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Michael Rotondi, Giulio Zanet. Loveless

18 Set

a cura di Francesca Pergreffi

inaugurazione sabato 14 settembre ore 19 alla presenza degli artisti
nell’ambito del festivalfilosofia 2013 sull’amare
dal 13 settembre al 20 ottobre 2013
presso Spazio Meme, in via Giordano Bruno 4 a Carpi (Mo)

Michael-Rotondi-Ritratto-2013

Michael Rotondi, Ritratto, 2013.

LOVELESS è un progetto inedito dei due artisti Michael Rotondi e Giulio Zanet creato per il Festival di Filosofia sull’amare. La mostra, curata da Francesca Pergreffi, inaugurerà allo Spazio Meme di Carpi in via Giordano Bruno, sabato 14 settembre alle ore 19 alla presenza degli artisti.
In occasione della mostra sarà presentato il catalogo “Loveless, cahier d’artistes”. Un volume illustrato in cui la dialettica visiva tra sentimento ed erotismo sfocia in un’unica percezione dell’amore e dell’amare, racchiusa in un centinaio di pagine a colori.

Tra cuore e carne –  Il progetto LOVELESS nasce prendendo spunto dal titolo del celebre disco dei My bloody valentine, e si sviluppa come una ricognizione su due modi di vivere l’amore: romantico e pornografico.

Michael Rotondi e Giulio Zanet si confrontano e s’interrogano, partendo dal loro vissuto personale, analizzando le loro esperienze passate e presenti. Compongono una sorta di diario visivo della loro intimità e dei loro diversi modi di amare; un’oscillazione perpetua tra cuore e carne. Le poetiche dei due artisti dialogano e s’intrecciano sulla parete fornendo una visione unica di due approcci amorosi apparentemente antitetici dove il sentimento si “sporca” con l’erotismo e lo “sconcio” diventa amore. Due modi di relazionarsi che, intersecandosi in maniera dialettica, confluiscono in un’unica concezione dell’amare, scoprendosi indispensabili e necessari l’uno all’altro.

Michael Rotondi, 2L, 2013.

Michael Rotondi, 2L, 2013.

Conversazione tra Francesca Pergreffi, Michael Rotondi e Giulio Zanet

F.P.: La scelta dei My bloody valentine come colonna sonora ha un significato particolare?

M.R.: “Il disco “Loveless” è fantastico, uno spaccato generazionale.
Inoltre sia il nome della band che il titolo del loro lavoro più celebre é in sintonia col nostro progetto: “Senza amore” e “il mio cuore insanguinato”. Valentina come simbolo del cuore, e della sofferenza nel caso del nome della band. My bloody valentine è un documento verbale e poi visivo del paradosso amoroso. La conseguenza di una fine che uccide il cuore e  per dimenticare reagisce  o chiudendosi  tra le proprie cose o facendo sesso fino a schiacciare e polverizzare il ricordo. Si ha avuto amore, si é amato e di risposta a ciò o ci si isola nella malinconia, o si cerca di colmarlo attraverso l’eros.”

F.P.: Loveless è una provocazione? Il punto di partenza del vostro diario o il punto d’arrivo?

M.R.: “Loveless è provocatorio; è la partenza e l’arrivo; un cerchio.”
G.Z.: “ Loveless è una provocazione. L’amore salverà il mondo”
F.P.: Secondo voi c’è il confine tra carne e cuore?

M.R.: “Quando non c’è, è  amore vero”
G.  Z.: “Esiste sicuramente un confine tra carne e cuore ma la meraviglia sta nello sconfinamento.”

F.P.: Dov’è che inizia, se per voi esiste, la fase di “contaminazione” tra l’erotismo e il sentimento?

M.R.: “Quando si ama si annulla automaticamente l’ eros, la “ sporcizia” e  il sentimento . Si annullano  le tre differenze e diventano una cosa sola.”
G.Z .: “Erotismo e sentimento si contaminano in continuazione per quanto mi riguarda.”

F.P.: Nella vostra analisi c’è una definizione, una risoluzione finale, o rimane una vivisezione accurata di un disordine emotivo carnale e spirituale; di un’oscillazione a cui ancora a oggi, non vi è una formula?

M. R.: “Il disordine é la parola chiave, quello é l’inizio del sentimento e del tutto. Mente nel kaos e brividi sulla pelle. Non ci sono formule ma molteplici punti di vista personali, estratti di vita vissuta”.
G.Z.: “Non esiste una formula: è un mistero senza soluzione la riuscita degli elementi.”

Maggio 2013

Giulio Zanet, Abbraccio, 2013.

Giulio Zanet, Abbraccio, 2013.

Michael Rotondi (1977)

Nel 2006 è in “Laboratorio Italia”, edito da Johan & Levi. Nel 2008 nel dizionario “Giovane Pittura Italiana” della rivista Flash Art. Nel 2009 è per “Italian Newbrow” alla Biennale di Praga e in residenza a Londra. Nel 2010 a Berlino, collettiva “New Transit”, Germania. L’artista Arcangelo lo invita alla residenza “C.A.P.A.” a Benevento. Nel Gennaio 2011 in “Italian Newbrow” per Giancarlo Politi editore e in “Fratelli D’Italia” per Giunti editore. A New York per la collettiva “Nuovo profilo italiano”. Collettiva “Danno d’immagine”, a Pechino. Pubblica il libro “Sto* Disegnando !!!” per la casa editrice Bevivino. Nel 2012 personale a Milano dal nome “Via Rotondi”. Finalista del “Laguna Art Price”, Venezia, vince una residenza a Mumbai, India. È invitato alla Biennale Italia-Cina. Finalista del “Premio Michetti” è inserito in “Popism” di Luca Beatrice e nel libro omonimo edito da Vallecchi. Presente nel libro “Italian Newbrow – Cattive compagnie” di Ivan Quaroni, per Allemandi Editore. Nel 2013 espone a Mumbai per la Sakshi Gallery, India.

http://michaelrotondi.blogspot.it

Michael Rotondi, Paesaggio, 2013.

Michael Rotondi, Paesaggio, 2013.

Giulio Zanet (1984)

Nel 2007 arriva terzo al premio “Arte Laguna”. Nel 2008 partecipa alla collettiva “Master of Brera”, Liu Hiusu Art Museum, Shangai, è inoltre nella collettiva “New art new pop”, Centro d’arte e Cultura di Brolo, Molgiano Veneto. Nel 2009 è finalista del Premio Combat, espone nelle collettive “Do not cross the line” Stazione di Porta Nuova a Torino e “Open#1, S.A.L.E”, Ex Magazzini del Sale, Venezia.Arriva secondo nel 2010 al Premio Italian Factory ed espone presso la First Gallery a Roma. L’anno seguente partecipa a due residenze: una Santiago de Compostela e una a Berlino; svolge la personale “Hangover” al GiaMaArt Studio a Benevento; è finalista al Premio Celeste. Nel 2012 è finalista al Premio LissonE. Espone in due bi-personali: con Ester Grossi “Written on the hays”, First Gallery, Roma e con Sabrina Casadei “Growing in lightness” Kaleidoskop, Berlino. Dello stesso anno le personali “ Scuse per Viaggiare” 5aOfficina, Milano, “Things to do today”, Quattrocentometriquadri, Ancona. Partecipa alla collettiva “Crises and Rises” Istitut Francais-Palazzo delle Stelline, Milano. Nel 2013 è invitato alla residenza “Haihatus” in Finlandia.

http://giuliozanet.tumblr.com

Giulio Zanet, Senza Titolo, 2013.

Giulio Zanet, Senza Titolo, 2013.

Loveless – Michael Rotondi e Giulio Zanet

dal 13 settembre al 20 ottobre 2013 nell’ambito del festivalfilosofia 2013 sull’amare 
inaugurazione sabato 14 settembre ore 19
Spazio Meme – via Giordano Bruno 4a, Carpi. www.spaziomeme.org
Mostra a cura di: Francesca Pergreffi
Catalogo a cura di: Francesca Pergreffi
Progetto grafico del catalogo “Loveless, cahier d’artistes”: Kreativehouse
Mostra realizzata con il Patrocinio della Città di Carpi, in collaborazione con il festivalfilosofia, con il contributo del Centro Culturale Lucio Lombardo Radice.
Per informazioni: Francesca Pergreffi – francesca@spaziomeme.org
 
Orari
13-14 settembre dalle 9 alle 23, domenica 15 settembre dalle 9 alle 21
Dal 16 al 20 settembre: tutti i pomeriggi dalle 16 alle 20, sabato e domenica anche la mattina dalle 10 alle 13, chiuso il giovedì.
Meme è un’associazione culturale che prevede una tessera soci annuale ad offerta libera; gli eventi e le mostre sono a ingresso gratuito.
 
