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Enrico Minguzzi

16 Apr

testo a cura di Ivan Quaroni

Atlantica Arte Contemporanea
via Piave 35, Altavilla – Vicenza

19 aprile – 22 maggio 2013

Opening venerdì 19 aprile 2013 h. 18.30

 
Rumore bianco (fioritura), acrilico acquarello ed olio su tela, cm 100 x 120, 2012 
Enrico Minguzzi muove da un’iniziale pittura analitica e approda, attraverso vari stadi di decostruzione dell’immagine, a una nuova grammatica, dominata dal dinamismo e dalla contaminazione delle forme.Minguzzi parte dall’osservazione ravvicinata della realtà e costruisce i suoi soggetti come in un processo di descrizione fenomenologica che successivamente alter e scompone al fine di ottenere una maggiore mobilità formale. Usa la fotografia e l’elaborazione digitale per creare un bozzetto dell’opera, ma si tratta di una semplice linea guida, di un punto di partenza che conduce a un risultato finale profondamente diverso.

Nel suo modus operandi la pratica manuale, l’intuizione gestuale e la tecnica sono elementi fondamentali. Minguzzi è un pittore che compone il suo immaginario per pazienti sovrapposizioni di velature, per strati trasparenti e sottili di materia, ricalcando un processo di proliferazione delle forme sospeso tra la gemmatura vegetale e la moltiplicazione esponenziale dei frattali.  Integrando figure organiche e geometriche, l’artista indaga i processi di mutazione e metamorfosi fino a raggiungere un equilibrio dinamico che annulla ogni pretesa distinzione tra figurazione e astrazione. In questo, Minguzzi sembra condividere quella comune sensibilità europea continentale che, soprattutto nelle sperimentazioni pittoriche della Leipzig Schule, ha recentemente prodotto le più interessanti novità sul piano linguistico. Come Mathias Weischer, Tilo Baumgartel o David Schnell, anche Minguzzi scardina la fissa centralità dell’immagine, dilata la dimensione dello spazio e del colore ed evidenzia la qualità ibrida e mobile delle forme. Il suo è un linguaggio in sintonia con quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito una società liquido-moderna, una struttura in perpetua, rapida evoluzione, che genera nuove paure e inediti livelli di stress.

Attraverso la sua pittura liquida, Minguzzi ha probabilmente intuito che i processi trasformativi (e perfino quelli degenerativi) costituiscono il nucleo pulsante non solo della vita delle forme naturali, ma anche dei costrutti culturali della società contemporanea.

Dilatazione (disturbo), acrilico ed olio su tela, cm 60x90, 2013

Non è un caso, infatti, che l’artista descriva il proprio lavoro in termini di affezione virale o di alterazione dell’equilibrio organico. La mutazione di Minguzzi è un processo di destabilizzazione che prefigura nuovi assetti formali, non necessariamente basati su principi di bilanciamento e misura. Lo dimostrano opere come Invasione (Incanto), Immersione, Fioritura e Dilatazione, dalla struttura vertiginosamente aperta, multicentrica e caotica. Sono immagini percorse da improvvise accensioni luministiche, conglomerati formati da addensamenti discontinui di forme e figure, esplosioni di prismi irregolari, che deflagrano in geometrie incongrue. Vengono in mente le teorie fisiche dei Piccoli Mondi e delle Reti, che descrivono strutture apparentemente astruse che, tuttavia, nascondono un ordine interno, spesso invisibile all’occhio umano. Come quelle architetture di rete, anche la pittura di metamorfica di Minguzzi elude la percezione di un ordine superficiale, per accompagnarci finalmente nei meandri di una nuova e forse più intuitiva epistemologia della complessità.

Lucere, acrilico ed olio su tela, 2 x cm 140x100, 2013
 
Atlantica Arte Contemporanea 
Via Piave 35 – 36077 Altavilla – Vicenza – Italy
Tel/Fax: +39 0444 341663 
info@atlanticagalleria.it
paolo@atlanticagalleria.it 
From Wednesday to Saturday 4.00 p.m. – 7.00 p.m.

Claudio Borghi Aquilini – Investire nell’arte

10 Apr

Ho conosciuto personalmente Claudio Borghi e l’ho incontrato in diverse occasioni, per lo più a inaugurazioni di mostre, ma non avevo ancora letto il suo libro, uscito a gennaio 2013 per i tipi della Sperling & Kupfer. Si chiama Investire nell’Arte e presenta un’attenta analisi dei meccanismi che regolano il mercato dell’arte contemporanea. Borghi è economista ed editorialista (scrive tra l’altro su Il Giornale) ma, soprattutto, insegna Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il suo punto di vista è, dunque, quello dell’attento studioso, capace di integrare la formazione finanziaria con le conoscenze umanistiche che impone la passione per l’arte.

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Di solito, i saggi che trattano argomenti analoghi sono poco attraenti, si dilungano in statistiche e analisi strutturali che interessano solo gli addetti e soprattutto sortiscono l’effetto di scoraggiare anche coloro che, sebbene a digiuno di informazioni sarebbero timidamente interessati ad avvicinarsi all’arte contemporanea in un’ottica di investimento. Il libro di Borghi è, invece, di quelli buoni, che sanno raccontare le cose con dovizia di dettagli, ma con una scrittura piacevole e divulgativa, adatta a tutti. Anche per me, che sono un critico d’arte e, dunque, un “insider”, Investire nell’Arte costituisce non solo un utile ripasso, ma anche una miniera d’informazioni cui abitualmente, anche chi fa il mio lavoro, non ha accesso immediato.  La premessa del saggio di Borghi è che oggi l’arte è ormai considerata globalmente un asset class, cioè un settore d’investimento anche per gli istituti bancari, che spesso includono nella propria offerta, proposte di Art Advisoring per i propri clienti. Mentre i mercati finanziari mostrano picchi di sofferenza, il mercato dell’arte continua a registrare nuovi record grazie alle vendite delle principali case d’asta Sotheby’s e Christie’s.

Fin qui tutto bene, dunque. Peccato che l’Italia sia in grave ritardo rispetto ai mercati internazionali anche in questo settore. Borghi ci spiega, infatti, che da qualche anno il mercato dell’arte sta cambiando, forse anche per effetto del nuovo e competitivo ruolo delle case d’asta rispetto alle gallerie, dove tradizionalmente il collezionista si recava ad acquistare opere d’arte. Oggi, la circolazione delle informazioni sui prezzi e le valutazioni delle opere non sono più un segreto riservato a una cerchia di pochi iniziati. I cataloghi d’asta e i listini con i prezzi di aggiudicazione degli incanti sono ormai disponibili nei siti delle case d’asta e nelle rubriche di economia dell’arte, presenti nelle pagine di molti mensili e quotidiani. Il web riveste un ruolo essenziale nella diffusione di tali informazioni, permettendo al collezionista di valutare meglio l’acquisto di un’opera, ma soprattutto di scegliere a quale rivenditore rivolgersi. I galleristi, messi alle strette dal moltiplicarsi dell’offerta, corrono ai ripari. I più svegli potenziano la comunicazione via web e sulle testate di settore, partecipano a fiere nazionali e internazionali, insomma moltiplicano la propria visibilità e le occasioni di vendita. I margini, però, continuano a ridursi e l’Italia, nel frattempo, non fa nulla per essere più competitiva e così ci ritroviamo a fare i conti con paesi comunitari che offrono migliori condizioni fiscali (in Germania l’IVA è al 7%).

borghi_fermataCon questo libro, che non ha la pretesa di suggerire nomi sui quali investire, Borghi ci accompagna in un viaggio tra le pieghe del sistema artistico, evidenziando le zone opache e i punti di criticità, ma offrendo anche spunti di riflessione e informazioni utili. Il suo è un itinerario che forse non ha l’allure esotica del saggio di Sarah Thornton (Viaggio nel mondo dell’arte in sette giorni, Feltrinelli), ma che comunque ci fornisce un affresco del panorama nostrano, elencando tutti i player del settore, dalle gallerie alle fiere, dalle aste alle televendite, dalle riviste ai portali e ai forum online, arrivando a illustrare tre possibili approcci (astrattismo italiano, arte italiana degli anni Novanta, arte internazionale) per costruire una collezione d’arte e soprattutto trarne gli eventuali vantaggi.

