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Kinki Texas. Cuore selvaggio

1 Lug

di Ivan Quaroni

Holger Meier, meglio conosciuto come Kinki Texas, è prima di ogni cosa un pittore dotato di un incredibile istinto per il segno e per il colore. È un artista veloce, irruento, completamente irriflessivo quando si tratta di distribuire i pesi e gli ingombri sulla superficie della tela e del foglio di carta, ma proprio per questo i suoi lavori possiedono una sorta di primitiva bellezza, un vigore indomito, che è la conseguenza – s’intuisce – di un’eccedenza energetica, di una sovrabbondanza che è, insieme, benedetta e pericolosa. Benedetta, perché tutte le cose sane e importanti per la vita e l’evoluzione degli uomini nascono da uno stato d’incontinenza creativa, da una generosa disponibilità di forze. Pericolosa, perché la sovrabbondanza può tradursi presto in eccesso e in esagerazione. Il parossismo è certamente una delle caratteristiche dell’arte di Kinki Texas, il quale tende ad acutizzare alcune intuizioni estetiche, frequentando territori visivi estremi, dove prendono corpo terrificanti epifanie e mostruose ibridazioni psichiche.

parzival

Quello che l’artista di Brema ha chiamato “Kinki Texas Space” è, nello specifico, la proiezione di un immaginario in cui si agitano pulsioni e istinti contrapposti, una zona d’ombra tra la psiche e l’iride, tra la verità storica e oggettiva e la realtà ambigua dell’inconscio. Simile a un reparto di ostetricia aliena, dove vengono alla luce mostri bicefali e centauri alati, crociati mutanti e cowboy cingolati, il “Kinki Texas Space” è soprattutto un laboratorio di proliferazioni immaginifiche, un campo di spavalde sperimentazioni, ma anche un teatro in cui vengono inscenati scontri a fuoco e duelli all’ultimo sangue, violenti torture e sadici giochi di dominazione. Kinki Texas rappresenta spesso un mondo cruento, fondato sul conflitto, ma ciononostante estremamente vitale e non privo di risvolti divertenti e ironici.

teutonia

La violenza, il sesso, l’amore, la morte, il tradimento, la gloria, l’ascesa e la caduta sono ingredienti basilari di ogni storia degna di essere raccontata. A ben vedere cosa sarebbero la Bibbia, l’Odissea e la Divina Commedia senza la violenza? Senza il matrimonio tra Eros e Thanatos sarebbero mai nati la Tragedia Greca e il teatro di Shakespeare, il cinema di Stanley Kubrik e Oliver Stone o i fumetti di Frank Miller e Alan Moore?  “La violenza fa parte di questo mondo”, ha affermato una volta Quentin Tarantino, “e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale, che non riguarda tizi che ne calano altri dall’alto di elicotteri su treni a tutta velocità o terroristi che fanno un dirottamento o roba simile. La violenza della vita reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e sua moglie stanno litigando e all’improvviso l’uomo si infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia. È proprio folle e fumettistico, ma comunque succede: ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza”[1].

double sized hermes

L’immaginario di Kinki Texas è inequivocabilmente violento. Non si può addolcire la pillola, la brutalità è alla base dell’epos ed è per questo che nelle nuove tele dell’artista tedesco compaiono quasi esclusivamente figure di combattenti e di cavalieri. Ci sono le tradizionali immagini di cowboy mutanti e cyber-pistoleri di Maggot cowboys e, per la prima volta, quelle degli indiani Sioux di Oglala Zoo, che completano la fitta rete di riferimenti alla cultura americana, alla quale, peraltro, l’artista deve il nom de plume di Kinki Texas. Ma, soprattutto, c’è l’anima marziale e spirituale della vecchia Europa, quella che respira nel petto corazzato dei cavalieri templari e dei guerrieri teutonici. In tal senso, i cenni alle vicende di Baldovino IV, detto il Re Lebbroso (Lepreus de Jerusalem), che governò Gerusalemme dal 1174 alla morte, avvenuta nel 1185, oppure le suggestioni epiche del Parzival di Wolfram Von Eschenbach o quelle legate ai cavalieri dell’Ordine Teutonico[2], sono tasselli che contribuiscono a completare il racconto di un’identità storica e culturale conflittuale.

lepreus de j+®rusalem

Tuttavia, non bisogna dimenticare che quello descritto da Kinki Texas è un universo in cui la realtà è spesso sovvertita, dove le regole sono capovolte, deliberatamente ignorate, bistrattate, trasgredite allo scopo di liberare le energie primarie della visione e dunque di far ruggire il cuore selvaggio del pop, quello vero, antagonista e irregolare che si agita nella sua pittura. Lo spirito con cui l’artista di Brema evoca la Storia è del tutto diverso da quello filologicamente rigoroso di Anselm Kiefer.

monte carlo

Per Kinki Texas il cavaliere teutonico e il cowboy si equivalgono. La sua cultura, dal punto di vista iconografico, è ibrida e onnivora, un riflesso incondizionato di quella post-modernità liquida, che s’identifica con l’ascesa di un sapere orizzontale e post-gerarchico, incline a mescolare l’alto con il basso, il sacro con il profano, senza soluzione di continuità. Non si tratta di uno smarrimento della capacità di orientamento culturale, ma di una nuova attitudine cognitiva, provocata da quella rivoluzione antropologica che è stata l’introduzione delle tecnologie informatiche e digitali nella vita quotidiana degli individui. Nell’opera di Kinki Texas è facile individuare, insieme all’eredità visionaria dell’espressionismo, del surrealismo e della pop art, anche quella delle moderne tecniche di animazione tridimensionale e di montaggio audio e video.

