di Ivan Quaroni
Idol 1, 2025, ceramica-e-smalti
L’arte di Stefano Cerioli nasce da segni elementari, forme che precedono qualsiasi struttura narrativa e che conservano una sorta di qualità aurorale, insieme infantile e arcaica. La sua ricerca si sviluppa nel tempo, dentro un perimetro formale in cui si incontrano grafica e cultura urbana, decorazione e tatuaggio, graffiti ed etica punk, un coacervo di influenze che modellano un linguaggio fatto di figure frontali, corpi sintetici, volti simili a maschere tribali. Queste figure formano un pantheon di idoli primitivi, lari domestici di una spiritualità privata, costruita sulle impressioni e le memorie di esperienze personali e di viaggi compiuti in giro per il mondo. Cerioli costruisce i suoi feticci immaginandoli come creature latrici di un’allegria nervosa, di una trepidazione scanzonata e ironica. Il loro primitivismo è il risultato di una grammatica primaria, di un alfabeto semplice, fatto di forme capaci di funzionare con pochi elementi attraverso una sintesi che è, allo stesso tempo, segnica, cromatica e volumetrica.
Idolo 17, 2026, acrilici pastelli a olio e spray su tela grezza, 50x50cm
Cerioli tralascia ogni riferimento etnografico, evita la citazione archeologica dotta e inventa le sue maschere e i suoi totem partendo dall’intima necessità di dare voce a immagini e ricordi assorbiti nel corso della sua vita. Nella sua ricerca, la ceramica raku occupa un ruolo centrale, perché conferisce alle sue figure una presenza fisica, concreta, tridimensionale. La pittura, d’altro canto, compendia la produzione scultorea, diventando un’estensione grafica e cromatica di quello stesso vocabolario. In questi idoli di terracotta, realizzati tra il 2025 e il 2026, la riduzione formale raggiunge una chiarezza immediata. I corpi sono solidi, compatti, assestati intorno a un asse centrale quando le figure sono erette, oppure saldamente ancorati al suolo quando hanno sembianze zoomorfe.
Idol 3, 2025, ceramica raku e smalti
I volti di queste statuette votive sono spesso simili a quelli delle maschere delle società tribali dell’Africa equatoriale, dell’Oceania o delle Isole del Pacifico. Talvolta, però, ricordano anche l’immaginario Tiki, un’estetica importata alla fine della Seconda guerra mondiale dai soldati americani di ritorno dalle isole di Melanesia, Micronesia, Polinesia, Caraibi ed Hawaii, e che finì per diventare uno stile decorativo per bar e ristoranti esotici, poi saccheggiato dalla pittura pop surrealista e lowbrow.
Idolo 14, 2026, acrilici pastelli a olio e spray su tela, 100x150cm
Gli Idols formano un piccolo esercito di creature ibride, esseri alieni dalle anatomie difformi, simili ad armature corazzate, con pettorali borchiati, schinieri aculeati ed elmi cornuti ed estraibili, temprati nel fuoco della tecnica raku. Sembrano demoni o divinità apotropaiche, un po’ talismani portafortuna, un po’ amuleti protettivi, feticci capaci di personificare le energie invisibili che scorrono sotto la superficie del quotidiano. “I miei idoli”, spiega l’artista, “non appartengono a nessuna religione, né a una mitologia specifica, sono, piuttosto, creature enigmatiche, nate dall’urgenza di ritrovare un legame spirituale con l’immaginario collettivo”.
Idol 2, 2025, ceramica raku e smalti
Hanno le sembianze di antichi reperti, fossili di civiltà sconosciute, le cui superfici metalliche, ossidate dal fuoco e annerite dalla cenere, evocano storie di miti ancestrali. Si possono considerare come figure di messaggeri che collegano la dimensione individuale a quella universale oppure come guardiani, sentinelle della soglia che separa la nostra era da un passato lontanissimo. Tradizionalmente, un idolo è l’effige di una divinità da adorare in un tempio o su un altare domestico. Gli idoli di Cerioli sono, invece, dei simulacri che custodiscono (e condensano) le istanze interiori dell’artista, paure, pulsioni, umori e fantasie che alimentano il suo immaginario personale. Oltre ad essere gli emblemi di un culto privato e non codificato, gli Idols introducono anche il motivo della maschera e, dunque, dell’identità come costruzione mobile, mutevole, intercambiabile. Talvolta separate dal corpo dell’idolo, a cui si applicano come elmi o copricapi rituali, le maschere immaginate dall’artista non solo portano in superficie questioni che riguardano i ruoli che recitiamo nei diversi contesti della nostra esistenza, ma esplicitano, trasfigurandole in forme totemiche, emozioni e istinti primari.
