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Neovittoriani

31 Ott
Giuliano Sale, Bad Breakfast

Giuliano Sale, Bad Breakfast

Qualche anno fa, colpito dal profluvio di romanzi, film e immagini che si rifacevano all’epoca della Regina Vittoria, curai una mostra dal titolo “Neovittoriani”, che riuniva le opere di alcuni artisti italiani che richiamavano quell’atmosfera insieme tetra e affascinante.. 

Un paio di settimane fa, una giornalista di D di Repubblica mi ha intervistato su questo argomento, nell’ambito di un servizio sulla moda vittoriana che pare stia imperversando in tutto il globo. 

Ecco l’articolo:

Vittoria Sempr-1Vittoria Sempre

Vittoria Sempre-1Vittoria Sempre-2

 

Ho pensato di riproporre qui una parte del testo che scrissi per quella mostra e che fu ripubblicato nel libro “Italian Newbrow” (Giancarlo Politi Editore), ora corredato da immagini di lavori di artisti come Vanni Cuoghi, Giuliano Sale, Marco Demis e Alice Colombo, che colgono lo spirito di questa retro-tendenza ….

Eccolo:

Victoriana

Di Ivan Quaroni

“I think Victorian fantasies are going to be the next big thing…”

(K.W. Jeter[1])

Vanni Cuoghi, Sei pensieri di primavera, 2011, acquerello su carta, cm 74x96

Vanni Cuoghi, Sei pensieri di primavera

L’era vittoriana, coincidente con il regno della regina Vittoria (1837-1901) e segnata in buona parte dalla rivoluzione industriale e dall’espansionismo coloniale dell’impero britannico, è stata un’epoca caratterizzata da una forte polarità. Da una parte, infatti, si affermavano i valori positivi del progresso, dell’opulenza borghese e della morale puritana, dall’altra si accentuavano le disparità sociali, la miseria urbana e la corruzione politica. In letteratura la polarità si esprimeva sotto forma di contrasto e coesistenza tra le istanze naturaliste e positiviste e quelle tardo-romantiche e decadenti, con romanzieri del calibro di Charles Dickens, Emily e Charlotte Brontē, Thomas Hardy, Lewis Carroll, Rudyard Kipling, Oscar Wilde, Robert Louis Stevenson, Edward Bulwer Lytton, Wilkie Collins, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe, H. G. Wells e Bram Stoker.

In un clima emotivo segnato dal conformismo e dalla filantropia, con una Regina che dalla morte dell’amato principe consorte Alberto di Sassonia veste gli abiti luttuosi fino alla fine dei suoi giorni, è singolare che la narrativa coeva si sbizzarrisca partorendo figure inquietanti come Varney il vampiro, Dracula, Dorian Gray, Dottor Jekyll e Mister Hyde e il meschino Ebenezer Scrooge[2].

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Marco Demis, Senza titolo

Certo, il motivo del fascino che l’epoca vittoriana continua a esercitare nelle creazioni artistiche e letterarie odierne consiste in questa simultaneità di elementi antitetici, di passato e modernità, di razionalismo e orrore gotico, di luci e ombre, che dalla metà degli anni Ottanta hanno dato vita al genere Steampunk, nato da una costola del Cyberpunk. Si tratta di un tipo di letteratura che mescola ambientazione vittoriana ed elementi di science fiction, basandosi su ipotesi alternative di sviluppo tecnologico, come per esempio l’utilizzo dell’energia a vapore (Steam significa vapore) in luogo di quella elettrica.  Film d’animazione come Il Castello errante di Howl di Hayao Miyazaki e Steamboy di Katsuhiro Otomo, nonché serie manga come Last Exile di Range Murata e blockbuster movie come Van Helsing di Stephen Somers e La Lega degli straordinari Gentlemen di Stephen Norrington (tratto dal celebre fumetto di Alan Moore) rientrano in questo genere, come pure i romanzi La notte dei Morlock di K. W. Jeter, Le porte di Anubis di Tim Powers e Perdido Street Station di China Mieville.

