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Enrico Minguzzi

16 Apr

testo a cura di Ivan Quaroni

Atlantica Arte Contemporanea
via Piave 35, Altavilla – Vicenza

19 aprile – 22 maggio 2013

Opening venerdì 19 aprile 2013 h. 18.30

 
Rumore bianco (fioritura), acrilico acquarello ed olio su tela, cm 100 x 120, 2012 
Enrico Minguzzi muove da un’iniziale pittura analitica e approda, attraverso vari stadi di decostruzione dell’immagine, a una nuova grammatica, dominata dal dinamismo e dalla contaminazione delle forme.Minguzzi parte dall’osservazione ravvicinata della realtà e costruisce i suoi soggetti come in un processo di descrizione fenomenologica che successivamente alter e scompone al fine di ottenere una maggiore mobilità formale. Usa la fotografia e l’elaborazione digitale per creare un bozzetto dell’opera, ma si tratta di una semplice linea guida, di un punto di partenza che conduce a un risultato finale profondamente diverso.

Nel suo modus operandi la pratica manuale, l’intuizione gestuale e la tecnica sono elementi fondamentali. Minguzzi è un pittore che compone il suo immaginario per pazienti sovrapposizioni di velature, per strati trasparenti e sottili di materia, ricalcando un processo di proliferazione delle forme sospeso tra la gemmatura vegetale e la moltiplicazione esponenziale dei frattali.  Integrando figure organiche e geometriche, l’artista indaga i processi di mutazione e metamorfosi fino a raggiungere un equilibrio dinamico che annulla ogni pretesa distinzione tra figurazione e astrazione. In questo, Minguzzi sembra condividere quella comune sensibilità europea continentale che, soprattutto nelle sperimentazioni pittoriche della Leipzig Schule, ha recentemente prodotto le più interessanti novità sul piano linguistico. Come Mathias Weischer, Tilo Baumgartel o David Schnell, anche Minguzzi scardina la fissa centralità dell’immagine, dilata la dimensione dello spazio e del colore ed evidenzia la qualità ibrida e mobile delle forme. Il suo è un linguaggio in sintonia con quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito una società liquido-moderna, una struttura in perpetua, rapida evoluzione, che genera nuove paure e inediti livelli di stress.

Attraverso la sua pittura liquida, Minguzzi ha probabilmente intuito che i processi trasformativi (e perfino quelli degenerativi) costituiscono il nucleo pulsante non solo della vita delle forme naturali, ma anche dei costrutti culturali della società contemporanea.

Dilatazione (disturbo), acrilico ed olio su tela, cm 60x90, 2013

Non è un caso, infatti, che l’artista descriva il proprio lavoro in termini di affezione virale o di alterazione dell’equilibrio organico. La mutazione di Minguzzi è un processo di destabilizzazione che prefigura nuovi assetti formali, non necessariamente basati su principi di bilanciamento e misura. Lo dimostrano opere come Invasione (Incanto), Immersione, Fioritura e Dilatazione, dalla struttura vertiginosamente aperta, multicentrica e caotica. Sono immagini percorse da improvvise accensioni luministiche, conglomerati formati da addensamenti discontinui di forme e figure, esplosioni di prismi irregolari, che deflagrano in geometrie incongrue. Vengono in mente le teorie fisiche dei Piccoli Mondi e delle Reti, che descrivono strutture apparentemente astruse che, tuttavia, nascondono un ordine interno, spesso invisibile all’occhio umano. Come quelle architetture di rete, anche la pittura di metamorfica di Minguzzi elude la percezione di un ordine superficiale, per accompagnarci finalmente nei meandri di una nuova e forse più intuitiva epistemologia della complessità.

Lucere, acrilico ed olio su tela, 2 x cm 140x100, 2013
 
Atlantica Arte Contemporanea 
Via Piave 35 – 36077 Altavilla – Vicenza – Italy
Tel/Fax: +39 0444 341663 
info@atlanticagalleria.it
paolo@atlanticagalleria.it 
From Wednesday to Saturday 4.00 p.m. – 7.00 p.m.

Claudio Borghi Aquilini – Investire nell’arte

10 Apr

Ho conosciuto personalmente Claudio Borghi e l’ho incontrato in diverse occasioni, per lo più a inaugurazioni di mostre, ma non avevo ancora letto il suo libro, uscito a gennaio 2013 per i tipi della Sperling & Kupfer. Si chiama Investire nell’Arte e presenta un’attenta analisi dei meccanismi che regolano il mercato dell’arte contemporanea. Borghi è economista ed editorialista (scrive tra l’altro su Il Giornale) ma, soprattutto, insegna Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il suo punto di vista è, dunque, quello dell’attento studioso, capace di integrare la formazione finanziaria con le conoscenze umanistiche che impone la passione per l’arte.

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Di solito, i saggi che trattano argomenti analoghi sono poco attraenti, si dilungano in statistiche e analisi strutturali che interessano solo gli addetti e soprattutto sortiscono l’effetto di scoraggiare anche coloro che, sebbene a digiuno di informazioni sarebbero timidamente interessati ad avvicinarsi all’arte contemporanea in un’ottica di investimento. Il libro di Borghi è, invece, di quelli buoni, che sanno raccontare le cose con dovizia di dettagli, ma con una scrittura piacevole e divulgativa, adatta a tutti. Anche per me, che sono un critico d’arte e, dunque, un “insider”, Investire nell’Arte costituisce non solo un utile ripasso, ma anche una miniera d’informazioni cui abitualmente, anche chi fa il mio lavoro, non ha accesso immediato.  La premessa del saggio di Borghi è che oggi l’arte è ormai considerata globalmente un asset class, cioè un settore d’investimento anche per gli istituti bancari, che spesso includono nella propria offerta, proposte di Art Advisoring per i propri clienti. Mentre i mercati finanziari mostrano picchi di sofferenza, il mercato dell’arte continua a registrare nuovi record grazie alle vendite delle principali case d’asta Sotheby’s e Christie’s.

Fin qui tutto bene, dunque. Peccato che l’Italia sia in grave ritardo rispetto ai mercati internazionali anche in questo settore. Borghi ci spiega, infatti, che da qualche anno il mercato dell’arte sta cambiando, forse anche per effetto del nuovo e competitivo ruolo delle case d’asta rispetto alle gallerie, dove tradizionalmente il collezionista si recava ad acquistare opere d’arte. Oggi, la circolazione delle informazioni sui prezzi e le valutazioni delle opere non sono più un segreto riservato a una cerchia di pochi iniziati. I cataloghi d’asta e i listini con i prezzi di aggiudicazione degli incanti sono ormai disponibili nei siti delle case d’asta e nelle rubriche di economia dell’arte, presenti nelle pagine di molti mensili e quotidiani. Il web riveste un ruolo essenziale nella diffusione di tali informazioni, permettendo al collezionista di valutare meglio l’acquisto di un’opera, ma soprattutto di scegliere a quale rivenditore rivolgersi. I galleristi, messi alle strette dal moltiplicarsi dell’offerta, corrono ai ripari. I più svegli potenziano la comunicazione via web e sulle testate di settore, partecipano a fiere nazionali e internazionali, insomma moltiplicano la propria visibilità e le occasioni di vendita. I margini, però, continuano a ridursi e l’Italia, nel frattempo, non fa nulla per essere più competitiva e così ci ritroviamo a fare i conti con paesi comunitari che offrono migliori condizioni fiscali (in Germania l’IVA è al 7%).

borghi_fermataCon questo libro, che non ha la pretesa di suggerire nomi sui quali investire, Borghi ci accompagna in un viaggio tra le pieghe del sistema artistico, evidenziando le zone opache e i punti di criticità, ma offrendo anche spunti di riflessione e informazioni utili. Il suo è un itinerario che forse non ha l’allure esotica del saggio di Sarah Thornton (Viaggio nel mondo dell’arte in sette giorni, Feltrinelli), ma che comunque ci fornisce un affresco del panorama nostrano, elencando tutti i player del settore, dalle gallerie alle fiere, dalle aste alle televendite, dalle riviste ai portali e ai forum online, arrivando a illustrare tre possibili approcci (astrattismo italiano, arte italiana degli anni Novanta, arte internazionale) per costruire una collezione d’arte e soprattutto trarne gli eventuali vantaggi.

Quando spendere? Dove acquistare? Come scegliere tra artisti storicizzati, emergenti e contemporanei? Come valutare l’impatto sull’acquisto dei diritti di seguito e delle commissioni delle case d’arte? A questo e molto altro ancora risponde l’autore, in un libro, accompagnato da una dotta prefazione del finanziere e collezionista Francesco Micheli, che si rivela uno strumento fondamentale per chi vuole avvicinarsi a questo tipo d’investimento.