Idolo 6, 2026, acrilici e spray su tela, 100x100cm
Cerioli affronta il tema con spirito giocoso, mescolando il drammatico pathos delle fisionomie primitiviste con l’ironica levità della cultura pop, da cui egli stesso proviene. Graphic designer e art director di formazione, è, infatti, appassionato del multiforme universo visivo della urban art in tutte le sue declinazioni, che comprendono il mondo dei bikers e quello delle tattoo convention, l’estetica dei graffiti e quella delle tavole da surf o da skate. Sono suggestioni a cui, però, si aggiunge la severa eleganza della ceramica raku, che con le sue superfici irregolari e corrusche e i cangianti effetti metallici rendono queste maschere ieratiche e misteriose.
Idol 8, 2026, ceramica, smalti e oro
Nella pittura, Stefano Cerioli riprende il medesimo repertorio con un registro visivo più instabile e volubile. Combinando acrilici e spray su tela, l’artista dipinge i suoi idoli immergendoli in fondi dominati da rossi, aranci, rosa e viola, oppure da verdi acidi e tonalità scure. In queste tele, ogni figura occupa una posizione centrale, appare, cioè, come un’icona sospesa in una materia cromatica incandescente e mobile. Lo stile pittorico, che unisce impulsi grafici e gestuali, tracce segniche e campiture informali, si muove al confine tra astrazione e figurazione, lungo quella faglia osmotica in cui l’armamentario grafico di matrice pop si fonde con il l’Art Brut e il Tachisme.
Idolo 1, 2025, acrilici e spray su tela, 100x100cm
Sopra i fondi fatti di magmatiche macchie variopinte, compaiono, infatti, segni circolari, alveoli, punti o brevi tratti lineari che scandiscono la superficie alimentando l’andamento quasi ritmico e modale di ogni immagine. Su questa tessitura, che somiglia a un’enigmatica scrittura visuale, Cerioli innesta le sagome dei suoi Idols. Qui le forme diventano segnaletiche, traducono in linguaggio bidimensionale le volumetrie delle ceramiche. Ma mentre il disegno conserva l’impronta tipicamente grafica, la materia pittorica introduce chiazze, screziature, colature di colore e passaggi tonali giocati su una palette più intensa e vivace. In qualche modo, la pittura consente a Cerioli di far emergere l’aura psichica dell’idolo, la sua temperatura emotiva, che nella ceramica resta compressa e trattenuta nella robusta compattezza di linee e volumi appena più austeri.
Idol 9, 2026, ceramica, smalti, ossidi e oro
Il suo lavoro trova la propria misura nella capacità di tenere insieme due istanze solo in apparenza divergenti, da un lato la costruzione di figure riconoscibili, chiare e leggibili, dall’altro la necessità di lasciare in esse una quota di indeterminazione, un margine che sfugge alla definizione e che consente di dare forma a una dimensione più intima e interiore. In questo scarto prendono corpo le iconografie degli Idols, che si sottraggono tanto alla funzione decorativa quanto a quella allegorica. Non sono, infatti, metafore da decifrare, ma nemmeno figure ermetiche. Piuttosto, sono immagini che scaturiscono dal vissuto dell’artista, trasfigurazioni di esperienze che sfuggono a un’interpretazione univoca e resistono a una piena esplicitazione. D’altra parte, scriveva Umberto Eco, “l’opera d’arte è un messaggio fondamentalmente ambiguo, una pluralità di significati che convivono in un solo significante”[1]. In questa ambiguità semantica, il lavoro di Cerioli trova una direzione convincente, quella in cui le forme visive tornano ad essere plurivoche, polisemiche, felicemente profetiche.
Idolo 11, 2026, acrilici e spray su tela, 50x40cm
[1] Umberto Eco, Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, 1962, Gruppo Editoriale Fabbri, Milano, p. 266.











