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Principio di indeterminazione. L’astrazione dopo l’astrazione

1 Lug

di Ivan Quaroni

Da qualche tempo nell’arte italiana si è andata formando una nuova sensibilità aniconica e polisemica che, in discontinuità con i codici dell’astrazione geometrica, informale e analitica del passato, si esprime attraverso una pluralità di medium, dalla pittura alla scultura, fino all’installazione. Nella recente storia dell’arte, il processo astrattivo ha rappresentato spesso un punto d’arrivo, indicativo di un’evoluzione o di una maturazione del linguaggio pittorico. Molti pittori astratti italiani come Alberto Magnelli, Manlio Rho, Arturo Bonfanti e Osvaldo Licini, tanto per fare degli esempi, sono partiti da un approccio realistico per poi giungere a un sistema di segni e figure interiorizzate, più prossime al mondo immateriale delle idee. Tuttavia, il passaggio tra rappresentazione iconica e aniconica si è sempre svolto in quest’ordine e mai all’inverso.

39Giulio Zanet Senza titolo 2016 70x100cm

Giulio Zanet, Senza titolo, 2016

Ciò che caratterizza gli artisti appartenenti alla generazione dei Millennials è, invece, il riconoscimento della fondamentale ambiguità dei linguaggi visivi e, insieme, la definitiva archiviazione della dicotomia tra astrazione e figurazione, considerata come un retaggio del passato. Appare ormai chiaro che oggi queste vecchie classificazioni non sono più funzionali. È forse la conseguenza di un cambiamento strutturale della cultura che riguarda l’insorgere di una nuova coscienza, sempre più ideologicamente a-confessionale. Un’eredità, se vogliamo, dell’epoca postmoderna, che ha contribuito a ridefinire i generi, fluidificandone i confini e favorendo una più libera circolazione degli artisti tra i diversi domini disciplinari. Anche la critica internazionale ha registrato questo cambio di marcia, spingendo autori contemporanei come Tony Godfrey[1] e Bob Nikas[2] a ripensare le vecchie denominazioni e a proporre una visione più elastica delle ricerche pittoriche attuali. Il primo ha coniato, infatti, la definizione di Ambiguous Abstraction, riferita alle indagini di artisti astratti nei cui lavori sopravvivono tracce, seppur labili, di figurazione; il secondo ha esteso la definizione di Hybrid Picture anche alle opere di artisti prevalentemente figurativi (come Jules de Balincourt e Wilhelm Sasnal) che ricorrono spesso a stilizzazioni astratte.

In verità, già Gerhard Richter, con la sua vasta e variegata produzione oscillante tra astrazione e figurazione, aveva dimostrato di considerare la pittura come un corpus unitario, a prescindere dalle differenti accezioni linguistiche. Già nel 1986 il pittore americano Jonathan Lasker era convinto che l’Astrazione fosse morta con i Black Paintings di Frank Stella e che la pittura, da quel momento in avanti, dovesse occuparsi di temi marginali e aleatori come la memoria, la presenza, la materialità, la trascendenza e la mescolanza di arte alta e bassa. Temi poi divenuti tutt’altro che marginali nella post-astrazione dei Millennials plasmati dall’aumento massiccio delle tecnologie informatiche e digitali e interessati ai processi di produzione e di fruizione delle immagini. L’indagine sulla percezione, al centro delle sperimentazioni artistiche dalla fine degli anni Cinquanta, era stata una delle tante conseguenze provocate dalle scoperte nel campo della fisica quantistica, la quale attribuiva all’osservatore il potere di influenzare il risultato degli esperimenti scientifici e, per estensione, la capacità di determinare concretamente la realtà. Tramite il Principio d’indeterminazione le ripercussioni epistemologiche della teoria di Werner Karl Heisemberg si sarebbero fatte sentire anche nel campo delle arti contemporanee con l’avvio di una profonda riflessione sul ruolo dell’osservatore nella costruzione delle immagini.

22Patrick Tabarelli {F} 2016 50x35cm

Patrick Tabarelli, {F}, 2016

Le opere ottiche e cinetiche erano, infatti, pensate come dispositivi interattivi capaci di generare una reazione fisiologica nel riguardante, che in questo modo partecipava attivamente al completamento del significato dell’immagine. In sostanza, gli artisti si consideravano degli scienziati estetici, investiti del compito sociale di mostrare al pubblico il funzionamento dei meccanismi cognitivi. Nell’attuare tale scopo, essi dovettero necessariamente fare un passo indietro rinunciando al principio di autorialità, come avevano fatto gli esponenti del Gruppo N di Padova, che firmavano le opere con la sigla collettiva. A distanza di oltre cinquant’anni da quelle ricerche, al culmine dell’era digitale, l’indagine sul rapporto tra immagine e percezione ha subito un ripensamento o, quantomeno, un’estensione adeguata ai nuovi parametri cognitivi della cosiddetta Y Generation. Per questi giovani, infatti, non è tanto importante stabilire come funzionano i meccanismi della visione, quanto reagire alle mutate condizioni di fruizione delle immagini generate da internet e dalla realtà virtuale, attraverso lo sviluppo di una coscienza critica capace di demarcare i confini tra creazione artistica e produzione a scopo comunicativo, commerciale e ludico.

Ad accomunare gli artisti presenti in questa mostra è innanzitutto l’approccio radicalmente individualista nel considerare l’arte come uno strumento cognitivo e, insieme, come una forma di resistenza ai codici di comunicazione massmediatica e ai sistemi narrativi tradizionali. La scelta dell’astrazione, per alcuni immediata, per altri graduale, risponde quindi a una precisa volontà di recidere ogni legame con i linguaggi pervasivi dei media (non necessariamente con le tecnologie), e di ristabilire un legame primario e generativo con la realtà. Astrarre, termine derivante dal latino ab trahere, significa “distogliere”, “separare”; indica quel tipo di azione mentale che consente di spostare il problema dal piano concreto e immediato della contingenza a quello mediato della riflessione. Astrazione e teoria sono termini analoghi. Entrambi prevedono un distaccamento dalla realtà. Eppure nell’astrazione dei Millennials questo scollamento è solo momentaneo, ha il valore di un’epochè, di una sospensione del giudizio nei confronti della presunta veridicità dei fenomeni e che, tuttavia, quasi mai si traduce in un completo distaccamento dalla realtà.

2Paolo Bini, Grande Rosso, 2013, 200x400, 10, Acrilico su nastro carta, by Claudio Farinelli

Paolo Bini, Grande Rosso, 2013

Paolo Bini, ad esempio, traduce paesaggi fisici (e mentali) in sintagmi cromatici astratti, costruiti secondo l’unità del pixel con una procedura che richiama i processi di scansione di scanner e plotter. L’artista dipinge, infatti, su nastri di carta, che poi monta su tavole, tele o superfici murarie per ottenere immagini contrassegnate da una serrata partizione ritmica e cromatica delle superfici. Attraverso dipinti, installazioni e pitto-sculture, Bini perviene a una personale variante lirica di pattern painting, in cui coesistono il rigore formale del minimalismo e l’urgenza gestuale dell’espressionismo astratto. Questa geometria emozionale, prodotta dalla fusione di costrutti mentali ed entità fenomeniche, attesta la sua pittura sulla sottile soglia percettiva tra il visibile e l’invisibile, nel punto preciso in cui l’atto di osservare la natura si scontra con le inventive distorsioni della coscienza.

14Isabella Nazzarri Sistema Innaturale #38 2016 140x170cm

Isabella Nazzarri, Sistema Innaturale #38, 2016

Fitomorfi e anatomorfi sono i segni pittura di Isabella Nazzarri, che attraverso un alfabeto organico e in continua mutazione esprime sensazioni, memorie, intuizioni altrimenti inafferrabili. L’artista prende spunto dalla struttura classificatoria delle tavole anatomiche e degli erbari per costruire una grammatica di pittogrammi evocativi e fluttuanti, nati da una libera interpretazione delle morfologie naturali. Come nel grande dipinto murale realizzato sul soffitto di una sala della galleria, una sorta di proliferante genesi organica che riecheggia le codificate forme dei suoi Sistemi innaturali, teoria immaginifica di amebe e parameci, batteri e protozoi che paiono strisciati fuori dal brodo primordiale di un pianeta alieno. Anche se non è la fantascienza a influenzare l’immaginario dell’artista, ma piuttosto l’osservazione, tutta interiore, di una pletora di forme archetipiche, simili a quelle della microbiologia terrestre, ma generate nel circuito liquido e mobile dell’immaginazione.

17Matteo Negri L'oro di genova

Matteo Negri, L’oro di Genova, 2016

La ricerca di Matteo Negri si concentra sull’utilizzo di materiali plastici che lavora in modo eclettico, passando dalla pietra alla ceramica, dal metallo alla resina, spesso utilizzando vernici industriali dai colori pop per raggiungere un’immediata efficacia espressiva. La sua variegata produzione ruota attorno alla scissione tra forma e significato e alla creazione di un cortocircuito tra i contenuti estetici e i materiali di volta in volta utilizzati. E’ il caso dei Kamigami Box, grandi scatole dai perimetri irregolari dove le superfici interne di acciaio specchiante riflettono all’infinito le tipiche costruzioni ortogonali ispirate ai lego brick, dando allo spettatore l’impressione di osservare una sterminata fuga di agglomerati urbani. Oltre a un inedito Kamigami, l’artista espone un pezzo di mobilio, una vecchia cassettiera recuperata e trasformata in un espositore per piccole opere, un displayer che il pubblico è invitato a esplorare, sperimentando una singolare forma d’interattività.

25Patrick Tabarelli {F} 2016 50x50cm

Patrick Tabarelli, {F}, 2016

La disamina dei meccanismi di creazione e di fruizione dell’immagine è il tema centrale nel lavoro di Patrick Tabarelli. Le sue opere sono caratterizzate da un’ambiguità formale che induce nello spettatore una sorta d’incertezza percettiva. Nei suoi dipinti, infatti, la superficie appare piatta o percorsa da oscillazioni dinamiche e minimali che contraddicono l’origine gestuale della sua pittura, facendola somigliare a una stampa digitale. Recentemente, la sua ricerca si è concentrata sulla costruzione di drawing machine realizzate con hardware e software artigianali capaci di generare superfici pittoriche che sembrano dipinte a mano e che, quindi, rimarcano ulteriormente l’ambiguità processuale nei rapporti tra uomo e macchina. Attraverso il progetto NORAA (Non Representational Art Automata) Tabarelli suggerisce una ridefinizione dei tradizionali concetti di autorialità e autenticità dell’opera, messi in crisi dai recenti sviluppi nel campo delle tecnologie digitali e dalle nuove possibilità interattive preconizzate dall’informatica ubiqua.

Viviana Valla, 2016, Ride to me #3, 180x180cm, mixed media on canvas

iviana Valla, Ride to me #3,2016

Viviana Valla reinterpreta il linguaggio dell’astrazione geometrica attraverso l’utilizzo di materiali non convenzionali, come carte di recupero, post-it, scotch e frammenti stampe che si riferiscono a una dimensione intima e formano, così, una sorta di enigmatico affastellamento visivo. Tutto ciò che non vediamo, cioè gli interventi pittorici e i collage che l’artista cancella nel processo di stratificazione pittorica costituisce l’ossatura dell’opera. I contenuti formali sedimentati, parzialmente affioranti sulla superficie, mostrano come il suo processo pittorico consista in un progressivo rassetto di elementi caotici, aggiunte e sottrazioni, negazioni e affermazioni. L’artista cerca di tradurre in un linguaggio chiaro e ordinato il magma di pensieri, intuizioni e illuminazioni che accompagnano l’atto creativo. Il risultato è una pittura a percezione lenta, dominata da tinte tenui e delicati passaggi di tonali. Una pittura quasi monocromatica, che raffredda i turbamenti lirici ed emotivi in una grammatica analitica e minimale.

38Giulio Zanet Senza titolo 2016 70x100cm 1

Giulio Zanet, Senza titolo, 2016

Quella di Giulio Zanet è una pittura che afferma l’impossibilità di oggettivare pensieri ed emozioni in un discorso visivo lineare e comprensibile. Nel suo percorso artistico, infatti, il graduale passaggio da una figurazione destrutturata a un’astrazione ibrida e polisemica corrisponde al tentativo di costruire un linguaggio che riflette tutta la vaghezza e l’imprecisione delle esperienze esistenziali. Il ripescaggio dei principali codici della tradizione astratta – dall’analitico all’informale, dall’espressionismo astratto al neo geo – converge verso la definizione di uno stile fondamentalmente mobile e volubile, dove il rigore del pattern si alterna al piacere dell’ornamentazione, la libertà del gesto alla scabra imperfezione del segno, in un’instabile e precaria oscillazione tra norma e trasgressione. Molti dei suoi lavori recenti trascendono la struttura classica del quadro e diventano sagome astratte, frammenti e lacerti di un lessico onnivoro, simile a una texture espansa che invade lo spazio ambientale alterandone, invariabilmente, i contorni percettivi.


[1] Tony Godfrey, Painting Today, Phaidon Press, London, 2014.

[2] Bob Nikas, Painting Abstraction. New Elements in Abstract Painting, Phaidon Press, London, 2009.


Uncertainty Principle

 by Ivan Quaroni

In recent times, Italian art developed a new aniconic and polysemous sensibility expressed through several media, from painting to sculpture and installation, in discontinuity with the codes belonging to geometrical abstraction. In the history of art, the abstract process often represented an arrival point, intended as an evolution or improvement of the pictorial language. Many Italian abstract painters like Alberto Magnelli, Manlio Rho, Arturo Bonfanti and Osvaldo Licini, for instance, started from a realistic approach to then create a system of inner signs and figures closer to the intangible world of ideas. However, the passage from iconic to aniconic representation has always developed in this order and never in the opposite way.

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Installation view: Giulio Zanet

What distinguishes this group of artists belonging to the Millennials generation is the recognition of the basic ambiguity of visual language and, therefore, the final dismissal of the dichotomy between abstraction and representation, a legacy from the past. It is clear that these categorizations are not functional anymore. It might be the consequence of a structural change in culture, regarding the emerging of a new awareness, more and more a-confessional in an ideological way. We may consider it as a legacy of the post-modern period, which helped to redefine genres making them liquid and supporting a free circulation of artist between various artistic fields. International critics testified this change, pushing authors like Tony Godfrey and Bob Nikas to rethink old classifications and introduce new elastic visions on present pictorial researches. Godfrey invented the definition of Ambiguous Abstraction, regarding those works by abstract artists where figurative traces survive in a evanescent way. Nikas expanded the Hybrid Picture definition also to those works by mainly figurative artists (like Jules de Balincourt and Wilhelm Sasnal) showing abstract elements. In reality, Gerhard Richter’s many and various works between abstraction and figuration already proved how painting could be considered as something homogeneous, regardless of its own declinations.

