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Il mio personale ricordo di Ronnie Cutrone. In loving memory.

25 Lug

Sono rimasto allibito quando, con un messaggio, alle 6.19 di mattina di martedi 23 luglio, il gallerista Matteo Lorenzelli mi ha comunicato la morte di Ronnie Cutrone. Pare che sia stato trovato, privo di vita, dal suo assistente nella casa di Lake Peekskill, vicino a New York, dove abitava da lungo tempo. Aveva appena (si fa per dire) 65 anni. Naturalmente ho cercato di saperne di più, ma non ho trovato che qualche laconico coccodrillo sui principali siti di arte contemporanea, da Artribune a Exibart ad Arslife. Non una riga sui quotidiani nazionali. Poco o nulla su internet. “Che cazzo!”, mi sono detto, “è mai possibile che non ci sia niente?”. Ronnie è morto il 21 luglio, pochi giorni dopo il suo compleanno. E’ nato a New York il 10 luglio 1948 ed è stato, come molti sapranno (o dovrebbero sapere) uno degli animatori della Factory di Andy Warhol, di cui è stato assistente tra il 1972 e il 1982. Con l’Italia ha sempre avuto un rapporto preferenziale, non solo per via delle sue origini italoamericane, ma anche perché aveva lavorato a Napoli con Lucio Amelio e poi a Milano con Salvatore Ala. Dagli anni Novanta, dopo una breve collaborazione con lo Studio D’Arte Raffaelli di Trento, aveva iniziato a lavorare stabilmente con la galleria Lorenzelli Arte di Milano, dove io l’ho conosciuto. Quello tra Matteo Lorenzelli e Ronnie Cutrone era molto di più di un semplice rapporto professionale. Erano amici. Ronnie Cutrone è stato l’artista con cui Matteo Lorenzelli ha inaugurato un nuovo corso della galleria, fino ad allora incentrata prevalentemente sull’arte astratta. Ronnie è stato per Matteo il simbolo di una scelta personale, che non ha mai rinnegato e che, per fortuna, ha permesso a me di conoscerlo e di amarne il lavoro. Cosa di cui sarò sempre grato a Matteo.

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Ritratto di Ronnie Cutrone

Ho conosciuto Ronnie Cutrone dieci anni fa, nel 2003, in occasione della prima delle tre mostre che ho curato dell’artista. Ricordo benissimo il giorno in cui fu chiesto a me – un giovane e inesperto curatore – di scrivere un testo sul suo lavoro. “Vieni subito”, mi dice Matteo. Nient’altro. Sfreccio lungo Viale Fulvio Testi con una Fiat Uno nera, come fossi un rapinatore in fuga dalle pantere della Polizia. Arrivo in galleria in Corso Buenos Aires all’ora di punta (lo chiamano drive time), quando gli uffici si svuotano e il mondo intero torna a casa dal lavoro.  Entro in quella che a me sembra uno dei templi dell’arte contemporanea milanese ed eccoli lì, stesi per terra, i lavori di uno dei più straordinari interpreti della Pop Art americana. C’è tutto: le bandiere a stelle e strisce, i supereroi nelle loro sgargianti uniformi, i personaggi dei cartoon, i gelati e le torte che si squagliano, i simboli e i marchi delle grandi corporate, i ritagli di giornale, le piccole mappe e cartine geografiche e poi le croci… rosse, nere, porpora. Non stavo nella pelle. Ero eccitato e, al tempo stesso, impaurito. Non avevo mai scritto per un artista straniero e volevo essere all’altezza della situazione.  Invece, sorprendentemente, all’inaugurazione della mostra, Ronnie Cutrone si rivela una persona affabile, alla mano. Mi fa i complimenti per il testo. Anzi, mi ringrazia di cuore in una bellissima dedica sul catalogo, accompagnata da uno dei suoi personaggi feticcio, Woody Woodpeacker. Ricordo che era accompagnato dalla sua terza (o quarta?) moglie, una giovane ragazza israeliana, con un passato di carrista nell’esercito. “Wow”, ho pensato, “questo si che è un artista, nell’arte come nella vita”.

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Io e Ronnie. 2 Ottobre 2003, Milano

Dopo l’opening in galleria andiamo a cena e Ronnie è una miniera di divertentissimi aneddoti sui personaggi che gravitavano nella Factory, da cui si era staccato nel 1982 per seguire un percorso personale ed unico, che lo avrebbe visto militare, a fianco di personaggi come Basquiat e Keith Haring nella Graffiti Art. In verità, Ronnie aveva poco a che fare con i graffiti. La sua arte era la prima, compiuta formulazione, di ciò che in seguito sarebbe stato il New Pop. Un’arte onesta e diretta, che parlava al cuore e alla mente della gente, usando una grammatica semplice, che anche un bambino poteva comprendere. Quella sera, a cena, Einat Katav-Cutrone (sua moglie) ci ha fatto una foto in cui si vede chiaramente quanto fossi felice. E lo ero davvero.