Quando spendere? Dove acquistare? Come scegliere tra artisti storicizzati, emergenti e contemporanei? Come valutare l’impatto sull’acquisto dei diritti di seguito e delle commissioni delle case d’arte? A questo e molto altro ancora risponde l’autore, in un libro, accompagnato da una dotta prefazione del finanziere e collezionista Francesco Micheli, che si rivela uno strumento fondamentale per chi vuole avvicinarsi a questo tipo d’investimento.

Dettagli del libro

Titolo: Investire nell’arte
Autore: Claudio Borghi Aquilini
Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Saggi
Data di Pubblicazione: Gennaio 2013
ISBN: 8820054094
ISBN-13: 9788820054090
Pagine: XIX-201
Formato: illustrato, brossura
Prezzo: 17,90 euro

Una decina di buoni motivi per frequentare il workshop “Manuale per gli artisti”

13 Mar

Cari amici, il workshop “Manuale per gli artisti” è un’esperienza didattico-formativa che ho affinato nel corso degli ultimi quattro anni. Dopo due edizioni tenute all’Accademia di Brera per il CRAB (Centro Ricerche dell’Accademia di Brera) e ben otto all’associazione culturale Circoloquadro di Milano, è giunto il momento di spiegare perché credo che il “Manuale per artisti” sia oggi, almeno per quanto ne sappia, l’unico strumento formativo che affronta il tema dell’approccio e dell’inserimento degli artisti nel cosiddetto Sistema dell’arte. Si tratta, infatti, di un argomento che normalmente nelle Accademie, negli Istituti d’Arte e, in generale, nel sistema didattico nazionale, non viene trattato con la dovuta attenzione e che, nel migliore dei casi, è affidato alla buona volontà di pochi insegnati illuminati, che hanno a cuore il futuro dei loro allievi.

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“Manuale per gli artisti” è un’idea nata durante uno dei miei workshop all’Accademia di Brera, incentrato sulla nascita e l’evoluzione dei linguaggi nell’arte contemporanea. Ad un certo punto, mi sono accorto che la formazione nozionistica non poteva bastare e che forse non era mai bastata. Quello di cui gli studenti avevano bisogno era di capire come funziona il mondo dell’arte fuori dall’Accademia, com’è organizzato il sistema economico dell’arte, quali sono gli attori principali, i luoghi e le norme che lo regolano. Non solo. Avevano anche bisogno di sviluppare una capacità critica e analitica nei confronti del proprio lavoro e di sapere in che modo far conoscere i frutti della loro creatività per trasformare il proprio talento e la propria passione in una “professione”.

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Coloro che hanno frequentato i miei workshop e seguito i miei consigli, hanno potuto constatare di persona la veridicità delle informazioni che hanno ricevuto. Alcuni di loro hanno iniziato un percorso professionale partecipando a premi, concorsi, residenze per artisti e ottenendo borse di studio in Italia e all’estero, altri hanno cominciato a esporre in mostre personali e collettive in gallerie private e spazi pubblici. In pratica, hanno imparato a frequentare il sistema dell’arte e, in breve, sono diventati degli “insider”.

La mia più grande soddisfazione consiste nell’osservare che lavorando sodo, frequentando le gallerie, visitando le fiere, partecipando ai premi, viaggiando all’estero, tenendosi sempre aggiornati, continuando a studiare e soprattutto intessendo nuove e proficue relazioni con gli “addetti ai lavori”, molti studenti hanno abbandonato i limiti e i preconcetti che impedivano loro di prendere decisioni in merito al proprio futuro professionale.

workshop 4

Sono certo che l’artista abbia una predisposizione, un talento innato. Si dice spesso che “artisti si nasce”. Forse è vero, ma è altrettanto vero che il talento deve essere coltivato attraverso la formazione e l’apprendimento costanti. Quanti sono gli artisti mancati, frustrati che danno la colpa dei propri fallimenti ad altri, all’accademia, al sistema, alle gallerie, ai critici e ad altri fattori esterni? Io credo, piuttosto, che “artisti si diventa”, con la volontà, la determinazione e l’esperienza, ma anche con la capacità di imparare. E’ per questo, in fondo, che ci si iscrive alle Accademie, agli Istituti d’arte, che si decide di “andare a bottega”, di aumentare le proprie conoscenze attraverso master e stage. Per imparare. L’artista è una persona che non smette mai di imparare e che, per questo, è capace di osservare il mondo da una prospettiva nuova, inconsueta. Questo tipo di artista è una risorsa per tutta l’umanità.

Ora, permettetemi di elencarvi 10 motivi per cui ritengo sia importante frequentare il workshop “Manuale per gli artisti”, 10 argomenti che illustrano in sostanza i contenuti del mio corso:

    • Il sistema dell’arte

. Com’è composto, quali sono gli attori principali. Il sistema delle relazioni che coinvolge artisti, gallerie, critici, giornalisti, musei e istituzioni. Il ruolo delle fiere e di altre kermesse in cui si concentra l’attenzione degli addetti ai lavori. Capire la logica e il funzionamento del sistema dell’arte per capire l’orizzonte entro cui l’artista deve muoversi per promuovere il proprio lavoro.

