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Jacopo Casadei – Onironauti

31 Gen

Tutto ciò che è cosciente va soggetto a un processo di erosione,
mentre ciò che è inconscio è relativamente immutabile.
(Sigmund Freud)

Il più grande dono è il dono dell’invisibile. Dissolversi
significa consegnare al mondo ciò che gli appartiene.
(Alejandro Jodorowsky)

 
 

La pittura non può essere definita altrimenti che un sistema di segni in continua evoluzione, un linguaggio vivo, organico, articolato in forme immaginifiche che devono necessariamente disporsi e organizzarsi ogni volta in modi nuovi ed eloquenti. Il problema del pittore, dell’artista in genere, consiste nel trovare inedite soluzioni per risolvere l’enigma antico della rappresentazione. Non si tratta, quindi, di una questione semplice. Il rapporto tra pittura e realtà è un nodo centrale, ma il concetto stesso di realtà assume oggi contorni aleatori, indefiniti, espandendosi oltre i confini di ciò che esiste concretamente ed effettivamente sul piano materiale. L’oggetto della pittura contemporanea sembra essere la res cogitans stessa, il pensiero nella sua qualità estensiva, non limitato alla coscienza vigile e razionale. A fronte di questa mutazione dell’oggetto, la riproduzione mimetica, intesa come adesione ottica e calcografica del reale, è divenuta lettera morta.

secret story, un braccio nel sogno, 2011, tecnica mista su tela, 100x70 cm

secret story, un braccio nel sogno, 2011, tecnica mista su tela, 100×70 cm

Alla pittura spetta il compito di rappresentare l’ineffabile e l’indicibile, di sostituirsi ai codici linguistici e dialogici della parola. Ciò che non può essere descritto, se non attraverso visioni e immagini oniriche, costituisce, di fatto, lo spazio virtuale della sua azione. Uno spazio che accoglie necessariamente figure che, per quanto evanescenti ed ectoplasmatiche, formano sequenze episodiche e grumi narrativi. Insomma, accenni di racconto. All’origine della pittura di Casadei c’è, indubbiamente, il gesto fondativo del Surrealismo, il quale includeva nella rappresentazione la dimensione inafferrabile del sogno e della visione, la sfera ctonia e sotterranea del magma subcosciente. Come i seguaci di Breton, Casadei divarica lo spettro della rappresentazione, strappa il velo di Maya del mondo fenomenico e introduce l’elemento distortivo della metamorfosi. L’esercizio è apparentemente simile a quello dei cadaveri squisiti, ma la frattura con la figura, e dunque con la struttura narrativa, è più profonda e indelebile. Non si tratta qui, infatti, di giustapporre entità riconoscibili, secondo un processo di trasformazione ovidiana delle forme, ma piuttosto di ripensare le forme e il loro rapporto con la realtà.

Landscape in a smile, Olio su tela, cm 50 x 40, 2011

Landscape in a smile, Olio su tela, cm 50 x 40, 2011

Osservando i dipinti di Casadei, si avverte l’interesse per il momento germinale delle immagini, la curiosità verso la condizione potenziale, non ancora conclamata, delle figure. È in questo in questo limbo informe, in cui la struttura, ancora vaga e indistinta, fluttuante e fluida, si dibatte per diventare immagine, che l’artista compie la sua personale peregrinazione. Casadei si spinge oltre il dominio operativo Surrealista, ma non invade ancora l’abisso caotico dell’Informale, attestandosi piuttosto in una zona liminale, che accoglie influssi da entrambe le direzioni, in una sorta di intricata e fertile osmosi di umori. Nelle sue mani, la pittura appare come un linguaggio sensibile, elastico, capace di dilatare la figura, di farla vibrare a una frequenza più alta, deformandola e sfaldandola fino ad annullarla. Non è un esito spiegabile solo in termini stilistici o formali, ma piuttosto il risultato di uno specifico processo cognitivo, che contempla la possibilità di osservare il mondo esteriore (e interiore) in modi sostanzialmente diversi da quelli cui siamo abituati.

