Statements 2013

7 Mar

CIRCOLOQUADRO

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Via Thaon Di Revel 21, 20159 Milano

presenta

Statements 2013

a cura di Ivan Quaroni

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Inaugurazione: mercoledì 20 marzo, h. 18.30

Testo di Arianna Beretta

Terminata la terza edizione del Manuale per artisti, workshop ideato e curato da Ivan Quaroni, e giunti alla sua mostra finale, si rende necessaria una riflessione su questa esperienza didattica che ormai da due anni occupa, e arricchisce, lo spazio di Circoloquadro.

Vogliamo partire da una frase ripetuta e molto spesso utilizzata in modo inappropriato, “artisti si nasce”. Pare che basti avere intuizione e una buona dose di creatività per essere artisti. Ma è davvero così? Artisti si nasce? Certamente inclinazione e attitudine sono fondamentali. Ma serve altro.

È necessario comprendere che l’artista è un professionista. “Fare l’artista” è un lavoro e quindi bisogna prepararsi, sapere di cosa si tratta, quali sono le dinamiche del sistema economico in cui ci si andrà a inserire.

In questo senso bisogna essere razionali e obiettivi e spogliare l’essere artista e l’opera d’arte della loro aura; troppo spesso si pensa all’atto creativo come finito in sé e all’opera d’arte come un prodotto squisitamente intellettuale da ammirare in mostra. È giunto il momento di comprendere finalmente che si tratta di un lavoro. Lavoro che porta alla realizzazione di un prodotto che deve entrare in un circuito e che deve essere venduto.

Nei secoli passati i pittori andavano a bottega: lì imparavano non solo a conoscere le tecniche artistiche e il lavoro dei colleghi, ma anche la gestione delle relazioni e dei rapporti con i committenti. Le tavole nascevano dettate dalle esigenze dei mecenati che imponevano soggetti, pose e colori, più o meno preziosi a seconda del loro costo. Le opere d’arte venivano ammirate per la loro bellezza e ostentate nella loro magnificenza. Oggetti di lusso.

Con l’andare del tempo l’opera d’arte si è caricata sempre più di un’aura quasi mistica per cui la bellezza, l’atto creativo, la genialità della creazione bastavano. E ingenuamente ancora oggi molti credono che l’opera d’arte in sé abbia un puro valore intellettuale, ma sappiamo bene che l’oggetto artistico ha anche un valore economico.

Le Accademie servono senza dubbio per fornire una preparazione tecnica, e a volte storica, ma, come per tutta l’Università italiana, questo non basta certamente a prepararsi per affrontare il mondo del lavoro.

I Maestri che escono dalle Accademie di Belle Arti raramente riescono a capire quali sono le regole e le dinamiche che regolano il settore dell’arte contemporanea. Ecco perché allora questo workshop.

Artisti si nasce, certo. Ma serve anche una preparazione professionalizzante. Come ci si prepara al lavoro dell’artista? Bisogna sapere come funziona il sistema della gallerie, come si gestiscono i rapporti con i galleristi, come ci si presenta al meglio, insomma come muoversi.

Il workshop, oltre a fornire una risposta a queste domande, va a coprire alcune lacune che spesso i giovani artisti hanno, non per ignoranza, ma semplicemente per inesperienza.

Manuale per artisti come una bottega medievale?

Il paragone fa sorridere, ma il workshop offre, insieme allo sviluppo di una capacità critica verso il proprio lavoro maturato grazie al confronto continuo e costante tra i partecipanti e gli ospiti che sono intervenuti alle lezioni, la possibilità di acquisire conoscenze preziose per chi desidera inserirsi nel sistema dell’arte così da perfezionare la propria formazione professionale.

(Arianna Beretta)

Matias Sanchez – Caóticos

6 Mar

a cura di Ivan Quaroni

20 Marzo – 4 Maggio 2013

Inaugurazione Mercoledì 20 Marzo 2013 ore 18,00

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Parafrasando David Hockney è iniziata l’era post-fotografica dopo anni in cui il nostro sguardo, lungamente condizionato dall’inquadratura della macchina fotografica, aveva ristretto il campo visivo, rendendoci interassati solo a ciò che rientrava nell’inquadratura e non a quello che stava al di fuori.

Matias Sanchez sembra aver condiviso questa riflessione, infatti, nell’ultima serie di quadri in esposizione presso la nostra galleria, i personaggi rappresentati sono dei reietti umani che ci aiutano, simbolicamente, a spostare lo sguardo ai lati dell’inquadratura: il contesto sociale in cui vivono e la ruralità di alcune scene, che fanno parte di uno stile di vita molto lontano dalla nostre metropoli; oppure nell’ironia dei suoi ritratti che rasentano la realtà.

Per la rappresentazione dei personaggi e delle scene, prende spunto da uno stile di vita tipicamente bohemienne, fatto di attori, cantanti, ballerini, picnic all’aperto e feste campestri. Le figure sono rappresentate singolarmente o in scene corali, in cui, nella confusione della raffigurazione, si percepisce sempre la ricerca di un’impostazione scenica classica, quasi rinascimentale. Le opere sono olii su tela, dove la matericità della pittura invade tutta la superficie avvicinandole all’astrazione, ma non c’è solo questo, citando Ivan Quaroni dal testo all’interno del catalogo, Matias Sanchez “… ha metabolizzato il linguaggio della street art e della pittura muralista, così come si è appropiato di elementi di sintesi tipici dell’illustrazione e del graphic design, compendiandoli con frequenti riferimenti al linguggio espressionista… “.

In un perfetto melting pot culturale, l’artsita spagnolo unisce temi d’annata a espressioni artistiche contemporanee, lasciando lo spettatore ammaliato o confuso dal caos ipermaterico della sua pittura.

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COSTANTINI Art Gallery
Via Crema, 8 – 20135 Milano – Tel/Fax. +39 02 87391434
costantiniartgallery@gmail.comhttp://www.costantiniartgallery.com
Orario galleria : 10,00-12,30; 15,30-19,30 – chiuso lunedì mattina e festivi
Come arrivare : MM3 Porta Romana – Tram 9 – Bus 62 

Claus Larsen – Grand Tour

26 Feb

a cura di Ivan Quaroni

Atlantica Arte Contemporanea
via Piave 35, Altavilla – Vicenza

1° marzo – 28 marzo 2013

Inaugurazione venerdì 1° marzo 2013 h. 18.00

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La galleria Atlantica Arte Contemporanea presenta Grand Tour, mostra personale dell’artista danese Claus Larsen patrocinata dall’Ambasciata di Danimarca.

Per l’occasione, l’artista presenta una ventina di nuove opere, tra oli su tela e su tavola, tempere all’uovo su carta, con l’aggiunta di due litografie con interventi serigrafici in tiratura limitata.

Il Grand Tour, viaggio compiuto dai giovani dell’aristocrazia europea continentale a partire dal XVII secolo, compare, come termine, per la prima volta sulla guida The Voyage of Italy di Richard Lassels, edita nel 1670. Claus Larsen immagina un nuovo tipo di Grand Tour, una sorta d’immaginario itinerario metalinguistico che attraversa la Storia e la Geografia. Un viaggio a volo d’uccello, verrebbe da dire, nel senso che le più varie specie aviarie sono le dirette protagoniste delle sue opere, stilisticamente sospese tra Surrealismo e pittura di genere, tra citazionismo colto e levità pop.

Laureato in Medicina e chirurgia, con un curriculum d’illustratore scientifico (è autore e illustratore dell’Anatomia Artistica pubblicata da Zanichelli nel 2007) e una conclamata passione per la pittura rinascimentale, Claus nn è uno di quegli artisti capaci di ripercorrere la storia dell’arte a ritroso, interpretandone le tappe con uno sguardo nuovo e sognante, che traduce le suggestioni del passato in una grammatica fantastica di stringente attualità.

Come altri pittori del nostro tempo – da John Currin a Neo Rauch, Glenn Brown a Mark Ryden – Claus Larsen dimostra di aver profondamente compreso la lezione dei maestri. Non solo. Con la meticolosa acribia di un alchimista, ha imparato a preparare i colori alla maniera degli antichi, usando pigmenti naturali con i quali fabbrica tempere all’uovo e olii artigianali. Il suo non è un semplice espediente tecnico e nemmeno il capriccio di un pittore erudito. I colori vividi e brillanti dei suoi dipinti ottenuti proprio grazie a quelle tecniche, contribuiscono a creare una pittura ad altissima definizione, fatta di giochi ottici e trappole per lo sguardo. Non è un caso, infatti, che Claus Larsen sia anche un esperto di grafica tridimensionale, un tecnico digitale, stregato dalla più antica delle pratiche manuali. Distorsioni visive ed effetti paradossali degni di Escher sono, infatti, il fulcro intorno al quale l’artista declina molte delle sue immaginifiche visioni, sovente ambientate in un rigoglioso teatro naturale.