  • Il portfolio. A che cosa serve e qual è la sua utilità. Imparare a costruire e organizzare il proprio portfolio per farne uno strumento di autopromozione, ma anche e soprattutto un valido mezzo di auto-verifica, un registro della propria crescita, che come uno specchio permetta all’artista di riflettere il  proprio percorso creativo e professionale.
  • Il Curriculum espositivo. Come si struttura, quali sono le voci, come si organizza. La sua chiarezza e leggibilità, la sua estrema sintesi sono gli elementi fondamentali per garantirne l’efficacia.
  • Lo Statement. Poco usato in Italia, è invece fondamentale per presentare e descrivere chiarire le ragioni della propria ricerca artistica ed è, al contempo, il primo esercizio di analisi critica. Come si fa uno statement, quali informazioni deve contenere: la regola del “Cosa – Come – Perché”.
  • Il coefficiente. L’arte si vende. L’aspetto commerciale, scarsamente considerato nell’ambito dell’insegnamento tradizionale, è regolato da un coefficiente o chiave, ossia un indicatore numerico che serve a stabilire il prezzo (non il valore in termini assoluti) di un’opera. Da che cosa dipende, come si calcola e come cambia nel tempo. Come si regola il rapporto di vendita tra artista e galleria (e talvolta tra artista e collezionista). Le percentuali di acquisto preventivo. Il conto vendita e altri fattori.
  • La mostra. Come si organizza, quali sono gli elementi da considerare. Il ruolo della comunicazione, del critico e curatore e della galleria. La distribuzione dei compiti. Diritti e doveri che regolano i rapporti nella preparazione di una mostra.
  • La Criticality. E’ il termine con cui gli anglosassoni definiscono la capacità e attitudine critica ad analizzare una ricerca artistica non solo sul piano stilistico e formale, ma soprattutto in relazione alle motivazioni e al confronto rispetto all’attuale contesto artistico, politico e sociale. Questa capacità è misurata attraverso il confronto dialettico con gli altri partecipanti al corso. Ogni studente dovrà, infatti, impegnarsi a “leggere” l’opera degli altri studenti e, sottoporsi, a sua volta, a tale “lettura”. Si tratta di una vera e propria ginnastica dello sguardo e della mente, che abituerà l’artista a interrogarsi sulla validità di una ricerca artistica.
  • Lo studio. Studiare significa non solo tenersi aggiornati su quanto accade nell’arte contemporanea attraverso la lettura di cataloghi e saggi sull’argomento, ma soprattutto adottare l’abitudine a visitare le mostre, per avere una conoscenza diretta delle opere e delle evoluzioni che contraddistinguono lo scenario artistico italiano e internazionale. Ciononstante, lo studente riceverà  una lista di letture consigliate, che solitamente non sono contemplate nel percorso formativo tradizionale. Oltre a cataloghi e libri illustrati sull’arte contemporanea, sono consigliati saggi, romanzi e manuali su vari argomenti, dal funzionamento del sistema dell’arte contemporanea alle nuove teorie sociologiche, fino ai modelli di self help e alla psicologia del denaro. 
  • I Feed back. Oltre al confronto con gli altri partecipanti al seminario, gli studenti potranno ricevere suggerimenti e critiche da parte di critici d’arte, galleristi e artisti professionisti che di volta in volta saranno invitati a “leggere” i loro portfoli e a valutarne l’opera. Un feed back ulteriore viene dato allo studente attraverso il confronto diretto, one-to-one, con me, durante una sessione personale e dedicata.

workshop 1

Come accennavo sopra, “Manuale per gli artisti” è un workshop che si è sviluppato e definito nel tempo, uno strumento che continuerà ad affinarsi progressivamente, includendo nuovi temi e nuovi percorsi, dalla promozione dell’artista nell’epoca del web 2.0, attraverso i blog e i social network, fino all’approfondimento della psicologia del denaro e del successo.Molti dei partecipanti mi hanno confermato la validità di questo strumento con passione ed entusiasmo. Posso solo dire che anche per me è stata, e continua ad essere, un’occasione di crescita. Mi ha dato tantissime soddisfazioni e mi ha fatto conoscere molti artisti validi. Spero davvero che possa essere utile anche a voi.

Dove:

MILANO:

CircoloQuadro
Via Thaon Di Revel 21, Milano
Contatti: Cell. +39 348 5340662; Tel  +39 02 6884442
www.circoloquadro.com
info@circoloquadro.com 
 

 

Silvia Argiolas – Il giorno finisce presto

11 Mar

di Ivan Quaroni

100x150due corpi ragni , con delle geometrie nel petto , dal collo al cuore   olio e vernice spray su tela 2013-1

 

Qualsiasi esperienza profonda della mia vita è il risultato di uno sforzo costante per stimolare la mia immaginazione, ampliare i suoi limiti, apprenderne il potenziale terapeutico e trasfiguratore”.
(Alejandro Jodorowsky, Psicomagia)

 

Gli artisti progressivi, evolutivi, sono una rarità. La maggior parte di essi sviluppa una sorta di accidia intellettuale e stilistica ed spesso è incline alla ripetizione sintattica e grammaticale nel linguaggio, come pure nel modus operandi. Tuttavia, una volta in possesso di una sigla stilistica, la tendenza alla reiterazione può diventare motivo di successo oppure generare pericolose forme di stagnazione. Silvia Argiolas è, invece, una di quelle pittrici in costante trasformazione, per le quali appare convincente l’applicazione del termine “ricerca artistica”. In poco più di cinque anni, il suo linguaggio pittorico è cambiato radicalmente, muovendo da una figurazione schietta, di matrice fantastica, verso una più originale forma di espressionismo, in cui si mescolano soluzioni sintetiche e apporti gestuali, riduzioni cromatiche e progressive riformulazioni del rapporto tra forma e colore. Anche dal punto di vista tecnico, l’artista ha ampliato notevolmente la gamma dei materiali, introducendo nella tavolozza smalti, spray, carboni e inserti estranei alla tradizione della fine art, come nel caso dei gel e dei siliconi con glitter, peraltro applicati sulla tela con assoluta parsimonia. Questa sorta di “tensione evolutiva”, che qualifica l’approccio di Silvia Argiolas, contribuisce a rendere ogni nuova serie di opere un episodio unico, difficilmente reiterabile.

I lavori del ciclo intitolato “Il giorno finisce presto” si differenziano, infatti, da quelli precedenti per la presenza di grafemi e sintagmi inediti. Ad esempio, l’inserimento di geometrie sghembe nel corpo dei personaggi, l’annullamento di alcune fisionomie, in certi casi sostituite da maschere circolari, così come l’estrema rarefazione della descrizione paesaggistica e la sua riduzione a pochi, eloquenti segni, sono i cardini di una grammatica nuova che, in sintonia con le ricerche di altri artisti internazionali, tende a fondere elementi figurativi e astratti. In altre parole, sembra che nella ricerca di Argiolas, l’attenzione verso le potenzialità del linguaggio pittorico si divenuta più stringente rispetto alla necessità di una rappresentazione facilmente decodificabile. Ciò non esclude la presenza di un tema, di un racconto intorno al quale s’incardinano i motivi tipici della sua iconografia. Semplicemente, il tema resta sottotraccia, come un prerequisito, un elemento in fondo pretestuoso, sebbene decisivo a innescare l’indagine di nuovi paradigmi visivi.

personalità sbagliata presente  110x150 olio e smalto su tela

Piuttosto, osservando la progressione stilistica dell’artista nell’arco di un solo lustro, è possibile ravvisare nel climax emotivo, ossia in quell’atmosfera visionaria e sinistra che pervade le sue opere, un solido elemento di continuità. Non è, quindi, la specificità del tema a caratterizzare i diversi cicli pittorici dell’artista, ma la coerenza dell’umore, insomma del mood, come direbbero gli anglosassoni.

