di Ivan Quaroni
Caffè delle terrazze – Sidi Bou Said, 1978 tempera su tela, 60×80 cm
Un linguaggio visivo può svilupparsi solo attraverso una pratica di decantazione delle forme, un processo di analisi che nel tempo sappia generare una evidente continuità stilistica. Così è per Angela Trapani, artista che ha pazientemente costruito una grammatica fatta di, semisfere, linee sinuose, minuziosi orditi e geometrie sacre. Vocaboli di un lessico che ordina il visibile, instaurando col mondo un rapporto di stabilità e armonia. Per l’artista, infatti, più che moduli da ripetere, quegli elementi sono parte di un unico principio strutturale, da declinare, di volta in volta, in materiali e tecniche diverse.
Dans la nuit, 1980 tempera su tela, 50×40 cm
La ricerca di Angela Trapani inizia tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, sulla scorta delle profonde impressioni lasciate dai viaggi in Tunisia durante l’infanzia. Le prime opere, di carattere neo-orientalista, rivelano subito la sua predisposizione verso la creazione di atmosfere sospese e senza tempo. Trapani usa il termine franceseambiance per descrivere le sensazioni suscitate dal clima emotivo di un luogo. Uno dei primi dipinti èCaffè delle terrazze – Sidi Bou Said (1978), un’esotica scena di genere che mostra, in nuce, alcuni temi che l’artista svilupperà in seguito, come l’interesse per certi dettagli dell’architettura islamica e la predilezione per il colore blu, qui usato per i corrimani, i tavolini e le piastrelle che ornano i muri bianchi delle case.
Ambiance, 1985, tempera su tela, 52×35 cm
In seguito, opere come Dans la nuit (1980) e i dipinti intitolati, appunto, Ambiance (1985), mostrano un nuovo modo di trattare il motivo delle architetture islamiche, attraverso delicate modulazioni cromatiche. Compaiono le prime cupole, che affiorano da uno skyline di edifici affastellati, dove le volumetrie sono scandite da una morbida luce. Una vena lirica, perfino romantica, caratterizza questi lavori giovanili, in cui è già visibile la tendenza a concepire la pittura come un organismo che si organizza intorno alle variazioni di luce e colore.
A questa stagione segue un periodo fortemente caratterizzato dall’uso del colore blu. La serie Pigmenti blu è, infatti, concepita come una sequenza di superfici percorse da velature sottili dello stesso tono. Nella prima metà degli anni Novanta, opere come Sono io (1993), Essenza (1995), Senza titolo (1993) e Antesi (1995) sono realizzate usando direttamente i pigmenti su carta. I soggetti, per lo più dettagli architettonici, assumono contorni sfumati e forme soffuse, quasi vaporose. Il blu diventa un mezzo sensibile per esercitare un influsso diretto sull’anima, come credeva Kandinsky, il quale scriveva che “Più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del sovrasensibile”[1].
Sono io, 1993, pigmento su tela, 48×33 cm
Quella di Trapani è una pittura tutta giocata sulla stesura di variazioni tonali e sulla costruzione di immagini dove l’ornamento, potente segno simbolico, gioca un ruolo essenziale. Nelle opere con titoli che riprendono versetti del Corano, come O Signore, accrescimi quanto a scienza (II-114) e Ricordatevi di Me, Io mi ricorderò di voi! (II-152), entrambe del 1997, e nel dettaglio in close up de La notte dei gelsomini (il mio bagno turco), del 1996, la visione orientalista e romantica dell’artista si dipana attraverso i complicati intrecci esornativi delle ceramiche di un hammam e i decori rilievi architettonici di minareti illuminati dal bagliore lunare.
