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Colla. E la pittura diventa ibrida

5 Set

La storia inizia nell’estate del 1912, con Braque e Picasso che inventano i papiers collés e introducono nelle loro opere ritagli di giornale, spartiti, carte da gioco, tappezzerie, carte da imballo, insomma frammenti di realtà che hanno lo scopo di animare le loro scomposizioni cubiste. Anche i Futuristi italiani usano la tecnica del collage, estremizzando gli effetti materici con l’impiego della carta stampata e l’inserimento di effetti tipografici. Nella memoria iconografica occidentale il collage è strettamente legato alle avanguardie storiche ed è connesso tanto alla natura irriverente del divertissement, quanto all’esigenza di nuove sperimentazioni formali.

Olindo se ne và.collage su carta.33x24 cm.2010

Michael Rotondi

La satira politica fu un ulteriore tassello aggiunto da dadaisti come John Heartfield e George Grosz, che negli anni Venti utilizzano il collage per contrastare la propaganda hitleriana e nazista. I Surrealisti, invece, accentuano l’aspetto onirico e fantastico delle loro combinazioni iconografiche, come nel caso più eclatante dei romanzi-collage di Max Ernst, intitolati Rêve d’une petite fille qui voulut entrer au Carmel e Femme 100 têtes.

Arcangelo

Arcangelo

Una componente marcatamente geometrica hanno i collage costruttivisti russi, che introducono elementi di carattere architettonico, mentre nella Pop Art inglese, specialmente in elementi dell’Indipendent Group come Eduardo Paolozzi e Richard Hamilton, prevalgono immagini di carattere pubblicitario prelevate dalle riviste. Il collage diventa tridimensionale prima con i Merzbau di Kurt Schwitters, poi con i Combine Paintings di Robert Rauschemberg, le opere di Jim Dine influenzate dal costruttivista russo Iwan Puni e gli assemblage di Tom Wesselman. Il collage si trasforma addirittura in décollage nelle opere di Hains, Rotella e Villeglé, che procedono sottraendo, anziché aggiungendo, frammenti di carta.

Nicola Di Caprio, Tonalità Hardcore, collage e tecnica mista su carta, 30x40 cm., 2010

Nicola Di Caprio

Il collage rappresenta quindi un momento importante e fondante dell’estetica contemporanea, che giunge a influenzare non solo l’arte, ma anche l’advertising e il design. Basti pensare al fatto che una delle più celebri copertine di dischi di tutti i tempi, Sgt. Pepper dei Beatles, è un collage realizzato dal pop artista inglese Peter Blake, oppure all’invenzione della grafica punk, con designer come Jemie Reid, autore della copertina di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols, il quale dichiarava di ispirarsi ai Merzbau di Kurt Schwitters.

Il motivo per cui alcuni artisti contemporanei sono tornati a usare questa tecnica consiste nel fatto che oggi, come durante tutto il corso del Novecento, essa consente d’inserire elementi extrapittorici in un contesto prevalentemente dominato dal disegno e dalla pittura. L’inserto di frammenti prelevati dal quotidiano, in particolare caratteri di stampa, fotografie, carte prestampate, pezzi di stoffa e quant’altro, permette la diversificazione degli effetti materici dell’opera e rende il fotomontaggio un espediente squisitamente pittorico. Col collage si verifica, infatti, una fagocitazione della fotografia da parte della pittura (e del disegno) che suona, al contempo, come sorta di dichiarazione di preminenza da parte di quest’ultima. Nel collage prevale la logica della composizione grafica e pittorica a scapito della rappresentazione foto realistica. I frammenti di realtà presenti nel collage sono inscritti in un quadro compositivo dominato dalla scrittura allusiva e metaforica. Qui il frammento prelevato dalla realtà assume, piuttosto, un valore metonimico. Il frammento diventa rappresentativo sintetico di una totalità più vasta. Oppure, paradossalmente, perde la sua identità originaria per assumere una nuova semantica, sia essa di ordine iconografico, cromatico o spaziale.