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La dedica di Ronnie sul catalogo della mostra “Tataboo”, Lorenzelli Arte, 2 ottobre – 22 novembre 2003, Milano.

Una cosa che mi colpì fu il fatto che Ronnie fosse completamente astemio. Credo fosse a causa degli stravizi che per un decennio avevano segnato la sua intensissima esperienza alla Factory con gente come Lou Reed e i Velvet Underground. Però era, comunque, un personaggio, per così dire, molto “rock & roll”, come testimoniano le belle foto di Timothy Greenfield-Sanders pubblicate sul catalogo.

Ho rivisto Cutrone tre anni dopo, nel 2006. Dovevo curare una sua mostra a Torino, intitolata Pop Shots, Explosions, Crosses and Cell Girls. L’esposizione raccoglieva un buon numero di lavori nuovi, che raffigurano volti di donne velate appartenenti a cellule terroristiche con le bandiere degli stati nemici del fondamentalismo islamico. Le Cell girls inauguravano un capitolo maturo della sua produzione pop, sempre più sensibile ai temi sociali e di attualità. Ricordo uno spassosissimo viaggio in macchina con Ronnie e Matteo alla volta della galleria torinese. Come al solito, Ronnie era prodigo di aneddoti e storielle sui personaggi più bizzarri che avesse conosciuto e aveva un modo di raccontare unico. Come un attore consumato, interpretava, con voci diverse, le parti dei protagonisti delle sue storie, che molto spesso si riferivano a quel dorato decennio passato con Andy Warhol. Un decennio importante per l’artista, che però lo aveva condannato a restare nel cono d’ombra di Warhol, fino alla sua definitiva separazione. Ronnie era un archivio d’informazioni. Avrebbe dovuto scrivere un libro su quegli anni, ma ha preferito dedicarsi alla sua arte, che poco o nulla aveva a che vedere con quella più algida del suo maestro.

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La dedica di Ronnie sul catalogo di “Pop Shots, Explosions, Crosses and Cell Girls”, Mar & Partners Art Gallery, 28 settembre – 1 dicembre 2006, Torino.

Anche in occasione della mostra torinese, Ronnie fu molto affettuoso (e paziente) con me. Si complimentò per il testo e ancora volle farmi una lusinghiera dedica sul catalogo. Mi scrisse: “For Ivan. My favourite writer, with a crystal clarity”.  Ronnie amava i testi semplici, così come amava quel tipo di arte diretta ed efficace, capace di arrivare al cuore di ogni persona.

L’ultima volta che ho incontrato Ronnie fu nel settembre 2010 per la sua terza e ultima mostra personale da Lorenzelli Arte, intitolata Pop, Off the Rack, By the Slice, Mix & Match, che presentava un nutrito corpus di lavori dedicati alla reinterpretazione delle copertine dei suoi dischi preferiti. L’argomento mi interessava parecchio. Matteo sapeva della mia passione per la musica e, così, mi chiamò, ancora una volta, a interpretare il lavoro di Cutrone. Appena vidi Ronnie, capii che qualcosa era cambiato. Sembrava invecchiato di colpo ed era certamente meno lucido del solito. La sua proverbiale astinenza dagli alcolici si era incrinata, ma la qualità del suo lavoro era cresciuta. Ronnie non era riuscito a finire le opere per la mostra e, così, lo trovai in galleria, impegnato a concludere quelli rimasti in sospeso. Li terminò solo il giorno prima dell’inaugurazione, in un clima di nervosismo generale.

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Io con Ronnie che finisce di dipingere i lavori di “Pop, Off the Rack, By the Slice, Mix & Match”, Lorenzelli Arte, 17 settembre – 20 novembre 2010, Milano.