Dettagli del libro

Titolo: Investire nell’arte
Autore: Claudio Borghi Aquilini
Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Saggi
Data di Pubblicazione: Gennaio 2013
ISBN: 8820054094
ISBN-13: 9788820054090
Pagine: XIX-201
Formato: illustrato, brossura
Prezzo: 17,90 euro

SILVIA VIGANÒ – PSYKEDELIC CIRCUS

3 Apr

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A cura di Ivan Quaroni

4 – 28 aprile 2013

BIM SUISSE

Banca Immobiliare Suisse, Contrada Sassello 10 | Lugano (Svizzera)

Ingresso libero

Vernissage 4 aprile 2013 ore 18.30

dal Lunedi al Venerdi – h. 8.30-17.30

Una, nessuna, centomila.  Silvia Viganò, giovane artista classe 1978, non dipinge le sue tele, piuttosto le illustra, ricamandole con malizia: i suoi quadri sono una vera e propria giungla di colori, sogni, fantasie, amori e sapori ammalianti e accattivanti. Le sue donne, o più corretto sarebbe dire la donna che si ripete costantemente in ogni suo dipinto, annuncia un mondo di seduzione sofisticata così come appartiene all’immaginario dell’artista.

“Psykedelic Circus” è il titolo del progetto espositivo itinerante che inaugura giovedì 4 aprile presso gli spazi espositivi della Banca Intermobiliare Suisse in Contrada Sassello 10 nel cuore di Lugano, e che rimarrà aperta al pubblico sino al martedi 30 aprile.

Organizzata da Arte Ipse Dixit e Banca Intermobiliare Suisse, curata dal curatore e critico d’arte Ivan Quaroni, “Psykedelic Circus” invade l’immaginario collettivo di ognuno di noi, per il semplice fatto che il patrimonio iconografico che Silvia Viganò propone riesce magicamente a entrare in connessione con ogni generazione, non solo quello delle teenager. Infatti, se quando si parla di Silvia Viganò è strettamente necessario declinare il tutto al femminile, resta lampante la capacità dell’artista di attirare l’attenzione di tutti noi.

Scrive Ivan Quaroni in catalogo: “Silvia Viganò costruisce i suoi dipinti come fossero tessuti cangianti o arazzi stroboscopici, capaci di catturare immediatamente l’attenzione del pubblico […]Silvia Viganò dipinge prototipi femminili dai tratti infantili e, di fatto, le sue donne dagli occhi grandi potrebbero essere le naturali discendenti delle Bratz e delle Winx, delle Monster High e di Emily the Strange, bambole ed eroine dei cartoon”.

Ma l’universo primitivo e infantile dei cartoni (ri)visitati dall’artista viene arricchito da una stesura fashion di ogni racconto pittorico. Silvia Viganò, cresciuta con una grande passione per la moda, l’arte ed il design, ha prima studiato presso il liceo artistico di Desio per poi laurearsi all’ Istituto Marangoni  di Milano in fashion design, lavorando in seguito nel mondo della moda e creando anche una propria linea di t-shirt. Ne consegue che la sua pittura di quel mondo ne è intrisa in maniera maliziosa, intelligente, acuta.

Occhi grandi e ammiccanti, vestiti, gioielli, borsette, cappelli, trucchi e posture che assumono le donne-dive di Silvia Viganò tradiscono ampiamente un fascino per un mondo da lei amato, e che ora l’aiuta a parlare al pubblico con grande ironia, ma senza alcun appunto di critica sociale. Le declinazioni cromatiche di Silvia, giocate tutte su toni brillanti, parlano chiaramente di una pittura altamente emozionale, che non propone e non rimanda a significati reconditi o a segreti inaccessibili.

Silvia è diretta, semplice, tocca con leggerezza l’epidermide di chi guarda i suoi quadri, ma con magica grandezza fa riflettere proprio partendo da una iconografia che del riverberare sembra non volersi occupare. Nel sottile gioco di seduzione che la giovane Silvia Viganò mette in campo un ruolo determinante hanno occhiali, collane e mille altri accessori sfiziosi, ma soprattutto le labbra rosse e carnose che riempiono la scena, oltre a i vestiti che si adagiano su corpi eleganti e morbidi, rendendo le sagome femminili caratterizzate da un potere seduttivo decisamente unico.

Nel catalogo che accompagna la mostra, Viola Lilith Russi precisa: “Le opere di Viganò stuzzicano la fantasia, ingolosiscono la vista e toccano maliziosamente quelle corde percettive, che quotidianamente ritroviamo bombardate da immagini volgarizzate e impoverite […] A rendere unica la moda della pittrice sono le sfumature del sogno che regnano nel suo immaginario. Ai capi dipinti sono applicate pietre preziose della sua fantasia, strass, paillettes e brillantini a colorare di atmosfere a tinte forti mai volgari, vite misteriose dai corpi alti, elastici, flessuosi come rami d’ulivo, eleganti come betulle […] Chic e irriverenti, o divertenti e spensierate, le donne di Silvia Viganò sono padrone nel loro impero di colore. Entro i confini di ogni tela, in quello spazio al limite tra la fantasia e la bellezza mercificata, il sogno e un repertorio figlio dell’economia globalizzata, regnano bellissime e malinconiche, algide o elegantemente disinteressate”.

Silvia Viganò e le opere di Psykedelic Circus, dopo Lugano, saranno visitabili ad Hong Kong in occasione della prima edizione di Link Artfair, quindi dal 5 al 18 giugno 2013 presso la Galleria Statuto13. Inoltre l’artista sarà presente anche alla V edizione di AAM Arte Accessibile Milano dal 12 al 14 aprile presso il palazzo de Il Sole 24 Ore a Milano.

Ufficio Stampa Progetto Psykadelic Circus
Studio De Angelis, Milano    
tel.  02 324377  r.a.  info@deangelispress.it | www.deangelispress.it

 

Una decina di buoni motivi per frequentare il workshop “Manuale per gli artisti”

13 Mar

Cari amici, il workshop “Manuale per gli artisti” è un’esperienza didattico-formativa che ho affinato nel corso degli ultimi quattro anni. Dopo due edizioni tenute all’Accademia di Brera per il CRAB (Centro Ricerche dell’Accademia di Brera) e ben otto all’associazione culturale Circoloquadro di Milano, è giunto il momento di spiegare perché credo che il “Manuale per artisti” sia oggi, almeno per quanto ne sappia, l’unico strumento formativo che affronta il tema dell’approccio e dell’inserimento degli artisti nel cosiddetto Sistema dell’arte. Si tratta, infatti, di un argomento che normalmente nelle Accademie, negli Istituti d’Arte e, in generale, nel sistema didattico nazionale, non viene trattato con la dovuta attenzione e che, nel migliore dei casi, è affidato alla buona volontà di pochi insegnati illuminati, che hanno a cuore il futuro dei loro allievi.

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“Manuale per gli artisti” è un’idea nata durante uno dei miei workshop all’Accademia di Brera, incentrato sulla nascita e l’evoluzione dei linguaggi nell’arte contemporanea. Ad un certo punto, mi sono accorto che la formazione nozionistica non poteva bastare e che forse non era mai bastata. Quello di cui gli studenti avevano bisogno era di capire come funziona il mondo dell’arte fuori dall’Accademia, com’è organizzato il sistema economico dell’arte, quali sono gli attori principali, i luoghi e le norme che lo regolano. Non solo. Avevano anche bisogno di sviluppare una capacità critica e analitica nei confronti del proprio lavoro e di sapere in che modo far conoscere i frutti della loro creatività per trasformare il proprio talento e la propria passione in una “professione”.

workshop 2

Coloro che hanno frequentato i miei workshop e seguito i miei consigli, hanno potuto constatare di persona la veridicità delle informazioni che hanno ricevuto. Alcuni di loro hanno iniziato un percorso professionale partecipando a premi, concorsi, residenze per artisti e ottenendo borse di studio in Italia e all’estero, altri hanno cominciato a esporre in mostre personali e collettive in gallerie private e spazi pubblici. In pratica, hanno imparato a frequentare il sistema dell’arte e, in breve, sono diventati degli “insider”.

La mia più grande soddisfazione consiste nell’osservare che lavorando sodo, frequentando le gallerie, visitando le fiere, partecipando ai premi, viaggiando all’estero, tenendosi sempre aggiornati, continuando a studiare e soprattutto intessendo nuove e proficue relazioni con gli “addetti ai lavori”, molti studenti hanno abbandonato i limiti e i preconcetti che impedivano loro di prendere decisioni in merito al proprio futuro professionale.