Negli stessi anni, Angela Trapani realizza una serie di lavori che reiterano dettagli di edifici caratteristici della zona del Mediterraneo nordafricano, comeganarìe, grate e musciarabìe, dove il linguaggio pittorico figurativo si confonde con gli orditi astratto-geometrici. Laganarìa o gannāriya (termine dialettale diffuso nell’area del Maghreb tunisino) è una loggia a traforo usata per aumentare la ventilazione naturale, modulare la luce e l’ombra e preservare la riservatezza nelle stanze con pareti prospicienti strade o cortili. Più comune nel mondo arabo è, però,il termine musciarabia (in arabo mashrabiyya), usato per designare la tipica finestra sporgente chiusa da una griglia lignea traforata o da vetri colorati. Queste opere, generalmente di piccole dimensioni, eseguite con pigmenti e tecniche miste su carta o su tela, riproducono appunto i trafori di case e palazzi di quell’area geografica. Dipinti come Spazi cherubici (1996), Khadigia (1998) o Fenêtres du ciel (1998) mostrano come il motivo ornamentale possa declinarsi in matrici ritmiche e pulsanti, che introducono nel tessuto visivo una qualità quasi musicale.
Antesi, 1995, pigmento su carta, 76×65 cm
Ideale prosecuzione di questo percorso sono le piccole tele intitolate Al di là del velo, realizzate tra il 1996 e il 1997, dove il tema della grata (questa volta in ferro battuto) concilia il piacere per l’arabesco con la propensione a costruire visioni di carattere quasi metafisico. Nell’atmosfera d’incanto da Mille e una notte di questi scorci notturni, dove le inferriate gettano ombre cerulee sui muri imbiancati di calce, le forme delle case si stagliano, verticali, sul blu profondo del cielo, disegnando configurazioni quasi astratte. L’artista inizia a trasformare gli elementi ornamentali dell’architettura in una pittura sempre più asciutta e concisa. L’inclinazione descrittiva dei primi lavori lascia il campo a una maggiore capacità di sintesi e ad un gusto decisamente più minimale nella resa dei soggetti. La geometria prende il sopravvento anche nelle opere ispirate aimuqarnaṣ, le cavità modulari caratterizzate da strutture alveolari o stalattitiche che scandiscono cupole, nicchie e portali di moschee. Trapani traccia un’analogia tra queste complesse superfici poligonali e le intricate tessiture del macramè, l’antica tecnica di fili intrecciati e annodati fra loro senza ausilio di aghi e uncini, fornendo, così, ulteriori indizi sul nuovo modo di costruire le sue opere.
Nei lavori di questa serie, da Le Bonjour (1994) a Buonanotte (1995), da Camera degli sposi (1996) a La mia preghiera (1996), l’inserzione del macramè rafforza la tenuta strutturale delle superfici. La tessitura, affiancata ai segni dipinti, crea un’impalcatura visiva compatta e coerente, scandita dall’interpolazione di trame e orditi a rilievo tra colori cangianti. Le suggestioni diventano strumento di persuasione retinica, trappola ottica che incanta lo sguardo. All’interno di questa graduale trasformazione, in cui i motivi geometrici si riducono a semplici strutture, la cupola – che inizialmente rappresentava solo un elemento nei paesaggi architettonici dell’artista – assume via via maggiore importanza, fino a diventare il fulcro delle composizioni successive.
Al di la del velo IV, 1997, tecnica mista su tela, 40×40 cm
Come spiega Ananda Coomaraswamy, uno dei maggiori studiosi delle forme simboliche dell’arte, “È possibile considerare l’origine di qualsiasi forma architettonica da un punto di vista archeologico e tecnico oppure da uno logico ed estetico, o meglio, conoscitivo; in altre parole, la si può considerare come qualcosa che svolge una funzione oppure come qualcosa che esprime un significato.”[2] Nel suo Dizionario dei simboli, Juan Eduardo Cirliot afferma che “secondo le concezioni preistoriche e protostoriche, ogni soffitto a cupola rappresenta l’unione fra il dio del cielo e la dea della terra.”[3] La cupola è, dunque, il simbolo del rapporto tra il piano mondano e la dimensione celeste, ma è anche una forma organica che richiama il seno femminile e, quindi, l’elemento generativo, il principio di nutrimento e di protezione, matrice primaria dell’esperienza.