Mentre tutti si adoperavano a finire per tempo, mi venne l’idea di proporre un’intervista di Ronnie al mensile Arte, pubblicato da Cairo Editore. Quando ne parlai a Mario Pagani, caporedattore della rivista, forzai un po’ la mano, dicendogli che era l’ultima occasione per intervistare un bravo artista, oltre che un testimone d’eccezione della Factory. Non sapevo che quella forzatura sarebbe stata profetica. Pagani è un tipo tosto. Accettò, a patto che restassi nella griglia di una rubrica intitolata “Cognome e nome”, che concedeva poco spazio al racconto e che si presentava come una sequenza fulminea di domande e risposte, con un corredo iconografico ricco di aneddoti e curiosità. Per me, che dovevo intervistare Ronnie e reperire ogni sorta di materiale fotografico, quell’articolo fu un vero e proprio parto, ma mi insegnò qualcosa di nuovo sul modo di realizzare un’intervista. Ad ogni modo, io e Judith van Vliet, allora assistente della galleria, accompagnammo Ronnie nello studio di Giorgio Majno, il fotografo incaricato di realizzare il servizio fotografico per la rivista. Fu un ennesimo pomeriggio di spasso. Ronnie posò come un istrione, facendo ogni genere di smorfia. Mentre mangia una simbolica banana, icona simbolo del celebre album dei Velvet, brandendola a mo’ di pistola, come un vecchio e scalcagnato cowboy dei nostri giorni o semplicemente bevendo una coca cola, mentre immagina di parlare con i personaggi delle sue opere, da Felix the Cat a Paperino, da Mickey Mouse all’Uomo Ragno. L’articolo fu pubblicato quattro mesi dopo, nel gennaio 2011, quando Ronnie era già tornato in America. L’intervista si chiudeva con una nota amara e insieme  ironica. Gli chiesi se, visto che Basquiat ed Haring, protagonisti della stagione che lui stesso aveva vissuto negli anni Ottanta, erano morti, non pensasse che morire giovani fosse un modo per assicurarsi una fama imperitura. Mi disse così:

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Foto segnaletica di Ronnie Cutrone, realizzata da Giorgio Majno per la rivista “Arte” (Gennaio 2011, Cairo Editore).

Dopo Keith Haring e Basquiat, molti pensavano che io sarei stato il prossimo. La settimana dopo la morte di Keith, molti collezionisti mi chiamarono per acquistare le mie opere. Avrei potuto vendere almeno cinquanta dipinti, ma dissi loro che se erano davvero interessati dovevano richiamarmi dopo sei mesi. Solo due di loro si fecero vivi. La morte prematura può renderti celebre, ma io penso che sia meglio vivere”.

Bhe, è stato meglio così, pensai. Dopotutto,  non sono molti gli artisti che, come lui, possono vantare mostre al Whitney , al MoMA, al Brooklyn Museum di New York o al MOCA di Los Angeles.

Alla fine, gli chiesi se, per caso, non si sentisse un sopravvissuto dell’arte. La sua risposta fu questa:

A volte pranzo con Lou Reed, lo guardo negli occhi e gli chiedo ‘Sei ancora vivo?’. Lui mi risponde: ‘Gesù, tu sei ancora vivo?’ Siamo come scarafaggi, duri a morire”.

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All’inaugurazione dell’ultima personale milanese di Ronnie Cutrone.

Lo vidi ancora all’inaugurazione della mostra. Prima di ripartire lasciò a Matteo Lorenzelli un regalo per me, un grande acquarello con una buffa, enigmatica datazione: 1966-2010. Non ho mai capito se fosse uno scherzo o un semplice errore. L’acquarello mostra il gatto Felix mentre balla con Lady Gaga al Max’s Kansas City, un celebre night club di New York.

E’ l’ultima, preziosa, testimonianza della sua amicizia e della sua generosità nei miei confronti. Qualcosa che non potrò mai ripagare. “Accidenti a te, Ronnie!!! Avrei voluto almeno ringraziarti. E abbracciarti un’ultima volta”.

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Ronnie Cutrone, He danced with Lady Ga-Ga at Max’s Kansas City, tecnica mista su carta, 1966-2010.

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Ronnie Cutrone – Transformer

22 Mag

 

di Ivan Quaroni

Una cosa è certa, Ronnie Cutrone è stato l’inventore di un certo modo di intendere l’arte pop che poi ha fatto proseliti nell’arte contemporanea. Il suo modo di guardare la società attraverso lo sguardo innocente dell’infanzia, il suo umorismo, il suo sistematico saccheggio dell’iconografia dei fumetti e dei cartoni animati, la sua attenta sensibilità nei confronti della cultura popolare lo hanno reso a tutti gli effetti un precursore. Ronnie Cutrone ha fatto scuola. Non solo è stato testimone privilegiato della stagione americana del Graffitismo e del New Pop, catturando nel suo lavoro tutta l’energia e l’eccitazione di quel formidabile decennio che sono stati gli anni Ottanta, ma è stato tra i primi in assoluto a intuire che l’immaginario popolare, quello dei fumetti, ma anche della pubblicità e dei mass media, poteva essere usato per analizzare in senso critico la società contemporanea. In pratica, Cutrone ha enfatizzato alcune intuizioni Warhol, accentuando la connessione tra arte e società contemporanea.