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Sono certo che l’artista abbia una predisposizione, un talento innato. Si dice spesso che “artisti si nasce”. Forse è vero, ma è altrettanto vero che il talento deve essere coltivato attraverso la formazione e l’apprendimento costanti. Quanti sono gli artisti mancati, frustrati che danno la colpa dei propri fallimenti ad altri, all’accademia, al sistema, alle gallerie, ai critici e ad altri fattori esterni? Io credo, piuttosto, che “artisti si diventa”, con la volontà, la determinazione e l’esperienza, ma anche con la capacità di imparare. E’ per questo, in fondo, che ci si iscrive alle Accademie, agli Istituti d’arte, che si decide di “andare a bottega”, di aumentare le proprie conoscenze attraverso master e stage. Per imparare. L’artista è una persona che non smette mai di imparare e che, per questo, è capace di osservare il mondo da una prospettiva nuova, inconsueta. Questo tipo di artista è una risorsa per tutta l’umanità.

Ora, permettetemi di elencarvi 10 motivi per cui ritengo sia importante frequentare il workshop “Manuale per gli artisti”, 10 argomenti che illustrano in sostanza i contenuti del mio corso:

    • Il sistema dell’arte

. Com’è composto, quali sono gli attori principali. Il sistema delle relazioni che coinvolge artisti, gallerie, critici, giornalisti, musei e istituzioni. Il ruolo delle fiere e di altre kermesse in cui si concentra l’attenzione degli addetti ai lavori. Capire la logica e il funzionamento del sistema dell’arte per capire l’orizzonte entro cui l’artista deve muoversi per promuovere il proprio lavoro.

  • Il portfolio. A che cosa serve e qual è la sua utilità. Imparare a costruire e organizzare il proprio portfolio per farne uno strumento di autopromozione, ma anche e soprattutto un valido mezzo di auto-verifica, un registro della propria crescita, che come uno specchio permetta all’artista di riflettere il  proprio percorso creativo e professionale.
  • Il Curriculum espositivo. Come si struttura, quali sono le voci, come si organizza. La sua chiarezza e leggibilità, la sua estrema sintesi sono gli elementi fondamentali per garantirne l’efficacia.
  • Lo Statement. Poco usato in Italia, è invece fondamentale per presentare e descrivere chiarire le ragioni della propria ricerca artistica ed è, al contempo, il primo esercizio di analisi critica. Come si fa uno statement, quali informazioni deve contenere: la regola del “Cosa – Come – Perché”.
  • Il coefficiente. L’arte si vende. L’aspetto commerciale, scarsamente considerato nell’ambito dell’insegnamento tradizionale, è regolato da un coefficiente o chiave, ossia un indicatore numerico che serve a stabilire il prezzo (non il valore in termini assoluti) di un’opera. Da che cosa dipende, come si calcola e come cambia nel tempo. Come si regola il rapporto di vendita tra artista e galleria (e talvolta tra artista e collezionista). Le percentuali di acquisto preventivo. Il conto vendita e altri fattori.
  • La mostra. Come si organizza, quali sono gli elementi da considerare. Il ruolo della comunicazione, del critico e curatore e della galleria. La distribuzione dei compiti. Diritti e doveri che regolano i rapporti nella preparazione di una mostra.
  • La Criticality. E’ il termine con cui gli anglosassoni definiscono la capacità e attitudine critica ad analizzare una ricerca artistica non solo sul piano stilistico e formale, ma soprattutto in relazione alle motivazioni e al confronto rispetto all’attuale contesto artistico, politico e sociale. Questa capacità è misurata attraverso il confronto dialettico con gli altri partecipanti al corso. Ogni studente dovrà, infatti, impegnarsi a “leggere” l’opera degli altri studenti e, sottoporsi, a sua volta, a tale “lettura”. Si tratta di una vera e propria ginnastica dello sguardo e della mente, che abituerà l’artista a interrogarsi sulla validità di una ricerca artistica.
  • Lo studio. Studiare significa non solo tenersi aggiornati su quanto accade nell’arte contemporanea attraverso la lettura di cataloghi e saggi sull’argomento, ma soprattutto adottare l’abitudine a visitare le mostre, per avere una conoscenza diretta delle opere e delle evoluzioni che contraddistinguono lo scenario artistico italiano e internazionale. Ciononstante, lo studente riceverà  una lista di letture consigliate, che solitamente non sono contemplate nel percorso formativo tradizionale. Oltre a cataloghi e libri illustrati sull’arte contemporanea, sono consigliati saggi, romanzi e manuali su vari argomenti, dal funzionamento del sistema dell’arte contemporanea alle nuove teorie sociologiche, fino ai modelli di self help e alla psicologia del denaro. 
  • I Feed back. Oltre al confronto con gli altri partecipanti al seminario, gli studenti potranno ricevere suggerimenti e critiche da parte di critici d’arte, galleristi e artisti professionisti che di volta in volta saranno invitati a “leggere” i loro portfoli e a valutarne l’opera. Un feed back ulteriore viene dato allo studente attraverso il confronto diretto, one-to-one, con me, durante una sessione personale e dedicata.

workshop 1

Come accennavo sopra, “Manuale per gli artisti” è un workshop che si è sviluppato e definito nel tempo, uno strumento che continuerà ad affinarsi progressivamente, includendo nuovi temi e nuovi percorsi, dalla promozione dell’artista nell’epoca del web 2.0, attraverso i blog e i social network, fino all’approfondimento della psicologia del denaro e del successo.Molti dei partecipanti mi hanno confermato la validità di questo strumento con passione ed entusiasmo. Posso solo dire che anche per me è stata, e continua ad essere, un’occasione di crescita. Mi ha dato tantissime soddisfazioni e mi ha fatto conoscere molti artisti validi. Spero davvero che possa essere utile anche a voi.

Dove:

MILANO:

CircoloQuadro
Via Thaon Di Revel 21, Milano
Contatti: Cell. +39 348 5340662; Tel  +39 02 6884442
www.circoloquadro.com
info@circoloquadro.com 
 

 

Silvia Argiolas – Il giorno finisce presto

11 Mar

di Ivan Quaroni

100x150due corpi ragni , con delle geometrie nel petto , dal collo al cuore   olio e vernice spray su tela 2013-1

 

Qualsiasi esperienza profonda della mia vita è il risultato di uno sforzo costante per stimolare la mia immaginazione, ampliare i suoi limiti, apprenderne il potenziale terapeutico e trasfiguratore”.
(Alejandro Jodorowsky, Psicomagia)

 

Gli artisti progressivi, evolutivi, sono una rarità. La maggior parte di essi sviluppa una sorta di accidia intellettuale e stilistica ed spesso è incline alla ripetizione sintattica e grammaticale nel linguaggio, come pure nel modus operandi. Tuttavia, una volta in possesso di una sigla stilistica, la tendenza alla reiterazione può diventare motivo di successo oppure generare pericolose forme di stagnazione. Silvia Argiolas è, invece, una di quelle pittrici in costante trasformazione, per le quali appare convincente l’applicazione del termine “ricerca artistica”. In poco più di cinque anni, il suo linguaggio pittorico è cambiato radicalmente, muovendo da una figurazione schietta, di matrice fantastica, verso una più originale forma di espressionismo, in cui si mescolano soluzioni sintetiche e apporti gestuali, riduzioni cromatiche e progressive riformulazioni del rapporto tra forma e colore. Anche dal punto di vista tecnico, l’artista ha ampliato notevolmente la gamma dei materiali, introducendo nella tavolozza smalti, spray, carboni e inserti estranei alla tradizione della fine art, come nel caso dei gel e dei siliconi con glitter, peraltro applicati sulla tela con assoluta parsimonia. Questa sorta di “tensione evolutiva”, che qualifica l’approccio di Silvia Argiolas, contribuisce a rendere ogni nuova serie di opere un episodio unico, difficilmente reiterabile.

I lavori del ciclo intitolato “Il giorno finisce presto” si differenziano, infatti, da quelli precedenti per la presenza di grafemi e sintagmi inediti. Ad esempio, l’inserimento di geometrie sghembe nel corpo dei personaggi, l’annullamento di alcune fisionomie, in certi casi sostituite da maschere circolari, così come l’estrema rarefazione della descrizione paesaggistica e la sua riduzione a pochi, eloquenti segni, sono i cardini di una grammatica nuova che, in sintonia con le ricerche di altri artisti internazionali, tende a fondere elementi figurativi e astratti. In altre parole, sembra che nella ricerca di Argiolas, l’attenzione verso le potenzialità del linguaggio pittorico si divenuta più stringente rispetto alla necessità di una rappresentazione facilmente decodificabile. Ciò non esclude la presenza di un tema, di un racconto intorno al quale s’incardinano i motivi tipici della sua iconografia. Semplicemente, il tema resta sottotraccia, come un prerequisito, un elemento in fondo pretestuoso, sebbene decisivo a innescare l’indagine di nuovi paradigmi visivi.