In ogni caso, il collage sostituisce la stratificazione pittorica con quella iconografica e la composizione ex-nihilo con l’evocazione del déjà vu. L’interpretazione di Jiří Kolář, invece, è esistenziale quando afferma, sul filo dell’allegoria, che “la vita pone su di noi sempre nuovi strati di una carta invisibile. Uno strato ci fa dimenticare l’altro. E quando riusciamo a staccare o addirittura a strappar via qualche strato, siamo sorpresi di quante cose stanno dentro di noi. Quante cose che il tempo non ha eliminato ci portiamo dentro!”.

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Vanni Cuoghi

La colla, ingrediente essenziale del collage, può essere considerata un simbolo. Il concetto stesso di simbolo preconizza le proprietà adesive della colla. Il termine “simbolo” deriva dal greco syn-ballein, che significa, appunto, “unire insieme” due parti distinte. Il collage non è altro che l’unione di parti distinte, una stratificazione e sovrapposizione di frammenti che vanno a comporre una nuova unità di senso. Esattamente come il simbolo, che unendo due termini produce un significato ulteriore.

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Alice Colombo

Dove risulta più evidente il lavoro di stratificazione è nei collage di Arcangelo, che accumula e sovrappone carte e segni all’insegna di un armamentario iconografico che reca in sé una moltitudine di riferimenti e allusioni. Frammenti di carte auree e argentee s’intersecano con figure falliche e totemiche, che precipitano lo sguardo dell’osservatore in una dimensione archetipica e ancestrale. La pasta pittorica ricalca la fragranza organica delle paste vegetali nelle raffigurazioni rupestri, evocando una dimensione primigenia che l’artista ascrive alla cultura e al territorio sannita, dove nel corso della storia si sono succedute molteplici civiltà, da quella italica autoctona a quella romana, dalla bizantina alla longobarda. Anche in questi collage, così come nelle carte, nelle tele e nelle sculture, Arcangelo riesce col suo racconto pittorico a collegare le proprie visioni individuali con il patrimonio iconografico collettivo della propria terra d’origine. Il Sannio diventa così un luogo mentale e metamorfico in cui si addensano suggestioni storiche, pulsioni psichiche e urgenze contemporanee.

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Arcangelo

Stratificazioni di ordine diverso sono quelle evocate dai collage di Bartolomeo Migliore, che non possono prescindere dal contesto della cultura metropolitana entro cui si sviluppano. L’artista prende le mosse dall’eredità estetica del punk elaborando un linguaggio in cui convergono molteplici influenze visive.  Migliore usa lettering e loghi, coniugando le loro potenzialità espressive alla spontaneità delle scritte e dei graffiti che ritroviamo sui muri delle grandi città. L’artista si concentra sulla capacità d’impatto delle parole, sull’eloquenza grafica delle lettere per esprimere il proprio paesaggio interiore, dove la musica ha un ruolo rilevante. Le frasi e i simboli disegnati su carte di recupero dall’artista torinese sono, infatti, frammenti di titoli o versi di canzoni, attraverso cui è possibile ricostruire una mappa della sua mitografia rock.

Bartolomeo Migliore, Strike, tecnica mista su carta, A4, 2009

Bartolomeo Migliore

Nicola Di Caprio indaga l’universo della musica rock e pop in tutta la sua estensione, ponendo attenzione soprattutto alla grafica e alla comunicazione ad essi legati. In particolare, Di Caprio indaga i meccanismi identificativi dell’individuo rispetto alla mitografia pop, usando il frasario e l’iconografia musicale come un codice di riconoscimento sociale. Nei suoi collage il repêchage coinvolge anche la storia dell’arte. Con uno stile prossimo ai collage di Dadaisti e Costruttivisti, l’artista costruisce una serie di immagini in cui le suggestioni musicali si traducono in seducenti manifesti avanguardistici. In questi lavori compaiono titoli di canzoni, definizioni di generi musicali, immagini emblematiche del punk rock inglese, nomi di oscure band del sottobosco underground, il tutto mescolato con un appeal grafico che sta a metà tra la furia situazionista di un Jamie Reid e le pulite e rigorose geometrie del Bauhaus. La principale qualità di Di Caprio consiste nel saper creare sinergie e cortocircuiti tra le visioni dell’arte contemporanea e le suggestioni della cultura pop.