Come ha affermato lo scrittore e disegnatore Anthony Haden Guest, “La Pop storica fu una specie di celebrazione agrodolce – un’accettazione del fatto che il nostro paesaggio reale è composto più da marche e merci che non da rocce, fiumi e alberi. Inoltre, una delle funzioni del pop storico fu quello di rendere tollerabile questo paesaggio artificiale […][1]. Ronnie Cutrone parte da questo nuovo paesaggio per creare un linguaggio nuovo, in grado di interpretare le evoluzioni della realtà contemporanea. La differenza con la Pop Art storica è sostanziale, perché Cutrone non ha mai dato l’impressione di essere disinteressato alle questioni e agli accadimenti del suo tempo. In lui non si avverte il sentimento di distacco tipico di Andy Warhol, ma piuttosto un vivo e vibrante senso di partecipazione nei confronti delle vicissitudini umane. Personaggi come Felix the Cat, la Pantera Rosa, Woody Woodpecker, conosciuti in ogni angolo del mondo, diventano parte della sua grammatica semplice, con la quale interpreta i sentimenti e le emozioni della gente comune.  Soprattutto dopo l’11 settembre, Cutrone inizia ad affrontare in modo ancor più diretto i temi politici e sociali. Opere come le esplosioni, le croci bruciate, ma soprattutto le Cell Girls risentono esplicitamente delle tensioni provocate dal più spettacolare attentato terroristico della storia. In questi lavori non c’è alcuna traccia dello spirito ironico che in precedenza aveva contraddistinto le opere di Cutrone. Perfino i personaggi dei cartoni animati e i supereroi dei fumetti assumono espressioni a dir poco accigliate. In sostanza, l’universo rappresentato da Cutrone inizia a registrare fedelmente il clima e l’atmosfera che si respira nel mondo reale. Per quanto fantastiche e spettacolari, opere come “Explosion with phone messages” e “Ka blam” (2005) ci restituiscono metaforicamente il fragore delle esplosioni delle Twin Towers, mentre gli inquietanti volti delle Cell Girls – in tutto 13 ritratti di donne velate mediorientali con le bocche coperte dalle bandiere degli stati nemici del terrorismo islamico – riflettono il generale sentimento di paura e tensione per il rinnovarsi di atti terroristici.

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Un dipinto emblematico di questa fase del lavoro di Ronnie Cutrone, molto centrata sulla riflessione politica e sociale, è senza dubbio “Crusade” (2005), una tela quadrata che rappresenta il simbolo sanguinante di Superman sormontato da una croce rossa e affiancato da un proiettile e un rossetto. Oltre ad essere uno dei suoi lavori più belli, “Crusade” è anche la più perfetta rappresentazione in stile pop dell’eterno binomio di amore e morte. Un dipinto che riflette sentimenti di angoscia e turbamento è “Blind man patriot” (2007), in cui figura un personaggio incappucciato, una specie di giustiziere o piuttosto di anonimo carnefice, che potrebbe benissimo incarnare lo spirito di vendetta del popolo americano nei confronti del terrorismo. È bene, però, specificare che nel percorso creativo di Ronnie Cutrone la rappresentazione drammatica e quella ironica procedono di pari passo. Le numerose bandiere americane della serie “Pop Shot” dipinte negli ultimi anni con i personaggi della Disney e gli eroi in calzamaglia della Marvel e della DC sono la testimonianza del suo mai sopito entusiasmo per la sensibilità infantile e adolescenziale. Attraverso questo tipo d’iconografie, Cutrone è, infatti, riuscito a conservare l’ironia e la leggerezza necessarie a guardare il mondo con uno sguardo privo di pregiudizi. La sua adesione alla sensibilità infantile è il motivo ricorrente di tutta la sua produzione, tanto che più volte l’artista ha descritto il suo lavoro come una sorta di tentativo di dipingere le illusioni di un bambino con l’ironia di un adulto. “Cerco di mantenere il mio umorismo”, affermava in un’intervista, “perché è la sola arma che ho contro l’illusione e l’idealismo”[2].  Un’opera che ha emblematicamente esemplificato la capacità di Ronnie Cutrone di mantenere una certa innocenza nel modo di vedere le cose, è “Tatabu” (2000), realizzata appositamente per LucreziaMelina, figlia del gallerista Matteo Lorenzelli, in occasione della mostra realizzata nel suo spazio milanese nel settembre 2003. “Tatabu” era il modo in cui LucreziaMelina chiamava ogni distesa d’acqua, si trattasse di un fiume, di un lago o di un mare. “Trovo affascinante e insieme dolceamara”, scriveva a tal proposito Cutrone, “l’idea che l’innocenza percettiva di un bambino sia sempre creativa prima di sottomettersi alla conformità”[3].