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Piuttosto, osservando la progressione stilistica dell’artista nell’arco di un solo lustro, è possibile ravvisare nel climax emotivo, ossia in quell’atmosfera visionaria e sinistra che pervade le sue opere, un solido elemento di continuità. Non è, quindi, la specificità del tema a caratterizzare i diversi cicli pittorici dell’artista, ma la coerenza dell’umore, insomma del mood, come direbbero gli anglosassoni.

Silvia Argiolas si definisce un’attenta osservatrice della condotta umana, delle manie e delle ossessioni, degli slanci e dei conflitti interiori nel nostro tempo. Protagonisti delle sue opere sono personaggi ibridi, dalla sessualità indefinita, figure che incarnano pulsioni e istanze emotive, topoi psichici, più che persone in carne e ossa. Anche i suoi paesaggi, teatri di curiosi e misteriosi rituali, sono il frutto di una proiezione interiore, di una sorta di metaforica traslazione di stati d’animo. Si potrebbe dire che sono luoghi dello spirito, dove la natura incarna l’aspetto più selvaggio e inconfessabile dei moti dell’animo.Di fatto, Silvia Argiolas esprime la meraviglia del mondo, liberando energie represse o latenti. La sua pittura può essere considerata come una sorta di esorcismo, come un atto catartico che affida alla rappresentazione visiva l’alto compito di rigenerare lo spirito. Qualcosa di simile alla psicomagia di Alejandro Jodorowsky, una terapia panica, alternativa alla comune psicologia, che confonde la realtà con l’immaginazione per il tramite di una ritualità complessa, che salta gli steccati della logica razionale e attinge alle più remote e sinistre – ma anche indubitabili – verità dell’inconscio.

Il giorno finisce presto, titolo ripreso da un dramma teatrale giovanile di Ingmar Bergman, è un progetto nato da una riflessione dell’artista sulla solitudine e la noia, ma anche sul trascorrere del tempo nella dimensione dilatata della psiche, dove aleggiano inquiete larve, minacciosi spettri e mostruose figure di canidi dalle fauci spalancate. Attraverso una pittura dai toni forti e dai colori acidi, che intervalla densi grumi materici e scabre scarnificazioni, Argiolas mette in scena un dramma popolato di eroi violenti e autodistruttivi, ministri di un culto efferato, di una liturgia dissoluta, che equipara vittime e carnefici. Il suo è un teatro di crudeltà e afflizioni, declinato in una sequela di atti unici, simili, per certi versi, alle formelle medioevali con le raffigurazioni dei supplizi infernali, ma a differenza di queste, privi di ogni sottinteso moralistico. “Mi pongo di continuo domande sui comportamenti umani”, confessa l’artista, “senza però esprimere alcun giudizio, perché non voglio essere io a distinguere i buoni dai cattivi. Un compito che, al limite, lascio allo spettatore delle mie opere”. Non è un caso, infatti, che i suoi psicodrammi paiono consumarsi in un clima sorprendentemente festoso, di orgiastica comunione panica, che quasi contrasta con la truce lascivia dei personaggi.

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A dirla tutta, Silvia Argiolas dipinge antinomie che spezzano la consecutio logica del racconto per far prevalere la sintassi di un linguaggio che parla direttamente al cuore e ai sensi. E così, la geometria delle forme, l’incisività del segno, la sicurezza del gesto e l’alchimia dei colori prendono il sopravvento sui significati e i contenuti presunti dell’opera. Alla stregua di altre pittrici contemporanee – penso soprattutto all’americana Dana Schutz e all’ingese Chantal Joffe – Silvia Argiolas rivendica l’unicità del dominio operativo della pittura, la sua assoluta autonomia da ogni forma di narrazione. Si tratta di un atteggiamento fondante, che non implica necessariamente l’adesione ai dettami di un rigido formalismo. Come affermava Picasso, “Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo e ostile e noi”.[1] Ed è esattamente questo il senso ultimo della pittura di Silvia Argiolas.

 
Note

 

[1] Françoise Gilot, Carlton Lake, Vita con Picasso, Garzanti, Milano, 1965.

Giuliano Sale – Piovono Pietre

11 Mar

di Ivan Quaroni

Giuliano Sale 2013 olio su tela 100x100 cm -Can't Lose You-

Io sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in aureo stile
in cui danza il languore del sole
(Paul Verlaine, Languore)
 

Si dipinge col cervello e con le mani”. Così la pensava Michelangelo Buonarroti. Curiosamente, gli occhi non sono inclusi in questa affermazione del grande maestro rinascimentale, forse perché guardare, osservare e dunque riportare sulla tela un oggetto non è propriamente il compito della pittura. Semmai, il suo scopo è restituirci il senso di una visione che non è necessariamente mimetica, cioè fedele al dato sensibile, fenomenico. Soprattutto oggi che, per registrare la realtà è sufficiente ricorrere ad altri strumenti, tecnologicamente più precisi, come il video e la fotografia. La pittura, invece, è un medium ancora capace di sondare i territori dell’ineffabile e dell’indicibile, di restituirci il senso (talora incompiuto) di un prospetto mentale, di una costruzione astratta, immaginifica, ma che con la realtà sensibile conserva un rapporto critico. Dipingere è, in sostanza, una forma molto più assertiva di descrizione della realtà, che introduce elementi imprevisti, forme analogiche e figure metaforiche generate dal pensiero e, dunque, non mutuate dalla semplice osservazione documentaria dei fatti.

Secondo Jacques Lacan esiste una differenza tra vedere e guardare. Il filosofo francese la definisce una “schisi fra occhio e sguardo”, ossia una separazione tra il funzionamento dell’occhio e quel particolare accadimento che chiamiamo sguardo. Nella visione ottica, infatti, c’è una distanza tra l’osservatore e la cosa osservata, mentre nello sguardo c’è un coinvolgimento da parte dell’osservatore, il quale viene letteralmente assorbito dall’oggetto della visione. La pittura è il prodotto dello sguardo dell’artista proprio perché non ritrae mai l’oggetto come entità a se stante, ma la sua relazione con il soggetto percipiente.

Giuliano Sale 2013 50x50 -I'll Be Gone -

Giuliano Sale è un artista visionario perché il suo coinvolgimento con l’oggetto della rappresentazione è il dato sensibile di tutta la sua opera. Visionario, in questo caso, non significa “fantastico”, ma, appunto, fedele alla visione, cioè a quell’esperienza immersiva di fusione tra soggetto e oggetto. Giuliano Sale parte dalla realtà, da una corretta conoscenza della morfologia delle forme e dell’anatomia umana. Tutti i suoi soggetti – paesaggi, alberi, pietre, case, persone – sono verosimili, plausibili dal punto di vista ottico, ma le atmosfere, le circostanze (perfino le leggi fisiche) sono il prodotto di un’interpretazione, di una trasformazione prima cerebrale e poi manuale della realtà. Sale dipinge col cervello e con le mani perché non è un ritrattista e nemmeno un paesaggista, ma un distopico inventore di mondi. Nel suo DNA è lecito rintracciare i geni del Simbolismo, del Realismo Magico e della Nuova Oggettività, da cui derivano lo stile nitido, quasi scultoreo, e la predilezione per atmosfere enigmatiche e crepuscolari. Eppure, nonostante gli evidenti tributi alla pittura tardoromantica e a quella italiana e tedesca tra le due guerre (Valori Plastici e Neue Sachlichkeit), Giuliano Sale non è un artista anacronista, perché la sua visione è radicata nel presente e, anzi, si configura come l’assalto a “un tempo devastato e vile”, in cui l’umanità attraversa una crisi d’ideali e valori senza precedenti. Fulcro di Piovono pietre è, a suo dire, “la triste e in qualche modo ineluttabile parabola terrena dei vinti, l’incedere lento e faticoso di un destino che si compie, poiché anche la fine, per questi eroi sconfitti, è ardua e penosa”. La loro presenza è, infatti, ridotta all’osso, come fagocitata dai luoghi impervi e dai paesaggi inospitali, dove penetra una luce fredda, fioca come un pallido raggio lunare. Le loro azioni sono prive di scopo e senso, come per effetto di gestualità compulsiva e meccanica, di una fisiologia funerea da revenant. Dominano, invece, scorci di paesaggi capovolti, panorami alieni, sottoposti a improvvise inversioni di scala, sintomi di una perdita di orientamento che rovescia ogni bussola interiore, preludendo alla formazione di una nuova geografia apocalittica, dove le leggi della fisica tradizionale si sciolgono in una sinistra, straniante allucinazione spazio-temporale.