Silvia Argiolas si definisce un’attenta osservatrice della condotta umana, delle manie e delle ossessioni, degli slanci e dei conflitti interiori nel nostro tempo. Protagonisti delle sue opere sono personaggi ibridi, dalla sessualità indefinita, figure che incarnano pulsioni e istanze emotive, topoi psichici, più che persone in carne e ossa. Anche i suoi paesaggi, teatri di curiosi e misteriosi rituali, sono il frutto di una proiezione interiore, di una sorta di metaforica traslazione di stati d’animo. Si potrebbe dire che sono luoghi dello spirito, dove la natura incarna l’aspetto più selvaggio e inconfessabile dei moti dell’animo.Di fatto, Silvia Argiolas esprime la meraviglia del mondo, liberando energie represse o latenti. La sua pittura può essere considerata come una sorta di esorcismo, come un atto catartico che affida alla rappresentazione visiva l’alto compito di rigenerare lo spirito. Qualcosa di simile alla psicomagia di Alejandro Jodorowsky, una terapia panica, alternativa alla comune psicologia, che confonde la realtà con l’immaginazione per il tramite di una ritualità complessa, che salta gli steccati della logica razionale e attinge alle più remote e sinistre – ma anche indubitabili – verità dell’inconscio.

Il giorno finisce presto, titolo ripreso da un dramma teatrale giovanile di Ingmar Bergman, è un progetto nato da una riflessione dell’artista sulla solitudine e la noia, ma anche sul trascorrere del tempo nella dimensione dilatata della psiche, dove aleggiano inquiete larve, minacciosi spettri e mostruose figure di canidi dalle fauci spalancate. Attraverso una pittura dai toni forti e dai colori acidi, che intervalla densi grumi materici e scabre scarnificazioni, Argiolas mette in scena un dramma popolato di eroi violenti e autodistruttivi, ministri di un culto efferato, di una liturgia dissoluta, che equipara vittime e carnefici. Il suo è un teatro di crudeltà e afflizioni, declinato in una sequela di atti unici, simili, per certi versi, alle formelle medioevali con le raffigurazioni dei supplizi infernali, ma a differenza di queste, privi di ogni sottinteso moralistico. “Mi pongo di continuo domande sui comportamenti umani”, confessa l’artista, “senza però esprimere alcun giudizio, perché non voglio essere io a distinguere i buoni dai cattivi. Un compito che, al limite, lascio allo spettatore delle mie opere”. Non è un caso, infatti, che i suoi psicodrammi paiono consumarsi in un clima sorprendentemente festoso, di orgiastica comunione panica, che quasi contrasta con la truce lascivia dei personaggi.

Sfatti olioe smalto su tela 50x50

A dirla tutta, Silvia Argiolas dipinge antinomie che spezzano la consecutio logica del racconto per far prevalere la sintassi di un linguaggio che parla direttamente al cuore e ai sensi. E così, la geometria delle forme, l’incisività del segno, la sicurezza del gesto e l’alchimia dei colori prendono il sopravvento sui significati e i contenuti presunti dell’opera. Alla stregua di altre pittrici contemporanee – penso soprattutto all’americana Dana Schutz e all’ingese Chantal Joffe – Silvia Argiolas rivendica l’unicità del dominio operativo della pittura, la sua assoluta autonomia da ogni forma di narrazione. Si tratta di un atteggiamento fondante, che non implica necessariamente l’adesione ai dettami di un rigido formalismo. Come affermava Picasso, “Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo e ostile e noi”.[1] Ed è esattamente questo il senso ultimo della pittura di Silvia Argiolas.

 
Note

 

[1] Françoise Gilot, Carlton Lake, Vita con Picasso, Garzanti, Milano, 1965.

Giuliano Sale – Piovono Pietre

11 Mar

di Ivan Quaroni

Giuliano Sale 2013 olio su tela 100x100 cm -Can't Lose You-

Io sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in aureo stile
in cui danza il languore del sole
(Paul Verlaine, Languore)
 

Si dipinge col cervello e con le mani”. Così la pensava Michelangelo Buonarroti. Curiosamente, gli occhi non sono inclusi in questa affermazione del grande maestro rinascimentale, forse perché guardare, osservare e dunque riportare sulla tela un oggetto non è propriamente il compito della pittura. Semmai, il suo scopo è restituirci il senso di una visione che non è necessariamente mimetica, cioè fedele al dato sensibile, fenomenico. Soprattutto oggi che, per registrare la realtà è sufficiente ricorrere ad altri strumenti, tecnologicamente più precisi, come il video e la fotografia. La pittura, invece, è un medium ancora capace di sondare i territori dell’ineffabile e dell’indicibile, di restituirci il senso (talora incompiuto) di un prospetto mentale, di una costruzione astratta, immaginifica, ma che con la realtà sensibile conserva un rapporto critico. Dipingere è, in sostanza, una forma molto più assertiva di descrizione della realtà, che introduce elementi imprevisti, forme analogiche e figure metaforiche generate dal pensiero e, dunque, non mutuate dalla semplice osservazione documentaria dei fatti.

Secondo Jacques Lacan esiste una differenza tra vedere e guardare. Il filosofo francese la definisce una “schisi fra occhio e sguardo”, ossia una separazione tra il funzionamento dell’occhio e quel particolare accadimento che chiamiamo sguardo. Nella visione ottica, infatti, c’è una distanza tra l’osservatore e la cosa osservata, mentre nello sguardo c’è un coinvolgimento da parte dell’osservatore, il quale viene letteralmente assorbito dall’oggetto della visione. La pittura è il prodotto dello sguardo dell’artista proprio perché non ritrae mai l’oggetto come entità a se stante, ma la sua relazione con il soggetto percipiente.

Giuliano Sale 2013 50x50 -I'll Be Gone -

Giuliano Sale è un artista visionario perché il suo coinvolgimento con l’oggetto della rappresentazione è il dato sensibile di tutta la sua opera. Visionario, in questo caso, non significa “fantastico”, ma, appunto, fedele alla visione, cioè a quell’esperienza immersiva di fusione tra soggetto e oggetto. Giuliano Sale parte dalla realtà, da una corretta conoscenza della morfologia delle forme e dell’anatomia umana. Tutti i suoi soggetti – paesaggi, alberi, pietre, case, persone – sono verosimili, plausibili dal punto di vista ottico, ma le atmosfere, le circostanze (perfino le leggi fisiche) sono il prodotto di un’interpretazione, di una trasformazione prima cerebrale e poi manuale della realtà. Sale dipinge col cervello e con le mani perché non è un ritrattista e nemmeno un paesaggista, ma un distopico inventore di mondi. Nel suo DNA è lecito rintracciare i geni del Simbolismo, del Realismo Magico e della Nuova Oggettività, da cui derivano lo stile nitido, quasi scultoreo, e la predilezione per atmosfere enigmatiche e crepuscolari. Eppure, nonostante gli evidenti tributi alla pittura tardoromantica e a quella italiana e tedesca tra le due guerre (Valori Plastici e Neue Sachlichkeit), Giuliano Sale non è un artista anacronista, perché la sua visione è radicata nel presente e, anzi, si configura come l’assalto a “un tempo devastato e vile”, in cui l’umanità attraversa una crisi d’ideali e valori senza precedenti. Fulcro di Piovono pietre è, a suo dire, “la triste e in qualche modo ineluttabile parabola terrena dei vinti, l’incedere lento e faticoso di un destino che si compie, poiché anche la fine, per questi eroi sconfitti, è ardua e penosa”. La loro presenza è, infatti, ridotta all’osso, come fagocitata dai luoghi impervi e dai paesaggi inospitali, dove penetra una luce fredda, fioca come un pallido raggio lunare. Le loro azioni sono prive di scopo e senso, come per effetto di gestualità compulsiva e meccanica, di una fisiologia funerea da revenant. Dominano, invece, scorci di paesaggi capovolti, panorami alieni, sottoposti a improvvise inversioni di scala, sintomi di una perdita di orientamento che rovescia ogni bussola interiore, preludendo alla formazione di una nuova geografia apocalittica, dove le leggi della fisica tradizionale si sciolgono in una sinistra, straniante allucinazione spazio-temporale.