Ganarìa 5, 1999, tecnica mista su tela e foglia d’oro, 40×40 cm
Nella ricerca di Angela Trapani, il valore simbolico della cupola si traduce, così, in una scelta formale concreta, che negli ultimi anni del decennio trova una definizione sempre più chiara. Alla fine degli anni Novanta, infatti, volte e coperture emisferiche compaiono ancora in dipinti figurativi che raffigurano dettagli del profilo urbano delle città mediorientali, come avviene in Parlando con Te (1997) o in Quinta dominante (1997). Nel primo, l’artista affianca due cupole, una sormontata dalla mezzaluna islamica, l’altra dalla croce cristiana, in una sorta di simbolico dialogo interconfessionale. Nell’altro, il titolo allude tanto al numero delle cupole, quanto alla grammatica della musica. Si chiama, infatti, dominante, il quinto grado di una scala diatonica che, come afferma l’artista che ha studiato pianoforte e canto lirico, “è un accordo risolutivo in armonia”. Da questi quadri, passando attraverso l’asciutto tonalismo dell’opera intitolata Della Roccia (2000) – un riferimento alla Cupola della Roccia di Gerusalemme -, l’artista approda progressivamente a un linguaggio aniconico.
Quinta Dominante, 1997, olio su tela di lino, 40×180 cm
Il motivo della cupola architettonica comincia a svilupparsi come segno autonomo nell’arte di Angela Trapani solo nel passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Nella serie delle AtmoSfere, l’artista imprime alle superfici pittoriche un’estrema sintesi formale, fino a trasformarle in zone di colore autonome in stile Color Field Painting. Le sue geometrie, infatti, compendiano la cupola in sezioni di cerchio che si affastellano, s’intersecano, si sovrappongono. Il blu resta la cromia prevalente, ma viene ora affiancato da rossi, aranci, violetti e bianchi che ampliano la gamma delle campiture tonali. Il colore rosso, soprattutto, diventa una presenza forte già a partire dai lavori figurativi dedicati alle chiese palermitane di San Cataldo e San Giovanni degli Eremiti[4], in dipinti come Notte a Palermo (2001),Red Domes (2001), Canditi (2002), e, naturalmente nei più espliciti San Cataldo (2002) e San Giovanni degli Eremiti (2002).
San Cataldo, 2002, tempera su carta, 25×30 cm
A partire da quelle suggestioni, negli anni Dieci del Duemila l’artista inserisce segmenti circolari e semicerchi rossi in composizioni astratte come AtmoSfere At 83 (2010) AtmoSfere At 91 Red (2011), AtmoSfere Gravity (2013) e AtmoSfere ATP 29 (2014). Le opere della serie AtmoSfere, sempre e comunque caratterizzate dall’immancabile presenza del colore blu, rappresentano un punto d’arrivo delle trasformazioni tecniche e formali che hanno caratterizzato il percorso artistico di Angela Trapani. Il processo di sintesi, giunto all’apice, produce una definitiva stabilizzazione della forma curva nel lessico pittorico dell’artista siciliana.
AtmoSfere at75, 2010, acrilici su tela, 50×50 cm
Il polittico dei Pianeti (2014) è un esempio di questo principio. Le nove tele quadrate, dedicate metaforicamente ai corpi celesti, non illustrano fenomeni astronomici, ma articolano, piuttosto, campi cromatici delimitati da archi che evocano le linee di demarcazione tra zone illuminate e zone in ombra nelle immagini orbitali. Saturno, Giove, Venere, Terra e gli altri pianeti del nostro sistema solare diventano pretesti per indagare il modo in cui la luce colpisce la superficie lungo una traiettoria curva.
Pianeti, 2014, tecnica mista su tela, 9 tele 50x50cm
La sequenza dei pannelli costruisce un ritmo coeso, dove i diversi colori generano un diagramma di intensità graduate. Da questo consolidamento della grammatica pittorica prende avvio una fase in cui la semisfera si emancipa da ogni riferimento architettonico e assume un valore strutturale autonomo.
AtmoSfere, 2010, acrilici su tela, 60×60 cm
Curiosamente, dal termine arabo al-qu’bbah, che designa la cupola o la volta, derivano anche lo spagnolo alcoba e l’italiano “alcova”, che inizialmente indicavano una rientranza voltata destinata ad accogliere il letto, uno spazio raccolto e separato all’interno della stanza. L’etimologia suggerisce, dunque, che la cupola possa essere interpretata, allegoricamente, come una forma allusiva all’intimità dello spazio interiore. Questa dimensione di raccoglimento trova nella ricerca di Angela Trapani una traduzione concreta nella moschea Al-Rhaman di Milano, dove l’artista progetta un’installazione intitolata proprio Al Qu’bbah (2000). La cupola, larga sei metri e alta tre, realizzata con duemilatrecento metri di tubo trasparente avvolti a spirale, è pensata come un luogo mistico, uno spazio per la preghiera e il raccoglimento illuminato dall’interno.