Giuliano Sale 2013 100x100 olio su tela -raining stones-

Piovono pietre è il titolo di un celebre film di Ken Loach, cineasta cantore delle vicende working class britannica, ma l’artista si riferisce piuttosto al proverbio inglese secondo cui “quando piove sui poveri, piovono pietre”. E’ noto, infatti, come la miseria, soprattutto in questi tempi di crisi, si abbatta sui reietti e gli sconfitti, sugli emarginati che occupano i gradini più bassi della scala sociale. Per Giuliano Sale la schiera dei vinti si allarga a comprendere una fetta sempre più vasta di umanità, diventa addirittura metafora di una condizione di decadenza cronica, che prelude a un’imminente estinzione della specie. Per questo, l’opera dell’artista, che si autodefinisce un pessimista catastrofico, assomiglia alla prefigurazione di un universo morente, colto nella sua fase estrema, terminale. Nei suoi paesaggi desolati, trafitti da piogge meteoritiche, costellati d’imponenti macigni, la fine del mondo coincide con la caduta dell’umanità.  Sotto cieli plumbei, nel sussultante ansito del pianeta, sorgono soli neri come la pece e lune gemelle tra le coltri di nero fumo. Le case, un tempo simbolo di stabilità, ultimo rifugio accogliente, sono divenute scheletri di una tramontata civiltà, architetture precarie, reliquie semisommerse dalle acque, minacciate da pendenti monoliti. Giuliano Sale immagina una realtà in frantumi, uno scenario rovinoso in cui si aggirano sparute ed esili figure. Sono paesaggi ipotetici, al limite dell’astrazione, sovente risolti con l’utilizzo di una tavolozza dominata da toni cupi, da antraciti fossili, terre bruciate e blu quasi metallici. “Il colore blu, in particolare, assume per la prima volta un significato nelle mie opere”, racconta l’artista, “un colore freddo, che da forma alle cose e che, in un certo senso, allude a uno stato di distacco emotivo”. In dipinti come Soulside Journey, Raining Stones e World Coming Down, il paesaggio sembra pietrificato in una sorta di siderale immobilità, mentre in The Woods Blue Uncertain, il cobalto del bosco si avvolge intorno a un nucleo di vivido carminio, suscitando l’impressione di un vulcano in procinto di esplodere. Il colore è per Giuliano Sale uno strumento di espressione del mood emotivo, che egli declina sulle sue tele con puntiglioso raziocinio. Ogni dipinto ha, infatti, una dominante cromatica, come nel caso di To Late Frozen, Push the Sky e Where the Cold Wind Blow, dove il nero gioca un ruolo essenziale, o di Can’t Lose You, strutturato come una progressione di strisce cromatiche orizzontali, dalla terra della spiaggia all’azzurro del mare, fino al bianco delle nuvole e al bruno dell’enorme masso che proietta un’inquietante ombra sulle due piccole figure di bagnati. Can’t Lose You è anche uno dei dipinti più significativi dell’ultimo Giuliano Sale, immagine emblematica di un pericolo incombente e, insieme, perfetta allegoria della fragilità umana.

 

Statements 2013

7 Mar

CIRCOLOQUADRO

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Via Thaon Di Revel 21, 20159 Milano

presenta

Statements 2013

a cura di Ivan Quaroni

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Inaugurazione: mercoledì 20 marzo, h. 18.30

Testo di Arianna Beretta

Terminata la terza edizione del Manuale per artisti, workshop ideato e curato da Ivan Quaroni, e giunti alla sua mostra finale, si rende necessaria una riflessione su questa esperienza didattica che ormai da due anni occupa, e arricchisce, lo spazio di Circoloquadro.

Vogliamo partire da una frase ripetuta e molto spesso utilizzata in modo inappropriato, “artisti si nasce”. Pare che basti avere intuizione e una buona dose di creatività per essere artisti. Ma è davvero così? Artisti si nasce? Certamente inclinazione e attitudine sono fondamentali. Ma serve altro.

È necessario comprendere che l’artista è un professionista. “Fare l’artista” è un lavoro e quindi bisogna prepararsi, sapere di cosa si tratta, quali sono le dinamiche del sistema economico in cui ci si andrà a inserire.

In questo senso bisogna essere razionali e obiettivi e spogliare l’essere artista e l’opera d’arte della loro aura; troppo spesso si pensa all’atto creativo come finito in sé e all’opera d’arte come un prodotto squisitamente intellettuale da ammirare in mostra. È giunto il momento di comprendere finalmente che si tratta di un lavoro. Lavoro che porta alla realizzazione di un prodotto che deve entrare in un circuito e che deve essere venduto.

Nei secoli passati i pittori andavano a bottega: lì imparavano non solo a conoscere le tecniche artistiche e il lavoro dei colleghi, ma anche la gestione delle relazioni e dei rapporti con i committenti. Le tavole nascevano dettate dalle esigenze dei mecenati che imponevano soggetti, pose e colori, più o meno preziosi a seconda del loro costo. Le opere d’arte venivano ammirate per la loro bellezza e ostentate nella loro magnificenza. Oggetti di lusso.

Con l’andare del tempo l’opera d’arte si è caricata sempre più di un’aura quasi mistica per cui la bellezza, l’atto creativo, la genialità della creazione bastavano. E ingenuamente ancora oggi molti credono che l’opera d’arte in sé abbia un puro valore intellettuale, ma sappiamo bene che l’oggetto artistico ha anche un valore economico.

Le Accademie servono senza dubbio per fornire una preparazione tecnica, e a volte storica, ma, come per tutta l’Università italiana, questo non basta certamente a prepararsi per affrontare il mondo del lavoro.

I Maestri che escono dalle Accademie di Belle Arti raramente riescono a capire quali sono le regole e le dinamiche che regolano il settore dell’arte contemporanea. Ecco perché allora questo workshop.

Artisti si nasce, certo. Ma serve anche una preparazione professionalizzante. Come ci si prepara al lavoro dell’artista? Bisogna sapere come funziona il sistema della gallerie, come si gestiscono i rapporti con i galleristi, come ci si presenta al meglio, insomma come muoversi.

Il workshop, oltre a fornire una risposta a queste domande, va a coprire alcune lacune che spesso i giovani artisti hanno, non per ignoranza, ma semplicemente per inesperienza.

Manuale per artisti come una bottega medievale?

Il paragone fa sorridere, ma il workshop offre, insieme allo sviluppo di una capacità critica verso il proprio lavoro maturato grazie al confronto continuo e costante tra i partecipanti e gli ospiti che sono intervenuti alle lezioni, la possibilità di acquisire conoscenze preziose per chi desidera inserirsi nel sistema dell’arte così da perfezionare la propria formazione professionale.

(Arianna Beretta)

Matias Sanchez – Caóticos

6 Mar

a cura di Ivan Quaroni

20 Marzo – 4 Maggio 2013

Inaugurazione Mercoledì 20 Marzo 2013 ore 18,00

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Parafrasando David Hockney è iniziata l’era post-fotografica dopo anni in cui il nostro sguardo, lungamente condizionato dall’inquadratura della macchina fotografica, aveva ristretto il campo visivo, rendendoci interassati solo a ciò che rientrava nell’inquadratura e non a quello che stava al di fuori.

Matias Sanchez sembra aver condiviso questa riflessione, infatti, nell’ultima serie di quadri in esposizione presso la nostra galleria, i personaggi rappresentati sono dei reietti umani che ci aiutano, simbolicamente, a spostare lo sguardo ai lati dell’inquadratura: il contesto sociale in cui vivono e la ruralità di alcune scene, che fanno parte di uno stile di vita molto lontano dalla nostre metropoli; oppure nell’ironia dei suoi ritratti che rasentano la realtà.

Per la rappresentazione dei personaggi e delle scene, prende spunto da uno stile di vita tipicamente bohemienne, fatto di attori, cantanti, ballerini, picnic all’aperto e feste campestri. Le figure sono rappresentate singolarmente o in scene corali, in cui, nella confusione della raffigurazione, si percepisce sempre la ricerca di un’impostazione scenica classica, quasi rinascimentale. Le opere sono olii su tela, dove la matericità della pittura invade tutta la superficie avvicinandole all’astrazione, ma non c’è solo questo, citando Ivan Quaroni dal testo all’interno del catalogo, Matias Sanchez “… ha metabolizzato il linguaggio della street art e della pittura muralista, così come si è appropiato di elementi di sintesi tipici dell’illustrazione e del graphic design, compendiandoli con frequenti riferimenti al linguggio espressionista… “.