L’approccio di Larsen alla pittura è quello tipico dell’umanista, con competenze scientifiche che spaziano dalla chimica all’ottica, ma che integrano anche la conoscenza della storia dell’arte con un interesse, tutto contemporaneo, verso l’affabulazione e la fantasmagoria. Larsen è, infatti, un surrealista dei nostri tempi, un enigmista dell’immagine con una particolare predisposizione per l’allusione e la metafora, ma anche per l’affabulazione e la sovversione dei significati. Le sue opere suggeriscono sempre livelli multipli d’interpretazione.

Le opere di Grand Tour, popolate di pinguini, anatre, oche, pappagalli e germani reali che percorrono il globo lungo traiettorie imperscrutabili, compongono, in definitiva, l’affascinante racconto di un pellegrinaggio simbolico. Il volo degli uccelli diventa, allora, metafora di un nomadismo interiore che ci conduce, attraverso il groviglio delle metamorfosi estetiche e la fitta trama d’illusioni ottiche, verso le remote sorgenti dell’ineffabile e dell’indicibile. Quel luogo di segrete epifanie e turgide apparizioni che, a causa di un vocabolario limitato, ci ostiniamo a chiamare fantasia.

BIOGRAFIA

Claus Larsen nasce a Copenaghen nel 1954, giovanissimo si avvicina al mondo dell’arte e allo studio della pittura e già dal 1976 inizia la sua collaborazione con alcune gallerie della sua città. Contemporaneo è l’interesse per lo studio della medicina e nel 1987 completa i suoi studi e consegue la Laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Copenaghen. Si trasferisce in Italia a Milano per lavorare come illustratore medico/scientifico, sintetizzando in perfetta sintonia gli elementi acquisiti nel corso del suo percorso formativo. Dagli anni ‘90 in poi numerose e importanti sono le docenze a livello universitario nelle sedi di Milano, Bologna, Lucerna e Zurigo. Nel 2007 la pubblicazione con la casa editrice Zanichelli del testo “Anatomia artistica”, un volume che sfrutta la tecnologia digitale, ovvero la grafica tridimensionale. Il libro, con i suoi modelli virtuali volumetrici ed estremamente realistici, permette di ispezionare facilmente l’anatomia del corpo da vari punti vista. Dal 2007 al 2013 è presidente dell’AEIMS, l’Associazione Europea degli illustratori medici e scientifici e dal 2009 inizia la sua attività espositiva in Italia e all’estero con realtà affermate nel sistema dell’arte.