Giuliano Sale 2013 100x100 olio su tela -raining stones-

Piovono pietre è il titolo di un celebre film di Ken Loach, cineasta cantore delle vicende working class britannica, ma l’artista si riferisce piuttosto al proverbio inglese secondo cui “quando piove sui poveri, piovono pietre”. E’ noto, infatti, come la miseria, soprattutto in questi tempi di crisi, si abbatta sui reietti e gli sconfitti, sugli emarginati che occupano i gradini più bassi della scala sociale. Per Giuliano Sale la schiera dei vinti si allarga a comprendere una fetta sempre più vasta di umanità, diventa addirittura metafora di una condizione di decadenza cronica, che prelude a un’imminente estinzione della specie. Per questo, l’opera dell’artista, che si autodefinisce un pessimista catastrofico, assomiglia alla prefigurazione di un universo morente, colto nella sua fase estrema, terminale. Nei suoi paesaggi desolati, trafitti da piogge meteoritiche, costellati d’imponenti macigni, la fine del mondo coincide con la caduta dell’umanità.  Sotto cieli plumbei, nel sussultante ansito del pianeta, sorgono soli neri come la pece e lune gemelle tra le coltri di nero fumo. Le case, un tempo simbolo di stabilità, ultimo rifugio accogliente, sono divenute scheletri di una tramontata civiltà, architetture precarie, reliquie semisommerse dalle acque, minacciate da pendenti monoliti. Giuliano Sale immagina una realtà in frantumi, uno scenario rovinoso in cui si aggirano sparute ed esili figure. Sono paesaggi ipotetici, al limite dell’astrazione, sovente risolti con l’utilizzo di una tavolozza dominata da toni cupi, da antraciti fossili, terre bruciate e blu quasi metallici. “Il colore blu, in particolare, assume per la prima volta un significato nelle mie opere”, racconta l’artista, “un colore freddo, che da forma alle cose e che, in un certo senso, allude a uno stato di distacco emotivo”. In dipinti come Soulside Journey, Raining Stones e World Coming Down, il paesaggio sembra pietrificato in una sorta di siderale immobilità, mentre in The Woods Blue Uncertain, il cobalto del bosco si avvolge intorno a un nucleo di vivido carminio, suscitando l’impressione di un vulcano in procinto di esplodere. Il colore è per Giuliano Sale uno strumento di espressione del mood emotivo, che egli declina sulle sue tele con puntiglioso raziocinio. Ogni dipinto ha, infatti, una dominante cromatica, come nel caso di To Late Frozen, Push the Sky e Where the Cold Wind Blow, dove il nero gioca un ruolo essenziale, o di Can’t Lose You, strutturato come una progressione di strisce cromatiche orizzontali, dalla terra della spiaggia all’azzurro del mare, fino al bianco delle nuvole e al bruno dell’enorme masso che proietta un’inquietante ombra sulle due piccole figure di bagnati. Can’t Lose You è anche uno dei dipinti più significativi dell’ultimo Giuliano Sale, immagine emblematica di un pericolo incombente e, insieme, perfetta allegoria della fragilità umana.

 

Statements 2013

7 Mar

CIRCOLOQUADRO

cq

Via Thaon Di Revel 21, 20159 Milano

presenta

Statements 2013

a cura di Ivan Quaroni

Immagine

Inaugurazione: mercoledì 20 marzo, h. 18.30

Testo di Arianna Beretta

Terminata la terza edizione del Manuale per artisti, workshop ideato e curato da Ivan Quaroni, e giunti alla sua mostra finale, si rende necessaria una riflessione su questa esperienza didattica che ormai da due anni occupa, e arricchisce, lo spazio di Circoloquadro.

Vogliamo partire da una frase ripetuta e molto spesso utilizzata in modo inappropriato, “artisti si nasce”. Pare che basti avere intuizione e una buona dose di creatività per essere artisti. Ma è davvero così? Artisti si nasce? Certamente inclinazione e attitudine sono fondamentali. Ma serve altro.

È necessario comprendere che l’artista è un professionista. “Fare l’artista” è un lavoro e quindi bisogna prepararsi, sapere di cosa si tratta, quali sono le dinamiche del sistema economico in cui ci si andrà a inserire.

In questo senso bisogna essere razionali e obiettivi e spogliare l’essere artista e l’opera d’arte della loro aura; troppo spesso si pensa all’atto creativo come finito in sé e all’opera d’arte come un prodotto squisitamente intellettuale da ammirare in mostra. È giunto il momento di comprendere finalmente che si tratta di un lavoro. Lavoro che porta alla realizzazione di un prodotto che deve entrare in un circuito e che deve essere venduto.

Nei secoli passati i pittori andavano a bottega: lì imparavano non solo a conoscere le tecniche artistiche e il lavoro dei colleghi, ma anche la gestione delle relazioni e dei rapporti con i committenti. Le tavole nascevano dettate dalle esigenze dei mecenati che imponevano soggetti, pose e colori, più o meno preziosi a seconda del loro costo. Le opere d’arte venivano ammirate per la loro bellezza e ostentate nella loro magnificenza. Oggetti di lusso.

Con l’andare del tempo l’opera d’arte si è caricata sempre più di un’aura quasi mistica per cui la bellezza, l’atto creativo, la genialità della creazione bastavano. E ingenuamente ancora oggi molti credono che l’opera d’arte in sé abbia un puro valore intellettuale, ma sappiamo bene che l’oggetto artistico ha anche un valore economico.

Le Accademie servono senza dubbio per fornire una preparazione tecnica, e a volte storica, ma, come per tutta l’Università italiana, questo non basta certamente a prepararsi per affrontare il mondo del lavoro.

I Maestri che escono dalle Accademie di Belle Arti raramente riescono a capire quali sono le regole e le dinamiche che regolano il settore dell’arte contemporanea. Ecco perché allora questo workshop.

Artisti si nasce, certo. Ma serve anche una preparazione professionalizzante. Come ci si prepara al lavoro dell’artista? Bisogna sapere come funziona il sistema della gallerie, come si gestiscono i rapporti con i galleristi, come ci si presenta al meglio, insomma come muoversi.

Il workshop, oltre a fornire una risposta a queste domande, va a coprire alcune lacune che spesso i giovani artisti hanno, non per ignoranza, ma semplicemente per inesperienza.

Manuale per artisti come una bottega medievale?

Il paragone fa sorridere, ma il workshop offre, insieme allo sviluppo di una capacità critica verso il proprio lavoro maturato grazie al confronto continuo e costante tra i partecipanti e gli ospiti che sono intervenuti alle lezioni, la possibilità di acquisire conoscenze preziose per chi desidera inserirsi nel sistema dell’arte così da perfezionare la propria formazione professionale.