In 1986, the American abstract painter Jonathan Lasker wrote: “I’m seeking subject matter, not abstraction.” Lasker thought Abstraction was dead with Frank Stella’s Black Paintings, so he imagined painting as representing marginal topics like memory, presence, matter, transcendence and the mix between high and low art. In addition to these topics, felt as crucial nowadays, the post- abstraction by the Millennials, shaped by the exponential growing of information and digital technology, reflects on the individual’s position during image creation and fruition processes. Studies on perception, at the core of artistic experimentations since the end of the Fifties, were one of the many consequences derived from the discoveries in quantum physics. The observer was given the power to influence the results of scientific experiments and, in an extended way, he could concretely define reality. Through the Uncertainty principle, the epistemological consequences of Werner Karl Heisemberg’s theory would have been received also by contemporary arts, which started then a deep reflection on the observer’s role in the construction of images. Optic and kinetic works were conceived as interactive devices able to create a physiological reaction into the observer, who became an active part in the understanding of the image. Artists considered themselves as aesthetic scientists with the social mission to show the audience how congnitive mechanisms work. To realize their goal, they had to make one step back and give up with the author principle, in the same way as the N Group from Padova did when their works were presented under a collective signature. After fifty years, at the peak of the digital era, studies on the relation between image and perception have reconceived or, at least, extended to the new cognitive standards of the Y generation. These young artists are not interested defining how visual mechanisms work, while they focus on the reactions to the changed fruition conditions to internet and virtual reality images. They developed a critical awareness to distinguish artistic creation from the production of commercial, advertisting and playful images. All the artists present in the exhibition show a radically individualistic approach in considering art as a cognitive tool and as a way to resist to the codes of mass-media communication and traditional storytelling systems. The abstraction choice has been immediate for some and gradual for others. It represents a precise wish to cut any connection with the invasion of media language (and not its technology) to re-establish a primary and creative connection with reality. Abstract comes from the latin expression ab trahere and means “to remove”, “to separate”. It refers to that kind of mental action that moves from the concrete and immediate side of contigency to the one filtered by reflection. Abstraction and theory are comparable terms. They both include detachment from reality, even if in the Millennials’ abstraction is only temporary. It has the same value of an epochè, a suspension of judgment towards the alleged truth of phenomena, which never resolves in a complete detachment from reality.

Paolo Bini, for example, translates physical (and mental) landscapes in abstract chromatic units, based on pixels and scanner or plotter timings. The artist paints on paper strips, then mounted on boards, canvases or walls to create images characterized by a rhythmical and chromatic partition. With paintings, installations and paint-sculptures, Bini builds a lyrical and personal variation of pattern painting, where geometrical precision and gestural urgency of abstract expressionism coexist. This emotional geometry, produced by the fusion between mental structures and phenomenical entities, places his painting style on the the thin border between visible and invisible, on the precise point where the act of observing nature fights with the creative distorsions of awareness.

15Isabella Nazzarri, Sistema Innaturale - Genesi, 2016, 70x50cm, acquarello su carta web1

Isabella Nazzarri, Sistema Innaturale – Genesi, 2016

The pictorial signs by Isabella Nazzarri may be defined as phyto-morphic and anatomorphic. Using an organic and perpetually changing alphabet, she expresses feelings, memories and intuitions incomprehensible in any other way. The artist gets inspiration from the classification of anatomical and herbal tables to build a world of evocative and fluctuating pictograms, obtained through a free interpretation of natural morphologies. Nazzarri realized a big mural painting on the gallery ceiling, a crowded organic genesis echoing the codified forms of her Innatural systems, an imaginative theory of amoebas and parameciums, bacteria and protozoans coming out from the primordial broth of an alien planet. Even if her artistic world is not influenced by science fiction, it represents the inner observation of an overabundance of archetypical forms, similar to terrestrial microbiologies generate by a mobile and liquid imagination.

18Matteo Negri ricordi di una estate

Matteo Negri, ricordi di una estate, 2016

Matteo Negri’s research focuses on plastic substances in an eclectic way, in combination with stone and ceramic, metal and resin, using industrial varnishes to create pop colors for an immediate expressive efficiency. His varied production centers on the division between form and meaning, a short circuit of aesthetic content and substance. This is the case of Kamigami Box, big irregular boxes showing internal surfaces covered with mirroring steel. The surfaces reflect the Lego constructions on the sculpture’s base ad infinitum, giving the impression of a limitless urban settlement. Together with a new Kamigami, the artist shows a piece of furniture, an old chest of drawers transformed in a displayer containing many little works. The visitors are invited to explore it, so they can experience an unusual form of artistic interaction.

The mechanisms of creation and image fruition are at the core of Patrick Tabarelli work. His works drive the observer towards a kind of perceptive uncertainty, thanks to their formal ambiguity. His paintings are made of flat, almost digital surfaces, or are crossed by dynamic and minimal oscillations, in contrast with the gestural origins of his style. Recently, his works focused on the construction of drawing machines, digital hardware and software for the production of surfaces, which look like hand-painted, so the ambiguity between author and work emerges once again. Through his project NORAA (NOn Representational Art Automata), Tabarelli suggests a redefinition of the traditional concepts of author and autenticity of the work, on crisis because of the recent development and the new interactive possibilities introduced by digital and information technologies.

Viviana Valla, 2016, Chromofobia, 180x180cm, mixed media and collage on canvas

Viviana Valla, Chromofobia, 2016

Viviana Valla elaborates the language of geometrical abstraction through unconventional substances, like recovery papers, post-it, tape and fragments of printed images. She invents an intimate dimension with the realization of a mysterious and enigmatic visual diary. All we do not see, such as the pictorial adjustments and the collage erased by the artist during the stratification process, is the skeleton of her work. The settled formal subjects partially emerge from the work’s surface, they are part of a gradual rearrangement of chaotic elements through continuous additions and exclusions, negations and affirmations. The artist translates in a clear and extensive language the gathering of elusive thoughts, immediate ideas and sudden inspirations accompanying the creative act. The final result is a slow perception of soft colors and delicate tones, almost monochromatic painting style, reducing lyrical and emotional distractions in a minimal and analytical world.

Giulio Zanet’s painting style is based on the impossibility of objectifying thoughts ad emotions in a clear and linear system. His artistic career testifies a gradual moving from destructured figuration to a hybrid and polysemous abstraction, his language reflects the vague imprecision of existential experiences. Using the main codes of abstract tradition – analytical, informal, abstract expressionism and neo geo – he defines a basically mobile and uncertain style, alternating the rigour of pattern with the pleasure of decoration, the freedom of gesture with the imperfect disposition of signs on an instable and fragile balance between rules and transgression. Many of his recent works overcome the classic structure of painting and become abstract shapes. They are fragments of an omnivorous language, similar to an expanded texture, invading the envirnommental space to change invariably its own perceptive boundaries.


Info:

Principio di Indeterminazione / Uncertainty Principle
a cura di / curated by Ivan Quaroni

june, 14 – september, 23
ABC-ARTE Contemporary Art Gallery
Via XX Settembre 11A,
16121 Genova – Italia
e-mail: info@abc-arte.com
T. +39 010 86.83.884
F. +39 010 86.31.680

Vanni Cuoghi e Marcel Dzama. Masked Tales

26 Apr

di Ivan Quaroni

 

 

 

“Dopo tutto, che cos’è una bugia? Solo la verità in maschera.”
(George Byron)

 

Monolocale 44, (Discorsi da salotto) 2016, acqerello e china su carta, cm 21x30 copia

Vanni Cuoghi, Monolocale 44, (Discorsi da salotto) 2016, acqerello e china su carta, cm 21×30

PREMESSA

Perché accostare il lavoro di artisti diversi come Vanni Cuoghi e Marcel Dzama? In fondo, sono molti gli elementi di discontinuità innanzitutto biografici e culturali che li separano. Uno è genovese, classe 1966, naturalizzato milanese; l’altro, nato nel 1974, canadese di Winnipeg, provincia di Manitoba, vive oggi a New York. Il loro background non potrebbe essere più dissimile, considerato che mentre il primo è cresciuto emotivamente e intellettualmente nel clima postmoderno degli anni Ottanta, tra due centri urbani del nord Italia, subendo il fascino della storia dell’arte e della pittura coeva, il secondo si è formato in un ambiente fortemente influenzato dalla natura, attingendo alle tradizioni folk del proprio paese e alla cultura popolare degli anni Novanta. Due identikit così manifestamente antitetici che cosa possono avere in comune? All’apparenza nulla, eppure… Eppure gli elementi di convergenza formale e attitudinale sono numerosi, anche se ognuno ha sviluppato una propria mitologia interiore e un’autonoma geografia di riferimenti artistici in cui si annida, però, qualche comune ascendenza.

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 56x76 cm, anni 2000

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 56×76 cm, anni 2000

Cominciamo dicendo che il confronto qui proposto ha il gusto del gioco, della suggestione, una specie di “what if”, cioè d’ipotesi, tutta da verificare, sulle similarità di mood e d’atmosfera tra i testi visivi di un europeo e di un nordamericano. Un gioco, appunto, in absentia, cioè fatto a priori da chi scrive, senza la necessità di un mutuo consenso da parte degli artisti, che d’altronde non si conoscono. Il compito del critico consiste, in questo caso, nella capacità di trovare connessioni formali, stilistiche, perfino sentimentali tra opere di diversa provenienza, datazione e fattura. In fondo, è esattamente quello che fanno sempre i critici e i curatori quando costruiscono una mostra: rintracciano affinità e divergenze, creando un dialogo o un contrasto tra opere. Nel caso di Cuoghi e Dzama il confronto era peraltro già avvenuto in un paio di occasioni – le mostre Back to folk alla galleria Daniele Ugolini di Firenze[1] e Beautiful Dreamers alla Angel Art Gallery di Milano[2] -, dove emergeva una sottile sintonia stilistica e narrativa tra i due artisti.

Sibilla 1, 2016, china e acquerello su carta cm70x100. AJPG

Vanni Cuoghi, Sibilla 1, 2016, china e acquerello su carta cm70x100

Con Masked Tales, titolo di questa esposizione, il raffronto diventa intenzionalmente più serrato grazie alla presenza di un più nutrito nucleo di opere: undici inchiostri e acquarelli su carta del canadese, tutti realizzati tra la seconda metà degli anni Novanta e il 2002; quindici opere recenti dell’italiano, che spaziano dal paper cutting all’acquarello, fino alla tecnica mista su tela.

LINEA CHIARA E FIGURE FLUTTUANTI

Dal punto di vista formale, Marcel Dzama e Vanni Cuoghi usano un linguaggio di tipo grafico e di chiaro impianto disegnativo che in qualche modo rimanda al mondo del fumetto. Entrambi, infatti, soprattutto in passato, hanno saccheggiato l’iconografia dei supereroi americani, dislocandola nel mondo estraniato ed estraniante delle proprie narrazioni. Ma se negli acquarelli di Dzama è leggibile l’ascendenza dalla cosiddetta linea chiara del fumetto classico francese, in quelli di Cuoghi si avverte, piuttosto, la lezione anatomica del Tarzan di Burne Hogarth, commista agli studi accademici sul Barocco e il Rinascimento. Sono due modi diversi d’intendere il disegno, quello classico di Cuoghi e quello sintetico di Dzama, che però s’incontrano, attraverso la comune passione per l’illustrazione, sul piano dell’immediatezza e della freschezza comunicativa. In quasi tutti gli acquarelli dell’artista canadese, figure di orsi, boy scout, fumatori, gangster, poliziotti e miliziani si stagliano su un fondale bianco, vuoto, che accentua il senso di sospensione delle sue storie, fiabe solo in apparenza che, invece, affrontano con un misto d’ironia e crudeltà temi quali la violenza, il sesso, la sopraffazione.

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,6x27,9 cm, 2000-

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,6×27,9 cm, 2000

All’inizio anche Vanni Cuoghi adottava l’espediente del fondo bianco per concentrare l’attenzione sull’episodio narrato in primo piano. Un residuo di questo stratagemma grafico si vede, ad esempio, nelle Intagliatrici, figure parzialmente intagliate nel foglio, che sono poi capovolte e dipinte a china e acquarello, lasciando visibile nella parte superiore del fondo la propria sagoma vuota, come una sorta di matrice o di stampo. Sono, però, figure fluttuanti in un campo vuoto, mentale, anche quelle della serie Sibille e dello stregonesco Mental Cut, che celebrano l’eleganza dinamica e misteriosa delle sue schermitrici.

Intagliatrice rossa, 2016, acquerello e china su carta cm 21x30

Vanni Cuoghi, Intagliatrice rossa, 2016, acquerello e china su carta cm 21×30

STORIA E STORIE

I racconti di Dzama si svolgono non solo in un luogo imprecisato, proiezione astratta di stati d’animo ed emozioni, ma anche in un tempo imprecisato vagamente collocabile tra l’Otto e il Novecento, come si desume dalla fascinazione per gli abiti di tweed, per le divise degli anni Venti e per le uniformi militari napoleoniche o della Guerra di secessione americana. Sono, però, riferimenti soprattutto estetici, rimarcati anche dalla predilezione per certi colori demodé, dal marrone al verde muschio, dal bordeaux al grigio aviazione e al blu carta da zucchero, che creano una particolare temperie emotiva e un’atmosfera d’altri tempi. Quelle di Dzama sono narrazioni incongrue e surreali, spesso accompagnate da frasi e brevi testi che, come nei lavori eseguiti con il gruppo Royal Art Lodge (oggi composto dai soli Neil Farber e Michael Dumontier), creano un corto circuito tra l’immagine e la parola scritta. L’artista non è, però, interessato alla trasmissione di un messaggio etico e le sue scene di mutilazione, decapitazione e pornografia sono piuttosto la testimonianza di un processo di sublimazione grafica della violenza.