Collegamenti utili:
http://michaelrotondi.blogspot.it/
http://giuliozanet.tumblr.com
http://www.kreativehouse.it

Giuliano Sale. Happiness is a Warm Gun

17 Set

A cura di Roberto Fantoni

Scegliendo questo titolo, Happiness is a warm gun, per la sua nuova ricca mostra personale allestita nell’intimo spazio del Little Circus della galleria di Antonio Colombo, probabilmente Giuliano Sale vuole fornirci una chiave di lettura parallela per orientarci nel suo immaginario artistico.

Giuliano Sale 2013 80x80 olio su tela -mother Superior-

John Lennon scrisse canzoni con un caratteristico linguaggio visionario e metaforico prossimo al nonsense, permettendo molteplici letture trasversali ed allusive delle sue opere. Dolcezza ed eleganza racchiudono messaggi duri e violenti, descrizioni di situazioni assurde ma tremendamente reali vengono affrontate con ironia ed umorismo. Nel brano tratto dal White Album dei Beatles si integrano mirabilmente temi musicali diversi fra loro con immagini surreali alternate a richiami personali ed allusioni erotiche.

Giuliano Sale 2013  olio su tela 30x24 -We can make our fun anyway-

Nella mostra, opere d’ispirazione folkloristica virano in situazioni inquietanti, emblematiche ed imprevedibili. L’erotismo è indagato con un distacco che contrasta con la forza e bellezza della rappresentazione. Il ritratto è affrontato in tutta la sua ambiguità, liberato dai canoni estetici attuali. Nelle nature è sufficiente un minimo dettaglio, un particolare fuori posto, fuori registro e il tutto assume una tensione inaspettata dove crollano certezze ed interpretazioni. Di fronte a questi lavori si prova un piacevole disorientamento temporale, si respira la storia dell’arte senza che ci sia conoscenza scolastica. Giuliano Sale si dimostra pittore del dubbio, dell’indefinito, dell’incerto. Si assiste alla perdita dei confini fra i generi, fra il bello ed il brutto, fra il bene ed il male. In questo viaggio al centro dell’uomo sono scomparsi i punti di riferimento, i punti cardinali, s’è persa la via maestra.

Giuliano Sale 2013 50x60volio su tela -LA NOIA-

Giuliano Sale è un pittore severo e rigoroso, lontano dalle mode, irriverente e fustigatore, si dimostra artista di sfumature ed esploratore di confini indefiniti, grande interprete della Zona Grigia oggi imperante. Mai come in questo caso, in un’epoca di facile serialità e riproducibilità, di gigantismo scenografico e di certo concettualismo di maniera, l’antica ma sempre attuale pittura dimostra di saper suscitare emozioni uniche ed irripetibili generate esclusivamente da sensibilità e talento naturale. Ritornando all’apparente “bianco” White Album è proprio il caso di dire: nulla è come appare e parafrasando gli Stones di “It’s only rock & roll”: è solo pittura, ottima pittura.

Giuliano Sale 80x100 2013 olio su tela -Deposizione- 

La mostra inaugurerà giovedì 26 settembre 2013, alle ore 18.30

da martedì a venerdì, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00

sabato dalle 15.00 alle 19.00

fino al 19 ottobre.

In contemporanea, la mostra personale di El Gato Chimney.

 

Giuliano Sale è nato a Cagliari nel 1977. Vive e lavora a Milano.

Principali mostre personali: 2013 Cadono Pietre, Catania Art Gallery, Catania, a cura di I. Quaroni; 2011 Biedernaier, L’umanità al crepuscolo, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano; 2010 L’Oblio, Antonio Colombo Arte Contemporanea (Little Circus), Milano, a cura di M. C. Valacchi; 2007 Lullaby, Galleria Capsula, Roma, a cura di S. Elena ed E. Olmetto; 2006 Embryo-Onis, Galleria Studio 20, Cagliari; 2005 Spinky & Co, Galleria My Mask, Cagliari, a cura di R. Vanali.

Principali mostre collettive: 2013 The Dark Night, Pinacoteca Carlo Contini, Oristano; 2012 Something Else, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano, a cura di R. Fantoni; Premio Terna04 sezione gigawatt Roma; The shape of painting to come, galleria Lem, Sassari; L’isola dei morti, Exma, Cagliari, a cura di R. Vanali; Italian Newbrow.Cattive Compagnie, Fortino, Forte dei Marmi, a cura di I. Quaroni, Altrove Luogo o poesia, Catania Art Gallery, Catania; Big Bang, galleria Lem, Sassari; Biennale Italia-Cina, Villa Reale di Monza, Monza; Italian Newbrow, Como Pinacoteca Civica Palazzo Volpi; 2011 54 Biennale di Venezia, Padiglione Sardegna, 2010 Quattordicesima Biennale d’Arte Sacra – Le Beatitudini evangeliche, Museo Stauros d’Arte Sacra Contemporanea, Isola Del Gran Sasso, a cura di Luca Beatrice; The Berlin Wall, Promenade Gallery contemporary art, Vlore, Albania; Forward_Rewind, Colombo Arte Contemporanea, Milano; 2009 SerrONE – Biennale Giovani, Serrone della Villa Reale, Monza; 2008 Alone, Galleria TubeGallery, Milano, a cura di Arsprima; Overture, Galleria San Salvatore, Modena, a cura di I. Quaroni; Whaleless , Strychnin Gallery, Londra, a cura di G. Cervi e R. Pira; Allarmi 2008 Caserma de Cristoforis, Como, a cura di I. Quaroni, A. Zanchetta e A. Trabucco; Arrivi e Partenze, Mole Vanvitelliana, Ancona, a cura di A. Fiz e W. Gasperoni.

Antonio colombo arte contemporanea
Via Solferino 44 – 20121 Milano
Tel/Fax 02.29060171 –
http://www.colomboarte.com
E-mail: info@colomboarte.com   S.a.s. – Via Solferino 44 – 20121 Milano
 

Vanni Cuoghi. Aion. Di giochi, giardini e altre delizie

9 Set
 
 
 

di Ivan Quaroni

Nell’uomo autentico si nasconde un bambino che vuole giocare”.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1885)

Il gioco, la beffa, l’inganno, la trappola, l’affabulazione, ma anche la metafora, la metonimia, il calembour, la citazione, l’allusione sono, forse da sempre, gli strumenti e i dispositivi retorici dell’arte di Vanni Cuoghi. Al gioco, inteso come umana attività volontaria, sovente caratterizzata da regole e finalizzata al raggiungimento di obiettivi specifici, è dedicata la recente ricerca dell’artista, il quale ipotizza una sorta d’immaginifica ludologia cortese.

Percorrendo i topoi di un Rinascimento idealizzato, insieme artefatto e incongruo, Cuoghi dissemina i suoi eleganti lavori d’indizi e citazioni che rimandano tanto al passato quanto al presente. Emerge qui, infatti, più che altrove, la sua innata e postmoderna propensione al miscuglio e alla combinazione di riferimenti, proprio come in un gioco di abilità verbale che stà a metà tra il gioco da tavola e il calembour. Qui, più che altrove, lo stile di Cuoghi appare fin troppo disciplinato, esasperatamente aggraziato, quasi l’artista intendesse imbrigliare l’espressione in un codice visivo di stretta osservanza formale, per occultare il magma emotivo in un processo di sublimazione intellettuale.

Il gioco, dicevamo. E’ un argomento alquanto difficile, scivoloso. Basta un nonnulla per tramutarlo in un pretesto da fiera paesana. In fondo, al gioco si possono ascrivere tutte le attività ricreative e, per estensione, perfino quelle libere e prive di scopo, purché siano connotate da una certa reiterazione gestuale o verbale. Il gioco cui allude Vanni Cuoghi, invece, ha un’accezione estetica e formale. E’, come sosteneva Gregory Bateson, filosofo, antropologo e psicologo britannico, un metalinguaggio, ossia un codice che rimanda a un altro codice. Bateson, infatti, sottolineava la natura convenzionale del gioco. Non solo l’accettazione da parte dei partecipanti di norme straordinarie, cioè diverse da quelle che regolano la vita quotidiana, ma anche l’implicita adesione a immergersi in una realtà fittizia, in una rappresentazione metaforica e, nondimeno, estremamente seria. Come afferma Jean Baudrillard, “Ogni regola del gioco è affascinante. Un gioco, non è che questo, e il delirio del gioco, il piacere intenso del gioco proviene dalla chiusura nella regola”. Il metalinguaggio serve, quindi, a comunicare la natura ipotetica del gioco, il suo «come se». Il giocatore si comporta «come se», ed è, dunque, a suo modo, un attore temporaneo. Ma il «come se». implica anche una proiezione in avanti, verso il futuro. Diventa una domanda: «e se fosse?». L’anglosassone «what if?» designa un genere letterario. La Marvel ha addirittura inventato una linea di fumetti supereroistici («What if?», appunto), basata sullo sviluppo di trame alternative e sull’indagine di realtà parallele. Dato che il gioco, come metalinguaggio, rivela qualcosa dei giocatori e quindi anche della società o della cultura cui appartengono, scegliere la tipologia di gioco può avere una valenza perfino poetica.

