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Giovanni Motta. Game Over. Play Again?

9 Apr

di Ivan Quaroni

Huge Me, 2021, acrilico su tela, 120×120 cm

Intro

La pittura è una “tecnologia”. La parola deriva dalla combinazione di due termini del greco antico, techne (arte, abilità) e loghía (discorso, spiegazione), che insieme significano “trattazione sistematica su un’arte”. Nella concezione classica non c’è distinzione tra arte e tecnica. Entrambe comprendono ogni prodotto dell’abilità umana, si tratti di pittura, scultura, architettura o di qualsiasi altro manufatto e utensile la cui costruzione richieda una conoscenza pratica. Più tardi, nella cultura romana, venne introdotto il concetto di Ars, ma anche in questo caso con l’accezione di “abilità”, cui doveva aggiungersi un aggettivo che ne specificasse il campo: Ars poetica (la poesia), Ars amandi (l’arte amatoria), Ars venandi (la caccia) e così via. Fu nel XVII secolo che lo studioso fiorentino Filippo Baldinucci scrisse, per la prima volta, delle “arti belle dove s’adopera il disegno” riferendosi alla pittura, scultura e architettura. Oggi, alla luce dell’esplosione dell’arte digitale, della crypto art, degli NFT, mentre assistiamo all’esponenziale ampliamento delle possibilità espressive nel campo delle arti visive, ci viene spontaneo recuperare l’antica definizione dei greci. Arte e tecnologia sono intrecciati indissolubilmente nei nuovi linguaggi e non si può essere artisti digitali senza essere anche tecnici che conoscano il funzionamento di software di elaborazione grafica, di animazione, di modellazione 3D e che sappiano agevolmente muoversi tra piattaforme come Rarible, SuperRare o Opensea, che consentono agli utenti di vendere e acquistare NFT (Non Fungible Token) e i diversi social media in cui si approfondiscono temi e argomenti legati all’attuale Rinascimento digitale che promette di ridefinire il concetto stesso di “belle arti”.

L’arte di Giovanni Motta s’inquadra in questo epocale momento di transizione, configurandosi come una pratica, o se preferite una techne, capace di sommare le abilità tecnologiche della digital art con quelle artigianali della pittura propriamente detta. 

Tutte le sue opere nascono in un ambiente digitale, sono, cioè, il prodotto dell’utilizzo di software di elaborazione digitale come Photoshop o Cinema 4D, che successivamente subiscono un ulteriore processo di raffinazione nella dimensione analogica della pittura tradizionale. I suoi lavori possono, quindi, assumere la forma di file Jpeg, Gif o MP4, ma anche avere la consistenza fisica di disegni su carta o di dipinti su tela realizzati manualmente con una precisione quasi maniacale. Questa combinazione di procedure, questa multimedialità, non solo definisce l’estensione del suo campo d’azione ma, corrisponde a una volontà programmatica di rivolgersi a un pubblico ben più ampio di quello convenzionalmente ristretto dell’arte contemporanea. Insomma, Motta vuole trasmettere il suo messaggio visivo a una platea virtualmente molto più estesa, che include il pubblico dei Baby Boomer e della Generazione X, dei Millennial e della Generazione Z. 

Message

Il tema, cioè il contenuto, delle immagini create da Giovanni Motta, è tanto semplice quanto potente: la ricoperta del bambino interiore, la trasmissione di una potenzialità energetica e vitale che risiede nella memoria di ogni individuo. Il bambino interiore è un elemento primordiale della personalità che deve essere recuperato nella vita adulta, un serbatoio pulsionale, emozionale, profondamente vitalistico che ha tutte le qualità dell’archetipo. 