(Arianna Beretta)

Matias Sanchez – Caóticos

6 Mar

a cura di Ivan Quaroni

20 Marzo – 4 Maggio 2013

Inaugurazione Mercoledì 20 Marzo 2013 ore 18,00

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Parafrasando David Hockney è iniziata l’era post-fotografica dopo anni in cui il nostro sguardo, lungamente condizionato dall’inquadratura della macchina fotografica, aveva ristretto il campo visivo, rendendoci interassati solo a ciò che rientrava nell’inquadratura e non a quello che stava al di fuori.

Matias Sanchez sembra aver condiviso questa riflessione, infatti, nell’ultima serie di quadri in esposizione presso la nostra galleria, i personaggi rappresentati sono dei reietti umani che ci aiutano, simbolicamente, a spostare lo sguardo ai lati dell’inquadratura: il contesto sociale in cui vivono e la ruralità di alcune scene, che fanno parte di uno stile di vita molto lontano dalla nostre metropoli; oppure nell’ironia dei suoi ritratti che rasentano la realtà.

Per la rappresentazione dei personaggi e delle scene, prende spunto da uno stile di vita tipicamente bohemienne, fatto di attori, cantanti, ballerini, picnic all’aperto e feste campestri. Le figure sono rappresentate singolarmente o in scene corali, in cui, nella confusione della raffigurazione, si percepisce sempre la ricerca di un’impostazione scenica classica, quasi rinascimentale. Le opere sono olii su tela, dove la matericità della pittura invade tutta la superficie avvicinandole all’astrazione, ma non c’è solo questo, citando Ivan Quaroni dal testo all’interno del catalogo, Matias Sanchez “… ha metabolizzato il linguaggio della street art e della pittura muralista, così come si è appropiato di elementi di sintesi tipici dell’illustrazione e del graphic design, compendiandoli con frequenti riferimenti al linguggio espressionista… “.

In un perfetto melting pot culturale, l’artsita spagnolo unisce temi d’annata a espressioni artistiche contemporanee, lasciando lo spettatore ammaliato o confuso dal caos ipermaterico della sua pittura.

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COSTANTINI Art Gallery
Via Crema, 8 – 20135 Milano – Tel/Fax. +39 02 87391434
costantiniartgallery@gmail.comhttp://www.costantiniartgallery.com
Orario galleria : 10,00-12,30; 15,30-19,30 – chiuso lunedì mattina e festivi
Come arrivare : MM3 Porta Romana – Tram 9 – Bus 62 

STOP MAKING SENSE -Intervista a Paolo De Biasi

11 Feb

 a cura di Ivan Quaroni

E’ un universo casuale al quale noi apportiamo un significato.

(Sheldon Kopp)

Ivan Quaroni: Stop Making Sense, titolo che riprende un disco dei Talking Heads, è il nome che hai dato a una nuova serie di lavori. Lo slittamento dalla dimensione pittorica a quella del collage (anche digitale) non è formalmente distante dalla tua ricerca precedente. Perché, a un certo punto, hai sentito l’esigenza di operare in un campo diverso dalla pittura?

Paolo De Biasi: Questa selezione di opere è nata riflettendo su una frase di Sheldon Kopp, autore di Se incontri il Budda per strada uccidilo[1]. L’idea che il nostro sia un “universo casuale al quale noi apportiamo un significato”, mi ha suggerito un parallelo con il mio metodo di lavoro. In Stop Making Sense ho voluto – diciamo così – portare questo metodo alle estreme conseguenze, rinunciando all’aspetto narrativo della mia pittura. Ho perso qualcosa, ma ho guadagnato una maggiore libertà formale ed espressiva. Si tratta di un’idea che accarezzavo da tempo e di cui la serie degli Ephemeral paintings costituisce una sorta di precedente. In quei dipinti m’interessava rendere evidente il processo compositivo e porre l’accento sull’idea primitiva, la suggestione e l’intuizione che genera l’opera. Sono convinto che per ogni artista (ma vale per tutte le attività umane), l’unica vera spinta sia la ricerca di un senso, che è poi il senso del nostro stare al mondo. Mi sono chiesto come sia possibile esprimere questa intuizione attraverso un’opera.

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IQ: E che cosa ti sei risposto?

PDB: Che non c’è una soluzione. Sheldon Kopp – una lettura da te consigliata tempo fa – non può che avere ragione: non rimane altro che insistere, continuare la ricerca nella consapevolezza che il senso non è l’obiettivo finale, ma lo è, piuttosto, il percorso stesso. Ecco, queste opere mostrano un percorso, che è surrealista per definizione.

IQ: In uno dei nostri vitali scambi d’informazioni via mail, mi avevi postato il Manifesto Incompleto per la Crescita di Bruce Mau[2] – poi diventato uno degli strumenti didattici dei miei seminari – in cui si afferma che “il processo è più importante del risultato”. Quindi, si tratta di un’idea che, in qualche modo, era già presente nel tuo DNA.

PDB: E’ vero. Il concetto stesso presuppone secondo me che tu sia al tempo stesso attore e spettatore, colui che guida il flusso ma anche colui che ne subisce la spinta. La pittura -pure nelle sue forme meno convenzionali di collage o di digital painting- non riguarda tanto la produzione di opere, quanto piuttosto un modo di osservare il mondo. Non è il risultato di uno sguardo, ma è a sua volta sguardo. Nell’ultimo numero della rivista monografica Solo, Daniel Pitìn scrive a proposito della pittura: “Mi ritrovo spesso come uno spettatore di un film, che è molto felice di essere stato in grado di entrare in possesso del biglietto per questo spettacolo[3]. La sua metafora è perfetta. Per completare il ragionamento ricordo anche un tuo articolo di qualche tempo fa sul metodo abduttivo, in cui ritrovavo molte similitudini con il mio modus operandi. In fondo la pratica del collage è la rappresentazione più evidente di quel tipo di pensiero.

IQ: Qualche anno fa intervistai Isao Hosoe per una testata della Condé Nast. Durante il nostro colloquio, il designer giapponese menzionò il filosofo Charles Sanders Peirce in merito ad una cosa chiamata “abduzione”. Non ne sapevo assolutamente nulla, ma ne rimasi affascinato. Secondo Peirce, l’uomo ha tre possibilità d’inferenza, tre modi di ragionare: deduzione, induzione, abduzione. Mentre la deduzione è un’argomentazione scaturita automaticamente dalle premesse (dall’aspetto del cielo possiamo dedurre che pioverà), l’induzione è un’elaborazione logica che ricava i principi generali dall’osservazione di uno o più casi (quando piove, il cielo ha un certo aspetto). Nell’abduzione, invece, dato un fatto sorprendente, cioè diverso dalle attese, si formula un’ipotesi tale che, se fosse vera, trasformerebbe il fatto sorprendente in un fatto normale. In pratica, l’abduzione cerca una teoria proprio per spiegare i fatti sorprendenti. Si tratta di un procedimento in cui l’intuizione gioca un ruolo fondamentale, come nel caso degli Ephemeral Painting e dei collage digitali di Stop Making Sense. Secondo te, è possibile elaborare una teoria dell’intuizione o dell’improvvisazione?

