di Ivan Quaroni
Cold Motherhood, Madonna dei Ghiacci, 2019, olio su tela, 150×130 cm
La pittura di Ilaria Del Monte appartiene a quella tradizione figurativa che costruisce l’immagine all’incrocio tra percezione e immaginazione. La realtà costituisce il materiale di partenza, attraverso l’uso di forme riconoscibili che vengono poi trasposte in una dimensione surreale. L’artista guarda al mondo, ricombinandone gli elementi e ordinandoli secondo una logica diversa da quella dell’esperienza quotidiana. Nelle sue opere, infatti, la verosimiglianza e la credibilità ottica si accompagnano a una sottile sensazione di spaesamento. Tutto è perfettamente leggibile, ma sospeso in un’atmosfera stupefatta, sognante.
Il carattere originale della ricerca di Ilaria Del Monte sta in questa capacità di rendere plausibile l’inverosimile. La sua pittura, infatti, evita ogni deformazione espressionistica, affidandosi piuttosto alla precisione del disegno, alla solidità volumetrica delle figure e a una luce studiata, calibrata con estrema sensibilità, che rende appunto credibile ciò che normalmente apparirebbe irreale.
Prima della festa, 2023, olio su tela, 50×60 cm
La storia della pittura del Novecento è costellata da molteplici esempi di questa particolare disposizione dello sguardo. Dal Realismo Magico italiano alla Nuova Oggettività tedesca, fino al Surrealismo figurativo di René Magritte, Paul Delvaux o Leonor Fini, molti artisti hanno cercato di rappresentare la realtà come un luogo misterioso ed enigmatico. Ilaria Del Monte raccoglie questa eredità, plasmandola in un linguaggio personale dove i personaggi femminili vivono lo spazio domestico come un luogo di apparizioni magiche e folgoranti epifanie.
La tigre e l’arcobaleno, 2024, olio su tela, 60×50 cm
Tra veglia e sonno – titolo di questa mostra, che raccoglie opere di diversi periodi – conferma questa predilezione per la rappresentazione di atmosfere rarefatte e incantate. Nei suoi quadri, Del Monte descrive una dimensione liminare tra l’ordinario e il fantastico, indagando quella regione della coscienza dove memoria, desiderio e inventiva producono figure dalla consistenza sorprendentemente concreta. Protagoniste del suo racconto sono donne, adolescenti e bambine alle prese con potenti forze naturali, energie che assumono la forma di miracolose fioriture (Sopra il giardino, 2020), inaspettati fenomeni di telecinesi (Via Meucci 47, 2022) o, ancora, prodigiose metamorfosi ovidiane (Ad un passo dall’aurora, 2020).
Madonna dei cristalli, 2024, olio su tela, 120×100 cm
Non solo i personaggi femminili sembrano conoscere il senso dei bizzarri eventi a cui assistono, ma appaiono intente a governare sostanze ed elementi che contraddicono le normali leggi della fisica e della biologia (Falene, 2023) o che scardinano le nostre convenzioni spazio-temporali (Madonna dei cristalli, 2024). Tutto, nelle tele dell’artista, è animato, vitale, tanto gli animali, che sembrano rivestire una precisa funzione simbolica, quanto gli oggetti, che appaiono dotati di una volontà propria.
Via Meucci 47, 2022, olio su tela, 35×40 cm
Anche gli ambienti partecipano alla costruzione di questo racconto visivo. La casa costituisce, infatti, il teatro della narrazione di Del Monte. Pareti scrostate, muri sbracciati, antichi pavimenti decorati e carte da parati scollate e scolorite caratterizzano una teoria di spazi domestici in cui leggiamo, evidenti, le tracce della memoria e i segni del tempo. Questi interni in disfacimento sono spazi di transito, luoghi di passaggio tra i claustrali ambienti domestici e i suggestivi paesaggi esterni. Sono ambienti infestati da curiose proliferazioni vegetali o visitati da una stupefacente fauna selvatica, posti che somigliano più ad astratte stanze mentali o a proiezioni tridimensionali dei diversi livelli della coscienza, che non ad architetture vere e proprie. La luce contribuisce in maniera decisiva al clima vespertino di questi interni, che raramente accolgono la piena luminosità del giorno. Un bagliore quasi aureo filtra dalle finestre, dai tendaggi, dalle vetrate colorate e vivifica le superfici consumate delle stanze, avvolgendo le figure in una calda tonalità crepuscolare che ricorda le atmosfere luministiche di certa pittura simbolista europea.
