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Paolo Icaro. La misura di un uomo (reprint)

20 Mag

 

di Ivan Quaroni

Guardo le cose di Icaro senza pregiudizio, con “ignoranza”. Ignoro il chi, il come, il quando, il dove. Sono osservatore diretto, tabula rasa. L’informazione viene dopo lo sguardo, dopo l’esperienza, quasi per provare la “tenuta”, la forza e l’energia delle cose quando non se ne sa niente. Ed è un test universale, una prova del fuoco. Se annulli il fattore cognitivo, quello intellettuale, sei obbligato a fare una fenomenologia, a ricostruire dal nulla. Anche se quel “nulla” riguarda solo l’arte, la sua storia, i suoi movimenti.

Vedo le cose di Icaro per la prima volta (o quasi). Vedere significa accorgersi di qualcosa, aprire una porta. Nelle sue cose c’è un abbracciare, un avvolgere, un accogliere, ma anche un respingere, un ferire, un contrapporre. C’è un girare attorno alla conoscenza pregiudiziale, uno schivare i preconcetti, reinventando i termini della geometria delle figure piane e dei solidi. I cubi sono ingannevoli, hanno angoli cedevoli, mutevoli. Le linee rette hanno troppa materia, troppa sostanza e allora Icaro ne aumenta la tensione, ne assottiglia le estremità, quasi ad esaudire quel desiderio, tutto astratto, di tornare alla matrice, al punto da cui tutto trae origine. Eppure lo spazio della retta non è più compreso tra due punti, ma tra due punte. Non è la stessa cosa. Il punto concerne lo spazio quanto la punta concerne l’uomo. La punta utensile, la punta arma, la punta polo d’attrazione magnetica. L’uomo, ecco il punto. La pietra di paragone.

Qual è il fondamento della scultura? Non è lo spazio, non il tempo, non la materia. Il fondamento è l’uomo, l’artefice e il beneficiario. Non si è mai sentito parlare di una scultura per gli angeli, per gli Dei, per gli alieni. Ci sono sculture d’angeli e di Dei (persino d’alieni), ci sono omaggi ed ex-voto. Ma sono per gli uomini. Nella scultura, Icaro cerca l’uomo che è. Il suo essere forma e proporzione, il suo essere molle, fendibile, feribile. I suoi punti zenitali, i suoi nadir misurano la sua scultura. O è la sua scultura che li misura, nella forma di una minaccia potenziale. Ci sono linee di acciaio ramato e fili di alluminio che si possono avvolgere intorno ai suoi piedi o alle sue braccia. Ci Sono strutture metalliche che vestono come elmi puntuti, altre che percorrono il midollo, giù fino allo scroto. Ma tutte sono a misura d’un solo uomo, per una sola pietra di paragone.

Paolo Icaro, Piretra spaccata 2006 marmo di Carrara, acciaio e piombo cm 88x150x108

Paolo Icaro, Piretra spaccata 2006 marmo di Carrara, acciaio e piombo cm 88x150x108. Courtesy Lorenzelli Arte

Ciascuno fabbrica la sua prigione e, fuori delle sbarre, l’universo che lo attende.  Icaro ha fabbricato prigioni temporanee, feritoie troppo aperte per lui. Sono luoghi, le prigioni, in cui qualche volta ci capita d’entrare. Non è mica detto che non ci si possa uscire. Dipende dai punti (ancora) di vista, dalla prospettiva, che può essere accelerata, assottigliata per l’effetto di un angolo specchiante. Si può entrare e uscire dalle cose, come dalle prigioni. Due boccole incassate nel muro su due pareti opposte, allineate in perfetta simmetria, sono come due porte che idealmente attraversano tutto il globo, due poli, due orifizi. Un ano e una bocca, due ani, due bocche…come vi piace.

Tutte le cose sono misurabili, quantificabili, ma anche relative. Mi piacerebbe conoscere l’uomo che ha prestato il piede o il pollice agli inglesi perché ne facessero una misura. La loro misura. Conoscere il metro non è affatto affascinante, deve aver pensato Icaro. Così si è fatto la sua misura: un’asta retta, suddivisa in sottomisure della grandezza d’un pollice d’Icaro. Una misura naturale, organica come il rapporto aureo, che regola la crescita degli esseri viventi, ma non universale e nemmeno planetaria. Una misura piccola.

Paolo Icaro, Sette interdigitali 2006 marmo di Carrara e creta cm12x200x10

Paolo Icaro, Sette interdigitali 2006 marmo di Carrara e creta cm12x200x10. Courtesy Lorenzelli Arte

Ho visto nelle sculture di Icaro il luogo di un’accoglienza pericolosa, come quando il ferro attorcigliato affonda nella tavola di gesso fresco e non sai più se stia annegando o affiorando in superficie. Come quei sassi galleggianti su pozze di gesso solido, a loro volta chiuse in cestini di piombo. Anche qui c’è una misura di sprofondamento o di affioramento, una visibilità determinata dal coefficiente d’immersione.