Carl Gustav Jung lo chiamava puer aeternus, l’essere incontrollabile, caotico, passionale, dominato dalle emozioni. Insomma, per dirla con Friedrich Nietzsche, l’incarnazione del principio dionisiaco, orgiastico, furioso che si identifica con gli stati di esaltazione ed ebbrezza spirituale e fisica. La sua ombra, il suo negativo è il senex, l’uomo maturo, disciplinato, controllato, razionale, obbediente al principio apollineo, espressione dei concetti di armonia, ordine, proporzione. L’immaginario pittorico, ma anche esistenziale, di Giovanni Motta è la traduzione visiva di questa strenua volontà di reintegrazione del bambino interiore nella dimensione quotidiana. Reintegrazione condotta attraverso il recupero mnemonico e iconografico di una congerie di segni e simboli transazionali, che catapultano l’osservatore nel meraviglioso caos emozionale dell’infanzia e della pubertà. 

Appartenendo alla cosiddetta Generazione X ed essendo cresciuto, dunque, negli anni Ottanta, non stupisce che i segni e i codici dell’età evolutiva assumano, per lui, la forma di oggetti riconducibili a quel decennio. I manga e gli anime giapponesi, i cartoni animati americani e i primi videogame, la tecnologia user-friendly delle origini, con quel misto di semplicità e candore, e tutto il catalogo merceologico del consumismo degli Eighties compaiono all’interno dei suoi dipinti come epifenomeni, rivelazioni che corrispondono a stati d’animo perduti tra i meandri della memoria, rimossi dagli strati coscienziali della vita adulta. 

Fruit Ninja, 2021, acrilico su tela, 140×120 cm

La personificazione del puer aeternus di Giovanni Motta è Jonny, un bambino che sembra uscito dalla matita di un mangaka, la cui morfologia anatomica è quella tipica dell’individuo in crescita, col corpo minuto e la testa ipertrofica. Jonny è la controfigura infantilizzata dell’artista, l’avatar puberale, il fantasma interiore, la conformazione estetica di una proiezione inconscia, ma è anche, per estensione, un segnale, un simbolo che indica un’assenza, che sottolinea il vulnus, la ferita, lo squarcio che dilania l’esistenza dell’uomo adattato e uniformato. 

Motta usa Jonny come monito per sé stesso e per gli altri, ma anche come dimostrazione empirica che la guarigione, quella di tutti, è possibile attraverso la riscoperta e il recupero di questa entità imperitura, che ci libera dal tempo e dalla senescenza. 

Ad eccezione del dipinto, intitolato To be continued, in cui la figura del bambino è resa con un linguaggio mimetico e realista, le tele dell’artista mostrano Jonny come una sorta di costrutto astratto, come un’identità sintetica, generica, ma pur sempre customizzabile, progettata per assumere multiformi aspetti. Nei quadri di Giovanni Motta Jonny è un’entità sospesa, fluttuante, instabile, che trascina nel suo vortice una pletora di oggetti, complementi o appendici della sua personalità che ne rivelano gusti e passioni, desideri e aspirazioni. Jonny non tocca mai terra, vola, come i cowboy virtuali della mitologia cyberpunk di William Gibson, come l’altro Johnny, il Mnemonico[1], ma il suo scopo non è quello di infrangere lo strapotere delle multinazionali, ma di perpetuare la dimensione del gioco o, meglio, l’esperienza entusiastica del piacere, sia esso legato a un oggetto, un cibo, un giocattolo, un personaggio dei videogame. Anche “entusiasmo” è una parola che deriva dal greco antico (enthusiasmós), che significa “Dio dentro di sé”, “invasamento divino”. Non indica un semplice stato d’animo, un afflato di partecipazione emotiva, ma una forza attiva, travolgente, ilare, contagiosa, che, insomma, ci permette superare ogni ostacolo e di realizzare i propri sogni. Motta cerca l’enthusiasmós che anima il bambino interiore, gli dà corpo, sostanza pittorica e plastica, semplicemente perché le immagini sono potenti attrattori, mille volte più efficaci delle parole. 