Dio ti guarda dall arcobaleno, Olio su tela, cm 50 x 60, 2011

Dio ti guarda dall arcobaleno, Olio su tela, cm 50 x 60, 2011

Casadei menziona La Danza della realtà, il romanzo biografico di Alejandro Jodorowsky, come principale fonte d’ispirazione dei suoi nuovi lavori. Alcune opere, come ad esempio Tocopilla, città nativa dello scrittore, regista e drammaturgo cileno, vi fanno direttamente riferimento. Eppure, il pensiero corre soprattutto all’opera di Carlos Castaneda e, in particolare, alla sua distinzione tra “prima attenzione” e “seconda attenzione”. “Tutta l’organizzazione dell’insegnamento di don Juan si basava sull’idea che l’uomo ha due tipi di consapevolezza.”, scrive Castaneda in Il Fuoco dal profondo, “Li chiamava lato destro e lato sinistro e di conseguenza differenziava i propri insegnamenti in lezioni per il lato destro e lezioni per il lato sinistro. Descriveva il primo come lo stato normale per tutti noi, ovvero lo stato di consapevolezza necessario nella vita di ogni giorno. Diceva che il secondo stava per tutto quanto non era normale, il lato misterioso dell’uomo, lo stato di consapevolezza necessario a esercitare la funzione di sciamano o veggente”. La “prima attenzione” è, dunque, la dimensione della percezione normale, in cui ad ogni sensazione corrisponde un’interpretazione razionale. Essa dipende dall’abitudine e dall’educazione. La “seconda attenzione”, invece, rompe gli schemi della percezione ordinaria e permette al “guerriero” di entrare in mondi inimmaginabili, dove le cose assumono un altro aspetto. Un esempio tipico di questa percezione è il modo in cui, nella “seconda attenzione”, Castaneda descrive gli esseri umani come entità luminose, simili a grandi uova, o palle di luce formate da fasci di fibre in movimento.

Insomma, qualcosa di simile alla forma rappresentata nel dipinto intitolato Un uovo finisce nel paesaggio che, forse involontariamente, corrisponde proprio alla descrizione dello scrittore americano. In ogni caso, senza inoltrarci troppo nel controverso pensiero di Castaneda, appare chiaro come anche Jacopo Casadei cerchi intenzionalmente di sviluppare una forma inedita di percezione, e dunque di rappresentazione, della realtà. L’universo pittorico dell’artista è, infatti, animato da ombre e fantasmi, da sostanze evanescenti, che hanno il potere di trasmutare gli oggetti in entità vive e vibranti, come nel caso di Mustacchi vivi o di I baffi di Giulio, nella speranza che lei ritorni, diventano un drago.

Secret story, Tecnica mista su tela, cm 70x100, 2011

Secret story, Tecnica mista su tela, cm 70×100, 2011

Casadei trasfigura il mondo fenomenico attraverso uno sguardo magico, che rivela il lato straordinario dell’esistenza. Per farlo, ha dovuto disciplinare la sua attenzione e la sua immaginazione a cogliere fatti e circostanze che sfuggono alla coscienza vigile e alla visione limitante dell’iride. La sua vista sembra farsi più acuta in condizioni di luce incerta, nei lattiginosi vapori albini, nei flebili barbagli vespertini e soprattutto nella caligine notturna, foriera di sorprendenti, quanto allucinate, apparizioni. Incubi, deliri, abbagli e miraggi si susseguono sulle tele dell’artista come prodotti di un’immaginazione febbrile, di una fantasia recalcitrante e indomita. La stessa, in fondo, che accompagna le visioni del sognatore. Non è un caso che l’artista definisca se stesso un onironauta, un pellegrino del sogno, un vagabondo della psiche subcosciente cui spetta il compito di tradurre in pittura le bizzarre e capricciose infiorescenze del profondo. Epifanie che sorgono dalla massa informe del paesaggio per assumere, miracolosamente, sembianze di figura.