Nicola Di Caprio, Head frantic, collage e tecnica mista su carta, 30x40 cm., 2010

Nicola Di Caprio

Anche Michael Rotondi include l’immaginario iconografico del pop e del rock and roll nelle sue opere, ma ancorandolo saldamente alle sue memorie personali, attraverso una ricostruzione “storica” – se mi si passa il termine – che è insieme biografica e collettiva. Le sue opere, caotiche ed energetiche, sono bizzarri assemblaggi iconografici, come merzbau bidimensionali in cui schegge massmediatiche si confondono con reperti, annotazioni e disegni del suo vissuto personale. La ricerca dell’artista livornese procede per accumuli e stratificazioni, espandendosi in tutte le direzioni e con ogni mezzo possibile. Il collage è dunque solo una delle tecniche utilizzate dall’artista, che in questo caso lascia libero sfogo allo stile grafico limitando al minimo l’apporto segnico. A prevalere in questi lavori sono, infatti, le suggestioni optical, come nel caso di Just relax, al cui centro campeggia un vortice spiraliforme, e i pattern geometrici, come in The Indie-pendent love, con lo sfondo caratterizzato da strisce orizzontali.

Just relax. collage su carta.33x24 cm.2010

Michael Rotondi

Nei collage di Enzo Forese, dominati da atmosfere silenti e malinconiche, la donna è un motivo ricorrente, una presenza chiave attorno alla quale si dispone la muta poesia dei suoi paesaggi edenici, evocazioni nostalgiche di una classicità perduta. Insieme alla bellezza muliebre, metafora per eccellenza dell’effimero e insieme invito a cogliere le gioie del presente, Forese ricorre spesso al ready made d’immagini prefabbricate, desunte dalle riviste o dai libri di storia dell’arte. La citazione dei topoi artistici è, infatti, un’altra componente della sua indagine, che percorre la storia alla ricerca di frammenti in grado di riflettere e amplificare i suoi stati d’animo, oscillanti tra una rapita contemplazione della bellezza e l’amara consapevolezza dell’inevitabile trascorrere di tutte le cose. Come i versi degli antichi lirici greci, le visioni di Enzo Forese ci restituiscono, insieme all’incanto della vita, lo struggente sentimento del tempo.

Enzo Forese, Senza titolo 3, matita e collage, 15,5x21 cm., 2009

Enzo Forese

I collage di Paolo De Biasi sono eleganti rebus dal sapore un po’ retrò, simili a tavole di un vecchio libro di bislacche storie di spionaggio. Costruiti seguendo una logica combinatoria incurante della prospettiva e delle proporzioni, gli assemblaggi iconografici di De Biasi sfruttano largamente l’espediente della deformazione e dell’ipertrofia anatomica per raggiungere effetti stranianti e surreali. Come nel gioco del cadavre exquis inventato dai Surrealisti, le narrazioni dell’artista procedono sul filo di associazioni incongrue e collegamenti illogici, assumendo l’aspetto d’incompiuti rompicapi. Spy Story è, infatti, il titolo di queste misteriose composizioni, dove il mistero è accresciuto da una serie di parole mancanti che, come le Cancellature di Emilio Isgrò, amplificano il senso inesorabile di un’assenza, di una sottrazione che è, essa stessa, enigma.

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Paolo De Biasi

Un linguaggio che procede per sottrazioni, per riduzioni di segno e di colore è pure quello di Pierpaolo Febbo, che usa un disegno dai tratti infantili per raccontare storie minime, che attraverso laconiche apparizioni lasciano libero campo a molteplici interpretazioni. Semplici e insieme affascinanti, i lavori di Febbo sono spesso caratterizzati dalla presenza di animali, inseriti in un paesaggio scarno, la cui geografia è abbozzata attraverso sottili tratti di matita e strane forme di colore. In questi collage, le figure di un camoscio, un cervo e una lepre, forse ritagliate dalle pagine di un sussidiario scolastico, diventano protagoniste di tre scene di abbeveraggio dal sapore squisitamente folk, dove emerge la delicata vena lirica dell’artista.