Forgetting, 2021, acrilico su tela, 120×120 cm

Process

Tutta l’arte si fonda sulle idee, le matrici di ogni forma, le stringhe di codice che programmano la realtà tangibile e intangibile delle opere. Ma le idee non sono concetti. Non sono nemmeno parole. Sono immagini. Nella procedura creativa di Giovanni Motta, la memoria è il serbatoio da cui affiorano visioni sinestetiche, forme associate a contenuti tattili, olfattivi, emotivi. Questo tipo di immagini non si trovano su google, ma nei recessi profondi del subconscio. All’origine dei lavori dell’artista c’è, dunque, un particolare modo di raccogliere le informazioni, una metodologia di scandaglio interiore che è, essa stessa, una forma di tecnologia, un sofisticato strumento contemplativo chiamato meditazione. Motta usa la tecnica della meditazione regressiva per “tornare a vite precedenti” e “raccogliere e circoscrivere singoli eventi del periodo della pubertà”. Gli oggetti, i colori, le atmosfere presenti nei suoi dipinti sono informazioni derivate dalle sessioni meditative. Ricordi, impressioni, sensazioni, annotati sotto forma di appunti e bozzetti, costituiscono, dunque, il materiale primario per la costruzione dell’opera. 

In tutti i processi di regressione che sono all’origine di questi lavori di Motta, sono tre gli elementi ricorrenti: i videogame, i cartoni animati e l’estate, tutti riconducibili a esperienze di gioia, piacere, divertimento. “Mi sono accorto”, confessa l’artista, “che tutti i miei viaggi nel tempo riguardavano un bambino che voleva giocare e non voleva fermarsi, ma, come si sa, tutti i giochi finiscono.” Sfruttando questa capacità di retrospezione, l’artista cerca di risolvere il problema di come recuperare alla vita adulta l’entusiasmo del bambino interiore, la sua naturale propensione al godimento. 

La sua arte – pazientemente costruita con l’uso di software e poi declinata nei linguaggi della pittura o della scultura – ruota ossessivamente attorno a questo tema. Motta usa icone dell’immaginario videoludico (da Mario Bros a Pac-Man), richiami ai giocattoli vintage (dai soldatini ai Lego, dal cubo di Rubik ai dinosauri di plastica) allusioni ai cibi che piacciono ai bambini (dalla torta agli hamburger, dalle caramelle alle bevande gassate), per rappresentare quegli oggetti del desiderio che simbolizzano il Principio di piacere Freudiano (Lustprinzip)[2], cioè l’istintiva ricerca di appagamento che domina l’esperienza infantile. Produrre immagini digitali è una condizione necessaria ma non sufficiente del suo processo creativo. Le immagini devono anche tradursi in oggetti tangibili, in dipinti e sculture che amplificano il piacere e il godimento dell’osservatore attraverso l’evidenza sensibile e percettiva. Si può, tuttavia, interpretare tale attitudine come l’espressione della volontà di riconnettersi alla grande Storia dell’arte e alla pratica creativa nella sua dimensione squisitamente artigianale.

Jonny & Sam, 2021, acrilico su tela, 140 cm x 120 cm

Outro

In tutti i dipinti di Giovanni Motta l’enthusiasmós è codificato nella forma della metafora videoludica. La condizione del giocatore, estraniato dalla realtà quotidiana, è rappresentata attraverso l’immagine della fluttuazione di Jonny. La sua pneumatica sospensione simbolizza il flusso dinamico del gioco, una dimensione di dilatazione sensoriale in cui la percezione del tempo è alterata da massicce dosi di endorfina che riducono i livelli di stress, ansia e irritabilità. Secondo Matteo Bittanti, uno dei massimi esperti di Digital Game Culture, “Il videogame è una macchina della felicità: è appositamente sviluppato per soddisfare il giocatore per mezzo di una gratificazione istantanea”[3].  Ma per Giovanni Motta il videogame è – come i giocattoli, i cibi e i beni di consumo -, soltanto un simbolo. Quel che conta è lo stato d’animo del giocatore, quella sensazione di “divino invasamento” che accompagna i momenti di euforia e di stupore della fanciullezza, un patrimonio emozionale che sembra destinato a sbiadire nel tempo. In un certo senso, i dipinti dell’artista, e specialmente quelli più narrativi come Huge meJonny & Sam o Fruit Ninja, sono dei dispositivi visuali di intensificazione vitale. Essi si collocano in una posizione antitetica rispetto al genere delle Vanitas, le nature morte che alludevano alla condizione effimera dell’esistenza interpretando il memento mori dei frati trappisti, con immagini di allegoriche. I Memento vivere di Giovanni Motta sono come l’ultimo gettone nella tasca di un bambino, quando compare sullo schermo la scritta Game Over. Insert coin to continue… La moneta che ti serve per fare un’altra partita. O un altro giro di giostra nel luna park della vita. 