Giuliano Sale, senza titolo

Giuliano Sale, senza titolo

Parallelamente allo Steampunk, si sviluppa un altro genere letterario, il cosiddetto Gaslight Romance, che utilizza celebri personaggi vittoriani per storie inedite come Anno Dracula di Kim Newman, che ipotizza una società vittoriana alternativa, dove il principe consorte è nientemeno che il diabolico protagonista del romanzo di Bram Stoker, oppure Oscar Wilde e i delitti a lume di candela di Brandreth Gyles, dove il celebre scrittore, aiutato addirittura da Arthur Conan Doyle, è impegnato a risolvere un misterioso omicidio. In generale, si assiste ad un momento di grande fortuna della letteratura d’ambientazione vittoriana, come dimostrano i successi planetari Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber, Jonathan Strange & il signor Norrell di Susanna Clarke e Che fine ha fatto Mister Y di Scarlett Thomas[3].

Alice Colombo, Addomesticare

Alice Colombo, Addomesticare

L’influenza della cultura vittoriana sulla società contemporanea è dimostrata anche dalla recente rinascita del romanzo gotico, con scrittrici come le americane Libba Bray[4] e Coleen Gleason[5], le cui storie fantastiche si svolgono nella cornice della high society londinese dell’epoca, ma anche dalla fortuna di pellicole cinematografiche come Sweeny Todd e Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton, Lemony Snicket, una serie di sfortunati eventi di Brad Silberling e La vera storia di Jack lo Squartatore di Albert e Allen Hughes (anch’esso tratto da un fumetto di Alan Moore, proditoriamente intitolato From Hell).

Nel decennio in corso l’influenza di suggestioni neovittoriane si è fatta sentire anche nell’ambito della moda e dell’abbigliamento. Sono tornati in voga corsetti, bustini, crinoline, mantelline, camice a sbuffo e stivaletti con lacci. Oltre a grandi griffe come Vuitton, Ferré e Prada, che in passato hanno proposto capi d’abbigliamento ispirati all’epoca di Wilde e Dickens, lo stile neovittoriano si è diffuso nell’ambito di subculture urbane come quella dei Goth o delle Lolite giapponesi. Come scrive Nancy Kilpatrick “Il carattere vittoriano è lo standard al quale aspirano molti goth. Lunghi vestiti in velluto e satin, adornati con merletti e ricami all’uncinetto. Sono vestiti che arrivano fino ai piedi, con orli e ampie maniche che toccano il pavimento…”[6]. L’origine del Lolita Fashion è, invece, ispirato all’abbigliamento infantile di epoca Vittoriana, ma con l’aggiunta di particolari desunti dall’underground gotico. In ogni caso, il fenomeno delle Lolita presenta un’infinità di variazioni tematiche, che vanno dal look vampiresco a quello tradizionale giapponese, da quello scolastico-marinaresco a quello più riccamente rococò.

Vanni Cuoghi, Anima(l)mente

Vanni Cuoghi, Anima(l)mente

Considerando l’estensione delle suggestioni vittoriane nella cultura contemporanea, si sarebbe tentati di parlare dell’esistenza di un vero e proprio movimento estetico, che influenza non solo la moda, la letteratura, le arti, ma anche il comportamento e il gusto.  Di fatto anche in pittura è lecito decrittare i segni di una tale influenza. Nella subcultura della Lowbrow Art (ma possiamo ancora chiamarla subcultura?), molti artisti tentano di ricreare atmosfere di stampo vittoriano. Ne sono un chiaro esempio i dipinti di Mark Ryden, Marion Peck, Travis Louie, Alex Gross, Ana Bagayan, Amy Sol, Audrey Kawasaky e nelle sculture gotiche di Elizabeth McGrath, solo per citarne alcuni, i quali trasfigurano, ciascuno a proprio modo, il linguaggio dell’illustrazione per l’infanzia, sviluppatosi proprio sotto il regno della Regina Vittoria, dando vita ad una sorta di nuovo e inquietante surrealismo, che mescola bellezza e mostruosità, fantasia e orrore. Anche nell’ambito della figurazione New Folk si trovano suggestioni vittoriane o più generalmente ottocentesche. Basti guardare i disegni visionari di Amy Cutler, i bizzarri acquarelli di Marcel Dzama o le romantiche carte di Kerstin Kartscher[7].