In un perfetto melting pot culturale, l’artsita spagnolo unisce temi d’annata a espressioni artistiche contemporanee, lasciando lo spettatore ammaliato o confuso dal caos ipermaterico della sua pittura.

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COSTANTINI Art Gallery
Via Crema, 8 – 20135 Milano – Tel/Fax. +39 02 87391434
costantiniartgallery@gmail.comhttp://www.costantiniartgallery.com
Orario galleria : 10,00-12,30; 15,30-19,30 – chiuso lunedì mattina e festivi
Come arrivare : MM3 Porta Romana – Tram 9 – Bus 62 

Claus Larsen – Grand Tour

26 Feb

a cura di Ivan Quaroni

Atlantica Arte Contemporanea
via Piave 35, Altavilla – Vicenza

1° marzo – 28 marzo 2013

Inaugurazione venerdì 1° marzo 2013 h. 18.00

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La galleria Atlantica Arte Contemporanea presenta Grand Tour, mostra personale dell’artista danese Claus Larsen patrocinata dall’Ambasciata di Danimarca.

Per l’occasione, l’artista presenta una ventina di nuove opere, tra oli su tela e su tavola, tempere all’uovo su carta, con l’aggiunta di due litografie con interventi serigrafici in tiratura limitata.

Il Grand Tour, viaggio compiuto dai giovani dell’aristocrazia europea continentale a partire dal XVII secolo, compare, come termine, per la prima volta sulla guida The Voyage of Italy di Richard Lassels, edita nel 1670. Claus Larsen immagina un nuovo tipo di Grand Tour, una sorta d’immaginario itinerario metalinguistico che attraversa la Storia e la Geografia. Un viaggio a volo d’uccello, verrebbe da dire, nel senso che le più varie specie aviarie sono le dirette protagoniste delle sue opere, stilisticamente sospese tra Surrealismo e pittura di genere, tra citazionismo colto e levità pop.

Laureato in Medicina e chirurgia, con un curriculum d’illustratore scientifico (è autore e illustratore dell’Anatomia Artistica pubblicata da Zanichelli nel 2007) e una conclamata passione per la pittura rinascimentale, Claus nn è uno di quegli artisti capaci di ripercorrere la storia dell’arte a ritroso, interpretandone le tappe con uno sguardo nuovo e sognante, che traduce le suggestioni del passato in una grammatica fantastica di stringente attualità.

Come altri pittori del nostro tempo – da John Currin a Neo Rauch, Glenn Brown a Mark Ryden – Claus Larsen dimostra di aver profondamente compreso la lezione dei maestri. Non solo. Con la meticolosa acribia di un alchimista, ha imparato a preparare i colori alla maniera degli antichi, usando pigmenti naturali con i quali fabbrica tempere all’uovo e olii artigianali. Il suo non è un semplice espediente tecnico e nemmeno il capriccio di un pittore erudito. I colori vividi e brillanti dei suoi dipinti ottenuti proprio grazie a quelle tecniche, contribuiscono a creare una pittura ad altissima definizione, fatta di giochi ottici e trappole per lo sguardo. Non è un caso, infatti, che Claus Larsen sia anche un esperto di grafica tridimensionale, un tecnico digitale, stregato dalla più antica delle pratiche manuali. Distorsioni visive ed effetti paradossali degni di Escher sono, infatti, il fulcro intorno al quale l’artista declina molte delle sue immaginifiche visioni, sovente ambientate in un rigoglioso teatro naturale.

L’approccio di Larsen alla pittura è quello tipico dell’umanista, con competenze scientifiche che spaziano dalla chimica all’ottica, ma che integrano anche la conoscenza della storia dell’arte con un interesse, tutto contemporaneo, verso l’affabulazione e la fantasmagoria. Larsen è, infatti, un surrealista dei nostri tempi, un enigmista dell’immagine con una particolare predisposizione per l’allusione e la metafora, ma anche per l’affabulazione e la sovversione dei significati. Le sue opere suggeriscono sempre livelli multipli d’interpretazione.

Le opere di Grand Tour, popolate di pinguini, anatre, oche, pappagalli e germani reali che percorrono il globo lungo traiettorie imperscrutabili, compongono, in definitiva, l’affascinante racconto di un pellegrinaggio simbolico. Il volo degli uccelli diventa, allora, metafora di un nomadismo interiore che ci conduce, attraverso il groviglio delle metamorfosi estetiche e la fitta trama d’illusioni ottiche, verso le remote sorgenti dell’ineffabile e dell’indicibile. Quel luogo di segrete epifanie e turgide apparizioni che, a causa di un vocabolario limitato, ci ostiniamo a chiamare fantasia.

BIOGRAFIA

Claus Larsen nasce a Copenaghen nel 1954, giovanissimo si avvicina al mondo dell’arte e allo studio della pittura e già dal 1976 inizia la sua collaborazione con alcune gallerie della sua città. Contemporaneo è l’interesse per lo studio della medicina e nel 1987 completa i suoi studi e consegue la Laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Copenaghen. Si trasferisce in Italia a Milano per lavorare come illustratore medico/scientifico, sintetizzando in perfetta sintonia gli elementi acquisiti nel corso del suo percorso formativo. Dagli anni ‘90 in poi numerose e importanti sono le docenze a livello universitario nelle sedi di Milano, Bologna, Lucerna e Zurigo. Nel 2007 la pubblicazione con la casa editrice Zanichelli del testo “Anatomia artistica”, un volume che sfrutta la tecnologia digitale, ovvero la grafica tridimensionale. Il libro, con i suoi modelli virtuali volumetrici ed estremamente realistici, permette di ispezionare facilmente l’anatomia del corpo da vari punti vista. Dal 2007 al 2013 è presidente dell’AEIMS, l’Associazione Europea degli illustratori medici e scientifici e dal 2009 inizia la sua attività espositiva in Italia e all’estero con realtà affermate nel sistema dell’arte.