Nei suoi soggetti, infatti, l’ambientazione e il soggetto si fondono senza soluzione di continuità, generando profili difficilmente decrittabili, come nei dipinti L’atmosfera diventa densa e svuota il corpo della scimmia madre, Il padre nel bosco confonde tronchi per figli e ne piange i volti e, infine, Landscape in a smile, dove le figure sono niente più che escrescenze del paesaggio, protuberanze e tumefazioni di uno spazio incongruente. Questa sostanziale inafferrabilità di forme e figure, questa fuga dall’evidenza mimetica, che è poi la sigla stilistica di molta pittura contemporanea, diventa per Casadei un’opportunità di estendere i confini della propria indagine gnoseologica. E un modo per affermare l’idea che, tramite l’arte, la realtà possa, e debba, essere il frutto di un’esperienza originale.

Il padre nel bosco confonde tronchi per figli e ne piange i volti, Olio su tela, cm 60 x 50, 2011

Il padre nel bosco confonde tronchi per figli e ne piange i volti, Olio su tela, cm 60 x 50, 2011

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The Shapes of Painting to Come

7 Mag

di Ivan Quaroni

Quando, nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman diede alle stampe il disco The Shape of Jazz to Come (“La forma del Jazz che verrà”), il pubblico dell’epoca rimase sconcertato. L’opera introduceva elementi d’improvvisazione che scardinavano la tradizionale teoria armonica, destrutturando i canoni stilistici del Jazz.  La pittura, come il Jazz, è un sistema di segni in continua evoluzione, un linguaggio articolato, che varia col mutare dei tempi. Dedicarsi alla pittura oggi, significa intraprendere un viaggio di ricerca non solo stilistica e formale, ma anche culturale. Nuovi problemi esigono, infatti, nuove soluzioni espressive.

The Shapes of Painting to Come fotografa uno spaccato del processo, nel tentativo di cogliere le dinamiche in corso in un momento, come questo, caratterizzato da turbolenze economiche, politiche e sociali che, inevitabilmente, riportano in primo piano la questione dell’identità.

Il problema è annoso e tuttora irrisolto a causa di un sentimento bipolare da parte degli artisti verso le proprie radici culturali. Si aggiunga che i processi di globalizzazione in atto hanno provocato nelle nuove generazioni un indebolimento del sentimento di appartenenza, in nome di una più ampia identità cosmopolita.

Legate a un clima europeo e continentale sono le ricerche degli artisti Paolo De Biasi, Valerio Melchiotti e Giulio Zanet, in cui è lecito ravvisare elementi di prossimità con i linguaggi pittorici elaborati in Germania, in Belgio e in parte dell’Europa orientale negli ultimi due decenni. Penso soprattutto a Michaël Borremans, Neo Rauch, Daniel Pitin e, in generale, ai pittori tedeschi della Scuola di Lipsia e ai rumeni della Scuola di Cluji, che hanno scardinato i codici della rappresentazione attraverso la deflagrazione dello spazio, lo slittamento dei piani prospettici e la giustapposizione di episodi narrativi in cui confluiscono elementi di mimesi realistica e di metafisica sospensione temporale.

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Paolo De Biasi

Sono fattori che ritroviamo soprattutto nell’opera di Paolo De Biasi, che squaderna lo spazio pittorico, intersecando ambienti esterni ed interni allo scopo di produrre una struttura vertiginosamente aperta, atta ad accogliere una pletora di eventi e situazioni incongruenti. Qualcosa di analogo, ma su scala assai più ridotta, accade anche nei dipinti della serie Ephemeral Painting, dove il cortocircuito narrativo è prodotto dall’accostamento di rari elementi figurativi stagliati su di un piatto fondale monocromo.

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Giulio Zanet

Segnato da un approccio più immediato e gestuale è, invece, lo stile di Giulio Zanet, il quale combina elementi astratti e figurativi all’insegna di un caotico affastellamento di visivo. Anche nella sua pittura la destrutturazione dello spazio procede di pari passo con la disarticolazione del racconto, ma a dominare sono spesso la scoperta casuale, l’inciampo, l’errore che diviene fattore trainante e, al contempo, eloquente della rappresentazione.