Giuliano Sale, Senza titolo

Giuliano Sale, Senza titolo

Nella giovane pittura contemporanea italiana, allusioni ad atmosfere e ambientazioni vagamente vittoriane sono disseminate un po’ ovunque, in alcuni dipinti di  Vanni Cuoghi, Giuliano Sale, Alice Colombo e Marco Demis, che qui vengono presentate come sintomatiche di tre diversi aspetti di questo “vittorianesimo di ritorno”.

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Vanni Cuoghi, La disinfestazione dai buoni propositi

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Alice Colombo

Giuliano Sale, Senza titolo

Giuliano Sale, Senza titolo

Marco Demis, Con-cludere

Marco Demis, Con-cludere


[1] L’affermazione dello scrittore K. W. Jeter è contenuta in una lettera al numero di aprile 1987 della rivista di fantascienza Locus.

[2] Si tratta del protagonista del celebre racconto Il Canto di Natale di Charles Dickens.

[3] Pubblicati rispettivamente da Einaudi, Longanesi e Newton Compton.

[4] In Italia sono usciti i romanzi Una grande e terribile bellezza e Angeli ribelli (Elliot Editore)

[5] Sono stati pubblicati per l’editore Newton Compton i romanzi Cacciatori di vampiri e La condanna del vampiro.

[6] Nancy Kilpatrick, La Bibbia Gotica, pag.59, Arcana Edizioni, Isola del Liri (FR), 2008.

[7] Sono tutti artisti documentati nell’ottima raccolta della Phaidon Press Vitamin D, pubblicata a Londra nel 2005.

Manuel Bonfanti. Il paesaggio oltre la crisi

5 Giu

 

DI IVAN QUARONI

I momenti di crisi raddoppiano la vitalità negli uomini. 
O forse, più in soldoni: gli uomini cominciano a vivere pienamente 
solo quando si trovano con le spalle al muro.
 
(Paul Auster, Il libro delle illusioni, 2002)
 

Manuel Bonfanti è di quegli artisti che non associano la ricerca artistica all’individuazione di uno stilema formale, di un linguaggio immediatamente riconoscibile. Al contrario, possiede un’attitudine duttile, malleabile nei confronti del linguaggio, fondata sul presupposto che la forma, e dunque il modo di dipingere (o scolpire), debba adattarsi alle circostanze o, per meglio dire, ai temi affrontati. La sua grammatica, infatti, oscilla indifferentemente tra una sigla smaccatamente pop, tutta giocata sulla sintesi lineare e grafica, e una marca più espressionistica, capace di registrare fedelmente i moti emotivi e spirituali dell’individuo. Non si tratta di una scelta facile. Bonfanti non usa facili meccanismi d’identificazione stilistica che, pure, lo avvantaggerebbero sul piano della riconoscibilità, preferendo, piuttosto, affrontare ogni nuovo ciclo creativo come una sfida inedita. Il suo è un modus operandi che impone allo sguardo di tornare vergine, di azzerare i meccanismi consolidati per tentare nuove forme d’interpretazione della realtà. E’ un processo che somiglia alla tecnica di costruzione fenomenologica e che, quindi, impone una momentanea sospensione del giudizio sulla realtà. E’ un metodo che richiede umiltà e – come dicevo – coraggio. Perché è molto più semplice filtrare la realtà attraverso uno stile consolidato, piuttosto che accettare di ricominciare ogni volta da capo. Questa necessaria premessa sull’atteggiamento creativo di Manuel Bonfanti, ci aiuta a capire anche il motivo per cui l’artista ha posto al centro di questo nuovo ciclo di opere proprio la crisi, un concetto che egli ha certamente sperimentato in prima persona, trasformandolo in una vera e propria procedura artistica ed esistenziale.