Moscow Times, Estetica e potere nella Russia Contemporanea

25 Feb

Moscow Times

Estetica e potere nella Russia Contemporanea

Ivan Quaroni


La verità è che non impariamo mai dalla Storia. Non abbiamo memoria, ci dimentichiamo di tutto, perfino del passato più recente. Non riconosciamo i sintomi, ci sfuggono i meccanismi, le modalità e perfino l’evidenza con cui certi fenomeni tendono a ripetersi. Per nostra sfortuna, si tratta sempre degli eventi peggiori, di quelli che generano la maggiore quantità d’infelicità e che, quasi necessariamente, diventano oggetto di una sorta di rimozione collettiva. Con il progetto Moscow Times, Piepaolo Koss – coreografo, performer e artista visivo, da sempre impegnato nell’indagine sul corpo umano come metafora delle modificazioni del potere sociale e politico nella società contemporanea – pone al centro della sua opera il problema del tempo e della memoria. Koss cerca di esorcizzare l’evenienza di una nuova forma di amnesia generalizzata attraverso l’analisi del linguaggio estetico e massmediatico della Russia odierna. Una nazione che l’artista ha potuto osservare (e anche amare) da vicino, grazie a numerosi soggiorni, compiuti in un arco temporale che si estende tra la fine dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e l’instaurazione del nuovo corso politico, definito da alcuni come una sorta di “democratura”, neologismo composto dalla crasi tra i termini democrazia e dittatura. Con 17.075400 chilometri quadrati di superficie e oltre 140 milioni di abitanti, la Federazione Russa dell’era di Vladimir Putin costituisce un esemplare esperimento socio-politico, in cui contraddizioni e antinomie si manifestano tramite un’inedita convergenza di nostalgie zariste, nazionalismo sovietico, rinato afflato cristiano-ortodosso e rigurgiti xenofobi di marca neonazista. Il tema della memoria e il problema della ricostruzione di un’identità collettiva sono, dunque, elementi cardine per comprendere il processo di trasformazione di questo immenso territorio, dove la percezione del tempo, con i suoi pendolari oscillamenti tra passato, presente e futuro, gioca un ruolo fondamentale. Mosca, che nel 1991 celebrava le esequie dell’impero sovietico ammainando definitivamente la bandiera rossa sulla torre del Cremlino, è oggi la città simbolo di questa trasformazione, l’epicentro di un potere che combina, in egual misura, autoritarismo e fascinazione glamour, modernismo e propaganda, elementi che si riflettono nel gigantismo architettonico dei nuovi grattacieli di Putingrad. Perché, come spiega Leonardo Coen[1], ex corrispondente da Mosca e tra i fondatori del quotidiano La Repubblica, la città è divenuta Putingrad, il luogo fisico (e metafisico) in cui il presidente Vladimir Vladimirovic Putin è riuscito a mettere in atto il suo capolavoro politico: un’incredibile sintesi di liberismo economico e dirigismo statalista, ultranazionalismo e grandeur imperiale.   Moscow Times è un progetto che raccoglie video, fotografie e performance realizzati tra il 2005 e il 2012 e strutturati in un percorso che ci accompagna, attraverso vari cicli di opere, tra le maglie di un’identità collettiva alla disperata ricerca di una ricomposizione. Ma Moscow Times, titolo che allude al più diffuso tabloid in lingua inglese della capitale, è anche una ricognizione tra le tensioni e contraddizioni della Russia contemporanea e, insieme, una dettagliata analisi dei codici estetici e politici della propaganda putiniana, che utilizza in maniera strumentale e demagogica la memoria del passato. Il video Blood Memory (2011), girato all’interno del sacrario di Stalingrado, l’odierna Volgograd, potrebbe costituire la prima tappa di un ideale viaggio nella memoria del popolo russo. Il mausoleo, situato sulla collina Mamaev Kurgan, commemora la battaglia di Stalingrado, la più sanguinosa della Seconda Guerra Mondiale, in cui persero la vita due milioni di persone. Le immagini scorrono lente su particolari del complesso monumentale come la colossale statua della Madre Patria (alta 85 metri), costruita per ordine di Stalin per celebrare la vittoria russa sui nazisti. Le riprese di Koss, incorniciate in un perimetro circolare simile all’obiettivo della macchina fotografica, si soffermano sul carattere simbolico ed evocativo di questi monumenti, che appaiono immersi nella nebbia del tempo. Attraverso la grana e il taglio delle immagini, l’artista sembra voler evidenziare il carattere selettivo, e dunque arbitrario, della memoria, con il suo inevitabile carico emotivo e sentimentale. Eppure, la memoria nella Russia contemporanea è, simultaneamente, oggetto di recupero e di rimozione, come dimostra il video Made in Moscow (2007), che alterna le riprese dell’ultimo cambio della Guardia d’onore, eseguite dall’artista stesso alla mezzanotte del 27 febbraio 1992 davanti al Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, alle più recenti immagini della Mosca putiniana del 2007, dove, per la ricorrenza dei 90 anni dalla Rivoluzione, venne sbarrato l’accesso al mausoleo di Lenin per impedire ogni manifestazione nostalgica. Koss evidenzia qui il carattere sclerotico del potere di Putin, che dopo la caduta del Socialismo Reale, nel caos sociale seguito alla spartizione delle ricchezze dello stato e all’ascesa delle organizzazioni mafiose, si propone come salvatore della patria e dunque come unico idolo da celebrare. La questione della salma di Lenin, che in quel 2007 la Duma deliberava di rimuovere dalla sua sede naturale, diventa quindi il segno del revisionismo storico del nuovo Zar, che, all’epoca, preferiva recuperare l’immaginario simbolico dei Romanov, forse più congeniale all’instaurazione di un sistema autocratico di stampo assolutista, salvo poi ricredersi cinque anni dopo, equiparando il Mausoleo di Lenin alle sacre reliquie del Monte Athos. Al caso della salma del Padre della Rivoluzione d’Ottobre sono dedicate anche le stampe inkjet su carta Kodak (Lienin, 2007), in cui Pierpaolo Koss visualizza, con un curioso mix stilistico, in bilico tra arte pop e propaganda di regime, il corpo mummificato di Vladimir Ilic all’interno del sarcofago. Una straordinaria testimonianza del nuovo ordine politico russo è rappresentata dalle riprese ufficiali della cerimonia d’insediamento alla presidenza di Putin dell’aprile 2012, utilizzate dall’artista nel video Ras-Putin[2](2012), a dimostrazione di come l’evento somigli più a una sacra liturgia d’incoronazione che alle formalità di riconoscimento di un’alta carica dello stato di un paese democratico. In questo lavoro, Koss si attiene in massima parte al materiale originale, che costituisce un saggio dell’efficacia estetica e comunicativa della propaganda putiniana, equiparata, come suggeriscono le immagini introduttive, a un meccanismo a orologeria perfettamente sincronizzato. L’artista interviene soprattutto sul tempo, con opportuni tagli, velocizzazioni e rallentamenti delle immagini e con la sovrapposizione di simboli come la corona e l’aquila imperiale dei Romanov durante il giuramento del Presidente sulla nuova costituzione russa. Le riprese ufficiali, invece, sono il dato più eloquente e sorprendente del video, realizzato, alla presenza di duemila invitati selezionati, in un Cremlino presidiato da migliaia di soldati. Il rito dell’assunzione del terzo mandato presidenziale di Vladimir Vladimirovich Putin, somiglia a una lunga sfilata lungo le sale d’onore dell’antica fortezza medievale, fra gli applausi scroscianti dei convitati, in un’atmosfera di pomposa magniloquenza, fitta di rimandi alla Russia imperiale (le uniformi da parata del 1812, usate sotto lo Zar Alessandro I, vincitore di Napoleone e dei francesi), ma anche a quella socialista (le risonanti note dell’inno nazionale, rimasto sostanzialmente invariato dai tempi dell’Unione Sovietica) e, infine, ortodossa (con la presenza in prima fila del benedicente Patriarca Cirillo). Sono tutti segni che, come asserisce Walter Lippman, giornalista statunitense che coniò i termini guerra fredda e fabbrica del consenso, “hanno un carattere tale da essere riconosciuti e compresi senza la necessità di un reale sguardo alla sostanza del problema.[3] Da studioso della propaganda, Lippmann suggeriva di gestire il rapporto tra l’autorità e la popolazione (o il pubblico) attraverso la fruizione di segni di natura semplice, capaci di colpire emotivamente la collettività e di condurla alle stesse conclusioni che gli esperti avevano precedentemente elaborato per via razionale. Come si evince dal video di Koss, Putin non solo mette in pratica le teorie propagandistiche di Lippmann, ma intuisce che per mantenere la propria leadership deve necessariamente attuare un processo di sintesi delle diverse anime del popolo russo. Processo che prevede, da una parte, l’intensificazione dei sentimenti collettivi, dall’altra, una parallela degradazione e banalizzazione dei significati. Nel video Parade (2012), anch’esso basato sui filmati ufficiali, ripetutamente trasmessi dalla televisione russa, si assiste alla parata del V-Day del 9 maggio 2012, celebrazione della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale, svoltasi in una Piazza Rossa stracarica di simboli patriottici, tra cui la falce e il martello sovietici. Per l’occasione sfilano davanti al palco d’onore su cui siedono Putin e il suo delfino Dmitrij Medvedev e alla presenza dei veterani, 14.000 soldati appartenenti ai vari corpi delle Forze Armate e circa 100 mezzi pesanti, tra cui i missili Topol, i carri armati T-90, gli Iskander e gli S-400 Triumph. La parata è una chiara esibizione della potenza militare russa, costata all’amministrazione comunale circa 4 milioni di dollari, con un massiccio dispiegamento di agenti delle forze dell’ordine e un pubblico selezionato per fare da sfondo a quella che, a tutti gli effetti, assomiglia a una studiatissima coreografia collettiva. Con un abile montaggio e una colonna sonora affidata a marziali ritmi heavy metal, Pierpaolo Koss alterna le inquadrature panoramiche di sterminate masse di soldati marcianti in formazioni rigidamente inquadrate con i volti solenni dei veterani sovietici e del pubblico che assiste alla manifestazione. Sono immagini dominate da un’atmosfera quasi irreale, che evoca i fasti cinematografico-propagandistici della Leni Riefensthal di Triumphs des Willens. Per il nuovo Zar, appena insediato per la terza volta alla Presidenza della Federazione, il V-Day è l’occasione per lanciare un ambiguo messaggio di politica estera, che proclama la necessità di rafforzare la sicurezza mondiale e rispettare il diritto internazionale e la sovranità di ogni stato per evitare il ripetersi di tragedie belliche. Fuor di metafora, quel che Putin afferma è, piuttosto, il diritto da parte della Russia di armarsi per riaffermare la propria potenza nello scacchiere internazionale. Se Parade racconta la strumentalizzazione del passato stalinista da parte della propaganda putiniana, la videoinstallazione Putingrad (2012) testimonia la sua propulsione modernista e futuribile, incarnata in quella che Koss non esiterebbe a definire una “geografia emozionale”, ossia la city moscovita, con i suoi grattacieli avveniristici ricoperti da una pervasiva segnaletica pubblicitaria. Le immagini proiettate su due schermi, nelle versioni blu e rossa (colori della bandiera nazionale russa), mostrano il tragitto di Putin dal Palazzo del Governo – dove ha ricoperto il ruolo di Primo Ministro tra il 2008 e il 2012 – fino al Cremlino – dove torna nelle vesti di presidente (dopo gli incarichi del 2000-2004 e del 2004-2008), con un nuovo mandato di sei anni che, se riconfermato nella prossima legislatura, farà di lui il più longevo leader russo dopo Stalin. Il percorso dalla scorta presidenziale per le vie sgombre di una Mosca metafisica e surreale è soprattutto un viaggio simbolico, la metafora della fulminante ascesa al potere di Putin, iniziata nel lontano 1975 come membro del KGB, poi culminata nell’assunzione nel 1998 della direzione dell’FSB (una delle agenzie che successero allo scioglimento dei servizi segreti sovietici) e nel 1999 del ruolo di Primo Ministro sotto il Governo Eltsin. L’immagine di una patria forte, moderna e glamour offerta dal nuovo zar, contrasta, tuttavia, con le tensioni che agitano la società russa dall’interno, all’indomani del crollo dell’ideale sovietico. La guerra in Cecenia, così come il dilagante razzismo nei confronti di neri e caucasici e la conseguente diffusione di organizzazioni neonaziste nelle frange più giovani della popolazione, sono questioni che l’artista affronta nei video e nelle performance realizzate tra il 2004 e il 2006. Burning Borders (2004), video che documenta una performance e un’installazione realizzati da Koss alla MARS Galllery di Mosca, allude, infatti, alla questione delle guerre nei territori di confine dell’ex Unione Sovietica. Durante la performance, che si svolge in un ambiente buio, rischiarato da immagini di violente eruzioni vulcaniche, l’artista indossa il balaklava, il cappuccio di lana usato dai terroristi e dalle forze armate russe in Cecenia, territorio verso cui il Cremlino ha adottato una politica di durissima repressione, accompagnata da una totale censura, che dal 2004 impedisce alla stampa nazionale e internazionale di documentare la situazione. Voina (2005) e New Eden (2006), invece, trattano esplicitamente il tema del razzismo in Russia, un fenomeno latente durante il regime sovietico, che è violentemente esploso in seguito alla crisi economica, alla massiccia immigrazione e alla guerra in Cecenia. Soprattutto la recessione, l’inflazione e la disoccupazione succeduti all’introduzione dell’economia di mercato in Russia, hanno generato sentimenti di rabbia e frustrazione nella popolazione, creando un terreno fertile per l’affermarsi di organizzazioni estremiste e ultranazionaliste come l’Unione Slava, il Movimento contro l’immigrazione clandestina, l’Unità Nazionale Russa e lo Schultz 88. Nel 2005, anno in cui si Koss esegue la performance Voina (Guerra) al Museo Tretakovskaya di Mosca, l’escalation di aggressioni e omicidi nei confronti d’immigrati africani e del Sud-Est asiatico spinge l’Onu a condurre un’indagine sul fenomeno xenofobo in Russia e a invocare l’istituzione di un’autorità contro il razzismo. Nel 2006, Koss realizza il video New Eden al Gazgolder, un prestigioso club esclusivo della capitale e, in quello stesso anno, Amnesty International pubblica un rapporto intitolato “Russian Federation. Violent racism out of control”, che documenta i numerosi casi di aggressione, compiuti da poliziotti e giovani skinhead ai danni di cittadini immigrati. Voina e New Eden sono, dunque, due tempestive attestazioni del crescente fenomeno della xenofobia in Russia. La prima, un’opera realizzata insieme all’artista Segei Bugaev Afrika, in cui sono coinvolti come performer cinque cittadini africani clandestini, fatti entrare senza permesso al Museo Tretyakoskaya, è un’azione di denuncia intesa a rivendicare la dignità di ogni essere umano, in conformità con i principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. New Eden, invece, è una mise-en-scène del paradiso terrestre in uno dei luoghi simbolo del fashion moscovita, il Gazgolder, un club frequentato da membri dell’elite finanziaria, culturale e politica del paese, ma anche da potenti esponenti della criminalità organizzata. La performance, eseguita tra la mezzanotte del 31 dicembre 2005 e l’alba del primo gennaio 2006, vede coinvolti un giovane clandestino del Camerun e una studentessa russa nei panni (si fa per dire) dei progenitori Adamo ed Eva. Tutto ruota intorno all’impatto estetico generato dall’accostamento tra il corpo scultoreo del giovane di colore e le morbide rotondità della ragazza bianca, un mix di sensualità e candore che suscitano l’imbarazzo e il dissenso di una parte del pubblico. Moscow Times è un’ampia ricognizione nel lato oscuro della Russia, in cui non poteva mancare un capitolo dedicato al ruolo svolto dalla Chiesa ortodossa, nella persona del patriarca Cirillo, quale potente alleato della politica di Vladimir Putin. Nel breve video Propaganda Ortodossa (2012), Koss cattura un frammento della messa celebrata in occasione della vittoria di Putin alle presidenziali del 2012, trasformando il volto del patriarca di Mosca e di tutte le Russie in una sorta emblema sacro della propaganda di regime. L’artista adotta qui una saturazione cromatica che ossida l’immagine con un effetto simile a quello delle antiche icone russe. Si tratta di una scelta linguistica che ricorre anche in altre opere di Koss, e che introduce l’elemento estetico del kitsch come riflesso di un’alterazione formale, sintomo forse di un deterioramento dei valori etici e civili della società russa. Il video Putin Riot (2012), presenta le stesse caratteristiche cromatiche di Propaganda Ortodossa, ma questa volta il soggetto è Putin, la cui immagine è data alle fiamme sulle note della famigerata preghiera punk, cantata dalle Pussy Riot il 21 febbraio 2012 durante un flash mob nella Chiesa di Cristo Salvatore a Mosca, un episodio che ha attirato l’attenzione del pubblico e della stampa internazionale dopo l’arresto di tre membri del collettivo con l’accusa di “teppismo motivato da odio religioso”. Alle Pussy Riot è dedicata anche un’altra opera, la Madonna Riot, in cui l’artista, intervenendo su un’icona originale, ricopre il volto della vergine con un balaklava colorato, segno distintivo delle esponenti del collettivo punk femminista. L’ironica contaminazione tra estetica kitsch e linguaggio pop impronta quasi tutte le opere di Moscow Times, dove si passa dalle immagini in multicolor del Mausoleo di Lenin, al folklore populista dei ritratti di Natscha e Anya, Olga e Valodia, passando per il sincretismo grafico di New Power, che assomma in un solo logo i simboli dei Romanov, dei Soviet e di Gazprom. Il punto è che Pierpaolo Koss usa la grammatica della propaganda in funzione critica, evidenziando le faglie e le mancanze del sistema russo. Così, mentre Scacchiera e Putinland, rispettivamente realizzate con bossoli di proiettili e mostrine militari, sono chiare metafore di un paese militarizzato, le installazioni scultoree in cui compare l’orsetto bianco Wovan (soprannome di Vladimir Putin affibbiato, per l’occasione all’animale simbolo della Russia), denunciano l’utilizzo a fini politici dello Sp-117, un potentissimo psicofarmaco messo a punto dal Kgb per far parlare i prigionieri e cancellarne poi ogni ricordo. Tutta l’opera di Pierpaolo Koss – sarei tentato di dire – è politica ma Moscow Times lo è nel senso più puro del termine; non solo perché tratta temi d’attualità, come la guerra, il razzismo, le trasformazioni sociali e le violazioni dei diritti umani in un grande paese come la Russia, ma soprattutto perché s’interroga sulla necessità di cercare un confronto obiettivo col passato attraverso la conservazione della memoria storica. Certo, la verità è che non impariamo mai dalla Storia, che non abbiamo memoria, che ci dimentichiamo di tutto, perfino del passato più recente. Eppure, attraverso le opere di Moscow Times, Pierpaolo Koss ci ricorda che, come affermava Céline, “la grande sconfitta, in tutto, è dimenticare.”[4] [1] Leonardo Coen, Putingrad. La Mosca di Zar Vladimir, Alet Edizioni, Padova, 2008. [2] Ras–Putin deriva dall’unione del vocabolo Ras con il cognome Putin. Ras era un titolo tradizionale etiope dato ai dignitari feudali immediatamente inferiori al Negus. Fu riutilizzato durante l’occupazione italiana in Etiopia per denominare i capi delle squadre d’azione fasciste. Rasputin è, invece, il famoso monaco e taumaturgo che esercitò una notevole influenza sulla famiglia Romanov prima che questa venisse deportata e poi giustiziata in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre. [3] Walter Lippman, L’opinione pubblica, Donzelli, Roma, 2004. [4] Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932.

