di Ivan Quaroni
Risacca, 2023, Olio e tecnica mista su tavola, 80×80 cm
Il problema del rapporto con la realtà ha caratterizzato l’intera storia della pittura occidentale come una sorta di tensione irrisolta. Per secoli si è creduto che l’immagine dipinta fosse tanto più vera quanto più riusciva a imitare il mondo sensibile. La prospettiva, la precisione anatomica e la costruzione dei volumi hanno in qualche modo rafforzato il concetto di verità come fedeltà visiva alla realtà concreta. Questa convinzione, però, poggia su un presupposto fragile, l’idea, cioè, che la pittura possa limitarsi a registrare il reale, senza aggiungervi nulla di nuovo. È vero, invece, l’opposto: ogni immagine dipinta è sempre il risultato di un’elaborazione linguistica che finisce per riflettere l’orizzonte ontologico dell’artista, più che una presunta verità oggettiva. La pittura, insomma, rivela sempre una weltanschauung, una visione che conferisce un assetto assiologico alla comprensione dell’esistenza.
Foschia al mattino, 2020, olio e tecnica mista su tavola, 40×40 cm.
Questo aspetto si ritrova nella pittura di Matteo Massagrande, talvolta erroneamente considerata iperrealistica, dove l’immagine dipinta può dare l’illusione di riprodurre perfettamente le forme materiali anche quando non è affatto così. La verosimiglianza, la credibilità, la plausibilità (ma anche la seduzione) delle immagini fabbricate da Massagrande sono, invece, il prodotto di un originale sistema costruttivo che mescola al rigore delle tecniche tradizionali una pletora di intuizioni e scoperte personali. Si può dire, infatti, che la grammatica visiva di Massagrande si sia sviluppata a partire dall’acquisizione di quelle competenze che un tempo erano considerate essenziali per praticare la professione del pittore e che, purtroppo, oggi sono neglette da gran parte dei giovani pittori.
Due stanze, 2021, olio e tecnica mista su tavola, 50×50 cm
La preparazione delle tavole, il metodo della quadrettatura della superficie, la stesura delle velature di colore, l’applicazione della prospettiva (spesso multipla), la resa luministica, la conoscenza dei materiali e della loro durata nel tempo, insomma, il complesso delle regole e delle abilità, quelle che dal Libro dell’Arte di Cennino Cennini fino al Piccolo trattato di tecnica pittorica di Giorgio De Chirico hanno accompagnato le evoluzioni della grande pittura, insieme ai trucchi e ai segreti appresi andando a bottega da un maestro, sono alla base della formazione di Massagrande. Per lui, come notava acutamente Péter Fertőszögi, “la pittura è come un magnifico palazzo, le cui fondamenta furono gettate dalle grandi civiltà dell’antichità”[1].
Il mulino, 2025, Olio e tecnica mista su tavola, 80×110 cm
Su questa solida tradizione, che funziona anche come un salutare recinto disciplinare, l’artista ha edificato un lessico pittorico originale, che intrattiene un particolare rapporto con la realtà. “Vera”, per Massagrande, non è solo la realtà concreta, visibile, ma anche la dimensione aleatoria di memorie, emozioni, rivelazioni che possono giungere dalle fonti più disparate: impressioni, sensazioni, letture e riflessioni. La sua pittura, insomma, è il risultato della fusione di due visioni, quella fenomenica e quella interiore, in costante equilibrio tensivo. Questa condizione liminale si esprime attraverso la scelta di rappresentare luoghi e ambienti che sono spesso simili a soglie, spazi transitivi che segnano un passaggio, un attraversamento fisico o mentale.