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La crisi – come spesso si sente dire – è un’occasione di cambiamento, un momento in cui, venuti meno i vecchi equilibri economici, sociali, politici, i popoli sono chiamati a produrre una nuova visione delle cose, a reinventare la realtà. Tutti i grandi cambiamenti della Storia sono il risultato di una crisi, il prodotto di uno squilibrio che ha generato, in seguito, i futuri assetti. E, in verità, questo vale anche per i singoli individui. La crisi è una tappa del percorso evolutivo. Non è un termine negativo. Non deve esserlo per forza. In un discorso del 1959, Kennedy ricordava che la parola crisi, in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo, l’altro l’opportunità.[1] Un altro grande americano, Henry Ford, diceva: “Che tu creda di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione”. Alla fine la scelta spetta a noi.

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Bonfanti tenta, con le proprie opere, di cogliere gli aspetti positivi di questo particolare momento storico e individua i prodromi della trasformazione in atto nel paesaggio. La città in cui ha condotto la sua indagine è Praga, cuore pulsante dell’Europa continentale, luogo magico unico al mondo, dove l’architettura gotica del passato convive con i brand e i marchi delle multinazionali che stanno modificando il landscape urbano. Attraverso una cinquantina di opere di grandi e medie dimensioni e una grande installazione site specific, Bonfanti apre un confronto con la capitale boema, cercando di coglierne l’anima nell’intricato mix di tradizione e cultura globale, di magia e innovazione che la contraddistinguono. Coniugando spiritualità e sensibilità pop contemporanea, Bonfanti cattura i luoghi topici della città, a cominciare dalle antiche sculture del Ponte Carlo che, con la loro severa austerità, ne scandiscono il camminamento tra una riva all’altra del fiume Moldava. I gruppi di Sant’Adalberto, San Nicola da Tolentino, San Vincenzo Ferreri e San Procopio e de il Sogno di Santa Brigida diventano, così, protagonisti di una pittura d’immediato impatto, che ci introduce alla visione di una Praga magica, da cartolina. L’artista traduce in questi dipinti l’atmosfera gotica della città, quella in un certo senso più caratteristica, riproducendo, al contempo, gli stilemi di un espressionismo pret a porter, che pare ispirato dalle pagine di un manuale di Storia dell’Arte. Per Bonfanti, questi sono dipinti pop perché, anche se non ricalcano lo stile algido, piatto e della Pop Art, possiedono un’efficacia comunicativa che permette a tutti (persino al pubblico di non addetti ai lavori) di entrare in sintonia con il messaggio dell’artista. “Esiste in me un atteggiamento mistico nei confronti dell’arte pop”, racconta Bonfanti, “e perfino nei confronti dell’espressionismo, perché sono entrambi due stili riconoscibili, che chiunque può trovare sui libri di storia”.

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Come il Neil Gaiman di “American Gods[2]”, Bonfanti considera il misticismo (o la fede, se volete) una pratica spirituale che sviluppa la capacità di interpretare la realtà oltre le apparenze, di squarciare il proverbiale Velo di Maya per rivelare la verità invisibile. Ecco perché la sua Praga non può essere solo quella ironicamente immortalata nelle tele in bianco e nero, quelle che, insomma, tendono a ribadire una certa visione romantica, e in fondo un po’ turistica, della città di Kafka. Esse sono, al più, una premessa, un’introduzione alla realtà contemporanea, che è, invece, assai più complessa. Accanto all’anima gotica della città o meglio, simultaneamente ad essa, Bonfanti scorge lo spettro di antiche divinità come Demetra, Zeus, Hermes, Kore, Hera, Venere. Tutto il pantheon olimpico greco-romano coesiste, come una sottile trama, come una trasparente filigrana, con l’insorgere delle nuove divinità dell’economia globale e connessa, incarnate nella cartellonistica pubblicitaria delle multinazionali. La Praga di Bonfanti è una babele di segni e tracce, di codici e simboli che s’intersecano e si sovrappongono all’insegna di un multilinguismo culturale e cultuale che ben rappresenta la complessità della società liquido-moderna teorizzata da Zygmunt Bauman.