Vanni Cuoghi ha scelto d’ispirarsi alle Delizie rinascimentali, espressioni dell’abitare nobiliare e cortigiano in un ambito suburbano in cui natura e artificio s’intrecciano indissolubilmente. Le Delizie (gli Estensi ne costruirono oltre 30 tra il Trecento e il Cinquecento) erano residenze estive destinate allo svago e alla villeggiatura dei Signori ed avevano anche funzioni strategiche, politiche e amministrative, potendo fornire ospitalità a un’intera una corte itinerante. Il Palazzo Schifanoia a Ferrara, ad esempio, è fra le più celebri Delizie Estensi. Il suo nome – che letteralmente significa “che schiva la noia” – ci dice molto sulla sua funzione, quella, appunto, di essere un luogo destinato al piacere e allo svago della corte. Trattandosi di divertissement nobiliari, la cornice architettonica (ed estetica) ricopriva una certa importanza. Si trattava, soprattutto, di ville, castelli, manieri e casini di caccia immersi nel verde, dove tra orti, giardini, labirinti si svolgevano i passatempi della corte.

Cuoghi ambienta i propri racconti entro la cornice ideale di un Rinascimento lontano dal neoplatonismo fiorentino, ancora impregnato di cultura gotica e letteratura romanza. Il suo è un linguaggio affine all’immaginario eccentrico dei pittori ferraresi, come Francesco Del Cossa ed Ercole De Roberti, che proprio a Palazzo Schifanoia affrescarono il Salone dei mesi, oppure di artisti come Pisanello e Paolo Uccello, capaci di creare inedite suture a cavallo tra eleganza e geometria. Ciò che accomuna il lavoro di Cuoghi alla linea del Gotico Internazionale è, dunque, la sua distanza dalla mimesi tridimensionale (penso a Masaccio) e la su predilezione per l’ornamento e la fioritura di forme aggraziate, sovente usate per velare contenuti dissonanti, aspri o addirittura violenti. E’ il caso di Sette pensieri saggi, piccola tela che illustra l’efferata vendetta di una gentildonna verso i sette cavalieri che la accerchiano. Il pensiero corre immediatamente alle suggestioni cinematografiche di Tarantino e alla sua Beatrix Kiddo, sanguinaria protagonista di Kill Bill che incarna il tipo della moderna eroina manga. Inoltre, proprio a un artista giapponese, Takashi Murakami, autore di un sincretismo che mescola suggestioni pop e tradizione artistica del Sol Levante, allude l’ellittico fiotto di sangue del dipinto di Cuoghi, consapevole riproposizione della dinamica rappresentazione di fluidi corporali di Lonesome Cowboy e di HiroponSette pensieri saggi mostra, quindi, il ricorso a fonti d’ispirazione tutt’altro che desuete. Cuoghi avrebbe potuto rifarsi a iconografie più tradizionali, come ad esempio l’altrettanto sanguinoso dipinto di Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi. Invece, ha preferito creare un cortocircuito, squisitamente postmoderno, tra forma e contenuto. La stessa cosa accade in un altro dipinto, Viscontea, che illustra l’origine del blasone di Milano, contraddistinto dal biscione che ingoia un infante. Lo stemma fu assunto dalla famiglia dei Visconti in occasione della loro ascesa alla signoria di Milano (1395) e che poi divenne simbolo del ducato e della città stessa. Il biscione ondeggiante, una sorta di mitologico basilisco, rappresentava il drago Tarantasio. Secondo la leggenda, il biscione perseguitò i milanesi fino a quando non fu ucciso da Umberto Visconti, che lo sorprese nella sua caverna mentre stava divorando un neonato. Anche in questo caso, Cuoghi attinge alla contemporanea cultura pop e cinematografica. La figura di Umberto Visconti trionfante, con il braccio alzato a mostrare l’infante salvato, ha il volto di Edward Mani di forbice, protagonista dell’omonimo film di Tim Burton, il quale, a sua volta, s’ispirò al look gotico di Robert Smith, cantante della band The Cure, sulla cui immagine, peraltro, è plasmata anche la caratterizzazione del personaggio principale di This Must Be the Place di Paolo Sorrentino.

Il tema del gioco, di cui la fitta trama di rimandi e citazioni non è che un filone secondario, una sorta di enigmistico “gioco nel gioco”, affiora soprattutto nell’elegante elencazione di svaghi cortesi. All’iconografia della caccia sono dedicati Il dono del grande cervo, Il sangue ha un colore unico e Uno sguardo indietro, mentre il torneo, almeno a giudicare dal titolo, è il soggetto di Giostrarsi nella trama. Ai passatempi maschili per eccellenza si affiancano quelli muliebri, come la carola, danza medievale che appare in Cinque volte in sogno e in La danza dell’unicorno. Un gioco, o piuttosto un esercizio di abilità, è la tecnica del paper cutting, l’arte di ritagliare disegni di carta, che Cuoghi abbina alla tecnica dell’acquarello in gran parte dei lavori. E’ una pratica tradizionale, sviluppata soprattutto in Asia – dall’India alla Cina, fino al Giappone e alle Filippine – che recentemente è stata adottata da diversi artisti contemporanei. Come molti giochi di abilità, il paper cutting richiede precisione e pazienza da parte dell’artista e soprattutto una propensione a immergersi nella ripetizione dell’atto fino a perdere la cognizione del tempo. Come un mantra, oppure come l’esercizio del ricamo di Ventitré primavere e due gatti, il paper cutting introduce (o induce) l’esperienza di una diversa concezione temporale, slegata dalla consecutio lineare. Quella che gli antichi greci identificavano in Aion, personificazione del tempo eterno, opposta a Chronos (il tempo rettilineo della Storia). Per Eraclito, Aion è raffigurato come “un bambino, intento a spostare le figure sul tavoliere”. Nella concezione greca, il gioco era intimamente connesso a un’idea circolare del tempo. Un’idea che ritroviamo, in filigrana, anche nel ricorrente impianto circolare delle opere di Vanni Cuoghi. Esemplari, in tal senso, sono L’orto del senso, con il suo labirinto concentrico; La danza dell’unicorno, con l’episodio centrale simile a un mandala; Viscontea, con il drago in forma di ouroboros; infine, Nostra Signora delle farfalle, con il volo centrifugo dei lepidotteri a tracciare un cerchio radiale.

Matteo Ramon Arevalos, La Folia, performance 2

Se i concetti di “differenza” e “ripetizione”, cari al filosofo francese Jaques Derrida, sono elementi fondanti del gioco, altrettanto si può dire per la musica, argomento che ci permette di introdurre l’ultima opera di Vanni Cuoghi. Questa similitudine tra gioco e musica, avvalorata dal verbo inglese to play, che designa, appunto, sia l’atto del giocare sia quello del suonare, è il tema nascosto de La Folia, una performance – se così si può definire – concepita dall’artista con il musicista e compositore Matteo Ramon Arevalos. La Folia (o Follia) è un tema musicale portoghese risalente al XVI secolo, basato su una struttura melodica precisa, su cui il compositore poteva introdurre variazioni e improvvisazioni. Entrata a far parte della musica colta nel XVII secolo, la Folia è stata interpretata nel corso del tempo da compositori come Giovanbattista Lully, Arcangelo Corelli, Antonio Vivaldi, Alessandro Scarlatti, Johan Sebastian Bach e Georg Friedrich Händel. La versione di Händel, nell’arrangiamento di Leonard Rosenman, è poi diventata la colonna sonora del film Barry Lyndon di Stanley Kubrik. La variante di Matteo Ramon Arevalos, composta appositamente per Vanni Cuoghi, è eseguita su un pianoforte a coda, sulle cui corde sono poggiate le sagome di fanti e cavalieri rinascimentali. Le figure, dipinte da Vanni Cuoghi e disposte su basamenti di rame, conferiscono alla composizione un suono metallico che richiama il clangore delle armi. Mentre il battito dei martelletti, muove gli armigeri sulle corde del pianoforte, noi assistiamo, attoniti, all’irrompere degli eserciti in battaglia. La performance, ripresa dalle telecamere con la regia di Chiara Zenani, e proiettata durante un’esecuzione pubblica al Teatro San Domenica di Crema, diventa, così, un’opera multimediale, in cui confluiscono musica, pittura e video.

Con La Folia, Vanni Cuoghi sembra includere la guerra nella sua articolata elencazione di ludi cortesi. E così, sia pure nella forma della finzione, finisce per evidenziare il pericoloso legame che unisce le passioni al gioco. Ma mentre la caccia o il corteggiamento amoroso, tanto per citare due esempi di attività ludiche predilette dell’aristocrazia, appaiono, tutto sommato innocui (almeno per gli uomini), “La guerra” – come scrisse William Cowper – “è un gioco, che i re, se i loro sudditi fossero saggi, non giocherebbero mai”.