I collage di Vanni Cuoghi sono un’estensione dei suoi acquarelli e dei suoi dipinti, in cui ritroviamo il suo stile compositivo, caratterizzato dall’assenza di sfondi e dalla predilezione verso il racconto. L’artista usa, infatti, i frammenti fotografici ritagliati da riviste per accentuare l’aspetto coloristico e ornamentale delle sue opere. Anche in queste opere, le sue narrazioni, spesso ambientate in un’imprecisata epoca romantica prossima all’età vittoriana, illustrano vicende enigmatiche. A prevalere sono le tinte fosche, come dimostra il collage in cui due donne sembrano contendersi una zolla di terra contenente un cranio putrescente, ma qualche volta l’artista si concede sprazzi di pura poesia, come nel caso della dama che trasforma il sentiero in una scia di fiori variopinti.

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Vanni Cuoghi

Enigmatici, sebbene improntati ad una luminosa chiarità, sono i lavori di Alice Colombo, realizzati abbinando il disegno con il collage e, in particolare, con la sovrapposizione di carte gigliate che formano una griglia ricorrente negli sfondi delle sue rappresentazioni. Quelli illustrati dall’artista milanese sono racconti immaginifici, surreali annotazioni che somigliano a lacerti di fiaba. Le giovani protagoniste delle sue opere, sorta di muti alter ego dell’artista, sembrano impegnate net tentativo di trovare un equilibrio precario, all’interno di una dimensione di rarefatta sospensione temporale. Nell’aereo universo di Alice Colombo, costellato di foreste pensili, specchi d’acqua cristallini e foglie gigantesche su cui sorgono castelli incantati, ogni cosa è collegata attraverso scale e fili, elementi che rivelano la necessità da parte dell’artista di cercare un ordine nell’apparente caos delle sue visioni.

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Alice Colombo

Marco Lodola, artista luciferino.

12 Giu

Ivan Quaroni

Canto il corpo elettrico, le schiere di
quelli che amo mi abbracciano e io li
abbraccio, non mi lasceranno sinché
non andrà con loro, non risponderà
loro, e li purificherà, li caricherà in
pieno con il carico dell’anima.
(Canto il corpo elettrico, Walt Whitman)
 
 

Il termine futurismo venne usato per la prima volta nel 1903 dallo scrittore catalano G. Alomar  e presentato cinque anni dopo in un articolo dal Mercure de France che probabilmente Marinetti ebbe occasione di leggere. Prima di adottare definitivamente il termine Futurismo, pare che Marinetti pensasse di battezzare il suo movimento con il nome di “elettricismo”. A fargli cambiare idea fu il timore che i suoi seguaci sarebbero stati chiamati inevitabilmente “elettricisti”. È curioso, invece, che Marco Lodola, membro dei cosiddetti Nuovi Futuristi, corrente postmodernista nata nella Milano degli anni Ottanta con la complicità dei compianti Luciano Inga Pin e Francesca Alinovi e dell’ancora attivissimo Renato Barilli, si definisca un “elettricista” e che abbia più volte dichiarato di sentirsi realizzato quando manipola i materiali e attacca i fili che accendono e sue sculture.