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 31,5x25,5 cm, anni 2000

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 31,5×25,5 cm, anni 2000

Negli ultimi lavori di Vanni Cuoghi la descrizione ambientale e paesaggistica è sempre più frequente. Ai fondi bianchi si sostituiscono eleganti interni borghesi, architetture rinascimentali e barocche, boschi e foreste di sapore arcadico. L’amore per l’arte italiana trapela ovunque, negli arredi e nelle tappezzerie dei Monolocali, nei castelli in rovina e nelle pievi romaniche delle Sibille, nelle arcate della Cà Granda di Milano che fanno da quinte ai Balletti plastici armati e, perfino, nei capricciosi tempietti barocchi che inquadrano le ballerine di Il lago dei cigni e Roses for me. Insomma, la marca stilistica di Cuoghi è chiaramente latina e mediterranea e i suoi racconti, pur surreali e immaginifici, quasi mai indulgono in scene raccapriccianti. Le sue narrazioni procedono con maggiore linearità, racchiudendo la trama in immagini compiute, perfettamente definite in ogni dettaglio. Così, mentre nei primi lavori di Dzama prevale il gusto sintetico e quasi bozzettistico per le figure, in quelli di Cuoghi affiora l’acribia miniaturistica, l’amore per la cornice scenica e l’attenzione per il particolare rifinito e prezioso.

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Vanni Cuoghi, Roses for me, 2014, Acquarello e china su carta, 70x50cm i

GUERRA E DANZA

Marcel Dzama, fin dai suoi esordi con il gruppo Royal Art Lodge, e in seguito anche nella sua ricerca personale, affina un’idea di raffreddamento emotivo della violenza. I suoi soggetti sono disposti sul foglio in un modo da richiamare le strutture paratattiche dell’arte tardo antica oppure quelle dell’arte tribale dell’Oceania, di cui si dichiara appassionato. Ad esempio, in We run the Brandon Police force i detective e gli agenti sono allineati su due file orizzontali sovrapposte, come nella coreografia di un ballo di gruppo. La struttura coreografica emerge, tuttavia, anche in altri acquarelli, sotto forma di parata danzante o di esercizio ginnico. Tutto il lavoro di Dzama successivo al 2002 si è sviluppato in questa direzione. La danza e in particolare il balletto d’avanguardia come espressione artistica, è, infatti, ripreso in numerose opere recenti. Il principale riferimento, per i film The Infidels (2009), Death Disco Dance (2011) e A Game of Chess (2011), è il Triadic Ballet di Oskar Schlemmer, che esordì a Stoccarda nel 1922 ed è oggi ritenuto uno dei più importanti balletti sperimentali tra le due guerre. Già prima della realizzazione dei suoi film, la guerra sublimata in coreografia è un tema ricorrente nelle opere su carta di Dzama. Le miliziane in divisa col volto coperto dal balaclava, che compaiono frequentemente nei suoi acquarelli e che sono poi riprese anche in un videoclip musicale dei Department of Eagles[3], sono le vessillifere di questa concezione coreografica della guerra, tramutata in un sanguinoso ballo della Storia. La guerra è, infatti, per l’artista canadese un fattore ineliminabile della Storia di cui il gioco degli scacchi e la danza stessa sono rappresentazioni figurate.

Marcel Dzama, We run the Brandon police force, inchiostro e acquarello su carta, 35,5x27,5 cm, 2000

Marcel Dzama, We run the Brandon police force, inchiostro e acquarello su carta, 35,5×27,5 cm, 2000

Una ginnastica marziale, sospesa tra la delicata grazia del balletto e il vigore atletico del combattimento, è quella praticata dalle Sibille di Vanni Cuoghi, moderne samurai in cui si fondono il mito classico delle amazzoni e l’immaginario visivo steampunk e cyberpunk. Vestite d’ingombranti abiti vittoriani o di succinti short militari, le schermitrici di Cuoghi ricordano evidentemente l’emancipate eroine del Cinema di Tarantino (Kill Bill) e dei blockbuster statunitensi di fantascienza (Tomb Rider), sebbene il teatro delle loro gesta non sia la megalopoli, ma una natura astratta, mentale, popolata di animali totemici (orsi, cervi, aquile e lupi) e disseminata di rovine medievali. Per Cuoghi, il combattimento all’arma bianca è talvolta metafora di un conflitto interiore, allegoria dell’eterna lotta contro i demoni che albergano nel profondo di ogni uomo (Mental Cut); talaltra si configura come una sorta di autogenesi (Intagliatrici). Quasi mai, nelle sue opere, il combattimento allude direttamente alla guerra, tantomeno negli assemblaggi Balletti plastici armati e La caduta, dove l’artista appare più interessato alla relazione mimetica tra danzatrici e paesaggio. Invece, fuor di metafora, sono ispirati alle figure aggraziate del balletto classico e alle opulente scenografie teatrali barocche i già citati Roses for me e Il lago dei cigni.

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Vanni Cuoghi, La caduta,2014, collage,chine e acquerello su carta, cm33x58x38

MASCHERA E VOLTO

“Rivelare l’arte e nascondere l’artista è il fine dell’arte”, scriveva Oscar Wilde. Forse per questo, Cuoghi e Dzama scelgono di usare una narrativa svincolata dall’identità dei personaggi. Non c’è mai, nei loro lavori, un riferimento diretto all’attualità o alla cronaca, così come non c’è un tema o un soggetto riconducibile a personaggi e fatti realmente accaduti. La prima forma di occultamento consiste, infatti, nell’utilizzo del linguaggio allegorico e metaforico, sempre evocativo e mai indicativo, che entrambi gli artisti praticano mediante la composizione di caratteri tipologici, essenzialmente astratti e perfino i riferimenti visivi appaiono quanto mai vaghi, velati, sottintesi e sostanzialmente funzionali al racconto.

Seppure in modi diversi, Marcel Dzama e Vanni Cuoghi ricorrono sovente all’uso di maschere per nascondere il volto dei propri personaggi col preciso intento di ribadirne il carattere prototipico. Negli acquarelli dell’artista canadese il meccanismo di mascheramento è innescato in due modi diversi, ma complementari. L’uno consiste nel caricare l’espressività dei volti dei suoi personaggi, stravolgendoli in smorfie, come nel caso delle teste macrocefale che richiamano gli idoli dei totem tribali. L’altro modo consiste nel nascondere le fisionomie dietro cappucci, balaclava e mascherine, che diventano complementi vestitivi di uniformi e divise da combattenti. In entrambi i casi, Dzama ottiene l’effetto di acuire il mistero e l’inquietudine dei suoi racconti crudeli, pervasi di una vena di beffardo pessimismo.

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,6x27,9 cm, 2003

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,6×27,9 cm, 2003

Tutte le bellicose schermitrici di Vanni Cuoghi portano una sottile maschera sul volto, del tipo di quelle usate dai vecchi eroi del fumetto come Lone Ranger o simili a quelle portate dagli 88 Folli, la fittizia gang della yakuza, inventata da Tarantino in Kill Bill. Per l’artista, la maschera è una memoria nostalgica dei carnevaleschi travestimenti infantili, ma anche una metafora della fondamentale ambiguità della pittura, sempre protesa verso la costruzione di una realtà fittizia, immaginifica, misteriosa. Ma se la pittura è una finzione, allora tanto vale epurarla di ogni elemento realistico, di ogni accidente espressivo e dichiarare che la sua funzione è, prima di tutto ideale. Fin dagli esordi, Cuoghi ha scelto di rappresentare i suoi personaggi con gli occhi chiusi, elidendo, così, il più efficace strumento espressivo dell’anatomia umana, traducendo la fisionomia psicologica in una morfologia della maschera. Senza la luce vivificante dello sguardo, infatti, il volto diventa simulacro, icona, sublime e algida effige di dormiente. Così, sognando, le Sibille di Cuoghi inventano un mondo nuovo, rigenerato dalle fondamenta. Esattamente come fa la pittura, quando abbraccia la sua vocazione profetica.

Notturno, 2015, acrilico e olio su tela, cm 130x215

Vanni Cuoghi, Notturno, 2015, acrilico e olio su tela, cm 130×215


NOTE

[1] Back to folk, a cura di Ivan Quaroni, Daniele Ugolini Contemporary, 2006, Firenze.

[2] Beautiful Dreamers, a cura di Ivan Quaroni, Angel Art Gallery, 2009, Milano.

[3] Si tratta del videoclip di No One Does It Like You, le cui sequenze filmiche, riprese dal film The Infidels, mostrano lo scontro tra due eserciti contrapposti su un campo di battaglia nel modo del balletto avanguardista degli anni Venti.


INFO

Vanni Cuoghi, Marcel Dzama, Masked Tales
A cura di Ivan Quaroni
Labs Gallery via Santo Stefano n 38 Bologna
Opening: 7 maggio h 18,30
Dal 7 maggio al 7 giugno 2016
Info: Alessandro Luppi, tel:+39 348 9325473 info@labsgallery.it
http://www.labsgallery.it


Sibilla 3, 2016, china e acquerello su carta cm70x100. AJPG

Vanni Cuoghi, Sibilla 3, 2016, china e acquerello su carta cm70x100

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,5x27,9 cm, 2003

Marcel Dzama, Senza titolo, inchiostro e acquarello su carta, 35,5×27,9 cm, 2003

Arduino Cantàfora e Alessandro Mendini

4 Apr

Cose, case, città

di Ivan Quaroni

 

“Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare.”
(Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, 1902)


A. Mendini, ST, tela, 195x150 cm

Alessandro Mendini, Senza Titolo, nitro su tela, 195×150 cm, 1996

 

Per Jean Francois Lyotard l’epoca moderna era ancora caratterizzata dal progetto di spiegare il mondo attraverso principi unitari, totalizzanti. Le grandi correnti di pensiero, come l’Illuminismo, l’Idealismo e il Marxismo tentavano, infatti, di dare un senso compiuto alla Storia e, allo stesso tempo, fornivano una linea d’indirizzo per il futuro. In La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979), uno studio commissionato dal governo canadese, il filosofo post-strutturalista francese preconizzava la fine delle grandi narrazioni metafisiche e delle utopie rivoluzionarie e la nascita di un nuovo paradigma culturale che accettava implicitamente la precarietà di ogni etica e la fondamentale instabilità di ogni progetto culturale. Con lo sviluppo rapido delle tecno-scienze, viene meno la fiducia dell’uomo verso quei sistemi di pensiero che propongono un’interpretazione definitiva della realtà. Crollano i saperi filosofici, cedono le regole dell’economia classica, naufragano le profezie politiche. L’uomo, sottoposto allo stress dello sviluppo tecnologico, oramai dislocato, alienato ben oltre le previsioni di Marx, si trova a muoversi in una condizione sociale e culturale mutevole e incerta. In pratica, la postmodernità di Lyotard anticipa di qualche decennio le teorie di Zygmunt Bauman sulla modernità liquida, ma a differenza del sociologo polacco, il pensatore francese intravede una serie di aspetti positivi nel nuovo paradigma culturale. La fine del capitalismo industriale e il declino delle ideologie totalitarie aprono la strada a una maggiore tolleranza verso la diversità culturale ed etnica, mentre l’aumentata disponibilità d’informazioni e le nuove possibilità di scambio tra gli individui, acuiscono la sensibilità degli uomini verso la questione dei diritti civili. Nella cultura, la conseguenza più evidente consiste nell’affermazione della pari dignità di tutti i linguaggi e di tutti i sistemi di pensiero. Ciò significa che non esiste più una cultura dominante, ma una pletora di giacimenti formativi, di archivi linguistici, di alfabeti cui attingere deliberatamente, nella consapevolezza della loro fondamentale intercambiabilità.Tutta la cultura postmoderna è basata su questo disincanto, che è però anche espressione di una fiduciosa rivalutazione della Storia in tutta la sua estensione e di una radicale abolizione dei rapporti gerarchici tra espressioni tradizionalmente considerate “maggiori” e “minori”. È difficile, senza questa premessa, comprendere come le diverse personalità di Arduino Cantafora e Alessandro Mendini possano incarnare aspetti compatibili di una sensibilità poi sviluppatasi in direzioni esteticamente antitetiche.Architetti, artisti e scrittori, ma anche raffinati intellettuali, entrambi si cimentano in un serrato confronto di stili, linguaggi, ossessioni nate da due diversi modi di ripensare la Storia dell’arte (e dell’architettura). Si pensi, ad esempio, all’interesse di Mendini verso il folclore e la cultura popolare, contaminati dalla lezione delle avanguardie moderniste, o alla rivalutazione della pratica pittorica classica (e maniacalmente artigianale) di Arduino Cantàfora o al modo in cui entrambi scartano l’ipotesi di praticare un’architettura funzionale, basata sull’accettazione della vocazione sociale e razionale del progetto. Sono due anime del paradigma postmoderno – quella neo-avanguardista e neo-futurista di Mendini e quella classica, retrospettiva e inattuale di Cantàfora -che trovano seguito in tanta pittura degli anni Ottanta – dalla Transavanguardia agli Anacronisti, dai Citazionisti ai Nuovi Nuovi e ai Nuovi Futuristi -, protesa verso il ripescaggio e la rilettura di stilemi del passato e orientata non alla proposta di una visione e di un pensiero risolutivi, definitivi ma, piuttosto, alla ricerca di un principio di piacere (estetico, ottico, ma anche gnoseologico e pulsionale) che segna una radicale rottura con il mondo artistico precedente. Infatti, mentre il primo contamina la cultura progettuale con la libertà della pittura, invertendo e scambiando i punti di vista di prassi operative opposte e inventando felici paradossi concettuali come il Design pittorico, il Robot sentimentale e la Cosmesi universale, il secondo torna al mestiere della pittura e riesuma quel rapporto di fedeltà ottica e mimetica che le scomposizioni avanguardiste e astratte sembravano aver cancellato dalla recente storia dell’arte.

A. Cantafora, Macchina IV, 1992, vinilico e olio su tavola, cm 120x80

Arduino Cantafora, Macchina IV, vinilico e olio su tavola, 120×80 cm, 1992

 

Allievo e collaboratore di Aldo Rossi fino al 1979, ma con un background che affonda le radici nell’interesse scientifico per una lucida e razionale riproduzione realistica, Arduino Cantàfora ha dipinto opere in cui l’architettura, i luoghi, gli oggetti sono descritti con impressionante rigore e straordinaria acribia tecnica. Infatti, alla base del suo modus pingendi c’è sempre un profondo interesse umanistico per lo studio delle forme. Influenzato dalla pittura lombarda del Cinque e Seicento, ma anche dal Divisionismo, dal Purismo e dalla Metafisica, il linguaggio figurativo di Arduino Cantàfora parte da una sentita adesione mimetica per ricostruire l’identità storica individuale e collettiva. Un’attitudine, questa, che ha poi tradotto in una pratica didattica alla Scuola Politecnica Federale di Losanna e all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove ha affrontato i diversi temi legati al problema della rappresentazione.