[1] William Gibson, Johnny Mnemonic, in Bunring Chrome, 1986, Arbor House, New York.

[2] Sigmund Freud, Jenseits des Lustprinzips, 1920, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien.

[3] Grazia Casagrande, I videogiochi e la loro filosofia: intervista a Matteo Bittanti, 27 maggio 2008, Wuz.it, https://www.wuz.it/intervista-libro/2224/intervista-matteo-bittanti.html.


Giovanni Motta – GAME OVER play again?
a cura di Ivan Quaroni
Gallery Func
No.13, Lane 182 Fumin Road, Jingan District, Shanghai, China

Opening: Domenica 18 Aprile 2021
Durata: 24 Aprile – 6 Giugno 2021
Riferimento: Ric Liu


Per ulteriori informazioni:
info@giovannimotta.it
ric@galleryfunc.com
Elena Stizzoli – assistente personale Giovanni Motta – Tel. +39 340 1295227
elena@giovannimotta.it
Sito web:
http://www.giovannimotta.it

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Aldo Damioli. Generi e rigeneri

24 Giu

I generi stanno alla pittura figurativa come le declinazioni alla lingua latina. Sono forme attraverso cui si “coniuga”, appunto, la rappresentazione d’immagini intellegibili e sono, allo stesso tempo, i capisaldi della storia dell’arte. Aldo Damioli vi si è dedicato fin dagli esordi, nella convinzione che alla pittura figurativa spetti l’arduo compito di rigenerare (e attualizzare) procedure che affondano le radici in un tempo lontano. “Generi e rigeneri” è, dunque, un titolo esemplificativo della speciale attitudine dell’artista, che interpreta la conoscenza tecnica e la riflessione sul linguaggio come parti fondanti di un processo in divenire.

Damioli è, senz’ombra di dubbio, un pittore apollineo, capace di imbrigliare il daimon dell’espressività entro confini certi e di dominare il colore, la composizione e la prospettiva con scientifica acribia. Il Dalai Lama una volta ha detto: “dobbiamo imparare le regole in modo da infrangerle nel modo giusto”. Ed è questo l’atteggiamento che segna la ricerca di Damioli, un pittore essenzialmente formalista, incline a considerare l’arte come un campo sovraccarico di segni e soprattutto di regole che non possono essere trasgredite alla leggera, nemmeno in nome di una fin troppo semplice, e perfino un po’ sospetta, libertà d’espressione. Per Damioli i generi rappresentano i domini dell’ortodossia, le giurisdizioni della figurazione, dentro cui si dipana il delicato compito dell’innovatore.

A Parigi 2011

Nei suoi primi lavori, ha scelto un soggetto anticonvenzionale come la pizza e l’ha trasformato in un vocabolo che ha poi ossessivamente reiterato fino renderlo un originale spunto per la rappresentazione di paesaggi e vedute di un’irriverente Arcadia surreale. In quelle opere giovanili era già visibile, in nuce, il ricorso dell’artista a soggetti pretestuosi, per dispiegare una pratica pittorica squisitamente linguistica e concettuale. Un’idea che, più tardi, si sarebbe precisata con i dipinti dedicati alle Venezia – New York e ai paesaggi urbani di Parigi, Shanghai, Berlino, Mosca, Londra e molte altre città. In queste opere, l’architettura urbana diventa leitmotiv e pretesto per affermare uno stile chiaro e limpido, improntato alla massima esattezza ottica.

