di Ivan Quaroni
La pittura di Stefano Allisiardi è abitata da figure aleatorie, instabili, transeunti, che interrompono il normale scorrimento del flusso temporale. Fin dagli inizi, l’artista ha prediletto la rappresentazione di soggetti che sembrano dilavati dall’azione corruttiva della storia. I ritratti della serie Esser-ci (2014 -15), le vedute esposte nella mostra Tornare a casa (2024) o quelle dei Lacerti (2024) – inscritte negli ovali, come vuole la tradizione paesaggistica piemontese -, e perfino le dinamiche sagome dei Dogs (2025), tanto per citare qualche esempio, avevano già una qualità smaccatamente spettrale, cioè rappresentavano cose e persone come presenze mobili, effimere, impermanenti.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 100x150cm
Le immagini di Allisiardi sembrano apparizioni di un tempo lussato, disarticolato, che scarta il presente per lasciare affiorare grumi di memorie o tracce che, però, potrebbero anche essere proiezioni di eventualità, insomma di occorrenze di un mondo a venire. Sono certamente figure intempestive, in transito, in liquido scorrimento verso un prima o un dopo difficili da determinare. Quella di Allisiardi, infatti, è una pittura che – forse per effetto delle stesure liquide degli inchiostri, degli acquarelli e delle gouache, che conferiscono alle immagini un curioso senso d’instabilità – non abita mai l’attuale se non in forma ectoplasmatica.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 50x70cm
In un certo senso, si può dire che tutta la pittura manifesti questa propensione a evocare il potere infestante degli spettri, dei simulacri che si sottraggono alla realtà, pur abitandola. Ma nel caso di Allisiardi, questa propensione è accresciuta e intensificata dalla creazione di un campionario di forme fluenti, che disorientano lo sguardo e alterano la percezione della struttura logico-narrativa dell’immagine. Si tratta di una caratteristica presente anche nel nuovo ciclo dedicato al Grand Tour, dove la reinterpretazione del tradizionale viaggio di formazione degli aristocratici europei del XVII e XVIII secolo coincide con una nuova evoluzione del linguaggio formale dell’artista.
Grand Tour, 2026, olio e acrilico su tela, 40x40cm.
Le vestigia del passato nel Grand Tour di Allisiardi non sono quelle che ci si aspetterebbe di visitare negli itinerari consueti proposti dai nuovi Beadeker della contemporaneità, quelle Lonely Planet e Guide du Routard che armano le falangi del turismo massificato. L’artista sceglie, piuttosto, itinerari inconsueti, allineando una teoria di edifici che appartengono a un passato più recente e forse meno platealmente pittoresco, quello rappresentato dal Ventennio tra le due guerre. Le mete del viaggio diventano, così, le costruzioni progettate da architetti come Luigi Moretti, Marcello Piacentini, Giuseppe Terragni e Piero Portaluppi, opere nate in un momento storico in cui l’architettura era investita di una funzione rappresentativa e civile e chiamata a esprimere un’idea di ordine, di modernità e di identità collettiva. Sono architetture che costituiscono oggi una presenza stabile nel paesaggio urbano italiano, sebbene vengano utilizzate con funzioni diverse da quelle per cui erano state concepite. Il tempo ha modificato il loro significato, lasciando intatta la forma estetica originaria. “Il senso del lavoro”, spiega, infatti, l’artista, “è quello di interrogarci sulle tracce del passato, con tutti gli strascichi e le declinazioni più scomode, cercando di separare la costruzione di un potere ingiusto dai propri residui fisici”.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 80x80cm
Lo sguardo di Allisiardi coglie questa trasformazione, evidenziandola attraverso l’uso di campiture cromatiche innaturali, che alterano la percezione dello spazio e trasformano il paesaggio in una dimensione sospesa, ma anche incongrua, dove tutto sembra fuori posto. Questa serie di dipinti a olio e acrilico su tela è dominata dai toni del giallo cromo, usato per la stesura di quasi tutti i fondi. È un colore acido che esalta l’effetto monumentale e plastico degli edifici architettonici che costellano questi bizzarri Souvenir d’Italie.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 40x30cm
All’interno di questi luoghi, compaiono figure di piccole dimensioni, per lo più gruppi di persone colte in un’atmosfera feriale, durante momenti di pausa, di svago o di attesa. Sono turisti provvisori, visitatori temporanei che sostano su prati e piazze, seduti su sedie pieghevoli, sdraiati su teli da spiaggia o in posa per una foto ricordo. Talvolta, sono personaggi solitari, inghiottiti dal paesaggio architettonico, come in certe vedute di Giovanni Paolo Pannini e Luigi Vanvitelli, intenti a percorrere, nella canicola estiva, luoghi metafisici e silenti.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 100x100cm