A. Cantafora, Avec le temps II, 2006, 2006, vinilico e olio su tavola, cm 70x50

Arduino Cantafora, Avec le temps II, vinilico e olio su tavola, 70×50 cm, 2006

 

Ho sempre sperato, durante gli anni di insegnamento”, ha confessato l’artista, “di riuscire a contribuire al piacere di vedere le cose, allo stupore della visione come fattore di libertà inalienabile individuale, che nel sapere cogliere lungo l’arco del giorno e delle stagioni il rincorrersi della luce, possa incontrare la sempre identica a se stessa gioia dell’essere”.[1] Alla sua formazione culturale contribuiscono numerosi fattori. Figlio di un ingegnere, dal quale assorbe l’interesse per la scienza, Cantàfora approfondisce fin da giovane la curiosità per la morfologia delle forme organiche appassionandosi all’anatomia, alla tassidermia, all’entomologia, che considera come fondamenti necessari per chi si avvia allo studio dell’architettura. Esordisce come copista di Caravaggio poi, grazie agli studi e ai rilievi urbani sulla Milano storica, perfeziona la sua abilità nel rappresentare pittoricamente l’architettura e la città, qualità che si rivelerà preziosissima durante la collaborazione con Aldo Rossi.

Arduino Cantàfora, Teatri di città I, 2014

Arduino Cantàfora, Teatri di città I, 2014

 

La città analoga, opera manifesto della XV Triennale di Milano nel 1973 diventa, infatti, una pietra miliare della cosiddetta “pittura di architettura”. La grande tela, posta all’inizio di un percorso espositivo sulle città italiane, chiarisce in immagini la teoria di Aldo Rossi sulla città analoga, richiamando i dipinti rinascimentali delle città ideali. L’idealità è, però, sostituita con un principio, molto più realistico, di affastellamento di monumenti architettonici di epoche e stili differenti. Inseriti nell’impianto rigidamente prospettico e geometrico del dipinto, si riconoscono diversi edifici: il Mausoleo di Boulée, il Pantheon, la Fabbrica AEG di Berlino di Beherens, il quartiere Gallaratese, la Casa del Fascio di Terragni, la casa di Loos sulla viennese Michaelplatz, la Villa Reale di Monza del Piermarini, la Piramide Cestia, la Mole Antonelliana, il Groszstaadt di Hilberseimer e, infine, in primo piano, colta in prospettiva aerea, la Fontana di Segrate di Aldo Rossi. La città analoga è un crogiuolo di forme antiche e modernissime, un esempio di sincretismo architettonico che incarna il gusto postmoderno per il ripescaggio e che troverà poi un seguito ne La città banale del 1980. L’opera, presentata alla Biennale d’Architettura di Venezia, rappresenta l’interno di una sala d’attesa con il grande dipinto di una veduta urbana. Qualcuno la interpreta come “la testimonianza della sconfitta di un mestiere[2], quello d’architetto, che Cantàfora abbandona definitivamente in favore della pittura. Da quel momento in poi, come nota Gianni Contessi, l’architettura diventa per lui “la testimonianza di un agire in absentia, che tuttavia riesce a trasmettere significato, valore e memoria di tale agire nel suo tradursi in verità topologica tanto realistica quanto visionaria”.[3]

A. Cantafora, domenica, 2006, 80x120 cm, vinilico e olio su tavola

Arduino Cantafora, Domenica pomeriggio, vinilico e olio su tavola, 80×120 cm, 2006

 

La città resta, dunque, uno dei temi prediletti, il topos, è il caso di dire, in cui a più riprese il realismo scientifico della sua pittura si declina in atmosfere misteriose e sottilmente inquiete. Come nel ciclo Domenica pomeriggio (2006), dove gli scorci urbani, con gli edifici scanditi da una nitida luce vespertina, rievocano la placida fissità di certe piazze metafisiche e le magiche sospensioni dei pittori neoplastici e novecentisti. L’esasperata attenzione per i dettagli, l’adesione, quasi epidermica, alle superfici murarie, di cui l’artista riproduce ogni imperfezione, dalle scrostature d’intonaco alle macchie di umidità, si ritrova soprattutto nella serie dei Teatri di città (2014), dove l’interno di un teatro si apre alla visione frontale di una città antica. Qui Cantàfora organizza lo spazio come un’infilata di ambienti, una progressione architettonica che dalla platea in ombra conduce, senza interruzioni, a uno spaccato archeologico di mura e archi in rovina. La meditazione sul trascorrere del tempo (quasi un memento mori), sapientemente condotta attraverso le modulazioni di luce, sembra farsi più struggente e tormentata in questi dipinti.

Come in certe pagine scritte da Iosif Brodskij[4] e Paul Morand[5], Venezia diventerà, in seguito, l’incarnazione simbolica di questa inquietudine memoriale, in una serie di opere che proseguono il discorso iniziato nel 1973 sulla città analoga. In Le Venezie possibili (2014), infatti, compare di scorcio il Capriccio palladiano di Canaletto, da cui appunto trasse ispirazione Aldo Rossi e che contiene l’immagine di una Venezia verosimile con edifici palladiani presenti in altre città come la Basilica e il Palazzo Chiericati di Vicenza e il progetto mai realizzato del Ponte di Rialto eseguito da Palladio. Anche nella serie Avec le Temps (2006), in massima parte giocata sull’ambiguo rapporto tra interni ed esterni, la percezione nostalgica del trascorrere del tempo è un elemento centrale. Il modo in cui la luce definisce le forme degli oggetti, disegnandone i volumi e le superfici in momenti diversi del giorno, costituisce non solo la descrizione di un fenomeno ottico, legato all’esperienza sensibile, ma anche di un processo cognitivo. Per Cantàfora rappresentare è un modo di approfondire l’atto di osservare, è rifare l’immagine solo dopo averla compresa. Perché, come afferma lui, riferendosi, ad esempio, alle locomotive a vapore, protagoniste di un ciclo del 1992, “non si può disegnare senza aver capito”.[6]

A. Mendini, ST, nitro su legno, 75x90 cm (2)

Alessandro Mendini, Senza Titolo, nitro su legno, 75×90 cm, 1996

Alessandro Mendini, dice la biografia ufficiale, passa l’infanzia in una casa borghese disegnata da Piero Portaluppi, circondato dalle opere dei maggiori artisti italiani del Novecento collezionate dai suoi parenti. A questo imprinting visivo, fondamentale per la sua formazione, si unisce poi una vivace passione per il disegno. Dopo la laurea in architettura, inizia a lavorare allo Studio Nizzoli, ma nel 1970 lascia la progettazione per dirigere le riviste “Casabella”, “Modo” e “Domus”, attraverso cui diffonde le sue idee di rinnovamento nel design. Alla fine degli anni Settanta entra nello Studio Alchimia, il gruppo di design radicale che negli anni Ottanta riscrive le regole della progettazione in senso anti-funzionalista, puntando sulla produzione di oggetti di puro piacere, prototipi, mobili, ambienti, installazioni e arredi ispirati all’estetica kitsch e all’arte popolare.Nel design come nell’architettura, Mendini affronta il progetto come arte e l’arte come progetto e crea curiose contaminazioni tra pittura e disegno industriale, inventando i concetti provocatori di “design pittorico”, “artigianato informatico” e “architettura ermafrodita”. Seguendo una logica spiazzante, Mendini porta nella pittura l’approccio freddo del design e in quest’ultimo l’impulso emozionale dell’arte. “Data l’insufficienza del progetto a fronteggiare il mondo”, scrive nel 1986, “esso viene sostituito dal dipinto, che diventa un’opera senza principio, senza fine e senza giustificazione, una formalistica rete di stilemi e riferimenti visivi, simile al frangersi di un’onda”.[7]Il testo s’intitola, appunto, Design pittorico e spiega come i suoi oggetti rappresentino una forma di pittura che agisce fuori dal proprio usuale dominio, “in uno stato di neutralità disciplinare, dimensionale e concettuale”.[8] Tutto nasce dall’intuizione che la decorazione possa prevalere sulla progettazione, espandendosi in ogni ambito: architettura, moda, design. Per il mondo tradizionale degli architetti, devoti al principio del “less is more” per cui la decorazione è un corpo estraneo, il concetto di Cosmesi universale dev’essere sembrato niente più che una provocazione. Mendini, però, è sempre stato un architetto eretico, più interessato alla creatività banale e antieroica del quotidiano, che alla retorica utopica e ideologica del progetto. “La mia vita in sé non ha intenzioni progettuali”, scrive, “non vuole realizzare obiettivi o programmi: è un accumulo di esperienze, eventi più o meno normali o eccezionali…”.[9] L’arte rappresenta per Mendini la possibilità di operare in un campo instabile, aleatorio, in fondo superfluo, in cui il progetto può trasformarsi in una forma di comunicazione non programmatica, ma intensamente vitale.Molti dei dipinti e degli oggetti presenti in questa mostra (ma anche dei disegni, dei quali si dovrà dire a parte), sono contrassegnati dall’invenzione di un alfabeto di forme astratte, modellato sulla reinterpretazione dei linguaggi delle avanguardie moderniste e futuriste. Eppure, il suo dialogo con il passato, con la storia delle arti, siano esse recenti o antiche, colte o popolari, appare sempre vincolato a una necessità di comunicazione vitale, saldamente ancorata al presente. L’attitudine, tutta postmoderna, a non osservare le gerarchie di valore tipiche dell’educazione borghese convenzionale, si traduce nell’opera di Mendini in una libera e personalissima capacità di attingere alle più svariate fonti del passato (e del presente), in una cleptomania che gli consente di costruire il proprio catalogo di segni, pattern e texture. Un codice grafico, variamente declinabile su ogni tipo di supporto, che ritroviamo tanto nelle grandi tavole dipinte degli anni Ottanta, quanto sugli oggetti banali e disfunzionali. Abbecedario mobile di figure stilizzate e grammatica composta di sintagmi che echeggiano stilemi di Kandinskij, Depero, Signac, la pittura di Mendini può librarsi su qualsiasi superficie: la facciata di un edificio, un complemento d’arredo, una carta da parati, un tappeto, un utensile, un quadro, un gioiello…È un Progetto dolce di cosmesi universale in cui, come notava Achille Bonito Oliva, “progettare significa riprogettare, avere ad oggetto di questa operazione l’arte ed il suo passato”.[10] “Quando Mendini asserisce di non voler inventare niente di nuovo”, scrive Franz Haks, “questo per lui significa non solo che adotta forme e motivi di altri, ma anche che usa metodi del passato nell’idea che i criteri storici nell’arte e nel design possono essere rinnovati”.[11] Ed è forse per questo motivo che il design pittorico e la pittura progettata di Mendini, basati sulla riformulazione di memorie visive, ci sembrano così consueti e familiari. Il suo Re-design è un perfetto esempio di reinterpretazione di forme e segni preesistenti, ma allo stesso tempo è un modo per rimpiazzare la vecchia nozione di creazione (ex nihilo?) con una più ecologica di “ricreazione”, intesa anche come gioco combinatorio e svago ludico. C’è qualcosa di gioioso nel modo in cui Mendini rielabora il design d’autore di Rietveld, Breuer e Ponti o i mobili anonimi degli anni Cinquanta o, ancora, una poltrona in stile Luigi XV. Qualcosa che affonda le radici nel disegno infantile, quando quest’attività non risponde ad altro impulso che al piacere di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza. Sempre secondo Franz Haks, “Mendini non scherza sicuramente quando, intervistato, dice ripetutamente che esitò a lungo prima di scegliere se essere un architetto o un vignettista”.[12] E, infatti, nei disegni affiora, la vena più ironica e poetica dell’artista più che dell’architetto (è il caso di dire), quella più incline al racconto visivo sospeso tra bozzetto e progetto, eternamente in bilico tra il bisogno di costruire e il desiderio di sognare.

 

A. Cantafora, Avec le temps, 2006, 2006, vinilico e olio su tavola, cm 70x50

Arduino Cantafora, Avec le temps, vinilico e olio su tavola, 70×50 cm, 2006

 


NOTE

[1] Arduino Cantàfora, Un’opera di buio, in L’immagine maestra. Opere di Arduino Cantàfora e dei suoi atelier, a cura di Bruno Pedretti, Mendrisio Academy Press, 2007, Mendrisio, p.42.
[2] Luca Ortelli, Elogio dell’ombra, Domus, giugno 2015, editoriale Domus, Milano.[3] Gianni Contessi, Caro Arduino, volantino della mostra di Arduino Cantàfora, Galleria Rubin, Milano, 2005.
[4] Josif Alexandrovic Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1996, Milano.
[5] Paul Morand, Venises, Gallimard, 1971, Parigi.
[6] Arduino Cantafora, Architetture in movimento. Presenze nel territorio, in L’immagine maestra. Opere di Arduino Cantàfora e dei suoi atelier, a cura di Bruno Pedretti, Mendrisio Academy Press, 2007, Mendrisio, p.103.
[7] Alessandro Mendini, Design pittorico, in Il Giornale dell’Arte, maggio 1986, Allemandi, Torino, ripubblicato in Alessandro Mendini, Giancarlo Politi editore, 1989, Milano, p. 190.
[8] Ibidem, p. 190.
[9] Alessandro Mendini, Confessione, Op cit., 1980, ripubblicato in Alessandro Mendini. Scritti, a cura di Loredana Parmesani, Skira editore, 2004, Milano, p. 453.ù[10] Achille Bonito Oliva, Attrezzi scenici per pittura. Design ed architettura, in Alessandro Mendini, Giancarlo Politi editore, 1989, Milano, p. 4.
[11] Franz Haks, Le regole sono fatte per essere infrante, in Alessandro Mendini, Giancarlo Politi editore, 1989, Milano, p. 18.
[12] Ibidem, p. 12.