STOP MAKING SENSE -Intervista a Paolo De Biasi

11 Feb

 a cura di Ivan Quaroni

E’ un universo casuale al quale noi apportiamo un significato.

(Sheldon Kopp)

Ivan Quaroni: Stop Making Sense, titolo che riprende un disco dei Talking Heads, è il nome che hai dato a una nuova serie di lavori. Lo slittamento dalla dimensione pittorica a quella del collage (anche digitale) non è formalmente distante dalla tua ricerca precedente. Perché, a un certo punto, hai sentito l’esigenza di operare in un campo diverso dalla pittura?

Paolo De Biasi: Questa selezione di opere è nata riflettendo su una frase di Sheldon Kopp, autore di Se incontri il Budda per strada uccidilo[1]. L’idea che il nostro sia un “universo casuale al quale noi apportiamo un significato”, mi ha suggerito un parallelo con il mio metodo di lavoro. In Stop Making Sense ho voluto – diciamo così – portare questo metodo alle estreme conseguenze, rinunciando all’aspetto narrativo della mia pittura. Ho perso qualcosa, ma ho guadagnato una maggiore libertà formale ed espressiva. Si tratta di un’idea che accarezzavo da tempo e di cui la serie degli Ephemeral paintings costituisce una sorta di precedente. In quei dipinti m’interessava rendere evidente il processo compositivo e porre l’accento sull’idea primitiva, la suggestione e l’intuizione che genera l’opera. Sono convinto che per ogni artista (ma vale per tutte le attività umane), l’unica vera spinta sia la ricerca di un senso, che è poi il senso del nostro stare al mondo. Mi sono chiesto come sia possibile esprimere questa intuizione attraverso un’opera.

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IQ: E che cosa ti sei risposto?

PDB: Che non c’è una soluzione. Sheldon Kopp – una lettura da te consigliata tempo fa – non può che avere ragione: non rimane altro che insistere, continuare la ricerca nella consapevolezza che il senso non è l’obiettivo finale, ma lo è, piuttosto, il percorso stesso. Ecco, queste opere mostrano un percorso, che è surrealista per definizione.

IQ: In uno dei nostri vitali scambi d’informazioni via mail, mi avevi postato il Manifesto Incompleto per la Crescita di Bruce Mau[2] – poi diventato uno degli strumenti didattici dei miei seminari – in cui si afferma che “il processo è più importante del risultato”. Quindi, si tratta di un’idea che, in qualche modo, era già presente nel tuo DNA.

PDB: E’ vero. Il concetto stesso presuppone secondo me che tu sia al tempo stesso attore e spettatore, colui che guida il flusso ma anche colui che ne subisce la spinta. La pittura -pure nelle sue forme meno convenzionali di collage o di digital painting- non riguarda tanto la produzione di opere, quanto piuttosto un modo di osservare il mondo. Non è il risultato di uno sguardo, ma è a sua volta sguardo. Nell’ultimo numero della rivista monografica Solo, Daniel Pitìn scrive a proposito della pittura: “Mi ritrovo spesso come uno spettatore di un film, che è molto felice di essere stato in grado di entrare in possesso del biglietto per questo spettacolo[3]. La sua metafora è perfetta. Per completare il ragionamento ricordo anche un tuo articolo di qualche tempo fa sul metodo abduttivo, in cui ritrovavo molte similitudini con il mio modus operandi. In fondo la pratica del collage è la rappresentazione più evidente di quel tipo di pensiero.

IQ: Qualche anno fa intervistai Isao Hosoe per una testata della Condé Nast. Durante il nostro colloquio, il designer giapponese menzionò il filosofo Charles Sanders Peirce in merito ad una cosa chiamata “abduzione”. Non ne sapevo assolutamente nulla, ma ne rimasi affascinato. Secondo Peirce, l’uomo ha tre possibilità d’inferenza, tre modi di ragionare: deduzione, induzione, abduzione. Mentre la deduzione è un’argomentazione scaturita automaticamente dalle premesse (dall’aspetto del cielo possiamo dedurre che pioverà), l’induzione è un’elaborazione logica che ricava i principi generali dall’osservazione di uno o più casi (quando piove, il cielo ha un certo aspetto). Nell’abduzione, invece, dato un fatto sorprendente, cioè diverso dalle attese, si formula un’ipotesi tale che, se fosse vera, trasformerebbe il fatto sorprendente in un fatto normale. In pratica, l’abduzione cerca una teoria proprio per spiegare i fatti sorprendenti. Si tratta di un procedimento in cui l’intuizione gioca un ruolo fondamentale, come nel caso degli Ephemeral Painting e dei collage digitali di Stop Making Sense. Secondo te, è possibile elaborare una teoria dell’intuizione o dell’improvvisazione?