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A distanza di sette anni da quella mostra milanese, il clima sembra essere migliorato, non si avverte più la tensione che aveva caratterizzato gli anni successivi l’11 settembre. Poco dopo aver concluso la serie delle Cell Girls, contraddistinta da una sottesa violenza iconografica Cutrone sembra ritrovare una visione più distesa e rilassata della società. Proprio nel 2006, infatti, realizza un polittico composto da sei piccoli acrilici su tela intitolato “Look Better”. L’opera è inconsueta rispetto allo stile di Cutrone, solitamente più esuberante e fa pensare, in qualche modo, alla pulizia formale di artisti come Tom Wesselman e James Rosenquist. “Look Better” emana una sorta d’impalpabile senso di distensione, che riverbera nella rasserenante sequenza dei cinque sorrisi di donna. È la quiete dopo la tempesta. Il ristoro dopo un periodo di grave stress. Il titolo stesso esprime il senso di un miglioramento, di un ristabilimento dell’equilibrio. Si tratta di un’opera cardine, che segna il passaggio di un lustro, dal 2000-2005 al quinquennio successivo, ma che, tuttavia, non esclude il sussistere di temi appartenenti al periodo precedente. Cutrone non procede mai schematicamente e spesso un ciclo di opere può intrecciarsi con un altro. Un esempio è la serie intitolata Transformer, iniziata nel 2004, dunque quasi contemporaneamente alle serie Cell Girls e ai Pop shots dipinti su bandiere americane, ed esposta solo in minima parte in Italia nel 2009[4]. Si tratta di un work in progress che ha impegnato l’artista per cinque anni e che è consistito nella realizzazione di opere che riproducono le copertine degli album che hanno segnato un cambiamento o un passaggio nel vissuto personale dell’artista. “Mi sono avvicinato all’idea di dipingere musica”, ha spiegato l’artista, “nello stesso modo in cui lo avrei potuto fare da teenager che dipinge la sua preziosa collezione di dischi con i suoi idoli e le sue ossessioni. Un modo piuttosto naïve, quasi sciocco, ma con amore”[5].

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Rifare le copertine degli album è, infatti, una pratica molto diffusa tra i ragazzi, ma nel caso di Ronnie Cutrone assume un carattere programmaticamente critico. Ridipingendo le copertine degli album che ha amato, l’artista compie un viaggio a ritroso nella propria storia, ricostruendo, al contempo, le tappe salienti della storia collettiva dal dopoguerra a oggi. “Come artista pop”, ha dichiarato, “sono ossessionato dai fenomeni culturali e dalle tendenze che nel bene o nel male alimentano e trasformano una società”[6]. Non a caso, proprio attorno al concetto di trasformazione ruota questa serie di lavori, che vuole essere anche un tributo ai musicisti che hanno giocato un ruolo essenziale nella formazione della visione artistica di Cutrone. Curiosamente, Trasformer è anche il titolo di un album di Lou Reed, personaggio chiave della Factory di Warhol e conosciuto dall’artista già ai tempi dell’Exploding Plastic Inevitable, il grande show multimediale del 1966 di Velvet Underground & Nico, che vedeva coinvolti una pletora di personaggi del sottobosco underground newyorchese tra cui lo stesso Cutrone.

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I Transformers di Cutrone possono essere considerati come un grande affresco della storia contemporanea dagli anni Cinquanta a oggi attraverso le evoluzioni della musica e della cultura. Ogni album ha innescato un cambiamento, una svolta nel tracciato della storia. La prima copertina dipinta da Cutrone è una pietra miliare del Doo-Wop, The Paragons Meet The Jesters del 1959, una compilation dei brani migliori dei due gruppi che rappresenta uno spaccato della cultura musicale della New York di quegli anni. Il Doo-Wop era un genere inventato dagli italo-americani, derivato dalla fusione di  Rhythm & Blues e Rock & Roll e caratterizzato da testi romantici e filastrocche vocali non-sense. L’interpretazione di Cutrone è fedele all’originale – con l’immagine dei due bulli di una gang di strada in giacche di pelle nera – tranne che per l’aggiunta di un collage con carte da gioco e riferimenti alla cultura di quegli anni (Kerouac e suoi I Sotterranei). Si tratta di un’evoluzione rispetto al rock & roll di Elvis Presley, celebrato da Cutrone nell’opera che riproduce la copertina del suo primo album del 1956. Con The Paragons meet The Jester siamo nell’ambito della subcultura dei grasers[7] celebrata da film come American Graffiti e Grease e serial come Happy Days.

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Altro disco trasformativo di quel periodo è Sketches of Spain di Miles Davis, realizzato insieme all’amico Gil Evans nel 1960 sulla base di musiche tradizionali spagnole e di pezzi classici come il secondo movimento del Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo. Si tratta di uno dei Transformers più pittorici della serie, del tutto privo d’inserti a collage. Poi è la volta di Meet The Beatles del 1966, secondo album del quartetto, ma primo per l’etichetta Capitol, con la famosissima foto di copertina di Robert Freeman. Dello stesso anno è Are You Experienced di Jimi Hendrix, il disco che cambia definitivamente il volto del rock portando la distorsione della chitarra ai massimi livelli e lasciando un segno indelebile nei guitar heroes delle generazioni successive. Ancora del 1966 è un’altra pietra angolare del rock, Blonde on blonde di Bob Dylan, primo album doppio della storia, che segna tra l’altro la svolta elettrica del cantante folk. L’immagine di copertina, una foto sfocata scattata da Jeffrey Schatzberg che ritrae il musicista con una giacca scamosciata e una sciarpa al collo, è una delle più celebri icone della cultura rock. Le scelte di Cutrone in fatto di copertine sono legate a molti fattori e possono includere sia motivazioni di ordine estetico sia citazioni che fanno riferimento al suo personale percorso artistico, come nel caso delle copertine di Velvet Underground & Nico (1967), Sticky Fingers (1971) e Love you Live dei Rolling Stone (1977), realizzati dal suo maestro e mentore Andy Warhol.