Lago, 2023, Olio e tecnica mista su tavola, 80×80 cm
Tutti quelli dipinti da Massagrande sono luoghi di sosta, da percorrere con lo sguardo, procedendo da una stanza all’altra, e da questa a un balcone, a una veranda, a una loggia, a un cortile. Sono posti, talvolta, contraddistinti da elementi architettonici che segnalano un accesso o un transito, come porti, ponti o terrazze che marcano il confine tra la terra e il mare o altri corsi d’acqua. Che siano interni, paesaggi o scorci urbani, i soggetti dell’artista sono pretesti che servono a dare corpo a un’idea, un’emozione o un ricordo. Lo spunto può essere un luogo reale, usato come punto di partenza per ricostruire una sensazione, uno stato d’animo, un’epifania quasi sempre legati all’esperienza della chiarità, che costituisce l’elemento cardine della ricerca di Massagrande.
Villaggio sloveno, 2025, olio e tecnica mista su tavola, 70×100 cm
Lui stesso ha dichiarato più volte che la luce è più importante dei luoghi rappresentati, nel senso che costituisce il principio fondante di tutte le sue composizioni. Essa è, inoltre, connessa all’idea stessa di verità fin dall’antichità. Uno dei termini che ci aiutano a capire questa idea è la parola greca aletheia, che significa disvelamento, rivelazione. Etimologicamente la parola è composta dall’alfa privativo e dal verbo lanthánō, che significa “restare nascosto”. Aletheia designa, quindi, ciò che è sottratto al nascondimento, ciò che affiora oltre il velo dell’oblio. In questa accezione, la verità si identifica il farsi visibile di qualcosa che prima era celato. Ed è proprio in questa prospettiva che la pittura può aspirare al vero. Non con la mera fedeltà al mondo visibile, ma attraverso la capacità di far emergere ciò che, pur appartenendo alla dimensione esperienziale, rimane latente.
Mattino di Giugno, 2021, olio e tecnica mista su tavola, 40×40 cm
Quando Heidegger afferma che (nell’opera d’arte) la verità dell’ente si è posta in opera, significa che il quadro non si limita a riprodurre un oggetto, ma apre uno spazio in cui un mondo si manifesta. Le scarpe dipinte da Vincent van Gogh non sono la semplice descrizione di un accessorio, ma la rivelazione di un’esistenza concreta, di una forma di vita[2]. Se la verità della pittura coincide con il disvelamento, allora la luce nei dipinti di Matteo Massagrande assume un significato che va oltre la dimensione atmosferica. Essa non è più una semplice condizione ottica, ma un principio che consente al luogo di emergere come esperienza.

Porto, 2022, olio e tecnica mista su tavola, 50×60 cm
Che si tratti di uno scorcio veneziano, una stanza abbandonata, una terrazza greca o un poggiolo newyorkese, ciò che rende un posto pittoricamente rilevante per Massagrande è la qualità della luce, la sua capacità di marcare il limite tra visibile e invisibile, tra ciò che si mostra e ciò che resta trattenuto. Così, nei suoi dipinti, il passaggio da una stanza all’altra introduce una luminosità che trasforma la percezione dell’ambiente; un affaccio che interrompe la continuità di un interno altera l’equilibrio complessivo; un parapetto che delimita la vista modifica il rapporto tra primo piano e sfondo. La soglia diventa il punto in cui l’immagine cambia assetto.
La tenda a fiori, 2023, olio e tecnica mista su tavola, 50×50 cm
Massagrande costruisce ambienti che rendono visibili e strutturate le sue percezioni interiori. Ogni soggetto dipinto è il luogo di un’intima emersione, come se la pittura offrisse una struttura capace di accogliere ciò che prende forma nella mente. In questo senso, la soglia, il confine, il limite assumono un ruolo essenziale, perché coincidono con le zone in cui la luce, intesa come principio rivelativo, governa rapporti, distanze e profondità. Nel dipinto Due stanze (2021), le variazioni di luce guidano il passaggio dalle stanze al giardino. Questo effetto conferisce profondità e ritmo all’opera, che è caratterizzata da una prospettiva multipla e insolita. La successione di elementi come pareti, porte, architravi, colonne e pavimenti crea un insieme ricco di pattern, texture e sfumature cromatiche differenti.