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Sulle effigi della statua di San Venceslao, così come lungo i binari di una linea tramviaria o sullo skyline medievale del centro storico si stagliano, infatti, le insegne familiari dell’economia reale, i loghi della banca Unicredit oppure di società per la produzione e fornitura di energia come Enel ed Eni, che disegnano una nuova morfologia urbana. Le tele e i polittici dell’artista testimoniano la convivenza dell’antico col moderno, suggerendo l’idea di un’invisibile continuità (e contiguità) tra i vecchi culti pagani e cristiani e i nuovi poteri dell’economia globale. Per Bonfanti, una cattedrale gotica e un fast food hanno pari dignità. Sono aspetti differenti della medesima realtà, ma non in senso deteriore. Il suo obiettivo non è valorizzare l’oggetto banale o conferire dignità alla simbologia della cosiddetta Società dei Consumi, come fecero, ad esempio, gli artisti pop degli anni Sessanta, Andy Warhol in primis. Più sottilmente, Bonfanti vuole, invece, di dimostrare che non esiste alcuna frattura tra il passato e il presente e nemmeno tra la realtà e l’immaginazione. “Per me la realtà è sempre plurale”, racconta l’artista, “e in un moderno distributore di benzina, io vedo un tempio di Zeus che ha assunto una nuova forma”. E’ una visione simile a quella dello scrittore Neil Gaiman che, nel succitato romanzo, inventa un personaggio di nome Wednesday, nientemeno che il mitico dio nordico Odino, nascosto sotto le mentite spoglie di umile guardia del corpo.

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Nella pittura di Bonfanti il sovrannaturale permea la quotidianità. E’ un meccanismo che ritroviamo tanto nella sovrapposizione dei marchi aziendali sui monumenti storici e gli edifici sacri, quanto nell’introduzione di elementi quasi fantascientifici, come nel caso dell’improvvisa apparizione di un disco volante sulla misteriosa Casa della Stella, costruita da Rodolfo II d’Asburgo con una struttura formata da due triangoli che s’intersecano, sormontati da una stella a sei punte. Il dipinto, che dà il titolo all’intera mostra (Il paesaggio oltre la crisi), allude forse alla leggenda secondo cui la Casa della Stella sarebbe la porta di entrata per universi sconosciuti e invisibili. La creazione, intesa come processo di costruzione della realtà, è un concetto centrale nell’opera di Bonfanti, il quale si serve indifferentemente del mito, della fantasia oppure dell’iconografia delle moderne corporate, per affermare il potere immaginifico dell’arte. “Per me”, afferma l’artista, “disegnare qualcosa è come costruire qualcosa, un’attività che stimola la riflessione spirituale”. In tal senso, la teoria di brand aziendali che contraddistinguono l’installazione intitolata BIC (Business Italian Center, l’associazione che riunisce tutte le imprese italiane che operano nel territorio della Repubblica Ceca) costituisce una sorta di tributo ai nuovi Dei della globalizzazione. Esse incarnano, infatti, la creatività sul piano della realtà concreta, cosi come i miti e simboli la incarnano sul piano metafisico. La loro esistenza, volta alla costruzione della ricchezza materiale attraverso la produzione di beni e servizi, contribuisce alla realizzazione del Paesaggio oltre la crisi preconizzato da Bonfanti. Esse ereditano anche la missione che appartenne un tempo alle grandi casate nobiliari europee, ossia quella di rivestire il ruolo di committenti degli artisti. Basti considerare il ruolo fondamentale di aziende come Prada, Trussardi, Max Mara nella promozione e divulgazione dell’arte contemporanea e a quello d’istituti bancari come Unicredit, Citigroup e Intesa San Paolo nella costituzione di grandi collezioni d’arte. E che dire, poi, di un brand come Louis Vuitton, che ha affidato agli artisti Takashi Murakami e Yayoi Kusama il compito di rinnovare l’immagine dei propri prodotti?