PDB: Le teorie mi risultano indigeste, ma, allo stesso tempo, non voglio cadere nel tranello filosofico secondo cui anche l’assenza di regole è una regola; quindi ti rispondo semplicemente che se dev’essere improvvisazione che lo sia fino in fondo, senza premeditazione e senza intenzione. Per l’intuizione è leggermente diverso, perché è quel momento in cui abbandoni la logica binaria per abbracciare il paradosso, è quel guizzo che rende chiaro ciò che non lo è, io lo vedo come un calcolo che il tuo cervello elabora mettendo in campo conoscenze, emozioni, cultura, sentimenti e tutto il resto e ti fornisce un risultato a cui razionalmente non saresti mai arrivato.

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IQ: Che cosa distingue il metodo di realizzazione di Stop Making Sense dai processi di scrittura automatica e d’improvvisazione degli artisti surrealisti? Non credi che il processo digitale richieda un minimo di postproduzione e che, quindi, implichi, un lavoro “cartesiano”, come direbbe Franco Bolelli, di riordino e riorganizzazione?

PDB: Come dicevo, il mio è un percorso surrealista. Non ho la presunzione di avere inventato nulla di nuovo. Noto, però, che mentre in passato le correnti artistiche nascevano spesso in antitesi ad altre correnti, oggi le cose sono più diluite, perciò l’appartenenza a una corrente e alla sua metodica non è mai così totale. Io parto da un archivio d’immagini infinito e quindi devo selezionare diversamente. La post-produzione non è in fondo diversa dalla preparazione in pittura se vedi i vari passaggi come tappe di un processo che si serve via via di strumenti diversi. Bolelli quindi c’entra, nel lavoro inevitabile di selezione: davanti a infinite possibilità combinatorie, dobbiamo attivare una maggiore capacità e responsabilità nella scelta.

IQ: Il tuo distinguo sulle correnti artistiche del passato si riferisce al fatto che Italian Newbrow, che più volte ho definito come uno scenario fluido e se vogliamo anche informe, sembra piuttosto un contenitore di biodiversità artistiche, accomunate da un’attitudine aperta e anti-elitaria? Condividi la necessità di questo genere di approccio, diciamo più espansivo e comunicativo?

PDB: “Biodiversità artistiche” mi sembra una definizione azzeccata. Ma tu sei il critico, quello che cerca di definire uno Zeitgeist, io sono l’artista e nella pratica non puoi pensare allo Zeitgeist se speri in qualche risultato. Al di là di questo distinguo, che vuole semplicemente evidenziare i diversi punti di osservazione dello scenario, direi che sì l’arte dovrebbe essere inclusiva anziché esclusiva. Condivido questo tipo di approccio, anche a te allora non interessa il risultato quanto piuttosto continuare la ricerca spostando di volta in volta il confine? Lo stato Beta permenente riguarda anche gli esseri umani non solo i software ed è l’unico modo per evolvere.

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IQ: Un mio personale cruccio, se vogliamo un nodo non del tutto risolto nell’analisi delle espressioni artistiche contemporanee, consiste nel fatto che la necessità di rivolgersi a un pubblico più vasto rispetto a quello tradizionale dell’arte, può indurre alcuni artisti a rinunciare alla complessità. Mi spiego meglio. Secondo te, un lavoro complesso può essere apprezzato e compreso anche dal pubblico generalista?

PDB: E’ una questione ricorrente, che parte da una premessa sbagliata secondo cui la complessità è sinonimo di qualità. Capisco la tua domanda, ma direi che, oltre a quello che tu chiami pubblico generalista, ce n’è un secondo, altrettanto pernicioso, in cerca di promozione culturale. Il rischio per molti artisti è di individuare il pubblico prima ancora di aver maturato un percorso e, quindi, di indossare di conseguenza il cilicio del perbenismo intellettuale oppure l’abito mondano del “nazional popolare”. Comprendo il tuo cruccio da critico, ma da artista io posso non pormi questo tipo di problema.

IQ: Tornando a Stop Making Sense, una volta espunto l’elemento narrativo a vantaggio di quello formale, credi sia ancora possibile definire “pop” questa serie di opere?

PDB: Non dovrei essere io a definire il mio lavoro, ma se rispondessi “no”, ciò significherebbe che la “qualità pop” delle mie opere dipende dall’elemento narrativo. Al contrario, rispondere “sì” vorrebbe dire che l’aspetto formale è il vero elemento qualificativo. Io ho solo voluto verificare un nuovo percorso che non presuppone un taglio con il passato, ma che anzi vuole lasciare spazio alle diverse forze in gioco. Tempo fa pensavo alla frase di Mies van der Rohe “less is more”, che presuppone una volontà di semplificare e togliere anziché aggiungere. Bene, lo stesso Mies van der Rohe disse anche “God is in the detail”, che per me significa che se vuoi ottenere un effetto di pulizia formale, devi dedicare molta attenzione al singolo dettaglio. A me questa cosa sa di contraddizione. Come dire che per “levare”, devo in realtà “aggiungere”. Quello che sto cercando di fare è semplicemente sfruttare le contraddizioni insite nel mio lavoro per trovare nuovi stimoli di riflessione. Una specie di ecologia del lavoro. “Mess is more”.

IQ: Questo tuo mescolare simultaneamente elementi contraddittori è una caratteristica che fa pensare agli artisti della Leipzig Schule.  Molti pittori di quell’area e, in generale, dell’est Europa sono, per così dire, “simultaneisti” e prediligono un immaginario iconografico pieno di sovrapposizioni e ambiguità semantiche. Avverti quest’affinità elettiva tra te e loro? E come te la spieghi? In fondo, il tuo background storico e culturale è molto diverso da quello degli artisti dell’Est.

PDB: In realtà non me lo spiego. Credo semplicemente che ognuno ha il diritto di scegliere i propri eroi. Neo Rauch ha detto che “Balthus, Vermeer, TinTin, Donald Judd, Donald Duck, Agitprop e l’immondizia della pubblicità dozzinale possono entrare nel paesaggio e generare un conglomerato di sorprendente plausibilità[4]. Rispetto agli artisti dell’Est magari mi manca l’Agitprop, ma posso trovare un sostituto.


[1] Sheldon Kopp, Se incontri il Budda per strada uccidilo, Astrolabio editore, Roma, 1975.

[2] Bruce Mau, Incomplete Manifesto for Growth, http://www.brucemaudesign.com.

[3] Solo n.2, AmC Collezione Coppola, Treviso, 2012.

[4] Intervista a Neo Rauch, Flash Art n. 252, Giancarlo Politi Editore, 2005, Milano

Paolo De Biasi – Stop Making Sense

30 Gen

A cura di Ivan Quaroni

Appuntamento il 7 febbraio a Flash Art Event, Palazzo del Ghiaccio, Milano

Nello stand della galleria Area/B saranno presenti le nuove opere di Paolo De Biasi, un progetto inedito che coinvolge pittura, collage, arte digitale.

Sarà disponibile anche un catalogo in formato tabloid con un intervista all’artista.

Vi aspetto!

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Bando del concorso Premio d’arte AOP ACADEMY 2013 Prima edizione

21 Gen

AOP

Premio ideato da

Windsor & Newton

LiquitexConté a Paris

 “LA SCATOLA DELLE LUCCIOLE”

Idee luminose per il futuro

«La luce è sempre uguale ad altra luce.

Poi variò: da luce diventò incerta alba,

[…] e la speranza ebbe nuova luce».

 

Pier Paolo Pasolini – La Resistenza e la sua luce, 1961.

A – SOGGETO PROMOTORE & FINALITA’

Artist Outreach Program (AOP), progetto ideato da Winsor&Newton, Liquitex e Conté à Paris, lancia la prima edizione del Premio d’arte AOP ACADEMY con il fine di promuovere il talento giovane.

Il nuovo Premio AOP ACADEMY è un concorso a premi ad accesso gratuito. Il Premio è riservato agli studenti delle accademie di belle arti e degli istituti di formazione in arti figurative, nonché agli artisti emergenti under 35. Il Premio presenta tre categorie: il Premio CINABRO, il Premio INDACO, il Premio ARZICA.

Il Premio AOP ACADEMY vuole offrire la possibilità a giovani artisti di farsi conoscere da collezionisti, curatori e altri professionisti del mondo dell’arte e prevede la realizzazione di due eventi espositivi, di un catalogo a colori e l’assegnazione finale di più premi per ogni categoria.