Poggiolo a Central Park, 2023, olio e tecnica mista su tavola, 90×120 cm
In La tenda a fiori (2023), invece, la soglia è rappresentata da una finestra che occupa quasi per intero il campo visivo e ripartisce la superficie in una griglia di quadrati irregolari. Qui, è più che mai evidente la logica costruttiva di Massagrande, che reinventa la realtà, giuntandone i vari pezzi come se si trattasse di un collage di figure eterogenee. Il risultato è straniante: gli infissi della finestra non combaciano, il pavimento di piastrelle sembra disassato, l’accesso alla terrazza affacciata sul mare ha qualcosa d’incongruo e le pareti laterali sembrano compresse, schiacciate verso l’accesso esterno.
Case in Laguna, 2025, olio e tecnica mista su tavola, 80×110 cm
Una logica compositiva molto personale domina anche il nucleo di opere del 2025 che comprende Case in Laguna, Il mulino, Il ponte e Villaggio sloveno. In questi paesaggi si riconosce una consonanza con alcune vedute del pittore inglese Stanley Spencer, una sintonia sorprendente se si considera la lontananza geografica e temporale tra i due artisti. La somiglianza riguarda l’assetto architettonico e paesaggistico, la sequenza dei volumi che organizzano lo spazio in forme compatte e immediatamente leggibili e perfino il taglio delle inquadrature. Nella pittura di Massagrande la struttura dell’immagine è carica di storia. Non si tratta quasi mai di citazioni dirette, riferimenti evidenti o rimandi ad autori specifici. È, piuttosto, l’intelaiatura dell’immagine, la sua configurazione a contenere, come in filigrana, le tracce di un patrimonio visivo, profondamente radicato nel sistema cognitivo e neurale di Massagrande, quello della storia dell’arte italiana ed europea.
Bouganville, 2025, olio e tecnica mista su tavola, 110×80 cm
Bouganville (2025) è forse l’unica eccezione. L’opera è, infatti, volutamente legata al ricordo di un dipinto di David Alfaro Siqueiros. Non è, però, un d’apres, cioè una derivazione esplicita, ma una reinvenzione. A differenza della tela del muralista messicano, nella tavola di Massagrande il variopinto arbusto è posto in dialogo con gli articolati prospetti laterali degli edifici retrostanti, che danno alla composizione una solida impalcatura architetturale.
Luci della Grecia XVII, 2022, olio e tecnica mista su tavola, 40×50 cm
La serie Luci della Grecia (2022) è forse quella in cui l’ars aedificatoria di Massagrande assume un carattere più fantastico. L’artista definisce i lavori di questo ciclo dei “Capricci”, riferendosi al genere pittorico delle vedute che mescolavano rovine antiche, edifici reali e architetture immaginarie. Come accade nei chimerici paesaggi seicenteschi, Luci della Grecia XIII e Luci della Grecia XVII (2022) intrecciano realtà e invenzione in scorci che hanno la nitidezza di un sogno lucido. Queste discese alle marine che si aprono sulle azzurre distese dell’Egeo, si configurano ancora una volta come soglie, in cui si deposita una temperatura emotiva, filtrata attraverso l’ordine delle forme e la luminosità dell’ambiente. L’essenziale di queste immagini non è tanto la loro verosimiglianza, ma la loro efficacia nel tradurre un pensiero astratto in materia concreta. È in questa capacità di dare un assetto stabile alle idee che la pittura di Massagrande raggiunge il suo punto più persuasivo, un lavoro che affida alle immagini il compito di mostrare con esattezza ciò che prende forma nella visione interiore.
Luci della Grecia XIII, 2022, olio e tecnica mista su tavola, 60x80cm
[1] Péter Fertőszögi, On the art of Matteo Massagrande, in Matteo Massagrande, catalogo della mostra omonima, 2016, Kovács Gábor Art Foundation, Budapest, Kovács Gábor Müvészeti Alapitvány publishing, Budapest, p. 6.
[2] Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, a cura di Gino Zaccaria, 2000, Christian Marinotti Edizioni, Milano.