ENGLISH TEXT

Aion . Of games, gardens and other delights

 ivan Quaroni

Within the authentic man hides a child who wants to play
(Friedrich Nietzsche, Thus spoke Zarathustra, 1885)

Games, pranks, scams, traps, storytelling, but also metaphors, metonimies, calembours, quotes, allusions, have always been , the means and rhetorical devices of Vanni Cuoghi’s art. Play, intended as a voluntary human activity, often marked out by rules and finalized to specific goals, is the subject of the artist’s most recent research that hypothesizes some kind of courtly ludologia. Going through the topoi of an idealized Renaissance, unnatural and incongruous, Cuoghi disperses hints and quotes that remind of the past as much as of the present, throughout his elegant artworks. His innate and postmodern attitude to mixing and combining references, is in fact standing out here more than anywhere else, just as a verbal skills game, half way between the the board game and the calembour. Here especially, Vanni Cuoghi’s style appears even too disciplined, madly gracious, as if the artist wanted to constraint expression in a visual code of strict formal compliance, to hide the emotional magma in a process of intellectual sublimation. Play, as said, is a difficult slippery topic. It takes nothing to turn it into a country fair chance. In the end, all recreational activities , and to some extent even the free ones with no purpose , can be ascribed to play, as long as characterized by a certain verbal and gesture repetition.

The kind of play Vanni Cuoghi refers to has instead a formal and aesthetic meaning. It is  a metalanguage, as stated by Gregory Bateson, British philosopher, anthropologist and psychologist , a code that refers to another code. In effect Bateson underlined the conventional nature of play. Not only the acceptance by all the players of extraordinary regulations , different from the ones that rule everyday life, but also the silent subscription to dive into a counterfeit reality , into a metaphoric representation , nevertheless extremely serious. As Jean Baudrillard states, “Each rule of play is fascinating. Play is nothing more than the delirium of play, the intense pleasure of playing comes from the bond to the rule “.  The metalanguage is then necessary to communicate the hypothetical nature of play itself, its own “as if”. The player acts “as if” , therefore being some kind of temporary actor. However the “as if” entails a forward projection as well, towards the future. It actually becomes a question “what if?”. In English “what if?” designs a true literary genre. Marvel got to invent an entire chain of super-hero comics (“What If”, note), based on the development of alternative plots and on the investigation of parallel realities. Given that play, as a metalanguage reveals something about the players and consequently about culture and society they belong to, picking the typology of play can get to have a poetical value.

Vanni Cuoghi chose to get inspired by renaissance Delights, displaying courtly and noble living in a suburban context where nature and artifice intersect forever. The  Delights ( Estensi built more than 30 between ‘300 e ‘500) were summer residences intended to leisure and resort of the Nobles and they also had strategic, administrative and political functions, being able to host an entire itinerating court. For instance, Schifanoia Palace in Ferrara, is among the most famous Estensi Delights. Its name – that means “boredom escaping”- tells us a lot about its function, being indeed a place of pleasure and leisure for the court. Being a matter of noble divertissements, the architectural (and aesthetical) background had a certain importance. They were mainly villas, castles, manor houses and hunting lodges surrounded by green, where courtly activities took place, among orchards, gardens and labyrinths . Cuoghi sets his stories in the ideal frame of a Renaissance far from Florentine neo-platonist, still permeated by gothic culture and Romanic literature. His language is close to the eccentric imagery of Ferrara painters, such as Francesco Del Cossa and Ercole De Roberti, who frescoed Salone dei Mesi in Schifanoia Palace, or even to Pisanello o and Paolo Uccello, who were able to create never before seen seams between elegance and geometry. What is common between Cuoghi’s work and the International Gothic line is the distance from the three-dimensional mimesis (I’m thinking of Masaccio) and his inclination to ornament and blooming of gracious shapes , often used to mist over dissonant , harsh  and even violent contents. It’s the case of Seven wise thoughts, small canvas showing the strong vengeance of a noblewoman against seven knights that surround her. We immediately think of Quentin Tarantino and his Beatrix Kiddo, bloody protagonist of Kill Bill , who embodies modern manga heroine. Furthermore, the elliptical gush of blood in Cuoghi’s painting, conscious bringing back of the dynamic representation of body fluids in Lonesome Cowboy and Hiropon, refers to the work of Japanese artist Takashi Murakami, author of a syncretism that mixes pop suggestion with his national artistic tradition. In the end  Seven wise thoughts shows the recall to inspirational sources very far from obsolete. Cuoghi could have recalled more traditional iconographies, such as the bloody painting Giuditta e Oloferne by Artemisia Gentileschi. He instead preferred to create a delightfully postmodern short circuit between shape and content. Same thing happens in another painting, Viscontea , depicting the birth of Milan’s blazon, distinguished by a snake swallowing a baby boy. The blazon was adopted by the Visconti family in the occasion of their achievement of the lordship of Milan (1395) and lately became the symbol of the city’s duchy. The waving snake , some kind of mythological basilisk , stood for Tarantasio’s dragon. According to the legend the giant snake prosecuted the population of Milan before being killed by Umberto Visconti, who found him in his cave eating a newborn. In this case as well Cuoghi draws from contemporary pop and cinematographic culture. The figure of a triumphing Umberto Visconti, waving his arm high to show the saved child, has Edward Scissorhands’ face , protagonist of the namesake movie by Tim Burton, who, in turn, got inspired by the gothic look of Robert Smith, leading voice of the band The Cure , who’s image has been used to characterized the protagonist of the movie by Paolo Sorrentino, This must be the place.

The theme of play , in which the dense plot of quotes and references is just a side branch, some kind of “game in the game”, surfaces especially in the elegant listing of courtly leisure. The great deer’s gift, Blood has a unique colour and A look back, are dedicated to the hunting iconography, while tourney , judging from the title, is the subject matter of Jousting in the weave. Typical masculine pastimes go along with the feminine ones, such as the carol, a medieval dance making his appearance in Five times in dreaming and in The unicorn’s dance. Paper cutting technique,  the art of cutting paper drawings, that Cuoghi pairs with watercolors in almost all artworks, is some kind of play, or better, a game of skill. This is a traditional practice, mostly developed in Asia – from India to China, to Japan and the Philippines – that’s been recently adopted by some contemporary artists. Just as many games of skill , paper cutting requires patience and precision and most of all an inclination to plunge into repeating an act until losing track of time. Like a mantra, or the embroidery exercise in Twenty-three springs and two cats, paper cutting introduces (or induces) the experience of a different time conception, free from the linear consecutio. This was defined by ancient Greeks Aion, personification of the eternal time, opposite to Chronos (the straight time of History). Eraclito depicted Aion as “ a child, busy moving figures on the  board” . In the Greek conception, play was intimately connected to the idea of a circular time. An idea we find back, in filigree, in the recurring circular scheme of Vanni Cuoghi ’s artworks. The orchard of sense and its circular labyrinth ; The unicorn’s dance and its central episode similar to a mandala ; Viscontea with the dragon in the shape of an ouroboros ; and finally Our lady of the butterflies with the centrifugal flight of the moths tracing a radial circle, are exemplars of this idea. Stated that  the concepts of “difference” and “repetition” , so precious to the philosopher Jacques Derrida, are founding elements of  play , likewise is the music, a topic that allows us to introduce Vanni Cuoghi’s last artwork.

This similarity between play and music, supported by the English verb to play, that indeed defines both the act of playing games and playing music, is the hidden theme behind La Folia , a performance – if you want –  conceived by the artist together with music composer Matteo Ramon Arevalos.  La folia (o Follia) is a Portuguese music theme dating back to XVI century, based on a defined melodic structure, to which the composer could introduce variations and improvisations. Getting to be part of the educated music in XVII century, la  Folia has been played by composers like Giovanbattista Lully, Arcangelo Corelli, Antonio Vivaldi, Alessandro Scarlatti, Johan Sebastian Bach and Georg Friedrich Händel. Händel’s adaptation , arranged by Leonard Rosenman, later became the soundtrack for the movie Barry Lyndon by Stanley Kubrik.

The variation by Matteo Ramon Arevalos composed exclusively for Vanni Cuoghi is played with a grand piano on the strings of which are placed little figures of renaissance knights and foot soldiers, painted by Vanni Cuoghi and mounted on copper platforms, give a metallic sound to the composition that recalls the clangor of the weapons. While the beat of the hammers moves squires on the piano strings, we watch , stunned, the breaking in of the battling armies. The performance, filmed by cameras and directed by Chiara Zenzani and screened during the public show at San Domenico Theatre in Crema, becomes a true multimedia work, gathering music, painting and video. Through La Folia Vanni Cuoghi seems to include war in the list of courtly leisure. Thus, even if in a fictional form, he ends up highlighting the dangerous bound between passions and play. However, while hunting and courtship , just to mention a couple of examples of entertainment loved by the aristocracy , appear all in all  harmless (at least for men) “War” – as written by William Cowper – “is a game that kings would never play, if their subjected were wise”.