Info:
Arduino Cantafora e Alessandro Mendini
Cose, case, città
a cura di Ivan Quaroni
Antonio Colombo Arte Contemporanea
Via Solferino 44, Milano
Opening: 6 aprile 2016
Dal 6 aprile al 21 maggio 2016


La pratica della pittura

1 Dic

Perizia e ricerca nella Sicilia contemporanea

di Ivan Quaroni

La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.”
(Manlio Sgalambro, Teoria della Sicilia, 2006)

L’isola non è solo un luogo geografico, ma una condizione mentale e materiale. Nella letteratura, essa ha sempre goduto di uno speciale statuto allegorico e allusivo e, forse per questo, ne hanno scritto Omero e Thomas Moore, Robert Louis Stevenson e William Golding e centinaia di altri autori, interpretandola, all’occasione, come un luogo di fuga e di libertà, di detenzione ed esilio, oppure come un paradiso naturale e un laboratorio utopico, in cui è possibile sperimentare nuovi modelli di società. L’isola rappresenta, per definizione, una singolarità, una sorta di anomalia rispetto ai modi di vita del Continente, verso cui mantiene un rapporto discontinuo e intermittente. Diceva Luigi Pirandello: “Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natia circondata dal mare immenso e geloso”.[1] Ma è questa solo una delle tante affermazioni di scrittori siciliani sul senso di straordinarietà della condizione insulare. Per Gesualdo Bufalino, ad esempio, l’insularità non è solo una segregazione geografica, ma anche della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. “Da qui” – diceva – “il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi”.[2]. Manlio Sgalambro, che ho avuto la fortuna di conoscere a casa di Franco Battiato, in un opaco, lattiginoso pomeriggio milanese, sosteneva che il sentimento insulare dei siciliani fosse addirittura un oscuro impulso verso l’estinzione, “l’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere [e che] rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale”.[3] Leonardo Sciascia ha, invece, intuito il legame profondo dell’isola con la creatività e con l’arte, affermando che l’intera Sicilia è una dimensione fantastica e domandandosi come si faccia a viverci senza immaginazione. E, infatti, la Trinacria ha dato i natali, in ogni tempo, a così tanti artisti, che sarebbe davvero troppo lungo enumerarli. Basti sapere che questa terra, anzi queste terre – perché, come sosteneva Bufalino, la Sicilia è plurale – è ancora oggi una ribollente fucina di talenti, di singolari ingegni in cui, a ben vedere, quel sentimento esclusivo d’insularità, di tanto in tanto traspare, come una filigrana sottile e tenace.

La pratica della pittura è una mostra che documenta, provvisoriamente e senza alcuna pretesa di esaustività, lo stato delle ricerche artistiche contemporanee in Sicilia, dentro e fuori il perimetro dell’isola. È, se vogliamo, un compendio, manchevole e perfettibile, di come, in questi ultimi dieci anni, la pittura siciliana si sia declinata in una varietà di generi e modi, di strade e rivoli, in un costante bilanciamento fra tradizione e innovazione, perizia tecnica e sperimentazione, mito e cronaca, utopia e pragmatica. In realtà, il senso di questa esposizione, il vero obiettivo, è di sospendere una dialettica pretestuosa e inutile, quella che vede contrapposte, l’una contro l’altra armata, la fazione dei fautori della perizia artigianale, inevitabilmente tradizionalista e conservatrice, e quella, innovatrice e progressiva degli sperimentatori e dei concettuali. Sono i vecchi trucchi della logica binaria, che vorrebbe tutto diviso, spartito in tipologie opposte, con il conseguente risultato di depotenziare quanto c’è di energico, appassionante e perfino contradditorio nell’esperienza vitale dell’arte. Perizia e ricerca compongono un binomio niente affatto antitetico. La gran parte degli artisti inclusi in questa mostra si muove liberamente tra l’una e l’altra attitudine, senza avvertire alcuna contraddizione. Ed è un bene, perché il virtuosismo tecnico, così come lo slancio sperimentale dipende dalla disponibilità degli artisti a dilatare i tempi di lavorazione delle opere.

Si sa che in un’isola, e la Sicilia non fa eccezione, il tempo sembra scorrere diversamente ed è noto che spesso la percezione che se ne ha, salvo qualche eccezione, differisce radicalmente dai ritmi frenetici del continente. Il temperamento insulare, allora, potrebbe costituire una sorta di imprinting che obbliga gli artisti siciliani a intrattenere una più stretta relazione tra l’eredità storica del passato e le urgenze del presente. Una qualità che più raramente affiora nel modus operandi degli artisti continentali ed europei, abituati a un serrato confronto con la dimensione del presente e dell’attualità. Non è un caso, infatti, che molti degli artisti presenti in questa mostra, perfino quelli che non vivono più in Sicilia o quelli che hanno vissuto per qualche tempo fuori dei suoi confini, costruendo la propria carriera in una prospettiva più aperta agli influssi della cultura internazionale, conservino nel proprio lavoro i segni di quell’iniziale imprinting. Come diceva Renato Guttuso, “anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia”.

Pur nell’impossibilità di individuare una linea comune nella variegata fenomenologia delle esperienze pittoriche contemporanee in Sicilia, è lecito, invece, tentare di tracciare una casistica espressiva, provando a isolare, nel campione rappresentativo di questa mostra, la ricorsività di talune attitudini. Per esempio, accanto alla vocazione al dialogo con la tradizione, specialmente in quegli artisti il cui linguaggio è segnato da un’evidente acribia tecnica, emerge in alcuni una particolare attenzione al dato quotidiano, dai dettagli più prosaici del paesaggio urbano fino alle notazioni su abitudini, riti e costumi delle comunità. Un’attenzione che, passando attraverso l’adesione mimetica, talvolta di matrice fotografica, può declinarsi ora in una diagnosi del disagio individuale, ora nella disamina delle emergenze sociali che hanno caratterizzato la cronaca recente.

In molti casi, invece, affiora fieramente una propensione alla trasfigurazione fantastica della realtà, una vena immaginifica e visionaria che forse dipende, come suggeriva il regista Giuseppe Tornatore, dall’essere costretti a immaginare cosa ci sia oltre l’orizzonte delle acque che circondano l’isola. In altre circostanze, soprattutto nella ritrattistica, emerge l’elemento memoriale, il substrato intimo e lirico del carattere insulare, che controbilancia l’innato spirito ribelle e la natura irrequieta (e perciò tendenzialmente sperimentale) del carattere insulare.

Insomma, sono molte e diverse le direzioni di ricerca della pittura siciliana, così come sono plurime le identità culturali dell’isola, costruite su una stratificazione ricchissima di matrici e influssi disparati. Il confronto con il mondo reale e con i suoi epifenomeni innerva le ricerche di molti artisti, come Andrea Di Marco, Francesco Lauretta, Giovanni Iudice, Emanuele Giuffrida e Angelo Crazyone, spesso con esiti quantomai variegati, se non addirittura antitetici.

Andrea Di Marco, Steso, 2011, olio su tela, 50 x 60 cm

Andrea Di Marco, Steso, 2011

Per Andrea Di Marco, artista scomparso prematuramente nel 2012 – cui questa esposizione dedica un piccolo e sentito omaggio – la realtà è un catalogo di paesaggi marginali, periferie, luoghi abbandonati, angoli privi di fascino, ma proprio per questo sintomatici, perché rivelano, senza retorica, il carattere prosaico e pedestre della realtà urbana. Quella di Di Marco è una pittura che seleziona accuratamente i suoi oggetti (tende, sedie, camioncini, saracinesche, ombrelloni, pompe di benzina e vecchi macchinari agricoli), trasformandoli in ossessioni iconografiche dalle quali si evince l’afflato costruttivo dell’artista, che proprio nelle apparenze trova materia feconda per una ridefinizione e riedificazione del reale. Ridefinizione che, in verità, sta tutta nello iato tra lo scatto fotografico, che egli stesso eseguiva come una sorta di appunto visivo, e la sua trasposizione pittorica, una sorta di reinvenzione ex-novo, più che una mera traduzione mediatica.

Francesco Lauretta, Palermo 31 maggio

Francesco Lauretta, 31 maggio, Palermo, 2014

Trae spunto da frammenti fotografici anche la pittura di Francesco Lauretta, caratterizzata da una lenta e finissima manipolazione delle fonti iconografiche, che sfocia nell’esecuzione di dipinti accurati e dettagliatissimi, sovente densi e gremiti di particolari fino allo stremo. Eppure, Lauretta non è artista che si sia mai lasciato intrappolare dai confini disciplinari. Spesso ha indagato, con lo sguardo del pittore, sensibile alla costruzione delle immagini, anche i territori limitrofi del video, della fotografia, dell’installazione. L’ampio raggio d’azione della sua ricerca, gli ha consentito di conciliare la perizia pittorica con la spinta sperimentale propria di altri media, permettendogli di costruire una linea d’indagine in cui convergono l’interesse per il colore, per la percezione sensibile dello spazio e per le potenzialità d’estensione della prassi pittorica oltre i confini tradizionali. Ma la prova del fondamento essenzialmente pittorico del suo lavoro è testimoniata dall’opera 31 maggio, Palermo – dove l’artista si ritrae in compagnia di Fulvio Di Piazza, Francesco De Grandi e Alessandro Bazan -, dipinto che è un affettuoso omaggio all’amico Andrea Di Marco e, insieme, il tributo di un artista a una delle più interessanti compagini della pittura siciliana contemporanea.

Giovanni Iudice, Il mare di Gela, 2015

Giovanni Iudice, Il mare di Gela, 2015

L’interesse di Giovanni Iudice per la realtà quotidiana si traduce in una pittura attenta a riprodurre il vero in ogni suo aspetto. La mimesi raggiunge effetti quasi fotografici, ma la sua può essere considerata una ricerca fedele non solo alle apparenze (luci, ombre, consistenze del mondo reale), ma anche ai risvolti, talvolta drammatici, della vita contemporanea. La sensibilità verso le recenti tragedie dei migranti, che ha dato il via a un intero ciclo di opere sul tema, convive con la curiosità verso i riti sociali dei turisti e dei bagnanti sulle coste, con l’interesse per la particolare morfologia del paesaggio, ma anche con lo studio della dimensione intima e privata degli interni domestici. Si avverte, comune ad ognuno dei filoni della sua ricerca, un vivo senso di partecipazione, di complicità nei confronti delle vicende umane, un tratto, questo, molto raro nella pittura contemporanea, spesso più propensa a evidenziare gli aspetti deteriori della società. Nonostante il crudo realismo col quale ha saputo raccontare il disagio dell’immigrazione (Umanità, 2010-11), Iudice, rimasto estraneo al sarcasmo e allo snobismo culturale di tanta sedicente “arte impegnata”, riesce a restituirci un’immagine veritiera, nella forma come nella sostanza, delle contraddizioni del presente.

Emanuele Giuffrida, Selfportrait with a bed, 2015, olio su tela cm 180x230

Emanuele Giuffrida, Selpotrait with a Bed, 2015

Diverso, invece, è l’approccio pittorico di Emanuele Giuffrida. La sua perizia tecnica è indirizzata all’esplorazione di una realtà prosaica, ma sottilmente disturbante, fatta di luoghi spogli e disadorni come sale da biliardo abbandonate, bagni pubblici, interni di pompe funebri, corsie d’ospedale, spazi d’attraversamento rischiarati dalla fredda luce delle lampade al neon. In questa sorta di geografia del disagio esistenziale, che forse allude alla transitorietà della condizione umana, compaiono solo rare, solitarie figure. Nelle opere recenti, gli interni dipinti dall’artista si fanno, se possibile, più rastremati ed essenziali e, allo stesso tempo, più perturbanti, mentre, parallelamente lo stile espressivo appare più asciutto e controllato rispetto alle prove precedenti. Anche l’elemento ironico, evocato dai titoli delle sue opere, è una novità. Selfpotrait with Bed, ad esempio, mostra l’artista in una stanza vuota, intento a spostare un letto pieghevole con tanto di cuscino e coperte, mentre Study for “Glory Hole” mostra un dobermann che fissa un buco nel muro, beffardo riferimento a un set da film porno.

Angelo Crazyone, Build 4, 2015, spray e acrilico su tela, 60x60 cm

Angelo Crazyone, Build 4, 2015

La pittura retinica di Angelo Crazyone è costruita attraverso una meticolosa sovrapposizione di stencil, partendo da una traccia evidentemente fotografica e digitale. L’artista indaga la realtà da un punto di vista defilato, affidandosi all’eloquenza d’immagini quotidiane, come paesaggi e ritratti di donna, che l’artista cristallizza in una dimensione rarefatta e immobile, grazie a una palette cromatica virata sui toni del grigio e dell’azzurro. Crazyone usa il retino per fabbricare una nuova immagine della realtà tramite una procedura analitica, anche se il colore dominante nei suoi dipinti non è il prodotto della scomposizione dello spettro cromatico. Piuttosto, l’artista immerge i suoi soggetti in una luce fredda e plumbea, che sospende le forme in un’atmosfera silente e malinconica. Infatti, dietro il realismo oggettivo, strutturalmente rigoroso, e quasi ieratico dei suoi dipinti, trapelano un afflato lirico e una trattenuta, controllatissima, partecipazione emotiva.

DPF 265_Riddles, 2015, olio su tavola, 60 x 80 cm

Fulvio Di Piazza, Riddles, 2015

Immaginifico, metamorfico, alchemico è il lavoro di Fulvio Di Piazza, artista capace di trasfigurare la realtà in modo radicale, per via di quelle telluriche, vulcaniche trasfigurazioni del paesaggio che sono diventate, nel tempo, il marchio distintivo del suo stile. Il suo approccio pittorico è quello tipico del miniaturista, ossessivamente dedito alla cura del dettaglio, ma parimenti interessato a verificare le potenzialità rappresentative della mimesi nel campo della fantasia e dell’immaginazione. Le sue visioni s’incarnano i paesaggi imprevedibili, in cui la morfologia terrestre convive con le leggi di una fisica aliena, regolata da una diversa gravità. Monti, colline, avvallamenti e radure, sorgono e germogliano sotto l’effetto di un cataclismatico processo di terraforming, che illustra le infinite possibilità di genesi di nuovi mondi. Nella pittura di Di Piazza, la fantascienza e la storia dell’arte sono intimamente intrecciate in un inedito amalgama che sta a metà tra Star Trek e l’Arcadia, ma in cui è lecito scorgere le tracce di una Trinacria futuribile e mutante, alterata dalle esplosioni laviche e intossicata dai fumi vulcanici. Come un moderno Arcimboldo, ipermanierista e barocco, l’artista siciliano è riuscito a condensare in un linguaggio originale, che piace anche ai fan del Pop Surrealismo americano, l’interesse per l’arte, la curiosità per la letteratura di genere e il legame indissolubile verso la sua terra.