Allisiardi gioca sul contrasto tra la maestosa monumentalità degli edifici e la dimensione prosaica dei gitanti odierni, così diversi dai colti e raffinati viaggiatori del Grand Tour, costruendo un immaginario dove il grottesco, il malinconico e il paradossale convivono senza soluzione di continuità. Il viaggio di formazione settecentesco viene, così, mostruosamente sfigurato nelle forme della gita organizzata, del fine settimana programmato, della vacanza “mordi e fuggi” che sostituisce la conoscenza dei luoghi con l’esperienza consumistica e dello svago e della distrazione. Basti guardare la sequenza dei dipinti dedicati all’Accademia della scherma al Foro Italico, dove l’edifico costruito nel 1936 da Luigi Moretti, nato originariamente per ospitare la Casa delle Armi, fa da sfondo ai giochi, ai passatempi e agli schiamazzi dei turisti. Oppure quello in cui le monumentali forme del Rettorato della Città universitaria di Roma, il mastodontico cantiere diretto da Marcello Piacentini, fa da quinta ai personaggi festanti in primo piano.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 60x80cm
Allisiardi, però, non si limita a sottolineare la stridente incongruenza di queste immagini, ma costruisce un mondo in discioglimento, risucchiato nelle spire del tempo. Non solo gli edifici di Piacentini – dal Monumento alla Vittoria di Bolzano (1928), complesso marmoreo che celebra la vittoria italiana nella Grande Guerra, al Palazzo di Giustizia di Bergamo (1909-25), oggi sede della Procura della Repubblica – ma anche quelli di Piero Portaluppi (come il Planetario Ulrico Hoepli o la celebre Villa Necchi Campiglio di Milano) o di Giuseppe Terragni (come l’ex Casa del Fascio di Lissone) condividono lo stesso destino. Non è tanto la damnatio memoriae, che tradizionalmente colpisce le opere erette nel periodo fascista, a rendere questi edifici evanescenti, quasi sul punto di svanire, ma è un disturbo della percezione temporale, una disfunzione della memoria che condanna all’oblio questa pletora di monumenti recenti della nostra storia.
Grand Tour, 2026, olio e acrilico su tela, 40x50cm.
La pittura di Allisiardi riesce a rendere mirabilmente gli effetti di questa sorta di amnesia anterograda che non solo cancella selettivamente i ricordi a breve termine, ma ne impedisce perfino la formazione di nuovi. Se il passato recente, con i suoi monumenti, somiglia a una struttura instabile, magmatica e provvisoria, le variopinte e appena più vivide figure che abitano questi luoghi sembrano appartenere a un tempo presente altrettanto precario e incerto. Gli anni Venti del Novecento e del Duemila scivolano gli uni sugli altri come sostanze disomogenee e immiscibili che si respingono reciprocamente.
Eppure, tanto le architetture di Piacentini, Moretti, Portaluppi e Terragni, quanto le diseducate torme dei visitatori odierni, soccombono a quella specie di alterazione temporale che Mark Fisher chiama “discronia”, ossia quella percezione di “rottura temporale” tipica del tardo capitalismo avanzato, un’epoca in cui il futuro è stato cancellato ed il presente è invaso da revenant del passato, entità fantasmatiche e realtà zombificate, proprio come certe architetture del Ventennio fascista. Secondo Fisher, “Il passato continua a ritornare perché non riusciamo a ricordare il presente”[1]. In sostanza, la crisi della cultura postmoderna consisterebbe nell’incapacità di formulare linguaggi artistici ed esperienze estetiche in grado di rispecchiare la contemporaneità.
Grand Tour, 2025, olio e acrilico su tela, 70x90cm
La pittura di Allisiardi rende visibile questa impasse, trasformando la superficie dell’immagine in un campo di interferenze temporali. Ciò che emerge dai suoi dipinti, infatti, è la persistenza di un passato irrisolto, insieme alla difficoltà di articolare un presente incapace di stabilizzarsi in forma compiuta. Le architetture e le figure, colte in uno stato di continua fluttuazione, ci restituiscono le parvenze di una realtà refrattaria a ogni consolidamento, come se il tempo, invece di disporsi in una sequenza lineare, si avvolgesse su sé stesso, generando zone di indistinzione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere. Diventa così il luogo in cui tale instabilità prende forma, offrendoci un immaginario visivo in cui la memoria del passato è continuamente riscritta e il presente diventa lo specchio di una condizione costitutivamente precaria e transitoria.
[1] Mark Fisher, Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, 2019, Minimum Fax, Roma, p. 161.












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