C’è l’istinto di avvolgere e circondare, quasi di costringere. Una collana colossale, con denti di pietra bianca non somiglia forse a un giogo?

Eppure si può avvertire la qualità dell’abbraccio nell’avvoltolarsi cilindrico del piombo intorno al gesso, che cresce e decresce come nelle lunazioni, che fanno il ritmo delle maree e delle polluzioni fertili delle donne. Guardo ad Icaro come ad un intermediario, anzi come a un mediatore tra le sostanze, un pacificatore tra solidi e fluidi, tra consistenze effimere e durature, ora morbide ora taglienti. Ci sono lame di vetro che sembrano fendere il gesso dall’interno e poi volgersi fuori come ferri d’ascia o punte di freccia. Ci sono reti leggere poggiate sui sassi, oppure graffe di ferro, come suture nella pietra. Poi ci sono obelischi di gesso frastagliato che abbracciano ventri di piombo morbido. Ovunque c’è il gesso, la femmina dolce che tutto accoglie, che tutto lenisce: le punture del metallo, le percussioni del legno, gli sfondamenti della pietra.

Paolo Icaro, A collana 1999 marmo e piombo cm 130x81x24

Paolo Icaro, A collana 1999 marmo e piombo cm 130x81x24. Courtesy Lorenzelli Arte

C’è, inevitabile, una musica, un ritmo dei ferri ritorti, attorcigliati secondo sinusoidi inventate come le tracce di uno scarabocchio. Somigliano a “variazioni su un tema”, a “fughe improvvise”. Il ritmo varia secondo le superfici, che s’increspano, si raggrinzano, come le acque d’un lago. La scansione del battere e del colpire è un altro modo della misura. È un gesto ossessivo, che conduce la mente a una breve dimenticanza. Ma alla fine il corpo è ancora li, con la misura del respiro, della pulsazione, del battito di ciglia. L’uomo non si elude che per pochi attimi. E allora, mi chiedo, di che altro può occuparsi la scultura?

Black & White. la ragione e la passione

26 Mar

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Fino all’11 maggio 2013

Un percorso affascinante tra gli artisti che hanno fatto uso del bianco e nero: forma di espressione dell’essenziale e del puro ed emblema della forza e della passione.

Con Black & White. La ragione e la passione, la mostra collettiva in apertura il prossimo 21 febbraio, Lorenzelli Arte presenta un’ interessante indagine sulle peculiari capacità espressive del bianco e nero proponendo una selezione di maestri che si sono cimentati con questo rigore, indagato, da un lato, con i razionali linguaggi derivanti dall’astrattismo delle avanguardie storiche e, dall’altro, utilizzato da artisti che, pur partendo da presupposti diversi, hanno privilegiato nella loro ricerca l’aspetto lirico e naturalistico. In una sorta di excursus che dalla linea algida arriva alla forma che penetra la tela con delicatezza, emozione e armonia, la rassegna, curata da Matteo Lorenzelli, analizza le potenzialità del “non colore” nei linguaggi dell’arte e nelle sue espressioni razionali e passionali. Nelle opere in mostra troviamo quindi linee precise e taglienti ma che fanno vibrare la tela, o ancora, bianchi e neri che si fondono con eleganza a creare la profondità e intrigano lo sguardo in un gioco senza fine. Ventiquattro gli artisti in mostra distribuiti nelle due sale della galleria.

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“Il Bianco e Nero è un codice espressivo estremamente variegato. Non è riconducibile ad unico mood emotivo, né a una singolarità intuitiva o percettiva. Non è nemmeno un linguaggio, ma semmai una pletora d’idiomi. E, tuttavia, esso riflette una precisa scelta di campo, perfino perentoria nell’ambito delle possibili declinazioni della forma. Può essere il portato di riflessioni che dalle Avanguardie storiche fino ad oggi, fanno appello alle ricerche scientifiche nel campo dell’ottica e della dinamica, della psicologia gestaltica o della fenomenologia delle percezioni, come nel caso di Franco Grignani, Marcello Morandini, Toni Costa, Giuliano Barbanti, Jon Groom, Carlo Nangeroni, Günther Fruthrunk, Pavel Mansurov, Luc Peire e perfino di quel singolare, quanto curioso, episodio rappresentato da “Ritmi nello spazio” di Prampolini. Oppure può essere l’ultimo approdo di un pensiero che coinvolge tanto l’indagine formale di matrice astratta, quanto le urgenze espressive dei linguaggi segnici, informali e post concettuali, come dimostrano i lavori di Victor Pasmore, Henri Michaux, Pierluca, André Marfaing, Lee Ufan, Arcangelo, Paolo Icaro, Giuseppe Maraniello, Luca Caccioni, Leonardo Genovese, Luca Serra, Franco Massanova,  Luca Serra, Tullio Pericoli e Ronnie Cutrone. Insomma, il Black & White è un dominio operativo in cui si misurano le più diverse sensibilità, lungo i binari paralleli della ragione e del sentimento, della logica e dell’intuizione. Binari che talvolta s’incrociano seguendo imperscrutabili corrispondenze, tangenze incongrue, eppure profondamente rivelatrici.