Sono molti i temi trattati nella serie Trasformer, dalle tendenze politiche e sociali alle trasformazioni in fatto di body modifications e chirurgia estetica fino ai mutamenti che la musica è in grado di produrre sugli individui.  Come ha scritto l’artista, “queste tre aree per me rappresentano la mente, il corpo e lo spirito di tutto”[8]. L’attenzione di Cutrone per l’affermarsi della cultura nera in ambito musicale è segnata dalla presenza di copertine come Soul Rebels di Bob Marley and The Wailers del 1970 e Screaming Target di Big Youth del 1972, capolavori della musica giamaicana, e What’s Going On di Marvin Gaye del 1971 e Superfly di Curtis Mayfield del 1972, episodi che incarnano due momenti fondamentali della musica afro-americana dei primi anni Settanta. What’s Going On di Marvin Gaye oltre ad essere considerato uno dei migliori dischi del XX secolo, rimasto per oltre un anno nella classifica pop di Billboard con 2 milioni di copie vendute, è anche un album impegnato, che tratta temi come la droga, la povertà, l’odio e la sofferenza, così come li vivevano i veterani della Guerra del Vietnam che avevano appena fatto ritorno in patria. L’altro album, Superfly di Curtis Mayfield, è la colonna sonora dell’omonimo film, capolavoro del genere Blaxploitaiton, anch’esso incentrato su tematiche crude, quali la dura vita nei ghetti neri d’America.

Studio 54

Un altro blocco compatto di Transformers è quello degli anni Ottanta, periodo nel quale Cutrone diventa uno dei protagonisti e testimoni chiave della Factory warholiana. Benché realizzato negli anni Settanta, precisamente nel 1977, l’album Low di David Bowie può essere considerato uno dei dischi seminali della New Wave.  Primo della trilogia berlinese, di cui fanno parte anche gli album Heroes e Lodger, Low segna il definitivo abbondo da parte di Bowie del glam rock più trasgressivo e il suo approdo ad uno stile più severo e minimale, che riflette le atmosfere cupe della capitale tedesca. Il titolo stesso, Low, significa depresso, triste. Il contraltare di questo disco, ma anch’esso a suo modo “trasformativo” è l’album A Night at Studio 54 (1979), che sancisce il punto più alto, ma anche il crepuscolo della disco music anni Settanta, con pezzi dei Village People, degli Chic, di Donna Summer, di Cher e molti altri. La raccolta riassume in due vinili il meglio della musica suonata allo Studio 54, il famoso locale situato tra la settima e l’ottava avenue a Manhattan, famoso per gli eccessi e le provocazioni che ne facevano un tempio della stravaganza. Tra i frequentatori del club c’erano oltre a Andy Warhol, Elton John, Liza Minelli, John Travolta, Michael Jackson e Truman Capote, anche personaggi che gravitavano intorno alla Factory, come Grace Jones, Jean Michel Basquiat, Keith Haring e la giovane Madonna. A Night at Studio 54 fotografa uno spaccato dell’America Felix, che non poteva sfuggire allo sguardo attento di Cutrone.

È proprio in questo momento, mentre volge al termine l’esperienza degli anni Settanta e prende forma il rock raffinato e decadente degli Ottanta, che le scelte di Cutrone riflettono il sovrapporsi di esperienza personale e memoria collettiva. Siamo nel 1980 e New York è la culla di un Rinascimento culturale che coinvolge la musica rap, le arti visive e la cultura di strada. Sugarhill Gang (1980) dei The Sugarhill Gang, autori del fortunato singolo Rapper’s Delight, è il disco che contribuisce a diffondere il genere rap presso un pubblico più vasto, al di fuori del circuito culturale newyorkese. La grafica è caratterizzata dal lettering gommoso che compone la scritta Sugar Hill, culminante nel tondo centrale sormontato dallo skyline della Grande Mela. Siamo agli albori della Golden Age, poco prima dell’irruzione sulla scena dei Run-DMC. Per le strade impazza il Wild Style, una tipologia di graffiti che intreccia lettere e simboli fino a renderli illeggibili, che nel 1983 viene documentata dal film omonimo diretto da Charlie Ahearn. Un anno prima dell’uscita dell’album degli Sugarhill, nel 1978, Basquiat poneva fine all’esperienza dei graffiti con la scritta “SAMO is dead”. Più o meno nello stesso periodo, Keith Haring disegnava i suoi radiant boy nelle stazioni della metropolitana ottenendo un notevole riscontro tra i giovani. Cutrone è di dieci anni più vecchio di Keith Haring e Basquiat, ma lo scenario culturale nel quale opera è lo stesso. Non molto tempo dopo, si ritroveranno tutti e tre insieme a frequentare i party della Factory, dove Ronnie lavorava come assistente di Warhol.