La mostra delle opere finaliste e la proclamazione delle opere vincitrici si svolgeranno presso la fiera internazionale d’arte contemporanea AAM Milano i giorni 12-13-14 aprile 2013. Le opere vincitrici di ogni singola categoria saranno esposte durante una mostra collettiva presso lo spazio espositivo Griffin Gallery a Londra entro la fine del 2013.

Il Premio AOP ACADEMY ha inizio il 17 gennaio 2013 e gli studenti e artisti potranno partecipare compilando online il modulo di registrazione entro le ore 24.00 (mezzanotte) del 17 marzo 2013.

Il Premio è promosso da Colart Italiana Spa con sede legale in Rozzano (MI), Milanofiori, Strada 4, Palazzo Q7.

B – CATEGORIE IN CONCORSO E CRITERI DI AMMISSIONE

Premio CINABRO: categoria riservata agli studenti in belle arti ed arti figurative del triennio

Il Premio CINABRO è riservato agli studenti di ogni nazionalità regolarmente iscritti ai corsi triennali presso un’accademia di belle arti * o un istituto di formazione in arti figurative (illustrazione, design, architettura, fumetto, grafica) in Italia. Gli studenti non devono aver superato il 35° anno di età al momento dell’iscrizione.

Premio INDACO: categoria riservata agli studenti in belle arti ed arti figurative del biennio

Il Premio INDACO è riservato agli studenti di ogni nazionalità regolarmente iscritti ai corsi biennali presso un’accademia di belle arti* o un istituto di formazione in arti figurative (illustrazione, design, architettura, fumetto, grafica) in Italia. Gli studenti non devono aver superato il 35° anno di età al momento dell’iscrizione..

Premio ARZICA: categoria riservata agli artisti emergenti under 35

Il premio ARZICA è aperto agli artisti di ogni nazionalità residenti in Italia che hanno già concluso una formazione accademica o presso un istituto di formazione in arti figurative (illustrazione, design, architettura, fumetto, grafica). Gli artisti non devono aver superato il 35° anno di età al momento dell’iscrizione al concorso. Inoltre, i candidati devono essere liberi da vincoli di natura contrattuale con gallerie d’arte.

* Accademie di Belle Arti e Istituzioni legalmente riconosciute dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

C – TECNICHE AMMESSE

Sono ammesse tutte le tecniche di pittura e di disegno. Sono ammesse opere realizzate in piena libertà stilistica e su qualsiasi tipo di supporto (carta, tela, legno, metallo, plastica o altro).

Le dimensioni massime consentite per le opere sono di 100 centimetri per lato.

D – GIURIA

La selezione delle opere finaliste e vincitrici per ciascuna categoria del Premio verrà effettuata da una Giuria artistica presieduta da Ivan Quaroni – curatore e critico d’arte –  e composta da:

Rolando Anselmi – Titolare e direttore della ROLANDO ANSELMI GALERIE a Berlino.

Guido D’Angelo – Resident Artist del Progetto AOP Italia.

Emiliano Zucchini – Redattore della rivista ARTE CONTEMPORANEA.

E – PREMI

Primo classificato di ciascuna delle 3 categorie in concorso:

Mostra collettiva presso lo spazio espositivo  “Griffin Gallery” a Londra / soggiorno a Londra

–        Le opere vincitrici di ciascuna delle 3 categorie verranno esposte in occasione della manifestazione co-organizzata con la “Royal Academy of Arts” of London che si terrà presso la “ Griffin Gallery” (www.griffingallery.co.uk ) a Londra dal 14 ottobre al 03 novembre 2013 (date da confermare).

–        Partecipazione alla serata inaugurale della mostra collettiva; visita del reparto Ricerca e Sviluppo del gruppo ColArt International, produttore dei marchi Winsor & Newton, Liquitex e Conté à Paris.

–        Soggiorno di 3 giorni a Londra (le spese per il viaggio e l’alloggio per 2 notti saranno a carico del promotore del Premio d’arte AOP ACADEMY)

–        Le spese di trasporto (andata e ritorno) delle opere saranno a carico del promotore del Premio d’arte AOP ACADEMY mentre le eventuali assicurazioni delle opere saranno a carico e cura degli artisti.

–        Le opere vincitrici verranno conservate dall’organizzatore fino alla spedizione per la mostra finale a Londra.

In caso di rinuncia al premio “Griffin Gallery” da parte dei vincitori, sarà la Giuria a scegliere l’assegnatario tra i finalisti al suo insindacabile giudizio.

Per tutti i 9 finalisti:

Mostra collettiva alla fiera internazionale d’arte contemporanea AAM – Arte Accessibile Milano 2013 – V° Edizione

Le opere dei 9 artisti finalisti (3 opere selezionate per ciascuna categoria) verranno esposte presso lo spazio Premio d’arte AOP alla fiera AAM – Arte Accessibile Milano V° edizione, manifestazione internazionale d’arte contemporanea che si terrà dal 12 al 14 aprile 2013 presso il prestigioso palazzo sede del Sole24Ore. L’allestimento della mostra sarà curata dall’organizzatore del Premio d’arte AOP ACADEMY.

Materiali per belle arti 

Tutti i 9 finalisti riceveranno un assortimento di colori e materiali ausiliari professionali per pittura e disegno del valore di 300 euro ciascuno.

In caso di rinuncia ai premi da parte dei finalisti selezionati, sarà la Giuria a scegliere l’assegnatario tra i partecipanti al suo insindacabile giudizio.

F – MODALITA’ D’ISCRIZIONE

La partecipazione al Premio à gratuita per tutte e 3 categorie in concorso.

I partecipanti devono iscriversi entro e non oltre il 17 marzo 2013, ore 24 (mezzanotte) in modalità online andando nella sezione dedicata nel sito www.premioaopacademy.it  e compilando il modulo d’iscrizione.

Al modulo di iscrizione (dati anagrafici, recapiti, dossier biografico) devono essere allegati, a pena di esclusione, i seguenti documenti: un’immagine dell’opera candidata al Premio AOP ACADEMY e due immagini di altre 2 opere della propria produzione artistica non candidate (immagini in formato jpg. png o .gif e del peso massimo di 1 MB).

30 gennaio 2013 apertura delle iscrizioni on-line al Premio d’arte AOP ACADEMY

17 marzo, ore 24 – scadenza per le adesioni

29 marzo – annuncio online delle 9 opere finaliste selezionate per la mostra collettiva e il catalogo

12-13-14 aprile: mostra delle opere finaliste presso AAM Milano

13 aprile: premiazione dei 3 vincitori ad AAM Milano

G – MODALITÀ DI SELEZIONE

I criteri fondamentali di selezione delle opere finaliste e vincitrici sono l’attinenza al tema del Premio, le qualità tecnico-formali e le capacità di esecuzione nell’ambito della tecniche ammesse.

Selezione delle 9 opere finaliste:

In una prima fase la Giuria selezionerà 3 opere per ciascuna delle categorie in concorso. I risultati saranno comunicati su sito www.premioaopacademy.it il giorno 29 marzo.

Ai 9 artisti selezionati verrà mandato una comunicazione scritta sulla procedura per l’invio della propria opera al fine di consentire l’allestimento della mostra ad AMM i giorni 12/13/14 aprile. Le spese di trasporto (di andata e ritorno) saranno a carico dell’organizzatore. Le eventuali spese di assicurazione delle opere saranno a carico e cura dei singoli artisti.

Designazione dei vincitori:

La proclamazione dei tre opere vincitrici avverrà il 13 aprile durante la mostra collettiva AOP ACADEMY nell’ambito della fiera internazionale AAM – Arte Accessibile Milano che si terrà il 12 / 13 / 14 Aprile 2013.

La Giuria del Premio d’Arte AOP ACADEMY selezionerà:

n. 1 nominativo del vincitore per la categoria “CINABRO”

n. 1 nominativo del vincitore per la categoria “INDACO”

n. 1 nominativo del vincitore per la categoria  “ARZICA”

Il verdetto della Giuria sarà da considerarsi definitivo e insindacabile.

H – TEMA DEL PREMIO

Il tema sul quale i partecipanti del Premio AOP ACADEMY sono chiamati ad esprimere la loro creatività è:

“La Scatola delle Lucciole” – Idee luminose per il futuro

Questo è un periodo di crisi materiale ma ancor più spirituale. La scatola delle lucciole vuole rappresentare una raccolta di segni intermittenti, idee luminose che segnano nuovi percorsi per una possibile strategia delle sopravvivenze.

“La Scatola delle Lucciole” è il luogo, o meglio, lo spazio dove dar vita e prender visione delle diverse identità poetiche visive dei giovani artisti in ricerca con i loro molteplici linguaggi e sensibilità.

La riflessione proposta ai partecipanti della I° edizione del Premio AOP ACADEMY si rifà al recente testo del filosofo e storico dell’arte Georges Didi-Huberman intitolato “COME LE LUCCIOLE, una politica delle sopravvivenze” (Torino, 2010).  L’autore prende l’avvio, per la sua appassionata e approfondita riflessione, da un articolo di Pier Paolo Pasolini noto con il titolo ”Il vuoto del potere” ovvero “l’articolo delle lucciole”.