A Parigi 2010

Damioli rappresenta scorci cittadini e frammenti di skyline in cui ambienta banali spaccati di vita quotidiana, Sono visioni placide e immote, rischiarate da una vivida luce, paesaggi sublimati, epurati dalle imperfezioni atmosferiche e luministiche della pittura realista, costruiti, piuttosto, applicando rigorosi precetti geometrici e cromatici. Più che ai maestri del Vedutismo settecentesco, ancora intrisi dal tonalismo della tradizione veneta, il pensiero corre alle Città ideali del Rinascimento urbinate, a quegli anonimi dipinti su tavola – oggi conservati alla Galleria Nazionale delle Marche, al Baltimora Walters Art Museum e alla Gemäldegalerie di Berlino – dove l’elemento unificante è appunto una luce chiara, cristallina, che crea un’atmosfera di composta e rarefatta perfezione.

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Tutta la pittura di Damioli è improntata alla luminosità e alla chiarezza, ma anche alla scorrevolezza e fluidità di racconto e all’interesse verso temi popolari, qualità che da appassionato musicofilo, egli ritrova nel manifesto dei Sei di Parigi, un gruppo di musicisti, capitanato dallo scrittore Jean Cocteau, che negli anni Venti si opponeva all’impressionismo di Debussy e al wagnerismo tedesco, proponendo un deciso ritorno alla semplicità e all’elementarità della musica popolare e da varietà. È un’attitudine che ritroviamo nella predilezione dell’artista verso immagini chiare e comprensibili, tanto dilettevoli quanto prive di sovrabbondanza stilistica e concettuale.

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Il ritratto, genere al quale si possono ascrivere le sue più recenti opere, è, dopo la natura morta e il paesaggio, la naturale conseguenza di un percorso che l’artista definisce “aulico”. Dal punto di vista linguistico, Damioli lavora sulla forma chiusa dei generi perché è consapevole che le uniche innovazioni possibili in pittura sono quelle che riguardano l’iconografia e la trasformazione dei cliché in nuovi enunciati estetici. Nei ritratti, così come nelle vedute urbane, l’artista si concentra sulla struttura compositiva dell’opera. Anche in questo caso, parte dal fondo, segnando lo spazio dei suoi interiors con vibranti campiture monocrome: Poi procede verso il primo piano, scandendo forme e superfici per progressive “illuminazioni”.

A Parigi.jpg

Contraddistinti da una vivida gamma di colori e da una suadente tessitura di pattern visivi, gli ultimi dipinti di Damioli ritraggono gli svaghi di una borghesia colta e cosmopolita. Visite ad acquari e pinacoteche, passaggi in centri commerciali, soste ai semafori e pause in gelateria scandiscono questa rassegna, tutta al femminile, di passatempi metropolitani. Sono quasi tutte donne, infatti, le protagoniste di questi ritratti. Donne assorte in attività che richiedono una certa dose di attenzione, come la lettura di un libro o di un biglietto d’auguri e la contemplazione di un’opera d’arte oppure donne immerse nei propri pensieri, sprofondate in un impenetrabile stream of consciousness. Il loro sguardo è sempre altrove, fuori dalla nostra traiettoria. E, così, noi rimaniamo sempre e solo spettatori esterni, osservatori distaccati di uno spettacolo, quello della pittura, di cui l’artista si dimostra abile regista. Damioli non scivola mai nell’eccesso d’espressione, evita di connotare eccessivamente i soggetti, insomma di distrarre l’attenzione dalla pittura stessa. Così, perfino quando si concede il piacere “colpevole” di un autoritratto, egli rimane fedele alla celebre massima di Flaubert, secondo cui “l’autore deve essere nella sua opera d’arte come Dio nell’universo, onnipresente e invisibile”.

Venezia New York 2004