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Manuel Bonfanti ha intuito che un “paesaggio oltre la crisi” è possibile solo a patto di riconnettere tra loro realtà apparentemente diverse. Finché, infatti, non capiremo che l’arte, l’industria, il commercio, sono semplicemente manifestazioni di uno stesso potere creativo, non sarà possibile superare l’empasse che lacera le fondamenta della società europea. Attraverso i suoi dipinti e le sue installazioni multimediali, Bonfanti auspica, di fatto, l’avvento di un rinnovato New Deal, di un nuovo patto tra cultura e società, tra fede ed economia. E Praga, città magica, in continua trasformazione, sembra oggi il perfetto laboratorio di questo esperimento di riconciliazione, l’unico luogo, in seno al Vecchio Continente, capace di inverare questa plausibile, molto ragionevole, profezia. Dopo tutto, come afferma il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”.


[1] John Fitzgerald Kennedy, Discorso a Indianapolis, 1959.

[2] Neil Richard Gaiman è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore britannico, autore del romanzo American Gods, pubblicato nel 2001.

 

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Istituto Italiano di Cultura Praga

 

COMUNICATO STAMPA

Praga, 31 maggio 2013

Presentazione della mostra
“Il Paesaggio oltre la crisi” di Manuel Bonfanti

Istituto Italiano di Cultura di Praga (Vlašská 34, Praga 1) Organizzazione: Italian Business Center (Ibc)
Catalogo: edito da Progetto RC con testo di Ivan Quaroni Periodo: dal 31 maggio al 31 luglio 2013, dal lunedì al venerdì ore 9 – 14

Il 31 maggio a Praga, presso l’Istituto Italiano di Cultura (Vlašská 34, Praga 1) sarà aperta al pubblico la mostra di Manuel Bonfanti, intitolata “Il paesaggio oltre la crisi”. L’iniziativa – patrocinata dall’Ambasciata d’Italia, dall’Istituto Italiano di Cultura e dalla onlus Assis – è promossa dall’Italian Business Center di Praga. Il catalogo è edito da Progetto Rc e contiene un testo critico di Ivan Quaroni. Attraverso una cinquantina di opere, prevalentemente di medie e grandi dimensioni, e una grande installazione site specific, dove dialogano suono e pittura, l’artista apre un confronto con la città di Praga, tentando di coglierne l’anima attraverso uno sguardo insieme spirituale e pop.

Le opere ispirate al paesaggio della capitale Boema e al rapporto che questa intrattiene con l’industria della produzione di beni e servizi, sono state realizzate con varie tecniche, tra le quali l’olio su tela e la tecnica mista. L’autore ha in gran parte realizzato le opere della mostra proprio a Praga, traendo ispirazione dalle atmosfere di un paesaggio urbano unico al mondo, dove l’architettura gotica del passato convive con i brand e i marchi delle multinazionali, un mix di tradizione e cultura globale, di magia e innovazione, che ben si riflette nell’estro di Manuel Bonfanti, artista capace di coniugare l’interesse per la dimensione spirituale con una sensibilità pop contemporanea. Con questa mostra Bonfanti invita l’osservatore a riflettere sui temi che la crisi ci pone di fronte, rilanciando il ruolo della cultura quale elemento in grado di arginare le vicissitudini economiche e sociali. L’obiettivo dell’artista è infatti quello di rivendicare il ruolo centrale dell’arte e della cultura come valori fondanti di ogni società civile. Per farlo ha scelto una città come Praga, cuore dell’Europa continentale e, allo stesso tempo, simbolo di una nazione in espansione, in costante crescita nonostante la crisi globale.

Dove:

Istituto Italiano di Cultura a Praga (Italsky kulturni institut)
Šporkova 14, 118 00 Praga 1 CZ, Tel.+420 257 090 681 – Fax +420 257 531 284
Web page: http://www.iicpraga.esteri.it – Email: iicpraga@esteri.it
Facebook: italsky kulturni institut

Per ulteriori informazioni:

Progetto Repubblica Ceca
Redazione: Celakovskeho sady 4 – 110 00 Praga 1
redakce@progetto.cz
Tel. 00420 24 60 30 909 Fax: 00420 24 60 30 901 http://www.gruppoibc.eu