L’articolo apriva così:

[…] Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”. 

Pier Paolo Pasolini – Corriere della Sera, 1 Febbraio 1975.

 L’autore coglie nell’articolo di Pasolini il segno negativo, un sentimento di rassegnato pessimismo per il futuro, l’essere condannati a perdersi nel buio fitto o ad essere accecati dalla luce abbagliante dei riflettori di una realtà svuotata di senso. È proprio da questa indurita visione che G.D.H. avvia la sua riflessione, poiché crede che anche nella moderna civiltà capitalistica sia possibile scorgere un’apertura, una traccia residuale di sopravvivenza dei valori. Convinto che il limite sia nella capacità di vedere tra le macerie i segni luminosi che rischiarano l’aria e consentono di individuare quegli elementi necessari per una “politica delle sopravvivenze”.

Le Lucciole sono le idee luminose che segnano nuovi percorsi, sono le vibranti scie vitali di un altro sentire, sono l’alba multiforme dei valori che credevamo scomparsi. Le Lucciole sono le anime sottili degli invisibili che emanano bagliori nell’aria, sono i punti da cui originano le prossime linee, sono i segni intermittenti dei tracciati impossibili che stiamo aspettando.

 I – CATALOGO

Un catalogo che presenta le opere finaliste sarà stampato a colori in edizione limitata, con una sezione dedicata ai tre vincitori di ogni categoria. Una copia sarà consegnata gratuitamente ad ognuno dei 9 artisti finalisti.

J – RESPONSABILITA’

ColArt Italiana S.p.A., pur assicurando la massima cura e custodia delle opere selezionate, declina ogni responsabilità in caso di perdita delle opere o di danni alle medesime, a qualsiasi motivo siano dovuti e di qualsiasi natura, che possano verificarsi durante lo svolgimento di qualsiasi fasi del concorso, così come durante le operazioni di trasporto. Si precisa che ColArt Italiana S.p.A. non sottoscriverà alcuna polizza assicurativa a copertura degli eventuali rischi legati alle opere dei nove artisti finalisti. Qualora i candidati desiderino assicurare le loro opere, lo dovranno fare a spese proprie.

K – CONSENSO

Ogni candidato al concorso AOP ACADEMY concede a ColArt Italiana S.p.A., ai fini della redazione del catalogo, della pubblicizzazione delle opere sul sito web del Premio e delle altre forme di comunicazioni, pubblicità, promozioni e pubblicazioni realizzate da ColArt Italiana S.p.A., il diritto di pubblicare le fotografie delle proprie opere presentate al concorso, nonché dei testi trasmessi a ColArt Italiana S.p.A., con l’indicazione del proprio nome.

Tutte le opere partecipanti e vincitrici del Premio d’Arte AOP ACADEMY resteranno di proprietà degli artisti.

L – TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

Ogni candidato al concorso AOP ACADEMY autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi della legge 675/96 (‘legge sulla Privacy’) e successive modifiche D.lgs. 196/2003 (Codice Privacy) per le finalità connesse con lo svolgimento del presente concorso, nonché ai fini di operazioni marketing di ColArt Italiana S.p.A. Il trattamento dei dati personali avverrà in forma elettronica, con sistemi atti a memorizzare, gestire e trasmettere i dati stessi, con logiche strettamente correlate alle finalità summenzionate, in conformità con le regole di correttezza e riservatezza e nel rispetto delle disposizioni di legge.

Il conferimento dei dati ha natura obbligatoria ai fini della partecipazione al concorso AOP ACADEMY. Titolare del trattamento dei dati è ColArt Italiana S.p.A. con sede legale in Rozzano (MI), Centro Direzionale Milanofiori, Strada 4, Palazzo Q7, C.F. e P. IVA 00816150155.

La partecipazione al Premio d’Arte AOP ACADEMY implica la conoscenza e la totale accettazione del presente Regolamento scaricabile sul sito www.premioaopacademy.it

M – LEGGE APPLICABILE

I diritti e gli obblighi derivanti dal concorso sono disciplinati dalla legge italiana.

Il Premio d’Arte AOP ACADEMY esula dall’applicazione del D.P.R. 26 ottobre 2001, n. 430 recante “Regolamento concernente la revisione organica della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali della L. 27 dicembre 1997, n. 449”,

ai sensi dell’articolo 6, comma 1, lett. a) del citato D.P..R. n. 430/2001, in quanto è finalizzato alla produzione di opere artistiche e i premi hanno carattere di corrispettivo di prestazione d’opera e di riconoscimento del merito personale degli artisti.

N – INFORMAZIONI E CONTATTI

Il presente bando di concorso è pubblicato ed è scaricabile sul sito www.premioaopacademy.it

Segreteria PREMIO AOP ACADEMY: segreteria@premioaopacademy.it

Si invitano gli studenti e gli artisti a tenersi aggiornati sugli sviluppi del Premio d’Arte AOP ACADEMY, che saranno costantemente pubblicati sul sito internet del Premio.

Spirito Italiano

13 Dic

Cari amici, vi segnalo un’iniziativa coraggiosa e intelligente , inaugurata ieri sera da Eugenio Borroni, collezionista da sempre attento alle evoluzioni dell’arte italiana che ha deciso di monitorare i talenti emergenti con orgoglio e finalmente senza complessi d’inferiorità. Con questa rassegna l’amico Eugenio ci mostra in prima persona che la ricetta per fare uscire l’arte italiana dal suo presunto (e solo tale) “stato di minorità” consiste nel crederci con passione e fiducia. Io ci credo. Bravo Eugenio!!!

Chissà che qualche istituzione possa trarre ispirazione dalla tua iniziativa.

FABBRICA BORRONI presenta SPIRITO ITALIANO
un progetto per la rinascita della giovane arte italiana

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Il sistema dell’arte italiano sta morendo soffocato dalla situazione in cui si è messo da parecchi anni:  gelido, elitario, una cupola mafiosa composta da due o tre riviste, quattro gallerie, poche decine di collezionisti “guidati”.  Molte gallerie hanno chiuso o chiuderanno, le maggiori Fiere come Artissima, Miart e Bologna sono ormai in mano a poche persone senza scrupoli che hanno come obiettivo solamente il guadagno. I giovani artisti sono trattati come servi o schiavetti, non vengono pagati, le loro opere si perdono misteriosamente nei meandri delle gallerie, ricevono false promesse per mostre che non si faranno mai, o se si faranno dovranno pagare catalogo, inaugurazione,tutto.
Questi non sono galleristi, sono affittacamere senza vergogna o nella migliore delle ipotesi mercanti travestiti. Così tanti giovani artisti sono scoraggiati, inerti, non sanno come reagire e quasi sempre non possono reagire, stanno ancora ad aspettare che questi squallidi personaggi si degnino di prenderli in considerazione. E vivono nella paura di ribellarsi a questo stato di cose, temendo di essere esclusi per sempre dai giri che contano. Tutto questo deve finire perchè  è un sistema marcio, una palude insopportabile, un affronto a chi vive per l’arte sperando anche solo di essere preso in considerazione. L’arte deve diventare accessibile a tutti, non può essere più ostaggio di una squallida minoranza che difende i suoi privilegi.  Per fortuna esiste , e oggi vive malamente, una moltitudine di artisti, curatori, giovani e veri galleristi in pectore, possibili nuovi collezionisti, sinceri appassionati d’arte che non possono,non debbono e non vogliono  entrare in questo sistema, e perciò o si adattano rinunciando ai loro ideali e alla loro voglia di costruire qualcosa di nuovo, o continuano a lottare e a progettare ma rimanendo per ora ai margini del sistema. L’arte è diventata inaccessibile se non per pochi eletti, che discutono fra loro e purtroppo decidono ancora oggi il destino degli artisti, in base a considerazioni che di artistico hanno poco o nulla..
Ma non dobbiamo disperare, soprattutto non dobbiamo rassegnarci: dopo il lusso, il fashion, l’apparire piuttosto che l’essere, dopo la lenta agonia di questi “valori”, la cultura in tutte le sue forme sarà il faro principale per tutti, non solo per i giovani.  In questa prospettiva ciascuno di noi dovrà svolgere al meglio la sua parte, operando perché tutti gli obiettivi vengano raggiunti nel loro insieme, e stando certi che i risultati anche economici saranno sorprendenti. Stiamo andando molto rapidamente verso uno stile di vita più tranquillo, se vogliamo più modesto, ma molto più utile per essere costruttori e protagonisti dei nuovi tempi. L’Italia è sicuramente in uno dei suoi periodi più difficili, e spetta a tutti noi decidere come ne uscirà e agire di conseguenza.
Prima però dovranno essere ristabiliti valori e modelli di comportamento che poco hanno a che fare con quelli che ancora attualmente resistono.  Il vuoto esistenziale, l’incerta prospettiva di un futuro problematico ci devono spingere ad agire immediatamente, ognuno per le sue competenze.