William Marc Zanghi, Purple River

William Marc Zanghi, Purple River, 2015

Anche William Marc Zanghi trasfigura il paesaggio, ma la sua vena fantastica si esprime attraverso un progressivo scivolamento dalla dimensione figurativa della rappresentazione, verso un’astrazione ambigua, dominata da campiture liquide e da morfologie magmatiche. I suoi landscape sembrano visioni allucinate, psichedeliche, che sciolgono la geografia di valli, fiumi, monti e laghi in un plasma sdrucciolante, perpetuamente mobile. La sua è una pittura che smaglia i limiti spaziali del paesaggio, fluidificandone i contorni e dissolvendoli in aureole multi cromatiche o in zone di pigmento liquefatto su cui si stagliano enigmatiche presenze animali oppure strane figure di mostri. Sembra ovvio che il paesaggio di Zanghi è soprattutto una proiezione mentale, una costruzione virtuale che adombra stati d’animo e sensazioni altrimenti inesprimibili e che, allo stesso tempo, si configura come un’esplorazione dell’ipotetico e del plausibile, di ciò che inevitabilmente sfugge alle logiche narrative della pittura figurativa.

BA 258_Intrigo a Mondello, 2008,olio su tela, 200x300cm (DOPPIA PAGINA)

Alessandro Bazan, Intrigo a Mondello, 2008

Artista colto e raffinato, cui si deve riconoscere un ruolo decisivo nella formazione della scena pittorica palermitana, Alessandro Bazan ha elaborato un linguaggio sintetico, intensamente espressivo, dove la tradizione della pittura figurativa del Novecento siciliano (e penso soprattutto a Renato Guttuso) si fonde con gli stimoli della cultura pop contemporanea, dai fumetti alla musica jazz, fino al cinema di genere. Disco Jazz, un dipinto del 2008, testimonia la passione dell’artista per l’improvvisazione, che egli cerca di trasferire in uno stile fresco, fatto di pennellate rapide e di vivaci contrasti cromatici. Una caratteristica della pittura di Bazan, oltre alla predilezione per l’ipertrofia anatomica e la distorsione espressionistica, è proprio l’uso di una tavolozza dalle tinte accese e dai toni innaturali, che contribuiscono immergere i suoi racconti visivi in un clima di estatica sospensione.

Filippo La Vaccara, Senza titolo, 2014, acrilico su carta, 140x90cm,

Filippo La vaccara, Senza titolo, 2014

Quello di Filippo La Vaccara è un linguaggio pittorico d’immediato impatto, che appare egualmente influenzato dall’illustrazione e dalla cultura naïve. In verità, questa grammatica è il prodotto di una ricercata sintesi, di un’estrema rarefazione segnica e formale, improntata ai valori della levità e della semplicità. Nelle sue tele compaiono paesaggi distorti, personaggi surreali, animali ipertrofici e oggetti d’uso comune, che rappresentano altrettante forme di sublimazione della realtà quotidiana. Il forte legame con la natura, che ha caratterizzato gran parte della sua precedente produzione, si ritrova anche nelle opere recenti, dove la trasfigurazione degli scenari urbani o degli interni domestici si traduce nella costruzione di ambienti accoglienti e luminosi, pervasi da un’atmosfera di metafisica sospensione. Apparentemente ingenua, ma mai banale, la pittura di Filippo La Vaccara è costellata di epifanie, di brevi e fugaci intuizioni che rivelano la natura magica e prodigiosa dell’esistenza.

Vincenzo Todaro, (un)memory #026 - soldiers, 2011, olio e acrilico su tela, 100 x 70 cm

Vincenzo Todaro, (un)memory #026, 2011

Dapprima interessato all’iconografia dei non-luoghi – gli spazi anonimi, funzionali, ma senza identità, che hanno suscitato le riflessioni dell’etnologo e antropologo Marc Augé nella seconda metà degli anni Novanta -, Vincenzo Todaro si è recentemente concentrato su un altro aspetto del problema identitario, legato alla memoria delle immagini. Nel ciclo intitolato (un) memories, infatti, l’artista recupera nei mercati delle pulci vecchie foto d’archivio, per lo più ritratti di personaggi che hanno perduto ogni referente, per farne il soggetto di una carrellata di ritratti anonimi. Queste immagini, spogliate d’ogni significato, diventano documenti del passaggio del tempo, allegorie di una progressiva e inevitabile usura, che l’artista rappresenta attraverso la cancellazione dei tratti caratteriali e fisiognomici dei suoi soggetti. Quel che resta è, piuttosto, la descrizione di ambienti, luoghi, suppellettili, svuotati di ogni ricordo e, dunque, strappati alla Storia.

Giuseppe Bombaci, Dialogo del Doppio Testa

Giuseppe Bombaci, Dialogo del doppio. Testa e fiori, 2015

Partito da una grammatica Pop e poi pervenuto a un linguaggio più pittorico, fitto d’influssi novecenteschi, Giuseppe Bombaci ha recentemente avviato un’attenta riflessione sull’iconoclastia attraverso la produzione di una pletora d’immagini negate, di fisionomie parziali e figure tronche, sulle quali l’artista ha operato successive cancellazioni, riducendo al minimo gli elementi espressivi della ritrattistica classica. Nella serie intitolata Dialogo del Doppio, Bombaci prosegue la sua indagine sul ritratto, ma questa volta ricorre a una strategia metalinguistica, che consiste nella replicazione del medesimo soggetto in due diverse tecniche pittoriche e su due diversi supporti. I Dialoghi del Doppio, sono per lo più composti di una grande carta dipinta ad acquarello cui è sovrapposto un piccolo olio su tavola preparata. Tra i due soggetti si crea, in questo modo, una fitta trama di rimandi, ma anche di sottili variazioni, che testimoniano le infinite possibilità espressive del linguaggio pittorico e, al contempo, ne affermano l’assoluta autonomia e indipendenza da qualunque tema iconografico.

Andrea Buglisi, Cheese, 2013, olio su tela, 50x50 cm

Andrea Buglisi, Cheese, 2013

Il lavoro di Andrea Buglisi è un perfetto esempio di metalinguismo pop e postmoderno, carico com’è di citazioni e riferimenti alla subcultura revivalistica del vintage e del kitsch. L’artista, infatti, recupera materiale iconografico da svariate fonti, archiviandolo in cartelle di file che poi utilizza nei suoi dipinti. Lui stesso afferma che ama lavorare su immagini che hanno già una storia, un vissuto, spesso accostandole e sovrapponendole fino a ottenere risultati inediti, dai cui, tuttavia, affiora la traccia di vecchie memorie. Buglisi è un artista della Google Generation, abituato a usare il web come un gigantesco serbatoio d’icone, di foto e illustrazioni che, una volta modificate e inserite in un diverso contesto, assumono una nuova identità e un inedito significato. Si tratta di una pratica in un certo senso ecologica, perché alla sterminata produzione d’immagini della società mediatica contemporanea, l’artista oppone la politica del ready made digitale.

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Giuseppe Veneziano, Mao Mao, 2008

Con un linguaggio pop e postmoderno, insieme originale e riconoscibile, Giuseppe Veneziano affronta temi sensibili come la politica, il sesso e la religione, per costruire un’immagine oggettiva e disincantata della società odierna, con le sue ambiguità e contraddizioni. Nella sua pittura dai colori zuccherini, simili a quelli dei dolci di marzapane, si affastellano eroi del passato e celebrità del presente, protagonisti della cronaca recente e icone del cinema, dei fumetti e dei cartoni animati. Per Veneziano, infatti, non c’è una sostanziale differenza tra fiction e realtà, perché sono entrambi elementi, che nell’odierna società mediatica spesso si mescolano e si confondono. L’artista lavora anche sull’impatto iconico dei suoi soggetti, siano essi estrapolati da un’opera di Raffaello o Andy Wharol oppure da una striscia a fumetti o dalle pagine di una rivista patinata. Quel che conta, è la capacità comunicativa che certe immagini possono suscitare, diventando esse stesse i vocaboli di un linguaggio universale e comprensibile, radicato nella cultura di massa globale.

Ranieri Wanderlingh, Danze africane, 2012, olio su tela,  120x180 cm., collezione privatajpg

Ranieri Wanderlingh, Danze africane, 2012

Dal punto di vista lessicale, anche la pittura di Ranieri Wanderlingh può essere ascritta all’ambito delle recenti esperienze new pop, sebbene l’artista rinunci alle iconografie dell’immaginario mediatico per costruire un proprio universo lirico, in cui l’immagine femminile ha un posto privilegiato. Lui lo definisce “Pop Romantico”, ma il suo stile è chiaramente frutto di un’evoluzione ibrida e mutante della pittura postmoderna, in cui si affastellano riferimenti, segni e citazioni che rimandano consapevolmente al Futurismo di Fortunato Depero, a Valerio Adami, a Ugo Nespolo, ma anche a tanta grafica e illustrazione dei patinatissimi anni Ottanta. Per Wanderlingh l’arte è anzitutto uno strumento di comunicazione che deve essere accessibile a più livelli di lettura. Per questo ha scelto un modello espressivo chiaro e intellegibile, dominato da un disegno limpido e pulito, da una ricercata flatness cromatica e, soprattutto, da uno smaccato fiuto per la costruzione suadenti pattern e accattivanti texture esornative.


[1] Discorso di Catania, tenuto al Teatro Massimo il 2 settembre 1920 in occasione della morte di Giovanni Verga, in Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, 1960, Arnoldo Mondadori, Milano.
[2] Gesualdo Bufalino, L’isola plurale, in Cere perse, 1985, Sellerio editore, Palermo.
[3] Manlio Sgalambro, Teoria della Sicilia, introduzione all'opera lirica Il Cavaliere dell'Intelletto di Franco Battiato in, Guido Guidi Guerrera, Battiato: Another Link, 2006, Verdechiaro edizioni, Baiso (RE).

Info:

La pratica della pittura. 
Perizia e ricerca nella Sicilia contemporanea.
a cura di Ivan Quaroni e Chiara Canali
Castello di Spadafora, via Nazionale, Spadafora (ME)
dal 5 dicembre 2015 al 4 gennaio 2016

Aldo Mondino. Pittura, attrazione fatale

20 Nov

di Ivan Quaroni

Dipingere è il gioco più bello che io conosca.

(Aldo Mondino)

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Aldo Mondino è una figura auratica dell’arte italiana, non solo perché ha saputo fondere lo spirito dello jongleur o del trickster shakespeariano con i pruriti concettuali dell’arte del suo tempo, ma anche perché è stato uno straordinario sperimentatore di linguaggi, in grado di muoversi con noncuranza entro una vasta gamma di espressioni visive.

I suoi meriti sono stati molteplici, ma la sua visione eccentrica dell’arte, disallineata dal pensiero dominante e dalle matrici culturali dell’epoca, ha giocato un ruolo fondamentale nel lento e faticoso riconoscimento del suo valore. È il destino che la critica – pur abbondante e lusinghiera nel suo caso – spesso riserva agli spiriti liberi, difficilmente inquadrabili in una lettura schematica della storia. Eppure, Aldo Mondino è stato, più che mai, un anticipatore.

Nella Parigi degli anni Sessanta, dove si era recato per seguire i corsi di Stanley William Heyter all’Atelier 17 e all’Ecole Du Louvre e poi quelli di mosaico di Gino Severini e Riccardo Licata all’Accademia, Mondino fu tra i primi artisti a riprendere a dipingere. Mentre nella sua Torino si coagulavano i fermenti concettuali dell’Arte Povera, lui, in controtendenza, recuperava i lasciti del Surrealismo e del Cubismo e li riconnetteva, con spirito insieme critico e divertito, all’interesse della Pop Art per lo stereotipo e l’immagine codificata. Dalla metà di quel decennio, i Quadri a quadretti, ispirati agli album da disegno per bambini, preannunciavano, infatti, la sua attenzione verso una concezione ludica dell’arte, diametralmente opposta alla gravità ideologica e concettuale dei coetanei artisti torinesi. Una concezione tutta improntata alla leggerezza e alla sperimentazione, in cui la pittura ricopriva un ruolo privilegiato, anche se non esclusivo.

-Alla pittura (e al suo sconfinamento), è, infatti, riservata gran parte della ricerca dell’artista, che con i Quadri a quadretti, e in particolare con quelli che reiteravano il soggetto di Maternità con le uova di Felice Casorati, portava alle estreme conseguenze l’idea di serialità dell’immagine propugnata dalla Pop Art, riproponendo l’immagine del maestro novecentista su oggetti d’uso comune come una porta, una tenda, un tappeto o una maglietta.

Fin dai lavori degli anni Sessanta, si avvertono la sua insofferenza verso ogni sorta di delimitazione dei confini disciplinari e, allo stesso tempo, la sua necessità d’infrangere le barriere fisiche e concettuali che avvincevano la pittura, attraverso una beffarda ridefinizione delle sue premesse teoriche. Infatti, mentre gli acrilici quadrettati rappresentavano il lato più puerile dell’arte, una sorta di flash back nell’infanzia della pittura, le Bilance degli anni Sessanta e Settanta ne affrontavano la maturità. Ironizzando sull’approccio analitico di tanta arte astratta, intenta a ridurre la pittura a una questione di pesi e ingombri sulla superficie, le Libre di Mondino fingevano di misurare, quasi fisicamente, la grammatura delle forme e dei colori. I Palloncini, invece, spostavano la questione del peso su un piano più prosaico. In quei dipinti, che sembrano levitare verso l’alto, idealmente trascinati da palloncini colorati, l’artista spostava il baricentro della composizione fuori dal perimetro della tela, quasi a suggerire che l’idea di una pittura delocalizzata, che rimanda sempre a un altrove.

Campione del pensiero laterale, ancor prima che lo psicologo maltese Edward De Bono ne coniasse il termine, Aldo Mondino ha fondato gran parte del suo immaginario artistico sulla dialettica tra vero e falso. Basti pensare alle Cadute, ai Falsi Collage, ma anche ai successivi dipinti degli anni Ottanta, che simulavano, in pittura, le vedute xilografiche della Tour Eiffel, e poi a tutto il roboante, affastellato armamentario orientalista degli anni Novanta, con quel sapore fin de siècle, così smaccatamente kitsch.

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Fino alla Biennale Veneziana del 1976, in cui l’artista partecipa con quattro lavori che definisce “cubisti al contrario”, le avanguardie storiche saranno il principale oggetto delle sue ironiche riletture del Novecento. Nelle Cadute, come nei Falsi collage, la pittura astratta diveniva un luogo di slittamenti semantici e scivolamenti formali, che evidenziavano la natura instabile e fondamentalmente inafferrabile della pittura. Il suo approccio concettuale, stemperato da una vena marcatamente irridente, ruotava comunque sempre attorno a questo tema. Più tardi, nell’intervista di Claudia Casali per la mostra Aldo/logica di Ravenna, Mondino ammetterà che “il soggetto di tutti questi lavori è comunque la pittura, per l’attrazione fatale che ci lega”.