Fin dagli esordi, in quel lontano 1983, fu subito chiaro che il movimento neofuturista s’inseriva non sulla scia della lezione di Umberto Boccioni, ma su quella tracciata da Giacomo Balla e Fortunato Depero, che nel manifesto della “Ricostruzione futurista dell’universo” prefigurava un’apertura verso la contaminazione con la moda, la pubblicità, l’arredamento e l’architettura.  Ora, se c’è un aspetto che caratterizza l’opera di Lodola, oltre alla predilezione evidente per la luce elettrica come forma di propagazione della pittura (e della scultura), è proprio la contaminazione con ambiti e linguaggi limitrofi al mondo dell’arte. Sono note le sue molteplici collaborazioni con brand internazionali come Coca Cola, Harley Davidson, Coveri, Seat, Ducati, Carlsberg e le sue frequenti incursioni nel’ambito della musica pop, del teatro, dell’editoria e della pubblicità. Di fatto, ripercorrere l’attività dell’artista pavese, equivale a immergersi nel vivo di tutti gli aspetti che hanno segnato la creatività di questi ultimi trent’anni. Prova ne è che anche chi non è un esperto d’arte ha avuto modo, prima o poi, d’imbattersi nelle immagini create da questo formidabile artista e comunicatore. Gli artwork per Timoria e 883, le scenografie realizzate per il format televisivo X-Factor, i restyling dei loghi per il i 50 anni dell’ARCI, per il 70 ° Maggio Fiorentino, per il centenario della Fiat Avio e l’intervento di “cosmesi elettrica” delle facciate dell’Ariston e del Casinò in occasione del 58° Festival di San Remo sono solo alcuni degli episodi che testimoniano la sua attitudine a invadere l’immaginario collettivo, portando l’arte fuori dai suoi confini e traghettandola verso un pubblico più vasto. In fondo, proprio questa tendenza aperta, orizzontale, questa propensione verso la contaminazione e l’ibridazione di linguaggi era già contenuta, sotto forma di premessa, nelle prassi postmoderniste di gruppi come Nuovi Futuristi e Nuovi Nuovi. D’altra parte, il postmoderno, come faceva notare Fulvio Carmagnola, “è stato caratterizzato da alcuni aspetti specifici: ibridazione tra culture alte e basse, eclettismo stilistico e mescolanze di tradizioni differenti, consumo vistoso ed esibitorio, importanza sempre maggiore dell’ambiente mediale[1].

Non so se questa propensione in Marco Lodola sia frutto di una scelta consapevole o di una naturale inclinazione espansiva. A suo dire, queste sono categorie inventate da critici e galleristi, in cui gli artisti si ritrovano loro malgrado. Ma in questo caso, la convergenza con l’immaginario e l’attitudine postmodernista è qualcosa di più di una semplice suggestione. Anche i soggetti iconografici, che comprendono icone della mitologia rock, ballerini, oggetti di culto come la Vespa e la Cinquecento, talvolta anche figure e simboli della società dei consumi, testimoniano l’istintiva inclinazione dell’artista verso le pratiche di campionamento e remix iconografico. Eppure, è chiaro che relegare l’opera di Lodola solo all’ambito dei “post” e dei “neo” movimenti degli anni Ottanta è riduttivo. Mi sembra, invece, che tra tutte le espressioni nate in quello splendido decennio, quella scelta da Lodola si sia dimostrata la più longeva, insomma una delle poche capaci di sopravvivere ai continui sommovimenti di quella che Zygmunt Bauman ha definito “società liquido-moderna”. Una società, che come spiega il celebre sociologo, è caratterizzata da continui e rapidi cambiamenti, simili, per certi versi, a quelli imposti dalla stagionalità della moda e del gusto.

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Ora, se a distanza di trent’anni le sculture luminose di Lodola resistono all’usura del tempo, il motivo sta forse nella capacità dell’artista d’interpretare il mood emotivo di quest’epoca così sfuggente. Se c’è qualcosa, infatti, di più inafferrabile della liquidità teorizzata da Bauman, è proprio la luce, che è poi la vera sostanza dei lavori di Lodola. Neutrini a parte, essa è ancora la forma di energia con la più elevata capacità di propagazione. E Lodola questo l’ha sempre saputo. La luce elettrica, già cantata dai futuristi, è ormai da tempo entrata nel novero dei materiali artistici è stata usata, sotto forma di lampade al neon e led, da moltissimi artisti, da Dan Flavin a Mario Merz, da Bruce Nauman a Tony Oursler, da Fabrizio Plessi a Carsten Holler, fino a Elisa Sighicelli. A differenza di questi artisti, però, Marco Lodola usa la luce per comunicare e non per stupire. Nelle sue opere si avverte l’urgenza gioiosa di condividere – “di abbracciare”, direbbe lui -, che invece è assente nella maggior parte delle opere concettuali. Quelle opere, per intenderci, che come diceva Maurizio Sciaccaluga, hanno bisogno del libretto d’istruzioni. Le opere di Lodola invece no. Arrivano dirette, come le grandi insegne pubblicitarie, ma non contengono alcun messaggio promozionale. Anzi, non contengono alcun tipo messaggio.