PDB: Le teorie mi risultano indigeste, ma, allo stesso tempo, non voglio cadere nel tranello filosofico secondo cui anche l’assenza di regole è una regola; quindi ti rispondo semplicemente che se dev’essere improvvisazione che lo sia fino in fondo, senza premeditazione e senza intenzione. Per l’intuizione è leggermente diverso, perché è quel momento in cui abbandoni la logica binaria per abbracciare il paradosso, è quel guizzo che rende chiaro ciò che non lo è, io lo vedo come un calcolo che il tuo cervello elabora mettendo in campo conoscenze, emozioni, cultura, sentimenti e tutto il resto e ti fornisce un risultato a cui razionalmente non saresti mai arrivato.

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IQ: Che cosa distingue il metodo di realizzazione di Stop Making Sense dai processi di scrittura automatica e d’improvvisazione degli artisti surrealisti? Non credi che il processo digitale richieda un minimo di postproduzione e che, quindi, implichi, un lavoro “cartesiano”, come direbbe Franco Bolelli, di riordino e riorganizzazione?

PDB: Come dicevo, il mio è un percorso surrealista. Non ho la presunzione di avere inventato nulla di nuovo. Noto, però, che mentre in passato le correnti artistiche nascevano spesso in antitesi ad altre correnti, oggi le cose sono più diluite, perciò l’appartenenza a una corrente e alla sua metodica non è mai così totale. Io parto da un archivio d’immagini infinito e quindi devo selezionare diversamente. La post-produzione non è in fondo diversa dalla preparazione in pittura se vedi i vari passaggi come tappe di un processo che si serve via via di strumenti diversi. Bolelli quindi c’entra, nel lavoro inevitabile di selezione: davanti a infinite possibilità combinatorie, dobbiamo attivare una maggiore capacità e responsabilità nella scelta.

IQ: Il tuo distinguo sulle correnti artistiche del passato si riferisce al fatto che Italian Newbrow, che più volte ho definito come uno scenario fluido e se vogliamo anche informe, sembra piuttosto un contenitore di biodiversità artistiche, accomunate da un’attitudine aperta e anti-elitaria? Condividi la necessità di questo genere di approccio, diciamo più espansivo e comunicativo?

PDB: “Biodiversità artistiche” mi sembra una definizione azzeccata. Ma tu sei il critico, quello che cerca di definire uno Zeitgeist, io sono l’artista e nella pratica non puoi pensare allo Zeitgeist se speri in qualche risultato. Al di là di questo distinguo, che vuole semplicemente evidenziare i diversi punti di osservazione dello scenario, direi che sì l’arte dovrebbe essere inclusiva anziché esclusiva. Condivido questo tipo di approccio, anche a te allora non interessa il risultato quanto piuttosto continuare la ricerca spostando di volta in volta il confine? Lo stato Beta permenente riguarda anche gli esseri umani non solo i software ed è l’unico modo per evolvere.

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IQ: Un mio personale cruccio, se vogliamo un nodo non del tutto risolto nell’analisi delle espressioni artistiche contemporanee, consiste nel fatto che la necessità di rivolgersi a un pubblico più vasto rispetto a quello tradizionale dell’arte, può indurre alcuni artisti a rinunciare alla complessità. Mi spiego meglio. Secondo te, un lavoro complesso può essere apprezzato e compreso anche dal pubblico generalista?

PDB: E’ una questione ricorrente, che parte da una premessa sbagliata secondo cui la complessità è sinonimo di qualità. Capisco la tua domanda, ma direi che, oltre a quello che tu chiami pubblico generalista, ce n’è un secondo, altrettanto pernicioso, in cerca di promozione culturale. Il rischio per molti artisti è di individuare il pubblico prima ancora di aver maturato un percorso e, quindi, di indossare di conseguenza il cilicio del perbenismo intellettuale oppure l’abito mondano del “nazional popolare”. Comprendo il tuo cruccio da critico, ma da artista io posso non pormi questo tipo di problema.

IQ: Tornando a Stop Making Sense, una volta espunto l’elemento narrativo a vantaggio di quello formale, credi sia ancora possibile definire “pop” questa serie di opere?

PDB: Non dovrei essere io a definire il mio lavoro, ma se rispondessi “no”, ciò significherebbe che la “qualità pop” delle mie opere dipende dall’elemento narrativo. Al contrario, rispondere “sì” vorrebbe dire che l’aspetto formale è il vero elemento qualificativo. Io ho solo voluto verificare un nuovo percorso che non presuppone un taglio con il passato, ma che anzi vuole lasciare spazio alle diverse forze in gioco. Tempo fa pensavo alla frase di Mies van der Rohe “less is more”, che presuppone una volontà di semplificare e togliere anziché aggiungere. Bene, lo stesso Mies van der Rohe disse anche “God is in the detail”, che per me significa che se vuoi ottenere un effetto di pulizia formale, devi dedicare molta attenzione al singolo dettaglio. A me questa cosa sa di contraddizione. Come dire che per “levare”, devo in realtà “aggiungere”. Quello che sto cercando di fare è semplicemente sfruttare le contraddizioni insite nel mio lavoro per trovare nuovi stimoli di riflessione. Una specie di ecologia del lavoro. “Mess is more”.

IQ: Questo tuo mescolare simultaneamente elementi contraddittori è una caratteristica che fa pensare agli artisti della Leipzig Schule.  Molti pittori di quell’area e, in generale, dell’est Europa sono, per così dire, “simultaneisti” e prediligono un immaginario iconografico pieno di sovrapposizioni e ambiguità semantiche. Avverti quest’affinità elettiva tra te e loro? E come te la spieghi? In fondo, il tuo background storico e culturale è molto diverso da quello degli artisti dell’Est.

PDB: In realtà non me lo spiego. Credo semplicemente che ognuno ha il diritto di scegliere i propri eroi. Neo Rauch ha detto che “Balthus, Vermeer, TinTin, Donald Judd, Donald Duck, Agitprop e l’immondizia della pubblicità dozzinale possono entrare nel paesaggio e generare un conglomerato di sorprendente plausibilità[4]. Rispetto agli artisti dell’Est magari mi manca l’Agitprop, ma posso trovare un sostituto.


[1] Sheldon Kopp, Se incontri il Budda per strada uccidilo, Astrolabio editore, Roma, 1975.

[2] Bruce Mau, Incomplete Manifesto for Growth, http://www.brucemaudesign.com.

[3] Solo n.2, AmC Collezione Coppola, Treviso, 2012.

[4] Intervista a Neo Rauch, Flash Art n. 252, Giancarlo Politi Editore, 2005, Milano

Paolo De Biasi – Stop Making Sense

30 Gen

A cura di Ivan Quaroni

Appuntamento il 7 febbraio a Flash Art Event, Palazzo del Ghiaccio, Milano

Nello stand della galleria Area/B saranno presenti le nuove opere di Paolo De Biasi, un progetto inedito che coinvolge pittura, collage, arte digitale.

Sarà disponibile anche un catalogo in formato tabloid con un intervista all’artista.

Vi aspetto!