Italian Newbrow: un’arte di larghe intese

26 Lug

Questo mese è uscito il nuovo numero di 8 e mezzo, rivista dell’Istituto Luce – Cinecittà, diretta da Gianni Canova. All’interno c’è il mio articolo sui rapporti d’influenza tra Italian Newbrow e il cinema.

Trovate qui sotto l’impaginato in pdf:

Articolo 8 e mezzo

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Per una maggiore leggibilità e per dare spazio alle immagini che sono state un po’ sacrificate dalla grafica, riporto per intero il testo originale:

L’arte contemporanea è come un tempio esoterico frequentato da soli iniziati. Come una loggia massonica, obbedisce a codici simbolici di difficile decrittazione e si fonda su un linguaggio segreto e incomprensibile agli occhi del grande pubblico, insomma su una grammatica estetica che rafforza il sentimento di esclusività di chi ne fa parte.  In questa setta, l’autoreferenzialità è una regola aurea, in special modo in quel particolare segmento chiamato “arte concettuale”. Da qualche tempo, però, si è aperto uno spiraglio verso le suggestioni dell’immaginario di massa, dal fumetto all’illustrazione, dai videogame al Cinema.

Giuliano Sale, MONICA E IL DESIDERIO

Si tratta di un fenomeno in parte dovuto all’attitudine più aperta e orizzontale delle nuove generazioni, quelle che Luca Beatrice sulle pagine di Flash Art designava con il termine di Google Generation. Sono artisti abituati alla logica del cut & paste digitale, cresciuti in un clima di contaminazione tra la cultura artistica ufficiale e quella popolare e pervasiva dei nuovi media. Un mix d’impulsi e influenze che il filosofo outsider Franco Bolelli interpretava, nel saggio intitolato Cartesio non balla, come segni dell’ascesa di una nuova antropologia pop energica, divertente, sexy e soprattutto capace di affermare nuovi valori basati sulla vitalità e l’abbondanza di esperienze di cross over e ibridazione dei linguaggi. Qualcosa di diverso, insomma, da quel microcosmo concettuale che, come afferma Bolelli, ruota intorno al deturnamento e all’estetizzazione del banale.

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In una sequenza del film I soliti idioti (Enrico Lando, 2011), con Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli, appariva il dipinto Alter Ego di Paolo De Biasi, uno degli esponenti dell’Italian Newbrow, non proprio un movimento, ma piuttosto un variegato gruppo di artisti italiani, impegnati in un’orgogliosa rivendicazione di tutto il bazar della cultura popolare – dal fumetto alla TV, passando per il Cinema, il tatuaggio e la grafica punk e underground.

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In verità, ancor prima dell’uscita del film di Enrico Lando, l’Italian Newbrow proponeva una visione dell’arte contemporanea capace di infrangere le rigide barriere dell’ufficialità, tramite il recupero di fonti d’ispirazione provenienti dalla produzione dell’industria, con frequenti incursioni non solo nell’immaginario cinematografico mainstream, ma perfino in quello indipendente.

Massimo Gurnari, IN ITALY WE TRUST

Lo scopo è di riattivare, in pittura e in scultura soprattutto, la dimensione narrativa del racconto, superando l’empasse provocato dalla tautologia dei minimalismi e dei concettualismi di fine stagione. Basta, quindi, con i pezzi di legno appoggiati al muro, con le matasse di lana furbescamente disposte in un angolo di galleria, con le foto appoggiate a terra, magari con il vetro infranto. Cose che, con buona pace del critico d’arte Francesco Bonami, fanno esclamare al pubblico: “Lo potevo fare anch’io”. Il pensiero corre inevitabilmente alle Vacanze intelligenti di Alberto Sordi, capolavoro di perplessità e ironia che traccia un solco incolmabile tra l’avanguardia artistica e la sensibilità del grande pubblico e diventa, trentacinque anni dopo, uno stimolo per artisti della galassia newbrow, sostenitori di un’arte di larghe intese, a cui la gente comune possa tornare ad accostarsi senza imbarazzo o senso d’inferiorità. Agli eroi della Disney e della Dreamworks, s’ispira, Veneziano, rendendoli testimoni di un’epoca complessa come la nostra, travagliata da una profonda crisi economica (Indignados, 2012).

Diego Dutto, NONMAMA

Guarda invece a Tarantino e al Lonesome Cowboy di Takashi Murakami, Vanni Cuoghi in Sette pensieri saggi, dove una variante rinascimentale dell’Uma Thurnman di Kill Bill è impegnata a decapitare i suoi  avversari in un dipinto splatter. A La piccola bottega degli orrori di Roger Corman (1960) è ispirato l’inquietante fiore carnivoro di Diego Dutto (Nonmama, 2012), debitore dell’estetica post-human teorizzata da Jeffrey Deitch, mentre guardano al cinema d’autore, Silvia Argiolas Giuliano Sale ed Elena Rapa. La prima con una pittura lisergica e surreale, che indaga il disagio giovanile alla stregua dei film di Larry Clark e Todd Solondz, gli altri due attraverso uno stile cupo, influenzato da Ingmar Bergman, Rainer Fassbinder e Lars Von Trier. E se Mullholland Drive di David Lynch e Tokyo Ga di Wim Wenders forniscono i titoli ai bidimensionali ritratti di Fulvia Mendini (2008), L’Ultimo metrò di François Truffaut (1980) solletica le fantasie underground di Michael Rotondi in Amore clandestino (2011). L’unico tributo al Cinema italiano arriva da Massimo Gurnari, tatuatore e artista feticcio della scena hip hop lombarda, che nel dipinto intitolato In Italy we trust condensa riferimenti al Neorealismo (Vittorio De Sica), allo Spaghetti Western (Clint Eastwood) e perfino alla tradizione del B movie nostrano (Kriminal, Umberto Lenzi, 1966).

Il mio personale ricordo di Ronnie Cutrone. In loving memory.

25 Lug

di Ivan Quaroni

Sono rimasto allibito quando, con un messaggio, alle 6.19 di mattina di martedi 23 luglio, il gallerista Matteo Lorenzelli mi ha comunicato la morte di Ronnie Cutrone. Pare che sia stato trovato, privo di vita, dal suo assistente nella casa di Lake Peekskill, vicino a New York, dove abitava da lungo tempo. Aveva appena (si fa per dire) 65 anni. Naturalmente ho cercato di saperne di più, ma non ho trovato che qualche laconico coccodrillo sui principali siti di arte contemporanea, da Artribune a Exibart ad Arslife. Non una riga sui quotidiani nazionali. Poco o nulla su internet. “Che cazzo!”, mi sono detto, “è mai possibile che non ci sia niente?”. Ronnie è morto il 21 luglio, pochi giorni dopo il suo compleanno. E’ nato a New York il 10 luglio 1948 ed è stato, come molti sapranno (o dovrebbero sapere) uno degli animatori della Factory di Andy Warhol, di cui è stato assistente tra il 1972 e il 1982. Con l’Italia ha sempre avuto un rapporto preferenziale, non solo per via delle sue origini italoamericane, ma anche perché aveva lavorato a Napoli con Lucio Amelio e poi a Milano con Salvatore Ala. Dagli anni Novanta, dopo una breve collaborazione con lo Studio D’Arte Raffaelli di Trento, aveva iniziato a lavorare stabilmente con la galleria Lorenzelli Arte di Milano, dove io l’ho conosciuto. Quello tra Matteo Lorenzelli e Ronnie Cutrone era molto di più di un semplice rapporto professionale. Erano amici. Ronnie Cutrone è stato l’artista con cui Matteo Lorenzelli ha inaugurato un nuovo corso della galleria, fino ad allora incentrata prevalentemente sull’arte astratta. Ronnie è stato per Matteo il simbolo di una scelta personale, che non ha mai rinnegato e che, per fortuna, ha permesso a me di conoscerlo e di amarne il lavoro. Cosa di cui sarò sempre grato a Matteo.

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Ritratto di Ronnie Cutrone

Ho conosciuto Ronnie Cutrone dieci anni fa, nel 2003, in occasione della prima delle tre mostre che ho curato dell’artista. Ricordo benissimo il giorno in cui fu chiesto a me – un giovane e inesperto curatore – di scrivere un testo sul suo lavoro. “Vieni subito”, mi dice Matteo. Nient’altro. Sfreccio lungo Viale Fulvio Testi con una Fiat Uno nera, come fossi un rapinatore in fuga dalle pantere della Polizia. Arrivo in galleria in Corso Buenos Aires all’ora di punta (lo chiamano drive time), quando gli uffici si svuotano e il mondo intero torna a casa dal lavoro.  Entro in quella che a me sembra uno dei templi dell’arte contemporanea milanese ed eccoli lì, stesi per terra, i lavori di uno dei più straordinari interpreti della Pop Art americana. C’è tutto: le bandiere a stelle e strisce, i supereroi nelle loro sgargianti uniformi, i personaggi dei cartoon, i gelati e le torte che si squagliano, i simboli e i marchi delle grandi corporate, i ritagli di giornale, le piccole mappe e cartine geografiche e poi le croci… rosse, nere, porpora. Non stavo nella pelle. Ero eccitato e, al tempo stesso, impaurito. Non avevo mai scritto per un artista straniero e volevo essere all’altezza della situazione.  Invece, sorprendentemente, all’inaugurazione della mostra, Ronnie Cutrone si rivela una persona affabile, alla mano. Mi fa i complimenti per il testo. Anzi, mi ringrazia di cuore in una bellissima dedica sul catalogo, accompagnata da uno dei suoi personaggi feticcio, Woody Woodpeacker. Ricordo che era accompagnato dalla sua terza (o quarta?) moglie, una giovane ragazza israeliana, con un passato di carrista nell’esercito. “Wow”, ho pensato, “questo si che è un artista, nell’arte come nella vita”.