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Piuttosto, sono opere” luciferine”, nel senso più letterale del termine, manufatti che “trasmettono luce”, proiettando i colori dell’iride nelle case, nelle piazze, sulle facciate degli edifici, insomma ovunque ci sia un luogo atto a ospitarle. E proprio questa capacità di “illuminare” non solo lo spazio fisico, ma anche quello metafisico e mentale dell’osservatore – qualità che dovrebbe essere propria di ogni forma d’arte – è l’elemento più pregnante del suo lavoro. Anche la scelta di usare colori primari e tinte sature per “riempire” le campiture piatte delle sue sagome, è sintomo, in fondo, di una profonda necessità di comunicare col prossimo in modo diretto e, per così dire, senza filtri intellettuali e concettuali. Le sue sculture luminose e i suoi accattivanti “quadri elettrici” possiedono tanto l’efficacia dei tabelloni pubblicitari, quanto la semplicità e immediatezza dei cartelli stradali e, così, penetrano nell’immaginario collettivo con facilità. Non a caso, le figure che popolano i light box dell’artista, siano essi cantanti rock, musicisti pop, ballerini o pin up, appartengono all’immenso serbatoio iconografico della cultura pop. Una cultura condivisa a ogni latitudine, una lingua universale che abbatte le barriere politiche, sociali, etniche per diventare terreno comune di confronto e laboratorio sperimentale permanente.

In quel magnifico sussidiario di filosofia pop che è Cartesio non balla, Franco Bolelli affermava che “il pop è una cultura di flusso, e la sua essenza più sperimentale è ciò che le permette non soltanto di cavalcare ma di orientare la corrente”[2] . L’idea di cavalcare la corrente richiama inevitabilmente alla mente la figura del surfer, che oggi è divenuto simbolo di un nuovo modello antropologico. “Galleggiare, stare in superficie senza essere superficiali, ecco il grande azzardo”[3], scriveva Sgarbi a proposito dell’artista. Anche Marco Lodola, come il moderno surfer, solca le onde della contemporaneità con impeccabile levità, ma dietro la superficie delle sue scatole luminose, oltre quelle figure dai contorni marcati e dai colori piatti, si avvertono i barbagli elettrici del Futurismo, le magie cromatiche dell’Orfismo e dei Fauves, le geniali intuizioni della Pop Art, i pasticci stilistici dei postmoderni e molto altro ancora.  In Lodola, che assai prima di Julian Opie ha sposato l’efficacia segnaletica con la tecnica della retroilluminazione, queste eredità non sono che mere suggestioni per gli specialisti dell’arte. Ciò che conta è il piacere delle immagini e la loro facoltà di solleticare i sensi, risvegliandoli dal torpore cui ci ha abituati tanta arte contemporanea. Come Lucifero, che significa letteralmente “Portatore di luce”, derivazione dall’equivalente latino lucifer, composto di lux (luce) e ferre (portare), Marco Lodola  è anche “seduttivo”. La sua è, infatti, un’arte eccitante, elettrizzante e sexy, insomma un’arte che affonda le radici nella fisiologia e nella biologia degli individui e che ci insegna, come direbbe Bolelli, “che esistono mondi da esplorare al di là della linea binaria che separa l’intelligenza dalla mancanza d’intelligenza, la morale dall’immorale, la virtù dal peccato, l’estetica dalla bruttezza”[4].


[1] Fulvio Carmagnola, Il consumo delle immagini, pag, 132, Bruno Mondadori, Milano, 2006.
[2] Franco Bolelli, Cartesio non balla, pag. 41, Garzanti, 2007, Milano.
[3] Vittorio Sgarbi, Lodola Elektro Faber, a cura di Ugo Colombo Sacco di Albiano, pag. 87, 2010, Roma.
[4] Franco Bolelli, Ibidem, pag. 53.