Moscow Times, Estetica e potere nella Russia Contemporanea

25 Feb

Moscow Times

Estetica e potere nella Russia Contemporanea

Ivan Quaroni


La verità è che non impariamo mai dalla Storia. Non abbiamo memoria, ci dimentichiamo di tutto, perfino del passato più recente. Non riconosciamo i sintomi, ci sfuggono i meccanismi, le modalità e perfino l’evidenza con cui certi fenomeni tendono a ripetersi. Per nostra sfortuna, si tratta sempre degli eventi peggiori, di quelli che generano la maggiore quantità d’infelicità e che, quasi necessariamente, diventano oggetto di una sorta di rimozione collettiva. Con il progetto Moscow Times, Piepaolo Koss – coreografo, performer e artista visivo, da sempre impegnato nell’indagine sul corpo umano come metafora delle modificazioni del potere sociale e politico nella società contemporanea – pone al centro della sua opera il problema del tempo e della memoria. Koss cerca di esorcizzare l’evenienza di una nuova forma di amnesia generalizzata attraverso l’analisi del linguaggio estetico e massmediatico della Russia odierna. Una nazione che l’artista ha potuto osservare (e anche amare) da vicino, grazie a numerosi soggiorni, compiuti in un arco temporale che si estende tra la fine dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e l’instaurazione del nuovo corso politico, definito da alcuni come una sorta di “democratura”, neologismo composto dalla crasi tra i termini democrazia e dittatura. Con 17.075400 chilometri quadrati di superficie e oltre 140 milioni di abitanti, la Federazione Russa dell’era di Vladimir Putin costituisce un esemplare esperimento socio-politico, in cui contraddizioni e antinomie si manifestano tramite un’inedita convergenza di nostalgie zariste, nazionalismo sovietico, rinato afflato cristiano-ortodosso e rigurgiti xenofobi di marca neonazista. Il tema della memoria e il problema della ricostruzione di un’identità collettiva sono, dunque, elementi cardine per comprendere il processo di trasformazione di questo immenso territorio, dove la percezione del tempo, con i suoi pendolari oscillamenti tra passato, presente e futuro, gioca un ruolo fondamentale. Mosca, che nel 1991 celebrava le esequie dell’impero sovietico ammainando definitivamente la bandiera rossa sulla torre del Cremlino, è oggi la città simbolo di questa trasformazione, l’epicentro di un potere che combina, in egual misura, autoritarismo e fascinazione glamour, modernismo e propaganda, elementi che si riflettono nel gigantismo architettonico dei nuovi grattacieli di Putingrad. Perché, come spiega Leonardo Coen[1], ex corrispondente da Mosca e tra i fondatori del quotidiano La Repubblica, la città è divenuta Putingrad, il luogo fisico (e metafisico) in cui il presidente Vladimir Vladimirovic Putin è riuscito a mettere in atto il suo capolavoro politico: un’incredibile sintesi di liberismo economico e dirigismo statalista, ultranazionalismo e grandeur imperiale.   Moscow Times è un progetto che raccoglie video, fotografie e performance realizzati tra il 2005 e il 2012 e strutturati in un percorso che ci accompagna, attraverso vari cicli di opere, tra le maglie di un’identità collettiva alla disperata ricerca di una ricomposizione. Ma Moscow Times, titolo che allude al più diffuso tabloid in lingua inglese della capitale, è anche una ricognizione tra le tensioni e contraddizioni della Russia contemporanea e, insieme, una dettagliata analisi dei codici estetici e politici della propaganda putiniana, che utilizza in maniera strumentale e demagogica la memoria del passato. Il video Blood Memory (2011), girato all’interno del sacrario di Stalingrado, l’odierna Volgograd, potrebbe costituire la prima tappa di un ideale viaggio nella memoria del popolo russo. Il mausoleo, situato sulla collina Mamaev Kurgan, commemora la battaglia di Stalingrado, la più sanguinosa della Seconda Guerra Mondiale, in cui persero la vita due milioni di persone. Le immagini scorrono lente su particolari del complesso monumentale come la colossale statua della Madre Patria (alta 85 metri), costruita per ordine di Stalin per celebrare la vittoria russa sui nazisti. Le riprese di Koss, incorniciate in un perimetro circolare simile all’obiettivo della macchina fotografica, si soffermano sul carattere simbolico ed evocativo di questi monumenti, che appaiono immersi nella nebbia del tempo. Attraverso la grana e il taglio delle immagini, l’artista sembra voler evidenziare il carattere selettivo, e dunque arbitrario, della memoria, con il suo inevitabile carico emotivo e sentimentale. Eppure, la memoria nella Russia contemporanea è, simultaneamente, oggetto di recupero e di rimozione, come dimostra il video Made in Moscow (2007), che alterna le riprese dell’ultimo cambio della Guardia d’onore, eseguite dall’artista stesso alla mezzanotte del 27 febbraio 1992 davanti al Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, alle più recenti immagini della Mosca putiniana del 2007, dove, per la ricorrenza dei 90 anni dalla Rivoluzione, venne sbarrato l’accesso al mausoleo di Lenin per impedire ogni manifestazione nostalgica. Koss evidenzia qui il carattere sclerotico del potere di Putin, che dopo la caduta del Socialismo Reale, nel caos sociale seguito alla spartizione delle ricchezze dello stato e all’ascesa delle organizzazioni mafiose, si propone come salvatore della patria e dunque come unico idolo da celebrare. La questione della salma di Lenin, che in quel 2007 la Duma deliberava di rimuovere dalla sua sede naturale, diventa quindi il segno del revisionismo storico del nuovo Zar, che, all’epoca, preferiva recuperare l’immaginario simbolico dei Romanov, forse più congeniale all’instaurazione di un sistema autocratico di stampo assolutista, salvo poi ricredersi cinque anni dopo, equiparando il Mausoleo di Lenin alle sacre reliquie del Monte Athos. Al caso della salma del Padre della Rivoluzione d’Ottobre sono dedicate anche le stampe inkjet su carta Kodak (Lienin, 2007), in cui Pierpaolo Koss visualizza, con un curioso mix stilistico, in bilico tra arte pop e propaganda di regime, il corpo mummificato di Vladimir Ilic all’interno del sarcofago. Una straordinaria testimonianza del nuovo ordine politico russo è rappresentata dalle riprese ufficiali della cerimonia d’insediamento alla presidenza di Putin dell’aprile 2012, utilizzate dall’artista nel video Ras-Putin[2](2012), a dimostrazione di come l’evento somigli più a una sacra liturgia d’incoronazione che alle formalità di riconoscimento di un’alta carica dello stato di un paese democratico. In questo lavoro, Koss si attiene in massima parte al materiale originale, che costituisce un saggio dell’efficacia estetica e comunicativa della propaganda putiniana, equiparata, come suggeriscono le immagini introduttive, a un meccanismo a orologeria perfettamente sincronizzato. L’artista interviene soprattutto sul tempo, con opportuni tagli, velocizzazioni e rallentamenti delle immagini e con la sovrapposizione di simboli come la corona e l’aquila imperiale dei Romanov durante il giuramento del Presidente sulla nuova costituzione russa. Le riprese ufficiali, invece, sono il dato più eloquente e sorprendente del video, realizzato, alla presenza di duemila invitati selezionati, in un Cremlino presidiato da migliaia di soldati. Il rito dell’assunzione del terzo mandato presidenziale di Vladimir Vladimirovich Putin, somiglia a una lunga sfilata lungo le sale d’onore dell’antica fortezza medievale, fra gli applausi scroscianti dei convitati, in un’atmosfera di pomposa magniloquenza, fitta di rimandi alla Russia imperiale (le uniformi da parata del 1812, usate sotto lo Zar Alessandro I, vincitore di Napoleone e dei francesi), ma anche a quella socialista (le risonanti note dell’inno nazionale, rimasto sostanzialmente invariato dai tempi dell’Unione Sovietica) e, infine, ortodossa (con la presenza in prima fila del benedicente Patriarca Cirillo). Sono tutti segni che, come asserisce Walter Lippman, giornalista statunitense che coniò i termini guerra fredda e fabbrica del consenso, “hanno un carattere tale da essere riconosciuti e compresi senza la necessità di un reale sguardo alla sostanza del problema.[3] Da studioso della propaganda, Lippmann suggeriva di gestire il rapporto tra l’autorità e la popolazione (o il pubblico) attraverso la fruizione di segni di natura semplice, capaci di colpire emotivamente la collettività e di condurla alle stesse conclusioni che gli esperti avevano precedentemente elaborato per via razionale. Come si evince dal video di Koss, Putin non solo mette in pratica le teorie propagandistiche di Lippmann, ma intuisce che per mantenere la propria leadership deve necessariamente attuare un processo di sintesi delle diverse anime del popolo russo. Processo che prevede, da una parte, l’intensificazione dei sentimenti collettivi, dall’altra, una parallela degradazione e banalizzazione dei significati. Nel video Parade (2012), anch’esso basato sui filmati ufficiali, ripetutamente trasmessi dalla televisione russa, si assiste alla parata del V-Day del 9 maggio 2012, celebrazione della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale, svoltasi in una Piazza Rossa stracarica di simboli patriottici, tra cui la falce e il martello sovietici. Per l’occasione sfilano davanti al palco d’onore su cui siedono Putin e il suo delfino Dmitrij Medvedev e alla presenza dei veterani, 14.000 soldati appartenenti ai vari corpi delle Forze Armate e circa 100 mezzi pesanti, tra cui i missili Topol, i carri armati T-90, gli Iskander e gli S-400 Triumph. La parata è una chiara esibizione della potenza militare russa, costata all’amministrazione comunale circa 4 milioni di dollari, con un massiccio dispiegamento di agenti delle forze dell’ordine e un pubblico selezionato per fare da sfondo a quella che, a tutti gli effetti, assomiglia a una studiatissima coreografia collettiva. Con un abile montaggio e una colonna sonora affidata a marziali ritmi heavy metal, Pierpaolo