AL QU’BBAH, 2000, tubo in pvc trasparente e colla, 300x600cm, Moschea Al-Rahman Milano
Parallelamente alla ricerca pittorica, l’artista si dedica anche alla fotografia, che trova una compiuta espressione nella serie intitolata Trasparenze riflesse. Si tratta di immagini di piccolo formato, (max 80×80) realizzate appoggiando semisfere di plexiglass su diverse superfici di pietra. Le foto vengono scattate da un punto di vista perpendicolare, di modo che le cupole trasparenti riflettano ciò che sta sopra – il cielo, gli alberi, le architetture o l’artista stessa – mentre lasciano trasparire la materia sottostante, creando una sovrapposizione fra i paesaggi riflessi e le consistenze delle superfici su cui poggiano. Grazie al cosiddetto effetto fisheye, sulla curvatura del plexiglass il mondo appare capovolto e concentrato, come compresso dentro un perimetro netto. In questo modo, foto come Pietra di luna, Orizzonte e Il celeste, o composizioni come Ensemble Blue ed Ensemble Avion, tutte realizzate nel 2008, approfondiscono un aspetto che nella pittura era affidato alla modulazione del colore, ossia la capacità della forma curva di modificare la percezione dello spazio.
Nidi, 2023, nido, semisfera in plexiglass su tela e stoffa, 15x20x20 cm
Il successivo approdo alla scultura costituisce il naturale sviluppo di questa linea d’indagine. Le semisfere realizzate in polistirolo, gesso e spago, appartenenti al ciclo dei Volumi, espandono nel campo volumetrico le acquisizioni maturate sul piano bidimensionale. Il polistirolo fornisce una struttura leggera ma stabile; il gesso costruisce una superficie porosa che assorbe e riflette la luce in modo differenziato; lo spago disegna un tracciato di linee sinuose, che simulano le traiettorie curve del vento, delle onde e delle orbite.
Trasparenze Riflesse Ensemble blue, 2008, foto digitale su carta fotografica 30×30 cm
Con le micro-sculture della serie dei Nidi (2023), invece, la riflessione si espande nella ricerca di un preciso dialogo fra forme organiche e artificiali. I nidi d’uccello raccolti e appoggiati su tessuti diversi sono collocati dentro le semisfere di plexiglass già utilizzate nella serie delle Trasparenze riflesse. L’intreccio vegetale, prodotto di un gesto biologico orientato alla protezione e alla cura, viene posto in relazione con la geometria rigorosa delle cupole trasparenti che, ancora una volta, delimitano e riorganizzano lo spazio percettivo.
Sale sotto, 2015, legno, led, schegge di salgemma, salgemma in polvere, plexiglas, 30x95x50 cm, MACCS Museo Petralia Soprana (PA)
All’interno del ciclo dei Volumi si colloca anche Fiore di salgemma (2023), una minuta semisfera formata da schegge di cloruro di sodio incastonate, attraversate dalla luce di un led collocato al suo interno. La sorgente luminosa, filtrando attraverso i cristalli, evidenzia la qualità prismatica delle superfici saline e ne mette in risalto la trama irregolare. Un precedente significativo è l’installazione Sale sotto (2015), che si trova al museo MACCS di Petralia Soprana. L’opera combina legno, plexiglass, schegge, polvere di salgemma e led luminosi. Anche in questo caso, la luce attraversa la massa cristallina e ne intensifica le rifrazioni, mentre la curvatura del plexiglass racchiude i nuclei salini entro due semisfere trasparenti.