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Io e Ronnie. 2 Ottobre 2003, Milano

Dopo l’opening in galleria andiamo a cena e Ronnie è una miniera di divertentissimi aneddoti sui personaggi che gravitavano nella Factory, da cui si era staccato nel 1982 per seguire un percorso personale ed unico, che lo avrebbe visto militare, a fianco di personaggi come Basquiat e Keith Haring nella Graffiti Art. In verità, Ronnie aveva poco a che fare con i graffiti. La sua arte era la prima, compiuta formulazione, di ciò che in seguito sarebbe stato il New Pop. Un’arte onesta e diretta, che parlava al cuore e alla mente della gente, usando una grammatica semplice, che anche un bambino poteva comprendere. Quella sera, a cena, Einat Katav-Cutrone (sua moglie) ci ha fatto una foto in cui si vede chiaramente quanto fossi felice. E lo ero davvero.

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La dedica di Ronnie sul catalogo della mostra “Tataboo”, Lorenzelli Arte, 2 ottobre – 22 novembre 2003, Milano.

Una cosa che mi colpì fu il fatto che Ronnie fosse completamente astemio. Credo fosse a causa degli stravizi che per un decennio avevano segnato la sua intensissima esperienza alla Factory con gente come Lou Reed e i Velvet Underground. Però era, comunque, un personaggio, per così dire, molto “rock & roll”, come testimoniano le belle foto di Timothy Greenfield-Sanders pubblicate sul catalogo.

Ho rivisto Cutrone tre anni dopo, nel 2006. Dovevo curare una sua mostra a Torino, intitolata Pop Shots, Explosions, Crosses and Cell Girls. L’esposizione raccoglieva un buon numero di lavori nuovi, che raffigurano volti di donne velate appartenenti a cellule terroristiche con le bandiere degli stati nemici del fondamentalismo islamico. Le Cell girls inauguravano un capitolo maturo della sua produzione pop, sempre più sensibile ai temi sociali e di attualità. Ricordo uno spassosissimo viaggio in macchina con Ronnie e Matteo alla volta della galleria torinese. Come al solito, Ronnie era prodigo di aneddoti e storielle sui personaggi più bizzarri che avesse conosciuto e aveva un modo di raccontare unico. Come un attore consumato, interpretava, con voci diverse, le parti dei protagonisti delle sue storie, che molto spesso si riferivano a quel dorato decennio passato con Andy Warhol. Un decennio importante per l’artista, che però lo aveva condannato a restare nel cono d’ombra di Warhol, fino alla sua definitiva separazione. Ronnie era un archivio d’informazioni. Avrebbe dovuto scrivere un libro su quegli anni, ma ha preferito dedicarsi alla sua arte, che poco o nulla aveva a che vedere con quella più algida del suo maestro.

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La dedica di Ronnie sul catalogo di “Pop Shots, Explosions, Crosses and Cell Girls”, Mar & Partners Art Gallery, 28 settembre – 1 dicembre 2006, Torino.

Anche in occasione della mostra torinese, Ronnie fu molto affettuoso (e paziente) con me. Si complimentò per il testo e ancora volle farmi una lusinghiera dedica sul catalogo. Mi scrisse: “For Ivan. My favourite writer, with a crystal clarity”.  Ronnie amava i testi semplici, così come amava quel tipo di arte diretta ed efficace, capace di arrivare al cuore di ogni persona.

L’ultima volta che ho incontrato Ronnie fu nel settembre 2010 per la sua terza e ultima mostra personale da Lorenzelli Arte, intitolata Pop, Off the Rack, By the Slice, Mix & Match, che presentava un nutrito corpus di lavori dedicati alla reinterpretazione delle copertine dei suoi dischi preferiti. L’argomento mi interessava parecchio. Matteo sapeva della mia passione per la musica e, così, mi chiamò, ancora una volta, a interpretare il lavoro di Cutrone. Appena vidi Ronnie, capii che qualcosa era cambiato. Sembrava invecchiato di colpo ed era certamente meno lucido del solito. La sua proverbiale astinenza dagli alcolici si era incrinata, ma la qualità del suo lavoro era cresciuta. Ronnie non era riuscito a finire le opere per la mostra e, così, lo trovai in galleria, impegnato a concludere quelli rimasti in sospeso. Li terminò solo il giorno prima dell’inaugurazione, in un clima di nervosismo generale.

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Io con Ronnie che finisce di dipingere i lavori di “Pop, Off the Rack, By the Slice, Mix & Match”, Lorenzelli Arte, 17 settembre – 20 novembre 2010, Milano.

Mentre tutti si adoperavano a finire per tempo, mi venne l’idea di proporre un’intervista di Ronnie al mensile Arte, pubblicato da Cairo Editore. Quando ne parlai a Mario Pagani, caporedattore della rivista, forzai un po’ la mano, dicendogli che era l’ultima occasione per intervistare un bravo artista, oltre che un testimone d’eccezione della Factory. Non sapevo che quella forzatura sarebbe stata profetica. Pagani è un tipo tosto. Accettò, a patto che restassi nella griglia di una rubrica intitolata “Cognome e nome”, che concedeva poco spazio al racconto e che si presentava come una sequenza fulminea di domande e risposte, con un corredo iconografico ricco di aneddoti e curiosità. Per me, che dovevo intervistare Ronnie e reperire ogni sorta di materiale fotografico, quell’articolo fu un vero e proprio parto, ma mi insegnò qualcosa di nuovo sul modo di realizzare un’intervista. Ad ogni modo, io e Judith van Vliet, allora assistente della galleria, accompagnammo Ronnie nello studio di Giorgio Majno, il fotografo incaricato di realizzare il servizio fotografico per la rivista. Fu un ennesimo pomeriggio di spasso. Ronnie posò come un istrione, facendo ogni genere di smorfia. Mentre mangia una simbolica banana, icona simbolo del celebre album dei Velvet, brandendola a mo’ di pistola, come un vecchio e scalcagnato cowboy dei nostri giorni o semplicemente bevendo una coca cola, mentre immagina di parlare con i personaggi delle sue opere, da Felix the Cat a Paperino, da Mickey Mouse all’Uomo Ragno. L’articolo fu pubblicato quattro mesi dopo, nel gennaio 2011, quando Ronnie era già tornato in America. L’intervista si chiudeva con una nota amara e insieme  ironica. Gli chiesi se, visto che Basquiat ed Haring, protagonisti della stagione che lui stesso aveva vissuto negli anni Ottanta, erano morti, non pensasse che morire giovani fosse un modo per assicurarsi una fama imperitura. Mi disse così:

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Foto segnaletica di Ronnie Cutrone, realizzata da Giorgio Majno per la rivista “Arte” (Gennaio 2011, Cairo Editore).

Dopo Keith Haring e Basquiat, molti pensavano che io sarei stato il prossimo. La settimana dopo la morte di Keith, molti collezionisti mi chiamarono per acquistare le mie opere. Avrei potuto vendere almeno cinquanta dipinti, ma dissi loro che se erano davvero interessati dovevano richiamarmi dopo sei mesi. Solo due di loro si fecero vivi. La morte prematura può renderti celebre, ma io penso che sia meglio vivere”.

Bhe, è stato meglio così, pensai. Dopotutto,  non sono molti gli artisti che, come lui, possono vantare mostre al Whitney , al MoMA, al Brooklyn Museum di New York o al MOCA di Los Angeles.

Alla fine, gli chiesi se, per caso, non si sentisse un sopravvissuto dell’arte. La sua risposta fu questa:

A volte pranzo con Lou Reed, lo guardo negli occhi e gli chiedo ‘Sei ancora vivo?’. Lui mi risponde: ‘Gesù, tu sei ancora vivo?’ Siamo come scarafaggi, duri a morire”.

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All’inaugurazione dell’ultima personale milanese di Ronnie Cutrone.

Lo vidi ancora all’inaugurazione della mostra. Prima di ripartire lasciò a Matteo Lorenzelli un regalo per me, un grande acquarello con una buffa, enigmatica datazione: 1966-2010. Non ho mai capito se fosse uno scherzo o un semplice errore. L’acquarello mostra il gatto Felix mentre balla con Lady Gaga al Max’s Kansas City, un celebre night club di New York.