La disamina sui dischi “trasformativi” di Cutrone include una lunga lista di copertine. Come in High Fidelity, il film tratto dal romanzo di Nick Hornby, in cui il protagonista è impegnato a riordinare la sua collezione di vinili seguendo un criterio esclusivamente autobiografico, anziché alfabetico o cronologico, anche Ronnie Cutrone procede nel suo percorso tenendo conto soprattutto dei dischi che hanno un significato particolare prima di tutto per lui e in secondo luogo per la collettività. Gli anni Ottanta sono contrassegnati da dischi come The B-52’s (1979), disco eponimo d’esordio del gruppo di Athens, che influenzò tutta la successiva new wave americana; Virtu Ex Machina dei Kraftwerk (1981), la band tedesao che con il suo stile elettropop ha determinato la nascita di nuovi generi musicali; infine Thriller di Michael Jackson (1982), forse uno dei dischi più venduti nella storia della musica di tutti i tempi. Anche gli anni Novanta hanno le proprie pietre miliari. Dischi come Erotica (1991), uno degli album coraggiosi di Madonna, che tratta l’amore e il sesso in tutte le sue varianti e precede, dal punto di vista stilistico, le sonorità delle compilation del Buddha Bar; Blue Line dei Massive Attack, che intrecciando Dub, reggae ed elettronica inaugura l’epoca del cosiddetto Bristol Sound; Nevermind dei Nirvana (1991), secondo album della band di Seattle, annoverato tra i classici del rock; l’omonimo dei Metallica (sempre del 1991!), ribattezzato anche black album per la copertina nera, contenente la struggente “Nothing else matters”.

I Transformers di Cutrone rappresentano, per usare il colto frasario di Jean Clair, le disjecta membra di un’epoca, anche perché, come ha scritto Michael McKenzie, Cutrone è “collagista nel cuore”[9] e dunque la sua attitudine è quella del raccoglitore di frammenti, del collettore di minimalia. Ogni copertina rivisitata dall’artista diventa, così, il tassello di un complesso mosaico entro il quale entrano di diritto tutte le sfumature della sua arte pop, dalle Cell Girls alle Explosions, dai Pop Shots fino a tutti gli altri dipinti che hanno per protagonisti i personaggi di fumetti e cartoni animati. La cosa bella dell’arte di Cutrone consiste proprio in questa capacità d’includere tutte le espressioni umane nella fedele e agrodolce rappresentazione della contemporaneità. Nessun altro artista è riuscito a farlo con altrettanta leggerezza e onestà.


[1] Anthony Haden Guest, in Ronnie Cutrone. Transformer – Figment, cat. Milk Gallery, 2009, New York.

[2] Nessuna domanda… nessuna risposta, intervista a cura di Giovanni Iovine, in Pittura dura. Dal Graffitismo alla Street Art, p. 27, Electa, 1999, Milano.

[3] Ronnie Cutrone, Tataboo. Apostoli, Supereroi, Gelati, Croci e Esplosioni, cat. omonimo, Lorenzelli Arte, 2003, Milano.

[4] Nella mostra Marco Lodola/Ronnie Cutrone. Lodola Vs Cutrone, a cura di Francesco Poli, galleria Mar & Partners, 2009, Torino.

[5] Ronnie Cutrone, Transformer Figment. 2004-2009, in Ronnie Cutrone. Transformer – Figment, cat. Milk Gallery, 2009, New York.

[6] Ibidem.

[7]  Termine col quale venivano designati gli immigrati italiani che si mettevano la brillantina nei capelli, ma che designava anche gli appartenenti ad una subcultura simile a quella dei rockers inglesi.

[8] Ibidem.

[9] Michael McKenzie, Nice Work (if you geti it), in Ronnie Cutrone. Transformer – Figment, cat. Milk Gallery, 2009, New York.

Black & White. la ragione e la passione

26 Mar

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Fino all’11 maggio 2013

Un percorso affascinante tra gli artisti che hanno fatto uso del bianco e nero: forma di espressione dell’essenziale e del puro ed emblema della forza e della passione.