L’edera, 2024, olio su tela, 120×150 cm
La progressiva invasione della vegetazione costituisce uno degli aspetti più originali dell’universo visivo di Del Monte. Un profluvio di edere, rose, gigli invadono gli interni, occupando pavimenti, pareti e finestre con un inarrestabile ritmo di crescita. La casa perde così la propria identità architettonica per diventare un organismo vivente, uno spazio metamorfico e pulsante, dove natura e cultura, naturale e sovrannaturale finiscono per confondersi. La vegetazione assume il valore di una forza generativa che modifica la percezione degli ambienti e ridefinisce continuamente il rapporto tra gli individui e l’ambiente circostante.
Un’altra vita, 2018, su tela, 90×80 cm
Al centro di questo sistema di rappresentazione si muovono, come dicevamo, quasi esclusivamente figure femminili. Donne, adolescenti e bambine che incarnano simbolicamente le differenti stagioni della vita e che sembrano condividere una medesima disposizione contemplativa. I loro gesti, spesso minimi, acquistano il valore di rituali quotidiani attraverso cui l’esperienza individuale entra in relazione con una dimensione più ampia, insieme panica e spirituale (Le sorelle, 2017). Il corpo femminile diventa perfino il luogo di una metamorfosi naturale, di una sacra trasfigurazione, come avviene negli episodi di Cold Motherhood (2023) e Madonna dei cristalli (2024), due opere in cui l’iconografia mariana della maternità assume il valore di un’immagine universale di protezione, cura e rinascita.
L’antenato, 2026, olio su tela, 50×40 cm
Intorno a queste immagini l’artista formula un articolato sistema di rimandi simbolici, archetipi e riferimenti a lontane tradizioni culturali. È il caso di L’Antenato (2024), dove una giovane donna contemporanea dialoga con una maschera Sowei, emblema della Sande Society, un’associazione iniziatica femminile diffusa tra Sierra Leone, Liberia e Guinea. Uno dei rarissimi esempi di maschera africana legata esclusivamente a un sodalizio di donne, la Sowei introduce nella pittura di Del Monte i temi del rito di passaggio, della trasmissione del sapere e della costruzione dell’identità femminile, estendendo il suo immaginario oltre i confini della tradizione iconografica occidentale. Riferimento a una cultura esotica è pure quello contenuto in Japanese Master (2022), dove un cane di razza Shiba Inu assume il ruolo tradizionalmente riservato al pittore. Con un tono lieve e sottilmente ironico, l’artista sembra alludere al fatto che uomini, animali e figure simboliche partecipano a un medesimo ordine immaginativo, dove ogni abituale gerarchia perde consistenza.
Maledetta primavera, 2026, olio su tela, 80×65 cm
Accanto alle protagoniste umane, gli animali costituiscono il secondo grande repertorio simbolico della sua pittura. Tigri (L’edera, 2024), gufi e falene (Falene, 2023), cani e colombe (Maledetta primavera, 2026), cervi (Prima della festa, 2023) e pappagalli (Madonna dei cristalli, 2024) accompagnano le figure femminili, instaurando con esse una relazione che trascende il semplice valore allegorico. La loro ricorrenza rafforza la continuità della sua grammatica, dove i motivi iconografici ritornano incessantemente, modificando il proprio ruolo e ampliando il campo delle possibili associazioni.
Mea Domina, 2018, olio su tela, 90×80 cm
Proprio questa fitta trama di rimandi costituisce uno degli aspetti più originali della sua ricerca. L’immaginario di Ilaria Del Monte, infatti, non si esaurisce mai all’interno del singolo dipinto, ma riverbera da un’opera all’altra, producendo continue innovazioni e trasformazioni del lessico pittorico. È un processo che ricorda l’intuizione di Henri Focillon, secondo cui “l’arte, come un’operazione chimica, elabora, ma continua a compiere metamorfosi”[1].

Ad un passo dall’aurora, 2020, olio su tela, 100×100 cm
Note
[1] Henri Focillon, Vita delle forme, Einaudi, Torino, 2002, p. 55.
Testo scritto in occasione di un evento corporate organizzato da Fondazione Maimeri
Fondazione Maimeri, Corso Cristoforo Colombo 15, Milano











Lascia un commento