E’ l’ultima, preziosa, testimonianza della sua amicizia e della sua generosità nei miei confronti. Qualcosa che non potrò mai ripagare. “Accidenti a te, Ronnie!!! Avrei voluto almeno ringraziarti. E abbracciarti un’ultima volta”.

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Ronnie Cutrone, For Ivan – He danced with Lady Ga-Ga at Max’s Kansas City, tecnica mista su carta, 1966-2010.

Luciano Bartolini. Il ritmo del respiro

15 Lug

di Ivan Quaroni

Lungo tutta la traiettoria della parabola di Bartolini, compare una sorta di imprinting ritmico, una tendenza alla reiterazione, alla partizione, alla modulazione e alla misura. È quanto, per esempio, avviene nei primi pattern regolari, realizzati con carta da pacchi e kleenex del 1974, ma anche nelle Cartapaglie (1975), costruite con carte alimentari a formare ordinate sequenze di moduli quadrati, dove si alternano superfici lisce e rugose. Lo stesso si può dire per le installazioni The Pearl Mosque (1977) e Ouroboros (1977), in cui la disposizione ritmica delle carte si accompagna alla predilezione per gli spazi angolari, che spezzano l’andamento piano della superficie muraria. Anche in questo caso, l’angolo diviene un elemento ritmico, reiterato in quasi tutte le installazioni successive, da Annotazione e definizione di un feticcio (1978) a pressoché tutti gli episodi del ciclo di lavori dedicati ad Asterione (1980), da Eterna metamorfosi (1984) fino a Over hollow grounds (1986). Proprio in quest’ultima installazione compare, peraltro, uno strumento musicale, un gong, trasformato in segno/simbolo iconografico. Era già successo con le opere del periodo berlinese (1983-84), in particolar modo in Berliner klang (1983), installazione in cui compare il simandron, un gong di ferro arcuato in uso presso il monastero di Vatopedi, sul Monte Athos. Si tratta di uno strumento rituale che Bartolini utilizza come un vero e proprio segno modulare in dipinti come Arianna a Berlino (1983) e Suono del sud (1983), fino a trasformarlo in un diagramma ritmico nelle Acrobazie egiziane (1983), sorta di stilizzazione dei movimenti di una danzatrice egizia, ispirati ad un frammento di affresco staccato del Museo Egizio di Torino. Dalla ripetizione ritmica alla raffigurazione iconografica della danza il passo, se mi si concede il gioco di parole, è breve. Le evoluzioni mistiche della danzatrice egizia appaiono anche in Regina, little dancers (1983), mentre l’unione di movimento e ritmo sono il soggetto sia di Il suono che si spezza (1983) sia del polittico Shiva dancing in Berlin (1983), dove Bartolini distribuisce su 25 fogli di carta i segni di un’ideale partitura ritmica e coreografica.

La scansione è, quindi, una modalità ricorsiva in tutta l’opera dell’artista e assume forme diverse, correlandosi di volta in volta con simboli ed archetipi eterogenei. Ad esempio, gli aurei, e un poco orfici, cerchi concentrici dipinti su rettangoli di carta nelle opere dedicate al mito di Atlantide (1980), qui simboli di una centralità spirituale perduta, si trasformano, in seguito, in raffigurazioni spiraliformi e labirintiche o permangono nello stato circolare sotto forma di ruota (Il giardino, la ruota l’autunno, 1986), grafema che nel Buddismo rappresenta il Samsara, ovvero il ciclo di vita, morte e rinascita all’origine della sofferenza degli esseri senzienti. In altri casi i cerchi sono ombelichi (Onphalos, 1985-86), ossia simbolizzazioni del centro del mondo, inteso come asse spirituale e mistico, lo stesso che compare, come segno verticale e divisorio nella cadenzata sequenza di Alberi che costituiscono l’installazione Foresta interiore (1989).

 

Tutti i simboli e i significati a cui allude Bartolini nel corso della sua ricerca possono essere ricondotti alla medesima istanza: il ritmo. Esistono anche lavori dichiaratamente dedicati a questo concetto, come ad esempio Ritmico (1988) e Ineguale, ma ritmico (1988) in cui gli elementi circolari, sovrapposti in senso verticale formano un ennesimo axis mundi. Quanto alla struttura modulare, essa si perpetua anche negli ultimi cicli, Emblematische blumen (1990), O sporos (1991) e, infine, Soffi di luce (1991), che ruotano attorno ad un discorso di proporzioni auree o simmetriche. In Emblematische blumen, infatti, la partizione dello spazio corre lungo una linea aurea orizzontale che si offre come soglia liminare di una realtà superiore, sotto la quale si affastella una materia monocromatica scura e irrequieta. In O sporos, invece, l’elemento verticale, tradizionalmente inteso come asse di comunicazione tra la materia e lo spirito, tra la terra e il cielo, prende la forma di una mandorla allungata. La mandorla, che nella simbologia esoterica è indicata anche come vescica piscis, è un simbolo cristiano (il Cristo in mandorla è una raffigurazione ricorrente, come pure l’identificazione tra il Cristo e il pesce), ma la sua origine è iperborea ed connessa al principio generativo o alla Grande Madre di tutte le tradizioni spirituali. In tal senso, le mandorle di Bartolini sono semi (o sporos), in senso vegetale, ma la forma richiama, inequivocabilmente, l’organo femminile.

Nell’ultimo ciclo di opere dell’artista, i Soffi di luce, la partizione simmetrica genera due valve di dittico perfettamente corrispondenti, alla maniera delle antiche icone portatili bizantine, che servivano da strumento di evangelizzazione per i monaci pellegrini o da oggetto devozionale per i fedeli. Qui si palesa quello che Martina Corgnati ha definito la rappresentazione di un “moto binario”, che è non solo frutto di una bipartizione formale (tra collage e pittura, ad esempio), ma soprattutto un’allusione alla struttura fondante dell’esistenza, quella del respiro, cui aveva già tributato una serie omonima di mosaici nel 1990. “Il ritmo profondo del respiro universale”, scrive Corgnati, “scandisce il divenire di tutte le cose, il cosmico andirivieni da e verso l’Essere”[1]. Infatti, proprio il ritmo del respiro è alla base di molte forme di meditazione spirituale, dai mantra induisti e tibetani (questi ultimi spesso incisi sulle rocce e perfino sulle corna di bue, altro simbolo ricorrente nell’opera di Bartolini) fino alle giaculatorie cristiane, passando per i Dhikr [2]della mistica sufi. Nel 1991 quando Bartolini mise la basmala[3] sulla copertina del catalogo della mostra O sporos, doveva senz’altro sapere che essa è non solo la formula di apertura della preghiera islamica (Fātiha), ma altresì la frase rituale più ripetuta durante lo Dhikr.

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Pavel Florenskij ebbe a scrivere che “nella creazione artistica l’anima è sollevata dal mondo terreno ed entra nel mondo spirituale”. “Lì, senza immagini” – spiegava teorico dell’arte russo – “si nutre della contemplazione dell’esistenza del mondo celeste, tocca gli eterni noumeni delle cose e, impregnata, carica di conoscenza ritorna al mondo terreno”[4]. Pur descrivendo l’esperienza dell’ispirazione nei pittori di icone, entro una prospettiva, come direbbe Elemire Zolla, “tradizionalista”, le parole di Florenskij sembrano ricalcare il ritmo biologico della respirazione. In effetti, le parole “ispirazione” e “respirazione” provengono da una stessa radice e inoltre, in molte lingue antiche e moderne, la parola “respiro” è all’origine di termini come “anima”, “spirito” e “vita”. Tutti concetti che Luciano Bartolini stava cercando di recuperare all’arte attraverso procedure che qualcuno ha definito “inattuali” e che consistevano in un tentativo di recuperare un asse spirituale, quel “centro” che secondo Hans Sedlmayr[5] le arti hanno irrimediabilmente perduto. Da occidentale quale era, Luciano Bartolini ha avvertito questo squilibrio, questo vuoto pneumatico della post-modernità, ed ha tentato in ogni modo di ricostruire un rapporto con le strutture fondamentali dell’essere umano, con quei simboli e quegli archetipi millenari, che egli mescolava con i linguaggi, per antonomasia anti-tradizionali, dell’arte contemporanea.


[1] Martina Corgnati, Il tempo e l’eternità, in LUCIANO BARTOLINI, 1993, Edizioni Essegi, Ravenna.
[2] Il Dhikr, il cui significato letterale è Rammemorazione, è la forma meditativa in uso nella mistica islamica, basata sulla respirazione ritmica accompagnata dall’enunciazione di formule coraniche e dei nomi di Allah. Il Dhikr dei dervisci rotanti, meglio conosciuti come Mevlevi, si chiama Samā, letteralmente Ascolto, e consiste in una danza rituale e simbolica che rappresenta il viaggio di ascesa spirituale verso la perfezione.
[3] La basmala è la formula araba “Bi-smi ‘llāhi al-Rahmāni al-Rahīmi” (In nome di Dio, Clemente, Misericordioso) con cui si aprono tutte le sure del Corano salvo la sura IX.
[4] Pavel Florenskij, Le porte regali, pag. 34, 1997, Adelphi, Milano.
[5] Hans Sedlmayr, Perdita del centro, 1983, Borla, Roma.