Koss alterna le inquadrature panoramiche di sterminate masse di soldati marcianti in formazioni rigidamente inquadrate con i volti solenni dei veterani sovietici e del pubblico che assiste alla manifestazione. Sono immagini dominate da un’atmosfera quasi irreale, che evoca i fasti cinematografico-propagandistici della Leni Riefensthal di Triumphs des Willens. Per il nuovo Zar, appena insediato per la terza volta alla Presidenza della Federazione, il V-Day è l’occasione per lanciare un ambiguo messaggio di politica estera, che proclama la necessità di rafforzare la sicurezza mondiale e rispettare il diritto internazionale e la sovranità di ogni stato per evitare il ripetersi di tragedie belliche. Fuor di metafora, quel che Putin afferma è, piuttosto, il diritto da parte della Russia di armarsi per riaffermare la propria potenza nello scacchiere internazionale. Se Parade racconta la strumentalizzazione del passato stalinista da parte della propaganda putiniana, la videoinstallazione Putingrad (2012) testimonia la sua propulsione modernista e futuribile, incarnata in quella che Koss non esiterebbe a definire una “geografia emozionale”, ossia la city moscovita, con i suoi grattacieli avveniristici ricoperti da una pervasiva segnaletica pubblicitaria. Le immagini proiettate su due schermi, nelle versioni blu e rossa (colori della bandiera nazionale russa), mostrano il tragitto di Putin dal Palazzo del Governo – dove ha ricoperto il ruolo di Primo Ministro tra il 2008 e il 2012 – fino al Cremlino – dove torna nelle vesti di presidente (dopo gli incarichi del 2000-2004 e del 2004-2008), con un nuovo mandato di sei anni che, se riconfermato nella prossima legislatura, farà di lui il più longevo leader russo dopo Stalin. Il percorso dalla scorta presidenziale per le vie sgombre di una Mosca metafisica e surreale è soprattutto un viaggio simbolico, la metafora della fulminante ascesa al potere di Putin, iniziata nel lontano 1975 come membro del KGB, poi culminata nell’assunzione nel 1998 della direzione dell’FSB (una delle agenzie che successero allo scioglimento dei servizi segreti sovietici) e nel 1999 del ruolo di Primo Ministro sotto il Governo Eltsin. L’immagine di una patria forte, moderna e glamour offerta dal nuovo zar, contrasta, tuttavia, con le tensioni che agitano la società russa dall’interno, all’indomani del crollo dell’ideale sovietico. La guerra in Cecenia, così come il dilagante razzismo nei confronti di neri e caucasici e la conseguente diffusione di organizzazioni neonaziste nelle frange più giovani della popolazione, sono questioni che l’artista affronta nei video e nelle performance realizzate tra il 2004 e il 2006. Burning Borders (2004), video che documenta una performance e un’installazione realizzati da Koss alla MARS Galllery di Mosca, allude, infatti, alla questione delle guerre nei territori di confine dell’ex Unione Sovietica. Durante la performance, che si svolge in un ambiente buio, rischiarato da immagini di violente eruzioni vulcaniche, l’artista indossa il balaklava, il cappuccio di lana usato dai terroristi e dalle forze armate russe in Cecenia, territorio verso cui il Cremlino ha adottato una politica di durissima repressione, accompagnata da una totale censura, che dal 2004 impedisce alla stampa nazionale e internazionale di documentare la situazione. Voina (2005) e New Eden (2006), invece, trattano esplicitamente il tema del razzismo in Russia, un fenomeno latente durante il regime sovietico, che è violentemente esploso in seguito alla crisi economica, alla massiccia immigrazione e alla guerra in Cecenia. Soprattutto la recessione, l’inflazione e la disoccupazione succeduti all’introduzione dell’economia di mercato in Russia, hanno generato sentimenti di rabbia e frustrazione nella popolazione, creando un terreno fertile per l’affermarsi di organizzazioni estremiste e ultranazionaliste come l’Unione Slava, il Movimento contro l’immigrazione clandestina, l’Unità Nazionale Russa e lo Schultz 88. Nel 2005, anno in cui si Koss esegue la performance Voina (Guerra) al Museo Tretakovskaya di Mosca, l’escalation di aggressioni e omicidi nei confronti d’immigrati africani e del Sud-Est asiatico spinge l’Onu a condurre un’indagine sul fenomeno xenofobo in Russia e a invocare l’istituzione di un’autorità contro il razzismo. Nel 2006, Koss realizza il video New Eden al Gazgolder, un prestigioso club esclusivo della capitale e, in quello stesso anno, Amnesty International pubblica un rapporto intitolato “Russian Federation. Violent racism out of control”, che documenta i numerosi casi di aggressione, compiuti da poliziotti e giovani skinhead ai danni di cittadini immigrati. Voina e New Eden sono, dunque, due tempestive attestazioni del crescente fenomeno della xenofobia in Russia. La prima, un’opera realizzata insieme all’artista Segei Bugaev Afrika, in cui sono coinvolti come performer cinque cittadini africani clandestini, fatti entrare senza permesso al Museo Tretyakoskaya, è un’azione di denuncia intesa a rivendicare la dignità di ogni essere umano, in conformità con i principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. New Eden, invece, è una mise-en-scène del paradiso terrestre in uno dei luoghi simbolo del fashion moscovita, il Gazgolder, un club frequentato da membri dell’elite finanziaria, culturale e politica del paese, ma anche da potenti esponenti della criminalità organizzata. La performance, eseguita tra la mezzanotte del 31 dicembre 2005 e l’alba del primo gennaio 2006, vede coinvolti un giovane clandestino del Camerun e una studentessa russa nei panni (si fa per dire) dei progenitori Adamo ed Eva. Tutto ruota intorno all’impatto estetico generato dall’accostamento tra il corpo scultoreo del giovane di colore e le morbide rotondità della ragazza bianca, un mix di sensualità e candore che suscitano l’imbarazzo e il dissenso di una parte del pubblico. Moscow Times è un’ampia ricognizione nel lato oscuro della Russia, in cui non poteva mancare un capitolo dedicato al ruolo svolto dalla Chiesa ortodossa, nella persona del patriarca Cirillo, quale potente alleato della politica di Vladimir Putin. Nel breve video Propaganda Ortodossa (2012), Koss cattura un frammento della messa celebrata in occasione della vittoria di Putin alle presidenziali del 2012, trasformando il volto del patriarca di Mosca e di tutte le Russie in una sorta emblema sacro della propaganda di regime. L’artista adotta qui una saturazione cromatica che ossida l’immagine con un effetto simile a quello delle antiche icone russe. Si tratta di una scelta linguistica che ricorre anche in altre opere di Koss, e che introduce l’elemento estetico del kitsch come riflesso di un’alterazione formale, sintomo forse di un deterioramento dei valori etici e civili della società russa. Il video Putin Riot (2012), presenta le stesse caratteristiche cromatiche di Propaganda Ortodossa, ma questa volta il soggetto è Putin, la cui immagine è data alle fiamme sulle note della famigerata preghiera punk, cantata dalle Pussy Riot il 21 febbraio 2012 durante un flash mob nella Chiesa di Cristo Salvatore a Mosca, un episodio che ha attirato l’attenzione del pubblico e della stampa internazionale dopo l’arresto di tre membri del collettivo con l’accusa di “teppismo motivato da odio religioso”. Alle Pussy Riot è dedicata anche un’altra opera, la Madonna Riot, in cui l’artista, intervenendo su un’icona originale, ricopre il volto della vergine con un balaklava colorato, segno distintivo delle esponenti del collettivo punk femminista. L’ironica contaminazione tra estetica kitsch e linguaggio pop impronta quasi tutte le opere di Moscow Times, dove si passa dalle immagini in multicolor del Mausoleo di Lenin, al folklore populista dei ritratti di Natscha e Anya, Olga e Valodia, passando per il sincretismo grafico di New Power, che assomma in un solo logo i simboli dei Romanov, dei Soviet e di Gazprom. Il punto è che Pierpaolo Koss usa la grammatica della propaganda in funzione critica, evidenziando le faglie e le mancanze del sistema russo. Così, mentre Scacchiera e Putinland, rispettivamente realizzate con bossoli di proiettili e mostrine militari, sono chiare metafore di un paese militarizzato, le installazioni scultoree in cui compare l’orsetto bianco Wovan (soprannome di Vladimir Putin affibbiato, per l’occasione all’animale simbolo della Russia), denunciano l’utilizzo a fini politici dello Sp-117, un potentissimo psicofarmaco messo a punto dal Kgb per far parlare i prigionieri e cancellarne poi ogni ricordo. Tutta l’opera di Pierpaolo Koss – sarei tentato di dire – è politica ma Moscow Times lo è nel senso più puro del termine; non solo perché tratta temi d’attualità, come la guerra, il razzismo, le trasformazioni sociali e le violazioni dei diritti umani in un grande paese come la Russia, ma soprattutto perché s’interroga sulla necessità di cercare un confronto obiettivo col passato attraverso la conservazione della memoria storica. Certo, la verità è che non impariamo mai dalla Storia, che non abbiamo memoria, che ci dimentichiamo di tutto, perfino del passato più recente. Eppure, attraverso le opere di Moscow Times, Pierpaolo Koss ci ricorda che, come affermava Céline, “la grande sconfitta, in tutto, è dimenticare.”[4] [1] Leonardo Coen, Putingrad. La Mosca di Zar Vladimir, Alet Edizioni, Padova, 2008. [2] Ras–Putin deriva dall’unione del vocabolo Ras con il cognome Putin. Ras era un titolo tradizionale etiope dato ai dignitari feudali immediatamente inferiori al Negus. Fu riutilizzato durante l’occupazione italiana in Etiopia per denominare i capi delle squadre d’azione fasciste. Rasputin è, invece, il famoso monaco e taumaturgo che esercitò una notevole influenza sulla famiglia Romanov prima che questa venisse deportata e poi giustiziata in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre. [3] Walter Lippman, L’opinione pubblica, Donzelli, Roma, 2004. [4] Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932.