maggot cowboys

Nei suoi video, in particolar modo nel più recente, realizzato in modo da riprodurre la visione stereoscopica dell’occhio umano mediante l’uso di occhialini 3D, l’artista ci offre un saggio ravvicinato del suo immaginario, un posto dove prende corpo quello che per Alessandro Riva “è lo spazio arcano e misterioso di un disordinato deliquio dei sensi e della mente, è l’espansione del pensiero e della coscienza senza i freni inibitori delle convenzioni dei linguaggi artistici”[3]. Qui, oltre che nelle tele e nelle carte, assumono letteralmente spessore le spaventose creature dell’artista, evoluzioni mutagene di quelle che, secoli orsono, infestavano le tavole di Hieronymus Bosch e di Pieter Brueghel o le cupe fantasmagorie di Francisco Goya e di Heinrich Füssli. In queste bizzarre animazioni, indecifrabili e prive di qualsiasi struttura narrativa, l’artista ci accompagna attraverso i meandri delle sue ossessioni, tra macrocefali armati e ipertrofici cowboy, mucche pazze e mostri alati, sulle note di una partitura sonora in bilico tra un jingle videoludico ed una forsennata musica balcanica. Qui, in quelle che Paolo Manazza ha definito “fulminanti allucinazioni”[4], lo spazio diventa una dimensione inafferrabile, dove gli sfondi architettonici e, con essi, anche i punti di fuga e le prospettive, mutano ininterrottamente. Qui, nel mezzo di questo caos d’immagini e suoni che ci regala l’immagine finale e indelebile di un messianico, redivivo Elvis Presley, proprio qui, in verità, pulsa il cuore sacro e selvaggio dell’arte di Kinki Texas.

Oglala Zoo


[1] Graham Fuller, American Movies 90, a cura di Manlio Benigni e Fabio Paracchini, Ubulibri, 1995, Milano
[2] Ordo Fratrum Domus Hospitalis Sanctae Mariae Teutonicorum in Jerusalem, fondato durante la Terza Crociata ad opera di alcuni mercanti di Brema e Lubecca per assistere i pellegrini tedeschi in Terrasanta.
[3] Alessandro Riva, Tuoni e fulmini nel Kinki Texas-Space, in KINKI TEXAS, Vanilla Edizioni, 2007, Albissola Marina (SV).
[4] Paolo Manazza, Il colore del rock nei dipinti di Kinki Texas, in KINKI TEXAS, Vanilla Edizioni, 2007, Albissola Marina (SV).

Matias Sanchez – Caóticos

6 Mar

a cura di Ivan Quaroni

20 Marzo – 4 Maggio 2013

Inaugurazione Mercoledì 20 Marzo 2013 ore 18,00

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Parafrasando David Hockney è iniziata l’era post-fotografica dopo anni in cui il nostro sguardo, lungamente condizionato dall’inquadratura della macchina fotografica, aveva ristretto il campo visivo, rendendoci interassati solo a ciò che rientrava nell’inquadratura e non a quello che stava al di fuori.

Matias Sanchez sembra aver condiviso questa riflessione, infatti, nell’ultima serie di quadri in esposizione presso la nostra galleria, i personaggi rappresentati sono dei reietti umani che ci aiutano, simbolicamente, a spostare lo sguardo ai lati dell’inquadratura: il contesto sociale in cui vivono e la ruralità di alcune scene, che fanno parte di uno stile di vita molto lontano dalla nostre metropoli; oppure nell’ironia dei suoi ritratti che rasentano la realtà.

Per la rappresentazione dei personaggi e delle scene, prende spunto da uno stile di vita tipicamente bohemienne, fatto di attori, cantanti, ballerini, picnic all’aperto e feste campestri. Le figure sono rappresentate singolarmente o in scene corali, in cui, nella confusione della raffigurazione, si percepisce sempre la ricerca di un’impostazione scenica classica, quasi rinascimentale. Le opere sono olii su tela, dove la matericità della pittura invade tutta la superficie avvicinandole all’astrazione, ma non c’è solo questo, citando Ivan Quaroni dal testo all’interno del catalogo, Matias Sanchez “… ha metabolizzato il linguaggio della street art e della pittura muralista, così come si è appropiato di elementi di sintesi tipici dell’illustrazione e del graphic design, compendiandoli con frequenti riferimenti al linguggio espressionista… “.

In un perfetto melting pot culturale, l’artsita spagnolo unisce temi d’annata a espressioni artistiche contemporanee, lasciando lo spettatore ammaliato o confuso dal caos ipermaterico della sua pittura.

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COSTANTINI Art Gallery
Via Crema, 8 – 20135 Milano – Tel/Fax. +39 02 87391434
costantiniartgallery@gmail.comhttp://www.costantiniartgallery.com
Orario galleria : 10,00-12,30; 15,30-19,30 – chiuso lunedì mattina e festivi
Come arrivare : MM3 Porta Romana – Tram 9 – Bus 62