Garritani_-_The_fall_80x100,_stampa_su_carta_di_cotone_applicata_su_D-Bond,_2012[1][7]

Debora Garritani, The Fall

SPIRITO ITALIANO, il nuovo progetto di Fabbrica Borroni, vuole rispondere a questa grave situazione fondandosi  su due pilastri : l’attenta scelta curatoriale, e la correttezza e la trasparenza dei rapporti.
Diciotto giovani artisti sono stati attentamente selezionati da Fabbrica Borroni.Una volta effettuata la scelta degli artisti meritevoli, è stato proposto e firmato un contratto che impegna gli artisti e Fabbrica Borroni all’esposizione e alla vendita delle loro opere attraverso una serie di eventi e manifestazioni.Il contratto scritto  contiene ben chiari obblighi e doveri reciproci. Per la prima volta il giovane artista conosce perfettamente quando e come potrà esporre, quale sarà il suo beneficio e in quali tempi. L’artista comunque rimarrà libero di rapportarsi con le altre realtà come ad esempio gallerie,istituzioni,musei,concorsi. L’obiettivo del progetto è quello di riavvicinare tutte le persone che lo desiderano all’arte e ai suoi protagonisti, e rifondare i rapporti fra i vari protagonisti del sistema,liberandolo e liberandoli dalla situazione attuale giunta oltre ogni limite di decenza.

SPIRITO ITALIANO, oltre ad essere un progetto fortemente innovativo, è soprattutto un appello e un richiamo a tutto il mondo dell’arte perchè prenda coscienza della gravità della situazione, e cominci ad agire: le infinite discussioni, i lunghi dibattiti fatti sempre dalle stesse persone sono finiti, adesso è l’ora del fare concretamente.
In particolare Fabbrica Borroni è nata e si è sviluppata come una struttura culturale indipendente e autofinanziata che ha come oggetto il sostegno e lo sviluppo della giovane arte italiana .L’origine e l’idea fondante è naturalmente la Collezione Borroni, ormai nota a livello nazionale, e lo sviluppo quasi ovvio è stato di organizzare una lunga serie di mostre rivolte ai giovani e giovanissimi talenti italiani. Tutto ciò con l’intervento di giovani o giovanissimi curatori, anche alle prime armi, proprio per dimostrare la verità di quello che sosteniamo da sempre: al di là e al di fuori del sistema esiste il già citato terzo livello, e da quello bisogna partire. L’intenso, continuo dialogo fra giovani artisti, curatori, visitatori della Collezione, appassionati d’arte, l’accoglienza e l’esame accurato del lavoro, le esperienze acquisite organizzando mostre e visitando quanto è possibile nel mondo della giovane arte in Italia e all’estero, ci convincono a non rimanere più semplici osservatori di un sistema in condizioni gravi se non pessime, bisognoso di una nuova iniziativa che prenda atto delle nuove istanze artistiche ed economiche, e che considera inesorabilmente invecchiato e spento il sistema dell’arte in Italia in tutte o quasi le sue componenti.
Spirito Italiano™ vuole essere e sarà un nuovo modo di concepire i rapporti fra le varie parti in causa, prima fra tutte i giovani artisti italiani, in modo da stabilire con loro rapporti di collaborazione basati su chiarezza, legalità e trasparenza oltre naturalmente all’osservazione e all’apprezzamento del loro lavoro.

Qui tutto il programma dell’iniziativa:

http://www.spiritoitaliano.org    www.fabbricaborroni.it

Poveri direttori, povera Italia…

6 Dic
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Piero Della Francesca alla Galleria degli Uffizi, Firenze

Oggi, da un articolo del Corriere della Sera apprendiamo che il direttore degli Uffizi percepisce uno stipendio mensile netto di 1780 euro, ben 11 volte di meno del direttore generale della Consob. L’attuale direttore della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, invece, percepisce un compenso mensile netto di 1765 euro, ben 16 volte di meno della pensione mensile dell’ex segretario generale del senato Antonio Malaschini. Una cosa che ha davvero dell’incredibile e che ci da la misura di quanto poco conti la cultura nel nostro paese.

Aggiungeteci il fatto che la categoria degli insegnanti in Italia è tra le più bistrattate e malpagate d’Europa e avrete la certezza che questa nostra bellissima penisola è davvero nello sterco fino al collo (dello stivale).

Che cosa si può fare per uscire da questo stato di barbarie? Io aspetto le elezioni con trepidazione per mandare a casa quel manipolo di farabutti che ci ha ridotto in questo stato. Ma è possibile che l’unico strumento siano le elezioni? Francamente, ci vorrebbe un’insurrezione popolare!!! Oppure ci si deve augurare che l’Italia venga commissariata da stati sovrani più saggi del nostro, perché si possa ristabilire uno stato di normalità?

Sapete che in Giappone, l’unica categoria di persone dispensate dall’inchinarsi davanti all’imperatore è proprio quella degli insegnanti? Ecco, mi piacerebbe vivere in un paese che rispetta la cultura e soprattutto chi la insegna e la diffonde.

ALDO DAMIOLI | GENERI E RIGENERI

20 Nov

a cura di Ivan Quaroni

22 novembre – 23 dicembre 2012

Inaugurazione giovedì 22 novembre ore 18.30

Orari da martedì a sabato 11.00-19.00

Catalogo Carlo Cambi editore

Ingresso gratuito

La Galleria eventinove di Torino ha il piacere di presentare la nuova mostra di Aldo Damioliche trova il suo completamento presso la galleria MARCOROSSI artecontemporanea di Verona.

Dopo la doppia esposizione con Marco Petrus, Le città della pittura, ospitata la primavera scorsa al Serrone della Villa Reale di Monza, l’artista milanese torna con una personale, Generi e rigeneri, curata da Ivan Quaroni, che propone al pubblico una novità assoluta.
Si tratta infatti di una mostra nella quale, accanto alle sue vedute cittadine, vedremo delle figure inedite, i possibili abitanti delle città, che solitamente Damioli ritrae sdraiati a Central Park, a passeggio per le strade o come visitatori di Musei.
E non è solo il soggetto ad essere una novità, ma la pittura stessa; le città di Damioli, infatti, sono sottratte al disordine della vita, tutto è nitido e ideale, la realtà è filtrata dal metodo stesso della sua pittura: preciso, netto, pulito.
Mentre nelle sue figure, l’artista utilizza un diverso sistema esecutivo, che si distanzia dal realismo: le sue figure sono delle presenze di grande impatto visivo, che si stagliano su sfondi prevalentemente monocromi, verosimili ma non realistiche, mantenendo tuttavia il nitore della forma, la luminosità delle sue vedute e la scorrevolezza della visione.

Aldo Damioli, è nato a Milano nel 1952, dove vive e lavora. Ha partecipato a numerose e importanti mostre in Italia e all’estero; ne citiamo solo alcune: nel 1999 è tra gli artisti invitati alla XIII Quadriennale d’Arte di Roma, nel 2000 partecipa a L’altra metà del cielo, curata da A. Rubbini e P. Weiermair al Rupertinum di Salisburgo, mostra che approda nel 2001 alla GAM di Bologna e nel 2002 al Museo d’Arte Moderna di Budapest; sempre nel 1999 partecipa alla rassegna Sui generis a cura di A. Riva; nel 2004 allestisce una personale a Palazzo Frisacco di Tolmezzo (UD).Nel 2005 partecipa alla II Biennale di Pechino, e a Fuori tema Italian feeling, in occasione della XIV Quadriennale di Roma; nel 2006 partecipa a Ironica – La leggerezza dell’ironia, a cura di V. Dehò ed E. Pontiggia presso la Galleria del Gruppo Credito Valtellinese di Milano; nel 2007 è invitato alle mostre: Nuovi pittori della realtà, a cura di M. Sciaccaluga al PAC di Milano e  nel 2009 a Arte italiana 1968 – 2007 Pittura, curata da Sciaccaluga nella prestigiosa cornice di Palazzo Reale; nello stesso anno partecipa anche a La nuova figurazione italiana. To be continued, a cura di C. Canali, alla Fabbrica Borroni di Bollate, e alla rassegna Anatomia dell’irrequietezza curata da L. Beatrice al Palazzo della Penna di Perugia. Nel 2011 è invitato a partecipare alla mostra Arte Italiana dagli anni Ottanta agli anni Zero curata da E. Di Mauro nella Ex Chiesa di S. Francesco di Como; inoltre, su invito di Duccio Trombadori, rappresenta la Lombardia alla 54.esima Biennale di Venezia. Nel 2012 ha partecipato alla doppia personale con Marco Petrus, dal titolo Le città della pittura, al Serrone della Villa Reale di Monza.

Per informazioni:

Cristina Ghisolfi, 0289408401, cristinaghisolfi@marcorossiartecontemporanea.com
Simona Bertini, 0118390013, galleriatorino@eventinove.it