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Valerio Melchiotti

Improntata a un realismo calibrato, ma non privo d’illogici slittamenti semantici, è la pittura di Valerio Melchiotti, che perlustra il quotidiano attraverso uno sguardo retrospettivo, costellato di riferimenti agli anni Cinquanta e Sessanta. Combinando mimesi realistica e introspezione psicologica, l’artista veronese costruisce una sequenza d’immagini enigmatiche, disseminate di oggetti misteriosi, quanto ambigui. Lampante è il caso di The Meat Grinder, dove un tritacarne da macelleria evoca le forme di un apparecchio optometrico per l’analisi della vista.

4

Michael Rotondi

Un segno essenziale, rapido come uno schizzo o un appunto visivo, caratterizza tutta la ricerca iconografica di Michael Rotondi, spesso incentrata sulla rappresentazione di miti personali e collettivi e tesa al recupero dell’immaginario folk nostrano. Elemento centrale del modus operandi dell’artista è l’utilizzo di supporti e materiali inconsueti, come nel caso dei dipinti monocromi su pellicole di politene, che creano un dialogo con lo spazio attraverso il gioco di trasparenze e ombre proiettate sulla parete.

'' gran ballo'', olio su tela, 50 x 60 cm, 2012

Jacopo Casadei

Si profila, invece, come un progressivo percorso di smaterializzazione della figura il lavoro di Jacopo Casadei, che immagina la tela come una superficie di affioramento di apparizioni fantastiche e mostri generati dall’inconscio. Casadei usa il segno e il gesto come fondamenti di una pittura indefinita, quasi astratta, abitata da linee mobili e magmi cromatici che colgono le figure nel loro divenire, anticipando, così, il momento epifanico della rappresentazione.

senza titolo 2012 smalto su tela 40x50

Agnese Guido

Una figurazione notturna, di carattere quasi musicale, è quella di Agnese Guido, che traccia su fondali scuri pretestuose immagini di oggetti quotidiani, quali bicchieri, sedie e mollette per capelli, come se si trattasse di enigmatiche visioni. Si ha, però, la sensazione che le sue narrazioni rapide e repentine, altro non sono che un pretesto per indagare la dimensione ineffabile della pittura e per saggiarne le potenzialità espressive. Servendosi di una tavolozza ridotta, l’artista inventa insoliti e stravaganti accordi cromatici alla maniera di un jazzista che improvvisi sulla partitura armonica di uno standard.

30x30 in giardino

Silvia Argiolas

Contiene elementi d’improvvisazione, costantemente bilanciati da uno strenuo controllo formale, lo stile pittorico di Silvia Argiolas, sempre di più improntato a una grammatica scarna ed essenziale, che mira ad esaltare l’aspetto profondamente drammatico delle sue visioni. L’artista lavora su un personalissimo immaginario di conflitti e urgenze interiori, che traduce in immagini di crudo espressionismo. Attraverso la reiterazione ossessiva del proprio autoritratto, reso protagonista di oscure e disturbanti vicende esistenziali, Argiolas inventa un nuovo genere espressionismo apocalittico, teso all’indagine degli stati d’animo che caratterizzano il “mal di vivere” della nostra epoca.

Giuliano Sale 40x80 olio su tela 2012

Giuliano Sale

Artista impegnato a traslare in immagini l’enigma dell’assoluto è Giuliano Sale, nella cui pittura si avverte una propensione a sondare gli aspetti più inspiegabili e incomprensibili della realtà, spesso unita a una predilezione per atmosfere fosche e lugubri. Di recente, la sua ricerca si è concentrata soprattutto sul paesaggio, attraverso la descrizione di misteriosi scenari naturali, spazi immobili e silenti, carichi d’implicazioni metafisiche e disseminati di rare, solitarie presenze. Il suo stile filtra suggestioni arcadiche e simboliste, piegandole alle urgenze di una sensibilità contemporanea, capace di fondere il dato tecnico ed espressivo in una pittura di sicuro impatto emotivo.