Per lui la pittura era come una seconda natura, un mestiere da cui non poteva allontanarsi per troppo tempo. Tanto che, confessava alla rivista Juliet: “Se resto un giorno o due senza dipingere perché sono in giro, non sto bene e quando torno in studio sono felice”.[1] Mondino amava dipingere. Per lui era un piacere e un divertimento, ma anche un modo per riscoprire la sorpresa e la meraviglia del mondo. Forse per questo è riuscito a dipingere con qualsiasi cosa e su qualsiasi cosa, portando dentro i suoi quadri superfici impossibili come il linoleum e l’eraclite. Semplicemente, Mondino aveva abolito i confini tra l’arte e la vita e aveva lasciato entrare la realtà quotidiana nei sacri confini della pittura.

10407430_583479241787240_8522776539080073497_nNessuno, più di lui, ha saputo dissacrare la pittura, restituendola alla sua natura effimera, transitoria e, dunque, instabile. Non è un caso, infatti, che abbia spesso utilizzato materiali deperibili come lo zucchero, le caramelle e i cioccolatini, che avevano anche la funzione di stimolare i sensi dell’osservatore tramite una fruizione non solo estetica, ma sinestetica. Era uno dei tanti modi con cui Mondino affermava l’equivalenza tra arte e vita. Un altro era cercare una sintonia con il pubblico attraverso la ripetizione dei soggetti, spesso dipinti con uno stile veloce e guizzante, capace di riflettere la freschezza, l’immediatezza, ma anche l’innocenza della sua visione. Ma naturalmente, la caratteristica saliente della ricerca di Mondino, come notava Marisa Vescovo, era “la volontà di arrivare alla sorgente della creatività attraverso il gioco”.[2]

10533095_583480075120490_1494285418160957672_nNasce, infatti, come un gioco colto o un intrigante divertissement la sua affezione per le suggestioni levantine, viste attraverso lo sguardo di un occidentale, alla maniera degli orientalisti francesi del diciannovesimo secolo, come Ingres e Delacroix. Anche se l’orientalismo di Mondino non aveva nulla a che vedere con un’ipotetica ripresa dei contenuti di quello francese. Tutt’altro. “Il suo orientalismo”, come osservava acutamente Omar Calabrese, “non riproduce un clima formale ed estetico del passato, non esercita alcuna funzione di nostalgia[3], ma, piuttosto una maniera di fare che riguarda tanto la pratica, quanto la teoria dell’arte. Un modo, peraltro, che ha a che vedere con la sua attitudine profondamente nomadica e quel perpetuo pendolare tra culture diverse in peregrinazioni che – dall’Africa settentrionale (Marocco, Tunisia), all’Asia Minore (Turchia), dalla Palestina, fino al subcontinente indiano – lo mettono in contatto con sapori e atmosfere estranee alla tradizione occidentale. Atmosfere che egli “cattura” con la voracità di un turista occidentale, abbacinato da colori, costumi e tradizioni tanto differenti dai nostri. Mondino, infatti, conserva sempre il punto di vista dell’estraneo e quando dipinge i dervisci rotanti di Konya, i membri della confraternita marocchina degli Gnawa, i rabbini, i beduini, i mercanti della Cappadocia, i fumatori turchi, i sultani ottomani, i danzatori tunisini, i tappeti di Tangeri, i motivi delle ceramiche Iznik, lo fa con l’attitudine, tipicamente concettuale, dell’artista sperimentale. E, infatti, sceglie di ritrarre i suoi esotici soggetti su una teoria di supporti quanto mai impropri, come il linoleum e il truciolato, facendo il verso, peraltro, alla predilezione degli accoliti di Germano Celant per i materiali poveri. A differenza dei poveristi, però, Mondino cercava nuove superfici per la pittura. Anzi, studiava attentamente le proprietà dei supporti per capire se potessero diventare parte integrante di quella disciplina. E così, sorprendentemente, capitava che il truciolato compresso dell’eraclite, si sposasse perfettamente con la vernice, imitando in modo convincente la tramatura dei tappeti; oppure che il linoleum, “un materiale cromaticamente inerte, senza guizzi, apatico”[4], diventasse il fondo più adatto a far risaltare l’intensità di uno stile pittorico fresco e immediato, in cui la guizzante rapidità del gesto si fonde con una vivacissima tavolozza cromatica.

Mondino stesso amava sorprendersi per l’uso di certe soluzioni e non poneva limiti all’inserzione di oggetti estranei, che però rispondessero a determinate qualità pittoriche. Basti pensare alle Turcate, dove i cioccolatini disposti sulla superficie intrecciano smaglianti motivi esornativi. Lo stesso si può dire di certe sue spregiudicate ricerche formali, che consistevano nel trasporre gli effetti di una tecnica artistica in un’altra, come nelle Tour Eiffel, che imitano pittoricamente le incisioni, e gli Iznik, che traducono in una serie di smalti su vetro i motivi tradizionali della ceramica turca.

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Insomma, si può dire che la pittura sia stata il centro di gravità permanente dell’arte di Mondino, il fulcro di un fertile incrocio tra le discipline del passato e le più recenti pratiche di détournement concettuale. Insieme a pochi altri artisti italiani – Alighiero Boetti e Gino De Dominicis in primis – Aldo Mondino è stato, in definitiva, il rappresentante di un nuovo modo di fare pittura. Un modo che ha saputo accogliere nel recinto di una disciplina millenaria gli impulsi dissacratori e le urgenze del presente con uno spirito finalmente ironico e raffinato. Davvero unico nel suo genere.


[1] Luciano Menucci, Intervista ad Aldo Mondino, “Juliet” n. 73, giugno 1995.

[2] Marisa Vescovo, Aldo Mondino: un giocoliere dell’arte, tra Oriente e cioccolato torinese, in Aldo Mondino. Ironicamente finalese, catalogo della mostra, Complesso Monumentale di Santa Caterina Oratorio de’ Disciplinati, Finalborgo, Finale Ligure, 2005.

[3] Omar Calabrese, L’orientalismo teorico di Aldo Mondino, in Caos e bellezza, Dante Academy edizioni, Milano, 1991.

[4] Omar Calabrese, ibidem.

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Aldo Mondino. Pittura, attrazione fatale

a cura di Ivan Quaroni

Nicola Pedana Arte Contemporanea

Piazza Matteotti 60, 81100 Caserta
Vernissage 12 Dicembre alle ore 19:00 

 

Turi Simeti. Spazio empatico

17 Nov

di Ivan Quaroni

Negli anni Sessanta, Turi Simeti è tra coloro che aderiscono all’idea di ristabilire un “grado zero” della pittura, attraverso la ridefinizione dei principi costitutivi dell’immagine e l’indagine dei meccanismi primari di percezione. Le premesse erano già contenute nel Manifesto Blanco di Lucio Fontana (1946), là dove si affermava che “oggi la conoscenza sperimentale sostituisce la conoscenza immaginativa”. Un’intuizione, d’altronde, che poi si rafforzerà nelle ricerche del Gruppo Zero di Dusseldorf (e in seguito di tutte le altre formazioni europee e italiane), tese, attraverso un uso razionale del segno, a intensificare e stimolare l’esperienza percettiva dell’osservatore.

Non è un caso, infatti, che Turi Simeti partecipi nel 1965 alla fondamentale mostra Zero Avantgarde, organizzata da Lucio Fontana nel suo studio milanese, allo scopo di confrontare e verificare le ricerche di artisti come Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Piero Manzoni, Nanda Vigo, Hans Haacke, Heinz Macke, Otto Piene e molti altri, che operavano in direzione di una ridefinizione del dominio operativo della pittura, ponendo attenzione alle implicazioni ottiche e spaziali che comportava l’azzeramento del concetto tradizionale di “superficie”.

Proprio questa differenza d’origine, quest’ascendenza gestuale e segnica, spesso rilevata dalla letteratura critica, costituisce un fattore decisivo nelle future evoluzioni del linguaggio pittorico di Simeti, non tanto sul piano formale, quanto, piuttosto, su quello dell’attitudine e delle intenzioni. Infatti, è pur vero che Simeti ha assorbito e filtrato in modo personale l’eliminazione dei fattori emotivi tipici dell’Informale, pervenendo a un modello compositivo rigoroso, il cui scopo finale non è solo quello di interagire con la percezione ottica dell’osservatore, ma forse anche con quella cognitiva, e ben più misteriosa, del subcosciente.

Il primo apologeta dell’opera di Simeti, Giuseppe Gatt – curatore della mostra personale dell’artista alla Galleria Vismara di Milano nel 1966 – scriveva che nel rigoroso modus operandi dell’artista “è, tuttavia, insito un elemento difficilmente controllabile, preterintenzionale, probabilmente per lo stesso artista, e che affiora soltanto alla fine, quando cioè, insieme alla poetica, si esaminano i risultati e le immagini”.[1] Gatt definiva questo elemento “il quoziente magico”, ossia un quid che si produce nel momento in cui le forme si protendono nello spazio fisico, polarizzando l’attenzione dell’osservatore non solo tramite i sensi, ma anche attraverso una comunicazione assai più sottile e inafferrabile. In altre parole, le opere di Simeti riescono a essere al contempo dispositivi per la sollecitazione di percezioni ottiche e oggetti apotropaici, rituali, da cui irradia un’energia che, pur con qualche cautela, potremmo definire “magica”.

In realtà, si avverte negli scritti critici su Simeti una sorta di circospezione nei confronti di quest’argomento, una prudenza che, sovente, si accompagna a un’aleatorietà e indeterminatezza di termini. Dopo Gatt, infatti, nessun altro approfondisce il concetto di “quoziente magico”. La maggior parte dei critici preferisce, comprensibilmente, evidenziare gli aspetti di sintonia tra le opere dell’artista siciliano e le ricerche coeve dei “percettivisti” (in particolare di Castellani e Bonalumi per ciò che concerne la cosiddetta Shaped Canvas e l’utilizzo delle estroflessioni), tralasciando, invece, di indagare la natura suggestiva, e dunque immaginativa, delle sue opere.

Ma procediamo con ordine. Nel 1961, Turi Simeti realizzava ancora collage di carta con buste commerciali bruciate agli angoli. Proprio durante quelle sperimentazioni, per ammissione dell’artista “debitrici” delle combustioni di Alberto Burri, appare per la prima volta la forma ovale, che diventerà poi il marchio distintivo della sua opera. La circostanza in cui quella forma, pur carica d’implicazioni simboliche, affiora nei collage, però, dice molto sull’attitudine di Simeti. Infatti, nonostante l’uso reiterato di quella e di altre figure geometriche (come il cerchio e il quadrato), durante tutto il suo percorso artistico, Simeti non sarà mai veramente interessato alla geometria. Piuttosto, gli interesserà il rapporto che queste figure primarie intrattengono con lo spazio e la possibilità d’interazione dei volumi nel perimetro tradizionale del quadro o della scatola e, quindi, il loro, inevitabile, sconfinamento fuori dai margini della tela.

Dopo le esperienze informali del periodo romano, Simeti reagisce, come ricorda Vittorio Fagone, “con una serie di correttivi” [2], che lo inducono a isolare una forma (l’ellisse), al fine di interrompere la continuità delle superfici bidimensionali con una successione di tensioni volumetriche. Dal 1962, l’ovale diventa una sorta di ossessione linguistica, un sintagma ricorrente che evolverà dalle prime forme artigianali (nei collage eseguiti allineando sagome di cartone ritagliato) a quelle più nitide e scandite dei lavori successivi (in cui le sagome di legno sono inserite tra la tela e la tavola per creare una nuova pulsione ritmica e plastica). Parallelamente all’adozione dell’ellisse come segno distintivo della sua pittura, l’artista introduce cromie sempre più uniformi, ormai prive di connotazioni espressionistiche, facendo, così, risaltare gli effetti scaturiti dalla diversa incidenza della luce sull’epidermide dell’opera. Di fatto, dal 1967 in avanti, le estroflessioni entrano stabilmente a far parte del suo linguaggio formale, anche in conseguenza di un serrato confronto con Castellani e Bonalumi, suoi vicini di studio a Sesto San Giovanni.

Inizialmente, Simeti gestisce il rapporto tra spazio e superficie lasciando emergere isolate figure ellittiche, spesso decentrate, a formare impercettibili increspature della tela. Poi, nel tempo, queste sagome ovoidali si moltiplicano, come per un effetto di una mitosi cellulare o di proliferazione organica che le fa sembrare entità vive e pulsanti, invece che archetipi statici.

D’altro canto, l’ellisse può essere considerata una figura di mediazione tra la dimensione iperurania e astratta del cerchio e i suoi molteplici e difformi adattamenti nel mondo fenomenico. Infatti, con le sue innumerevoli varianti, essa appare più affine e adatta alla sensibilità umana.

Come osserva Alberto Fiz in una recente intervista, l’ovale “non è contemplato dall’arte di formazione analitica.”[3] Forse perché non rappresenta un simbolo assoluto, di rigorosa e aurea perfezione, ma piuttosto l’espressione di un dinamismo connaturato alla vita naturale. Un dinamismo che, per inciso, si fa sempre più evidente nella produzione di Turi Simeti, a cominciare dall’uso della tela sagomata, che spezza la linearità perimetrale della tela, suggerendo una più marcata vocazione scultorea. Ne sono prova, soprattutto, i lavori eseguiti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in cui l’artista recupera la forma circolare, estendendola oltre i bordi fino a conquistare l’agognata dimensione oggettuale. È il caso di Un tondo grigio, tela sagomata del 1991, dove una forma circolare monocroma segnata da lievi increspature gestuali, sembra violare la quadrangolare recinzione sottostante in una sorta d’impeto superbamente spazialista.

Eppure, il movimento diventa ben più che una mera suggestione già dopo la seconda metà degli anni Sessanta, quando, abbandonato il meccanismo di reiterazione tipico di lavori come 108 ovali neri (1963), Simeti sgombra definitivamente il campo della tela, fino a disporre, sotto la superficie, un solo elemento o un piccolo gruppo compatto di ellissi. In queste opere, ormai rastremate fino all’osso, il dinamismo appare potenziato grazie al contrasto netto tra l’uniformità cromatica della tela e le protrusioni ellittiche, mentre la percezione del campo spaziale acquista una qualità quasi musicale, che trasforma gli elementi aggettanti in pulsazioni ritmiche e armoniche.