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Spirito Italiano

13 Dic

Cari amici, vi segnalo un’iniziativa coraggiosa e intelligente , inaugurata ieri sera da Eugenio Borroni, collezionista da sempre attento alle evoluzioni dell’arte italiana che ha deciso di monitorare i talenti emergenti con orgoglio e finalmente senza complessi d’inferiorità. Con questa rassegna l’amico Eugenio ci mostra in prima persona che la ricetta per fare uscire l’arte italiana dal suo presunto (e solo tale) “stato di minorità” consiste nel crederci con passione e fiducia. Io ci credo. Bravo Eugenio!!!

Chissà che qualche istituzione possa trarre ispirazione dalla tua iniziativa.

FABBRICA BORRONI presenta SPIRITO ITALIANO
un progetto per la rinascita della giovane arte italiana

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Il sistema dell’arte italiano sta morendo soffocato dalla situazione in cui si è messo da parecchi anni:  gelido, elitario, una cupola mafiosa composta da due o tre riviste, quattro gallerie, poche decine di collezionisti “guidati”.  Molte gallerie hanno chiuso o chiuderanno, le maggiori Fiere come Artissima, Miart e Bologna sono ormai in mano a poche persone senza scrupoli che hanno come obiettivo solamente il guadagno. I giovani artisti sono trattati come servi o schiavetti, non vengono pagati, le loro opere si perdono misteriosamente nei meandri delle gallerie, ricevono false promesse per mostre che non si faranno mai, o se si faranno dovranno pagare catalogo, inaugurazione,tutto.
Questi non sono galleristi, sono affittacamere senza vergogna o nella migliore delle ipotesi mercanti travestiti. Così tanti giovani artisti sono scoraggiati, inerti, non sanno come reagire e quasi sempre non possono reagire, stanno ancora ad aspettare che questi squallidi personaggi si degnino di prenderli in considerazione. E vivono nella paura di ribellarsi a questo stato di cose, temendo di essere esclusi per sempre dai giri che contano. Tutto questo deve finire perchè  è un sistema marcio, una palude insopportabile, un affronto a chi vive per l’arte sperando anche solo di essere preso in considerazione. L’arte deve diventare accessibile a tutti, non può essere più ostaggio di una squallida minoranza che difende i suoi privilegi.  Per fortuna esiste , e oggi vive malamente, una moltitudine di artisti, curatori, giovani e veri galleristi in pectore, possibili nuovi collezionisti, sinceri appassionati d’arte che non possono,non debbono e non vogliono  entrare in questo sistema, e perciò o si adattano rinunciando ai loro ideali e alla loro voglia di costruire qualcosa di nuovo, o continuano a lottare e a progettare ma rimanendo per ora ai margini del sistema. L’arte è diventata inaccessibile se non per pochi eletti, che discutono fra loro e purtroppo decidono ancora oggi il destino degli artisti, in base a considerazioni che di artistico hanno poco o nulla..
Ma non dobbiamo disperare, soprattutto non dobbiamo rassegnarci: dopo il lusso, il fashion, l’apparire piuttosto che l’essere, dopo la lenta agonia di questi “valori”, la cultura in tutte le sue forme sarà il faro principale per tutti, non solo per i giovani.  In questa prospettiva ciascuno di noi dovrà svolgere al meglio la sua parte, operando perché tutti gli obiettivi vengano raggiunti nel loro insieme, e stando certi che i risultati anche economici saranno sorprendenti. Stiamo andando molto rapidamente verso uno stile di vita più tranquillo, se vogliamo più modesto, ma molto più utile per essere costruttori e protagonisti dei nuovi tempi. L’Italia è sicuramente in uno dei suoi periodi più difficili, e spetta a tutti noi decidere come ne uscirà e agire di conseguenza.
Prima però dovranno essere ristabiliti valori e modelli di comportamento che poco hanno a che fare con quelli che ancora attualmente resistono.  Il vuoto esistenziale, l’incerta prospettiva di un futuro problematico ci devono spingere ad agire immediatamente, ognuno per le sue competenze.

Garritani_-_The_fall_80x100,_stampa_su_carta_di_cotone_applicata_su_D-Bond,_2012[1][7]

Debora Garritani, The Fall

SPIRITO ITALIANO, il nuovo progetto di Fabbrica Borroni, vuole rispondere a questa grave situazione fondandosi  su due pilastri : l’attenta scelta curatoriale, e la correttezza e la trasparenza dei rapporti.
Diciotto giovani artisti sono stati attentamente selezionati da Fabbrica Borroni.Una volta effettuata la scelta degli artisti meritevoli, è stato proposto e firmato un contratto che impegna gli artisti e Fabbrica Borroni all’esposizione e alla vendita delle loro opere attraverso una serie di eventi e manifestazioni.Il contratto scritto  contiene ben chiari obblighi e doveri reciproci. Per la prima volta il giovane artista conosce perfettamente quando e come potrà esporre, quale sarà il suo beneficio e in quali tempi. L’artista comunque rimarrà libero di rapportarsi con le altre realtà come ad esempio gallerie,istituzioni,musei,concorsi. L’obiettivo del progetto è quello di riavvicinare tutte le persone che lo desiderano all’arte e ai suoi protagonisti, e rifondare i rapporti fra i vari protagonisti del sistema,liberandolo e liberandoli dalla situazione attuale giunta oltre ogni limite di decenza.

SPIRITO ITALIANO, oltre ad essere un progetto fortemente innovativo, è soprattutto un appello e un richiamo a tutto il mondo dell’arte perchè prenda coscienza della gravità della situazione, e cominci ad agire: le infinite discussioni, i lunghi dibattiti fatti sempre dalle stesse persone sono finiti, adesso è l’ora del fare concretamente.
In particolare Fabbrica Borroni è nata e si è sviluppata come una struttura culturale indipendente e autofinanziata che ha come oggetto il sostegno e lo sviluppo della giovane arte italiana .L’origine e l’idea fondante è naturalmente la Collezione Borroni, ormai nota a livello nazionale, e lo sviluppo quasi ovvio è stato di organizzare una lunga serie di mostre rivolte ai giovani e giovanissimi talenti italiani. Tutto ciò con l’intervento di giovani o giovanissimi curatori, anche alle prime armi, proprio per dimostrare la verità di quello che sosteniamo da sempre: al di là e al di fuori del sistema esiste il già citato terzo livello, e da quello bisogna partire. L’intenso, continuo dialogo fra giovani artisti, curatori, visitatori della Collezione, appassionati d’arte, l’accoglienza e l’esame accurato del lavoro, le esperienze acquisite organizzando mostre e visitando quanto è possibile nel mondo della giovane arte in Italia e all’estero, ci convincono a non rimanere più semplici osservatori di un sistema in condizioni gravi se non pessime, bisognoso di una nuova iniziativa che prenda atto delle nuove istanze artistiche ed economiche, e che considera inesorabilmente invecchiato e spento il sistema dell’arte in Italia in tutte o quasi le sue componenti.
Spirito Italiano™ vuole essere e sarà un nuovo modo di concepire i rapporti fra le varie parti in causa, prima fra tutte i giovani artisti italiani, in modo da stabilire con loro rapporti di collaborazione basati su chiarezza, legalità e trasparenza oltre naturalmente all’osservazione e all’apprezzamento del loro lavoro.

Qui tutto il programma dell’iniziativa:

http://www.spiritoitaliano.org    www.fabbricaborroni.it