Con Black & White. La ragione e la passione, la mostra collettiva in apertura il prossimo 21 febbraio, Lorenzelli Arte presenta un’ interessante indagine sulle peculiari capacità espressive del bianco e nero proponendo una selezione di maestri che si sono cimentati con questo rigore, indagato, da un lato, con i razionali linguaggi derivanti dall’astrattismo delle avanguardie storiche e, dall’altro, utilizzato da artisti che, pur partendo da presupposti diversi, hanno privilegiato nella loro ricerca l’aspetto lirico e naturalistico. In una sorta di excursus che dalla linea algida arriva alla forma che penetra la tela con delicatezza, emozione e armonia, la rassegna, curata da Matteo Lorenzelli, analizza le potenzialità del “non colore” nei linguaggi dell’arte e nelle sue espressioni razionali e passionali. Nelle opere in mostra troviamo quindi linee precise e taglienti ma che fanno vibrare la tela, o ancora, bianchi e neri che si fondono con eleganza a creare la profondità e intrigano lo sguardo in un gioco senza fine. Ventiquattro gli artisti in mostra distribuiti nelle due sale della galleria.

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“Il Bianco e Nero è un codice espressivo estremamente variegato. Non è riconducibile ad unico mood emotivo, né a una singolarità intuitiva o percettiva. Non è nemmeno un linguaggio, ma semmai una pletora d’idiomi. E, tuttavia, esso riflette una precisa scelta di campo, perfino perentoria nell’ambito delle possibili declinazioni della forma. Può essere il portato di riflessioni che dalle Avanguardie storiche fino ad oggi, fanno appello alle ricerche scientifiche nel campo dell’ottica e della dinamica, della psicologia gestaltica o della fenomenologia delle percezioni, come nel caso di Franco Grignani, Marcello Morandini, Toni Costa, Giuliano Barbanti, Jon Groom, Carlo Nangeroni, Günther Fruthrunk, Pavel Mansurov, Luc Peire e perfino di quel singolare, quanto curioso, episodio rappresentato da “Ritmi nello spazio” di Prampolini. Oppure può essere l’ultimo approdo di un pensiero che coinvolge tanto l’indagine formale di matrice astratta, quanto le urgenze espressive dei linguaggi segnici, informali e post concettuali, come dimostrano i lavori di Victor Pasmore, Henri Michaux, Pierluca, André Marfaing, Lee Ufan, Arcangelo, Paolo Icaro, Giuseppe Maraniello, Luca Caccioni, Leonardo Genovese, Luca Serra, Franco Massanova,  Luca Serra, Tullio Pericoli e Ronnie Cutrone. Insomma, il Black & White è un dominio operativo in cui si misurano le più diverse sensibilità, lungo i binari paralleli della ragione e del sentimento, della logica e dell’intuizione. Binari che talvolta s’incrociano seguendo imperscrutabili corrispondenze, tangenze incongrue, eppure profondamente rivelatrici.

Costruire una mostra con un materiale così diversificato, non costituisce solamente un tentativo di fare ordine nel magma della Storia, di ripercorrere e, dunque, ricompattare quelle che Jean Clair definiva le “disjecta membra” di una realtà frammentaria e polverizzata, ma significa rileggere il passato (e il presente) alla luce dei più potenti strumenti a disposizione dell’uomo: la ragione e la passione.

Black & White. La ragione e la passione è stata pensata e allestita come un racconto per immagini, come una storia che non può essere narrata ma che, tuttavia, può essere “compresa” attraverso l’osservazione di un vocabolario muto, fatto di sole immagini. Un alfabeto di linee che si susseguono, di forme in evoluzione e tracciati dinamici, di residui concreti e lacerti di memoria, i quali testimoniano il flusso costante di pensieri e teorie, intuizioni e rivelazioni, che costituiscono la storia epifanica dell’arte contemporanea. Creare un dialogo segreto tra opere di artisti distanti nel tempo e nello spazio è un’operazione difficile (qualcuno direbbe azzardata), che implica coraggio e abnegazione. Un’operazione che può suscitare perfino un senso di vertigine, un deliquio paragonabile a quello che proviamo soltanto quando raggiungiamo le più alte vette del pensiero e del sentimento“.

Matteo Lorenzelli e Ivan Quaroni

 
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Orario:
Da Martedì a Sabato, ore 10.00/13.00 – 15.00/19.00.
Lunedì su appuntamento. Festivi chiuso
 
 
 

ArcangeloBARBANTI, GiulianoCutroneGROOM, JonGenoveseFRUHTRUNK, GunterHenri MichauxMANSUROV, PavelLuc PeireLee UfanMARFAING, AndréNangeroniFranco MassanovaMorandiniPasmoreNOËL, GeorgesPIERLUCA (Degli Innocenti)Toni CostaPaolo IcaroSerraPericoliIMG_7792PrampoliniIMG_7812