Nondimeno, negli anni Ottanta, Novanta e Duemila, Simeti affina con incredibile acribia questa grammatica musicale, approfondendone il carattere monodico in tutte le molteplici sfumature. Gli elementi ovali si moltiplicano, infatti, per numero e dimensione, così come l’inventario, pressoché infinito, degli effetti luministici e, infine, la palette cromatica, via via più ricca. È sufficiente osservare opere di diversa datazione, come Cinque ovali gialli (1988), Otto ovali marroni (1990) e Sei ovali color sabbia (2006), per comprendere come questo processo di estensione della gamma espressiva proceda costante fino agli anni più recenti.

Sebbene il metodo di Simeti rimanga sempre saldamente ancorato ai dettami dell’arte programmata e dunque, contraddistinto da un severo controllo del procedimento creativo, gli esiti della sua ricerca dimostrano il raggiungimento di una sempre maggiore libertà espressiva, che finisce per essere equidistante, come notava Marco Meneguzzo[4], tanto dalle “iterazioni superficiali di Castellani”, quanto dai “gonfiori turgidi di Bonalumi”.

La peculiarità del lavoro di Simeti, consiste nell’aver identificato nell’ellisse (e occasionalmente in altre figure) la forma definitiva di un dialogo ininterrotto con l’osservatore. Un dialogo che non si è mai limitato alla sola stimolazione sensoriale dei meccanismi ottici e cognitivi, ma che, piuttosto, ha saputo penetrare le strutture più profonde dell’individuo, in virtù di un linguaggio formale gravido di segrete assonanze e sottili corrispondenze con il mondo naturale. Ed è, anzitutto, questa capacità di risonanza, questa innata allusività la caratteristica specifica che ha permesso a Simeti di creare uno spazio empatico, un luogo dove l’inferenza tra opera e osservatore acquisisce finalmente una nuova, e più lirica, dimensione antropica.

Info:

Turi Simeti. Spazio empatico
Sabato 13 dicembre 2014
Galleria L’Incontro
via XXVI Aprile, 38 – 25032 CHIARI (BS) – Italy
Mobile: +39.333.4755164
Tel.: +39.030.712537
e-mail: info@galleriaincontro.it
Catalogo con testo di Ivan Quaroni

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[1] Giuseppe Gatt, Simeti tra magia e ragione, in Turi Simeti, catalogo della mostra, Galleria Vismara, Milano, 1966.

[2] Vittorio Fagone, in Turi Simeti, catalogo della mostra, Galleria Il Milione, Milano, 1976.

[3] Alberto Fiz, Elogio dell’ovale, in Turi Simeti Unlimited, catalogo della mostra, Luca Tommasi Arte Contemporanea, Milano, 2014.

[4] Marco Meneguzzo, Elogio dell’ombra, in Turi Simeti, catalogo della mostra, La Salernitana, Erice, 1996.

Nicola Di Caprio. Who’s Next (Reprint)

28 Ott

Space may be the final frontier
But it’s made in a Hollywood basement
(Red Hot Chili Peppers – Californication)

 

Di Ivan Quaroni

 

Nelle sue ricerche sull’iconografia dell’industria discografica, spesso condotte sul filo dell’indagine sociologica, ma sempre con una particolare attenzione per l’aspetto marcatamente grafico, Nicola Di Caprio ci ha abituati a sorprendenti accostamenti, a mix suggestivi di citazioni rubate ora alla pop music ora al Cinema e alla Storia dell’Arte. Se, infatti, nell’installazione Drumcusi, un’alta colonna di tamburi di dimensioni variabili, l’artista strizzava l’occhio alla famosa opera di Constantin Brancusi, in Godguru sovrapponeva ironicamente la CD cover della colonna sonora del Padrino con Jazzmatazz di Guru e, infine, reinterpretava il tradizionale genere del ritratto con le top twelve di U R What U Listen 2, che tracciavano un profilo culturale del soggetto proprio attraverso l’espressione dei suoi gusti musicali.

U R WHAT U LISTEN 2, (black spines), 2010, digital print on d-bond, cm 120 x 120

U R WHAT U LISTEN 2, (black spines), 2010, digital print on d-bond, cm 120 x 120

E come considerare poi le verticali cadenze dei suoi CD Oversize se non una sorta di ipotetico sequel in salsa pop, funky, metal e rock, delle suggestioni della Poesia Visiva? Tra l’altro, proprio la parola scritta, quella dei loghi delle band di culto, delle title track e dei proclami rock, delle coste dei CD e persino degli stickers sulle custodie, domina quasi tutta la produzione di Di Caprio, finendo per trovare qualche affinità elettiva con la pittura di Bartolomeo Migliore. Ora, l’indiscussa capacità di Nicola Di Caprio di muoversi nei meandri della cultura di massa, dalla musica al cinema, dalla moda al costume, e di rintracciare microstorie sulle quali innestare il suo potenziale creativo, ha generato questa ennesima incursione nei sotterranei della mitologia contemporanea. Who’Next, titolo dell’ultima installazione dell’artista, riannoda i fili di un episodio leggendario della storia del gruppo capitanato da Pete Townshed, ridefinendolo però alla luce di nuove sollecitazioni, sempre con quel piglio ironico e giocoso che è una delle sigle del suo stile.

Drumcusi, 2002, An homage at the Infinite Column by Brancusi by a fan of drumming.

Drumcusi, 2002, An homage at the Infinite Column by Brancusi by a fan of drumming.

Who’s Next non è un album qualunque degli Who. Nel 1971, dopo il successo strepitoso di Tommy, Pete Townshed si era messo in testa di incidere una nuova rock-opera, che avrebbe mescolato la musica, suonata dal vivo, al teatro. Il progetto si sarebbe dovuto chiamare Lifehouse, ma fortunatamente non si realizzò mai. Tuttavia, tutti i brani già incisi sia in studio che live confluirono nell’album Who’s Next che, neanche a farlo apposta, si rivelò il miglior album del gruppo, complici le geniali intuizioni di Townshed, chitarrista, songwriter e musa intellettuale della band, l’introduzione di brani eseguiti con il sintetizzatore e la presenza di uno special guest d’eccezione come il pianista Nick Hopkins. Grazie poi agli accenni di musica minimalista e alle allusioni ai pattern sonori di Terry Riley (Baba O’ Riley), cui peraltro è dedicato l’album, a una manciata di ballate e a certe anticipazioni dello spirito punk come Won’t get fooled again, Who’s Next si guadagnò un posto d’onore negli Annali del rock.

Non è, dunque, un caso che lo spunto di Nicola Di Caprio parta proprio da qui, anche se, come già accaduto per altri suoi lavori, è l’elemento grafico a catturare la sua attenzione. L’antefatto che sta dietro la copertina di Who’s Next è, infatti, il vero movente della nuova installazione dell’artista. L’eloquente fotografia di Ethan A. Russel rappresenta Townshed e compagni soddisfatti dopo aver urinato su un inquietante parallelepipedo di cemento, sullo sfondo di una wastland rocciosa. L’allusione al famoso monolito di 2001 Odissea nello Spazio è evidente. Già, ma perché i quattro membri della band vi hanno lasciato il loro “segno”?

Monolite K:W, 2004, Slab of reinforced concrete, base mortar, pigments. cm 300 x 162 x 78

Monolite K:W, 2004, Slab of reinforced concrete, base mortar, pigments. cm 300 x 162 x 78

Era il 1971. Qualche tempo prima Townshed aveva chiesto a Kubrick di girare Tommy, ma il famoso regista aveva rifiutato, suscitando così il malcontento del gruppo. La leggenda vuole che un giorno, mentre tornavano in macchina da un concerto alla Top Rank Suite di Sunderland, gli Who si siano imbattuti in questa grande struttura in pietra, che ricordò loro il monolite di Kubrick. “Proprio in quel momento – ha raccontato Russell – John e Keith stavano discutendo di 2001 Odissea nello Spazio e a Pete venne l’idea di andare a pisciare sul monolite”.Fu la risposta del gruppo al rifiuto di Kubrick. Un comportamento tipico degli Who, quello di abbinare ai contenuti colti della loro musica atteggiamenti rabbiosi che la rivoluzione punk avrebbe poi ereditato.

Molto più probabilmente, gli Who avevano sfruttato quella che già allora doveva essere considerata un’icona della moderna cinematografia. L’immagine del monolite nelle sequenze della pellicola di Kubrick (1968) sarebbe infatti rimasta indelebilmente impressa nella memoria collettiva. Di Caprio fa leva proprio sulla funzione “mitologica” di tale icona, catapultandola in un contesto odierno, in una sorta di environment che coinvolge il pubblico non tanto sul piano della rievocazione memoriale, ma piuttosto su quello di una ironica e stimolante riattualizzazione.

Missing, 2004,  Original v

Missing, 2004, Original vinil cover and cut, Cm 31 x 31

L’artista fa sparire lo pseudo monolite dalla copertina di Who’s Next, per ricomporlo in tre dimensioni e sottoporlo così, enigmaticamente piantato sul suolo della Galleria, allo sguardo curioso dei visitatori. Reagiranno – verrebbe da chiedersi – come le scimmie nella memorabile sequenza di 2001 Odissea nello Spazio o, per effetto di millenni di evoluzione, prevarrà l’affettata educazione dell’Homo Urbanus?

Una grande foto sulla parete di fronte all’ingresso rappresenta un uomo tatuato che mostra i pugni. Anche le dita sono tatuate, come quelle degli Easy Raider o di certi cantanti rapper americani, e sembrano lanciare una sfida: “chi è il prossimo?” Lontano dall’aver esaurito il suo potenziale magnetico, il monolite si staglia nello spazio come un enorme punto interrogativo. Nel suo film Kubrick gli aveva affidato le sorti dell’evoluzione della specie umana, con quel suo diabolico insinuare in una lingua muta. Chissà, che Nicola Di Caprio non gli abbia attribuito lo stesso ruolo che riveste per noi oggi l’arte contemporanea?

Anna Turina – Casa dolce casa. Strategie di fuga.

13 Ott

Di Ivan Quaroni

 

 

Di tutte le trentasei alternative, scappare è la migliore.

(Proverbio cinese)

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Anna Turina è un’artista versatile, non solo perché sa spaziare tra varie discipline (come il disegno e la pittura, la scultura e l’installazione), ma soprattutto perché sa trasferire le sue esperienze, i suoi stati d’animo, insomma le urgenze del suo vissuto, in immagini efficaci, che sono, allo stesso tempo, narrative e concettuali.

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Diversamente da altri artisti, preoccupati di formalizzare uno stile, una sigla, un marchio di riconoscimento distintivo e coerente, Anna Turina adatta le sue capacità tecniche (e finanche artigianali) alla costruzione di opere che rispondono esclusivamente al suo interesse (per non dire alla sua ossessione) del momento. Il suo marchio, se di marchio si può parlare, consiste nella reinvenzione, ciclo dopo ciclo, progetto dopo progetto, dello sguardo attraverso cui osserva il mondo. Intendo dire che l’artista è di quelle che sanno calibrare, ogni volta, la propria capacità inventiva, conformandola a un tema. La sua abilità consiste nel volgere le idee in forme e in manufatti, i pensieri in progetti.

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In questo caso, la sua indagine riguarda la casa, che Le Corbusier definiva come una “macchina per abitare” e che è soprattutto un luogo transazionale, in cui si condensano relazioni e sentimenti ambivalenti, spesso di segno opposto. Spazio ospitale, ma anche prigione affettiva, la casa è un topos classico della letteratura e, ovviamente dell’architettura. L’una ne ha, infatti, raccontato gioie e inquietudini, l’altra ne ha reinventato l’organizzazione spaziale e le regole di funzionalità. A dispetto di quanto affermava il drammaturgo francese Henry Becque, per il quale “Non troviamo che due piaceri nella nostra casa, quello di uscire e quello di rincasare”, l’artista immagina la casa come una sorta di luogo detentivo, una prigione dolce, in qualche modo rassicurante, ma allo stesso tempo esasperante, da cui, qualche volta, vien voglia di fuggire.

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La sua mostra, pensata appositamente per lo spazio rettangolare di Circoloquadro, versione architettonica di una scatola da scarpe, di quelle che da bambini si adattavano a simulare un ambiente domestico, è un’unica grande installazione, composta di sculture, ready made e disegni. Anna Turina articola la sua narrazione attraverso un’iconografia semplice, fatta di scale, finestre e simulacri di case. Ci sono sottili scale a pioli, che corrono lungo le pareti bianche, tracciando le possibili vie di fuga, ma anche piccole case con tetti spioventi, che formano un campionario abitativo, che è anche, forse, un cumulo di memorie e di detriti emotivi.

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C’è una finestra, un telaio evidentemente recuperato in qualche scantinato o magazzino, che è l’emblema dell’evasione, simbolo di un altrove tanto temuto, quanto agognato. E ci sono, poi, quei disegni, quasi infantili, fiabeschi, in cui il sé bambino dell’artista elenca tutti i possibili fallimenti di un tentativo di fuga, le cadute rocambolesche, gli sbalzi improvvisi, i capitomboli, gli inevitabili urti cui si va incontro, quando l’impresa è maldestra o mal progettata. E sono questi disegni niente più che la raffigurazione d’immagini mille volte proiettate nello schermo del subconscio, a formare una trama impenetrabile di paure, di timori che preludono al grande salto. Perché, si sa, ogni grande fuga è una scommessa dall’esito incerto e ogni via d’uscita stretta e impervia, come la piccola finestrella di Circoloquadro.

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Quel che Anna Turina non dice è che la casa è un’espressione figurata dell’amore, in particolare di quello coniugale e familiare, così distante dai canoni del sentimento romantico e sovente caratterizzato da risvolti non sempre edificanti. La sua è, infatti, una narrazione sentimentale, una specie di love story dal finale aperto e tremendamente dubbio, in cui l’amore, così come lo conosciamo, diventa il campo di un conflitto esistenziale, diciamo pure di una quotidiana battaglia. D’altronde, perfino Napoleone, uno stratega in fatto di guerra, affermava che “la sola vittoria contro l’amore è la fuga”.

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Anna Turina | Home, sweet home. Così ospitale, quando decido che sono solo in visita
a cura di Ivan Quaroni
Circoloquadro, Via Thaon di Revel 21, Milano
Inaugurazione: martedì 14 ottobre 2014, dalle 18.30
In mostra dal 14 ottobre al 7 novembre 2014
Orari: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19, o su appuntamento
Informazioni: info@circoloquadro.com, Tel. 339 3521391 – 02 6884442