Costruire una mostra con un materiale così diversificato, non costituisce solamente un tentativo di fare ordine nel magma della Storia, di ripercorrere e, dunque, ricompattare quelle che Jean Clair definiva le “disjecta membra” di una realtà frammentaria e polverizzata, ma significa rileggere il passato (e il presente) alla luce dei più potenti strumenti a disposizione dell’uomo: la ragione e la passione.

Black & White. La ragione e la passione è stata pensata e allestita come un racconto per immagini, come una storia che non può essere narrata ma che, tuttavia, può essere “compresa” attraverso l’osservazione di un vocabolario muto, fatto di sole immagini. Un alfabeto di linee che si susseguono, di forme in evoluzione e tracciati dinamici, di residui concreti e lacerti di memoria, i quali testimoniano il flusso costante di pensieri e teorie, intuizioni e rivelazioni, che costituiscono la storia epifanica dell’arte contemporanea. Creare un dialogo segreto tra opere di artisti distanti nel tempo e nello spazio è un’operazione difficile (qualcuno direbbe azzardata), che implica coraggio e abnegazione. Un’operazione che può suscitare perfino un senso di vertigine, un deliquio paragonabile a quello che proviamo soltanto quando raggiungiamo le più alte vette del pensiero e del sentimento“.

Matteo Lorenzelli e Ivan Quaroni

 
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Perché i maestri italiani vanno forte all’estero

30 Ott

Ciao, oggi è uscito un interessante articolo sul Corriere della Sera a firma di Rachele Ferrario. Si parla del successo dell’arte italiana del dopoguerra, sulla scorta delle cosiddette Italian Sale, inaugurate da Sotheby’s Londra nel 1999, con un ricavo di 5,2 milioni di sterline per 44 lotti. Gli artisti più apprezzati sono nomi che non stupiscono, Alighiero Boetti, Piero Manzoni, Lucio Fontana, cui si aggiungono Penone, Paolini, ma anche Melotti e Marino Marini e recentemente Schifano e Burri.

L’Italian Sale da Sotheby’s è diventato un appuntamento importante per i collezionisti attenti alle evoluzioni dell’arte italiana. Un buon segno per la nostra tanto bistrattata scena, ma ci sono ancora parecchi nomi trascurati. Gli esponenti dell’Arte Concettuale e dell’Arte Povera italiani hanno beneficiato di mostre internazionali. Nell’articolo si cita quella di Fontana alla Hayward Gallery di Londra, quella di Boetti al Reina Sofia di Madrid, alla Tate Modern e al Moma e quella di Manzoni alla Serpentine di Londra. Si ha, però, la sensazione che ci sia ancora molto da fare sul fronte della divulgazione dell’arte italiana all’estero, magari pensando a strutture o istituzioni dedicate. Penso a qualcosa che ricopra un ruolo analogo a quello del British Council o del Goethe Institute, che sono, rispettivamente, i principali promotori dell’arte Inglese e Tedesca, con un peso del tutto diverso rispetto ai nostri istituti Italiani di Cultura.

Naturalmente, sono i mercati a decretare la scoperta o riscoperta di artisti, ma una maggiore attenzione da parte delle istituzioni non guasterebbe. Ovviamente è un questione economica. Bisognerebbe erogare più denaro ai nostri istituti di cultura e, contemporaneamente, vigilare sulla bontà delle loro programmazioni. Ma, appunto, il momento non è propizio. Basterebbe, per ora, riconoscere il ruolo fondamentale dell’arte contemporanea nella società italiana, assicurandogli una maggiore presenza nella promozione del made in Italy. L’Italia è riconosciuta oggi per la Moda, il Design, il buon cibo e la bellezza del suo territorio. L’arte, purtroppo non rientra nelle nostre specifiche culturali, a meno che non si tratti di arte antica o rinascimentale. Allora che fare? Che fare, ora? Adesso?

Meglio non perdersi nel solito elenco di colpevoli e disfunzioni. Meglio pensare alle soluzioni e intanto cominciare, noi per primi, a riscoprire il nostro dopoguerra. Ci sono eccellenze che meriterebbero una maggiore diffusione all’estero. Osvaldo Licini, soprattutto, ma anche Paolo Icaro, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Bruno Munari, Mario Radice, Arturo Bonfanti, Alberto Magnelli, Gianfranco Pardi, Emilio Isgrò, Anselmo, Carol Rama, Gianni Colombo e moltissimi altri.

Chi raccoglierà la sfida? Si lascerà tutto, come sempre, all’iniziativa dei privati o si faranno finalmente avanti le Istituzioni?