Volume di sale, 2006, studio e interventi su foto delle saline di Marsala
L’impiego del salgemma apre un nuovo capitolo all’interno della ricerca plastica di Angela Trapani, attraverso la creazione di lavori che si misurano anche con la dimensione pubblica e ambientale. Nell’installazione Volume di sale (2006), che comprende anche un dipinto, la scultura cupoliforme si presenta come aggregato cristallino compatto, una massa minerale che sostituisce alla levigatezza del gesso una superficie scabra, attraversata da minute rifrazioni. In questa prima formulazione, l’artista trae ispirazione dai cumuli degli impianti saliferi siciliani, come mostrano gli interventi compiuti su fotografie delle Saline di Marsala, dove disegna tracciati semicircolari sui mucchi di sale modellati dal lavoro umano e dagli agenti atmosferici. Salt Volumes (2015) prosegue questa linea con un intervento realizzato a Milano in occasione di EXPO 2015. Questa volta, l’artista impiega il sale marino in una scultura più grande, plasmando la materia in due cupole che richiamano, inequivocabilmente, le forme femminili. Anche qui la superficie scabra mantiene la propria caratteristica natura friabile e igroscopica, essendo fatta di un composto che reagisce all’umidità e alla pressione dell’aria.
Volume di sale, 2006, studio e interventi su foto delle saline di Marsala
Un esito ancora più radicale è rappresentato da Volume di sale, un progetto di Land Art realizzato nel 2016 alle Saline della laguna Ettore e Infersa, a Marsala. La semisfera, alta quattro metri e con un diametro di ben otto metri, è costruita con settanta tonnellate di sale, anche grazie all’ausilio dei salinari locali, seguendo i tempi e le dinamiche della raccolta del sale. Si tratta di un progetto site specific, in grande scala, che instaura una relazione dialettica con l’ambiente circostante. La forma emisferica dell’opera, infatti, si distingue, unica nel suo genere, nel paesaggio della salina, costellato di cumuli di forma trapezoidale, diventando, in questo modo, una presenza territoriale ineludibile, che dialoga con l’orizzonte basso della laguna e con la sequenza regolare delle vasche di evaporazione.
Volume di sale, 2016, sale marino, 400×800, Installation view, Saline della Laguna Ettore e Infersa, Marsala
In quest’opera effimera, il fattore climatico è determinante. Le cristallizzazioni, le incrostazioni, le alterazioni superficiali testimoniano l’azione del tempo (sia atmosferico che cronologico), incorporando i cambiamenti fisici nella struttura dell’opera. La semisfera diventa, allora, un corpo che reagisce alle variazioni ambientali, una materia in continuo assestamento, che registra le tracce delle modificazioni subite.
Della Roccia, 2000, pigmenti su tela di lino, 188×160 cm
In definitiva, si può dire che tutta l’evoluzione del lavoro di Angela Trapani abbia coinciso con un processo di continua verifica della forma emisferica, trasformata da semplice dettaglio architettonico in solido principio costruttivo, in grado di organizzare luce, materia e spazio in diversi linguaggi espressivi. Attraversando pittura, fotografia e scultura, questa forma ha assunto dimensioni e conformazioni eterogenee, senza mai perdere la propria funzione estetica e razionale, che è quella di affermare un’idea armonica del cosmo, di opporre, cioè, alla disarmonia caotica della realtà fenomenica, l’ordinata perfezione e l’irresistibile bellezza di una linea curva.
[1] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, a cura di Elena Pontiggia, 2005, SE, Milano, p. 63.
[2] Ananda K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, 1987, Adelphi, Milano, p. 363.
[3] Juan Eduardo Cirlot, Dizionario dei simboli, 2021, Adelphi, Milano, p. 175.
[4] Notoriamente, il rosso delle celebri cupole normanne è un falso storico, introdotto dai restauri ottocenteschi di Giuseppe Patricolo. L’architetto e restauratore siciliano, data la presenza di coccio pesto (cioè di mattone) nella malta delle cupole, aveva creduto che la tinta originaria fosse di un colore più intenso.

























































































































