di Prato, ci sono i Medialisti capitanati da Gabriele Perretta, L’Officina Milanese di Alessandro Riva, il Nuovo Quadro Contemporaneo di Gianluca Marziani e il tentativo di crossorver tra arte e letteratura Cannibale di Luca Beatrice in Stesso Sangue. Tutte esperienze che precedono la sensibilità indeterminata e inclusiva della cosiddetta Nuova Figurazione, che si presenterà come una sorta di “sensibilità” quanto mai variegata in termini di linguaggio e stile e soprattutto interessata al confronto tra Arte e Nuovi Media e tra Arte e Fumetto, Cinema e Letteratura. Con l’inizio del nuovo millennio, il dialogo dell’arte con la cultura di massa si fa ancora più serrato. Nel 2000 Alessandro Riva inaugura al PAC di Milano la mostra Sui Generis, che insiste sulla ridefinizione dei generi della nuova arte italiana e che include, accanto al ritratto e alla natura morta, la fantascienza, il giallo, l’erotismo, la contaminazione e la moda. Un anno dopo, Gianluca Marziani pubblica Melting Pop (Castelvecchi editore), un libro, seguito da una serie di mostre, che pone l’accento sulla contaminazione e sulla combinazione tra arte e tecnologia e sulla necessità di un approccio creativo trasversale, multidisciplinare e aperto. Parallelamente, prima con la mostra La linea dolce della Nuova Figurazione (2001) e successivamente con Ars in fabula (2006), Maurizio Sciaccaluga documenta il carattere ironico e, allo stesso tempo, languido e trasognato della giovane arte italiana. Sono anni in cui l’attenzione verso i giovani pittori e scultori figurativi è ai massimi livelli, grazie anche all’attenzione delle riviste di settore e al costante monitoraggio dei premi nazionali e delle grandi rassegne pubbliche. Rassegne che culminano nel 2007 con le mostre Arte Italiana 1968-2007, a cura di Vittorio Sgarbi (Palazzo Reale, Milano), e La Nuova Figurazione Italiana – To Be Continued…, a cura di Chiara Canali (Fabbrica Borroni, Bollate), cui partecipano, peraltro, anche artisti come Giuseppe Veneziano, Vanni Cuoghi, Fulvia Mendini, Elena Rapa e Eloisa Gobbo, che poi formeranno il nucleo centrale della nascente sensibilità Newbrow. Proprio in questo brodo di coltura si sviluppano i primi germi del nuovo scenario artistico e, segnatamente, nel ritrovato valore di un’arte eloquente, diretta, capace di raccontare e “suggestionare” il pubblico attraverso immagini immediate e di forte impatto. La tensione comunicativa e l’apertura a una platea più vasta di quella tradizionalmente interessata all’arte, diventano questioni centrali per le generazioni che hanno sperimentato il potenziale mediatico di internet. E in tal senso, il saccheggio da parte degli artisti dell’immaginario di massa gioca un ruolo fondamentale.

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Se ne accorge anche Gianni Canova, che in un articolo su Il Fatto Quotidiano scrive: “Italian Newbrow è la rivendicazione orgogliosa di tutto il bazar delle iconografie popolari – non solo il fumetto, la Tv e il cinema di serie B, ma anche il tatuaggio, il graffito, il cartoon, il pop design – assemblate con la tecnica del cut & paiste digitale (che è poi l’evoluzione del collage cubo-futurista) [1]. Ma non si tratta solo di questo. Oltre alle suggestioni dell’iconografia pop, Italian Newbrow registra anche le ansie e le inquietudini della moderna società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman. L’articolo di Canova associa le atmosfere del film I Soliti Idioti (di Enrico Lando, con Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli) all’estetica newbrow: “Piaccia o no ai suoi arcigni e sgomenti censori”, scrive il critico, “I Soliti Idioti ha gli stessi colori saturi del movimento newbrow e del quadro che assume a emblema del movimento [Alter Ego di Paolo De Biasi]: è un film molto più scuro e invaso da zone d’ombra…”. Con la promessa di un’impossibile catarsi comica, dietro la facciata ridanciana e sboccata del film, striscia il verme del malessere sociale, con il suo inevitabile corredo di tic, manie, ossessioni e disagi. La stessa cosa avviene nelle opere degli artisti newbrow, che spaziando tra differenti registri espressivi documentano il lato oscuro della civiltà contemporanea attraverso il saccheggio dell’immaginario di massa e la rappresentazione, spesso metaforica, dei turbamenti individuali e collettivi del nostro tempo. Così, se Giuseppe Veneziano si avvale di una figurazione semplice e immediata, popolata di personaggi e icone universalmente riconoscibili, per affrontare questioni legate all’ambiguità e all’indeterminatezza della comunicazione visiva, sovente carica d’implicazioni politiche e sociali, Vanni Cuoghi ricorre all’armamentario classico della fiaba e del folclore con l’intento di trasfigurare, in chiave surreale, gli impulsi negativi latenti nell’immaginario fantastico. Analogamente, Massimiliano Pelletti modifica giocattoli di largo consumo per inscenare situazioni disturbanti, in bilico tra quotidianità e cronaca nera, mentre Silvia Argiolas tratta il problema del “male di vivere” costruendo un personalissimo universo parallelo, in cui proietta visioni paranoiche e allucinate che sfiorano il parossismo. Sembrano originati dall’inconscio anche i paesaggi e i ritratti di Giuliano Sale, artista che descrive il turbamento esistenziale con un realismo quasi carnale, non privo di sottintesi allusivi e simbolici. Più freddo è, invece, l’approccio di Paolo De Biasi, che destruttura lo spazio della rappresentazione pittorica, interpretando la realtà come un simultaneo affastellamento di luoghi ed episodi narrativi, i quali ci restituiscono il senso d’urgenza e vitalità dell’esperienza umana. Esperienza che Michael Rotondi affronta da un’angolatura autobiografica, dipingendo immagini che sono l’equivalente di un ipotetico diario visivo, fatto di esperienze, impressioni e tracce che si sovrappongono al “vissuto collettivo” della sua generazione. In ultimo, Diego Dutto opera, con la scultura, sul crinale ambiguo che separa la biologia dalla tecnologia e ipotizza un futuro distopico e post-umano, popolato di organismi meccanicamente modificati.


[1] Gianni Canova, Idiota a chi?, «Il Fatto Quotidiano», Venerdì 11 novembre.