Florencia Martinez. Il pasto nudo

9 Lug

di Ivan Quaroni

Ammettiamolo, l’immagine del corpo femminile, preferibilmente nudo, costituisce per il mondo dell’advertising un fattore di sicuro successo. Un manifesto o uno spot catturano l’attenzione del pubblico se offrono la rappresentazione di una donna discinta, ammiccante, che alletta il voyeur con la promessa di un consumo erotico che avverrà, nel migliore dei casi, solo nella fantasia. La pubblicità di questo decennio ha assunto risvolti fortemente sessuali, tanto che l’informazione commerciale relativa a qualsiasi tipo di prodotto pare essersi appiattita sul modello delle campagne dei brand di lingerie e underwear. Tuttavia, il fatto che la pubblicità sia rimasta “in mutande” è solo la conseguenza di una società iper-feticista, che ha conferito alle immagini morbose (non solo di natura erotica o pornografica) un ruolo dominante.

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Nel 2007 su alcuni mezzi pubblici di Torino si poteva vedere la foto di una donna nuda chiusa in una confezione di cellophane. Sull’etichetta, oltre al codice a barre compariva la scritta: “OFFERTA SPECIALE. Ideale per pubblicità, televisione, sfilate”. Il messaggio, rivolto ai consumatori che non gradiscono lo sfruttamento del nudo femminile per fini commerciali, si proponeva di farla finita con i prototipi di mamme sorridenti che si alzano dal letto già perfettamente in ordine e truccate, servono la colazione a tutta la famiglia, puliscono il water e, quando il marito torna a casa dal lavoro, si fanno trovare vestite con provocanti negligé. L’utilizzo stereotipato di modelli che offendono l’immagine della donna è storia vecchia, che risale alle pubblicità degli anni ‘50 e raggiunge la sua acme con l’immaginario fetish e bondage delle più aggressive campagne odierne.

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Nei suoi ultimi lavori, Florencia Martinez usa gli stereotipi pubblicitari relativi al corpo femminile in modo evidentemente critico, accentuando gli elementi disturbanti che sottendono quel tipo di messaggio, come ad esempio, l’equiparazione con i prodotti tipici di consumo alimentare e l’ambientazione nei luoghi tipicamente femminili dello spazio domestico. La nudità che per l’advertising è un fattore di forza, diventa nelle sue opere un sintomo di fragilità, di vulnerabilità esistenziale. Le premesse a questo tipo di considerazione sono semplici e spesso largamente condivise. L’artista argentina le riassume così: “Non è vero che siamo felici, non è vero che la bellezza è immutabile, è invece vero noi corriamo contro il tempo e che tutto ha una scadenza”. Le scadenze, in verità, ci salvano la vita e, allo stesso tempo, ce la consumano. Quelle stampate sulle confezioni degli alimenti che conserviamo in frigorifero, ad esempio, ci preservano dalle intossicazioni, ricordandoci, tuttavia, che il tempo passa e noi, come esseri umani, ci avviciniamo alla nostra data di scadenza. Tutte le scadenze della vita, le bollette, le consegne di lavoro, gli esami scolastici, gli appuntamenti, i mutui, tutte quelle cose, insomma, che devono essere portate a termine entro una certa data, a ben vedere non sono altro che forme quotidiane di memento mori.

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In una società, come la nostra, globalmente ossessionata dal benessere e dalla salute fisica ed estetica, la morte, ma ancor di più l’invecchiamento, sono orribili spauracchi. Per difenderci dalla consapevolezza della nostra fine, abbiamo costruito luoghi in cui è possibile perpetuare l’illusione di un’assurda longevità, come palestre, piscine, saune e centri estetici. Dorian Gray è l’ideale dell’uomo contemporaneo, per il quale contano solo la bellezza e l’emozione subitanea, il capriccio e la sua immediata soddisfazione. Dorian Gray è il paradigma ante litteram del consumatore compulsivo. Quello che il sociologo inglese Zygmunt Bauman ha definito l’uomo che sceglie, l’individuo che prende continuamente decisioni in merito ai suoi consumi poiché le sue scelte non sono mai definitive. L’homo eligens di Bauman non è l’uomo che ha scelto, ma quello che, appunto, sceglie. Perso in un presente ininterrotto, l’homo eligens continua a nutrire l’illusione di poter ingannare il tempo e, con esso, la morte.

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Florencia Martinez affronta il problema del tempo e della bellezza dal punto di vista delle donne, per le quali il decadimento fisico è un fattore debilitante non solo in termini di salute. Il pregiudizio maschile, inverato dalla logica pubblicitaria, insegue l’ideale di una donna eternamente giovane e avvenente, sensuale e condiscendente. A causa di questo stereotipo la donna reale, quella in carne ed ossa, subisce una sorta di ansia di prestazione estetica, il cui destino è quello di aggravarsi con il trascorrere del tempo e la comparsa delle prime rughe, quelle che la pubblicità, con diabolica astuzia ha ribattezzato col termine di inestetitismi. Florencia Martinez ci consegna, invece, l’immagine di una nudità femminile fragile, di una corporeità reale e drammatica, sulla quale è impressa, come un tatuaggio, la data di scadenza. Non una nudità inanimata, che conserverebbe almeno la durata superiore dell’oggetto inerte, ma una nudità organica, carnale, deperibile. Il corpo messo in scena dall’artista è, per dirlo con le parole di Caterina Gualco “ultima spiaggia della proprietà, ultimo possesso individuale, ultimo bene inalienabile, glorificato, negato e martirizzato, materia per il prete, lo psicoanalista, il chirurgo, per lo stilista e il produttore di cosmetici…”[1]. La cucina è lo spazio in cui l’artista decide di inscenare il dramma della deperibilità e della consunzione. Luogo di conservazione dei nutrimenti, ma anche fucina alchemica della loro trasformazione in cibi commestibili, la cucina è un territorio ambivalente, dove gli alimenti vengono preparati (e spesso anche consumati), ma anche buttati. In qualche modo, essa rappresenta il teatro primario del conflitto esistenziale tra consumo e rifiuto. Un dualismo che, secondo Zygmunt Bauman riflette lo schema della società consumista liquido-moderna[2]. La spazzatura è il lato oscuro dell’intera faccenda, essa sta alla società dei consumi come la morte sta all’ossessione per il wellness. L’associazione tra la deperibilità della bellezza e degli alimenti è fondata proprio su questa duplice consapevolezza.

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Con le sue opere ibride, basate sulla commistione tra fotografia, stampa digitale, pittura e ricamo, Florencia Martinez usa i contrasti cromatici, materici e anche tecnici per sottolineare quelli tematici che intende rappresentare. Rispetto al passato, nella sua ricerca sembra venir meno l’aspetto memoriale e, se vogliamo, anche lirico ed evocativo. Prevale, invece, un bianco e nero fotografico duro e impietoso con i colori di fondo in massima parte giocati su scale di grigio che nulla concedono alla tensione ornamentale dei lavori precedenti. L’aspetto esornativo, implicito nel disegno dei tessuti impiegati dalla Martinez, diventa un accessorio secondario, trasparente come una filigrana. Il ricamo non è più uno strumento decorativo, ma assume una valenza comunicativa sotto forma di frasi che offrono una chiave di volta interpretativa. È il caso di Un corazon herido ocupa poco espacio, dove la ferita sentimentale si traduce in immagine di disarmante precarietà esistenziale. L’artista è, insomma, più concentrata sulla forza d’impatto delle figure che non sulla loro appetibilità estetica. Ed è questo, infatti, uno dei lavori più duri dell’artista, in cerca di una sorta di riscatto per il genere femminile e di una rivincita sugli stereotipi e le convenzioni più trite del pensiero maschile. Il Pasto Nudo, titolo mutuato dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, diventa allora il simbolo di un martirio, di un rito sacrificale in cui è immolato sull’altare l’ideale di una beauté incorruttibile e sempiterna. Non si tratta qui di negare l’importanza della bellezza, ma piuttosto di sottolinearne il potere destabilizzante nei confronti dell’uomo, che non nell’impossibilità di possederla, la offende o la occulta. Ecco, allora, il senso di quelle bende, che più che sanare le ferite, servono a nascondere la bellezza dei volti delle donne di Florencia Martinez, vittime di una negazione, di un mancato riconoscimento, ma soprattutto declassate in un degradante stato di minorità civile, sociale e sentimentale. In queste donne offese, ma ancora combattive, sopravvive lo spirito di eroine leggendarie come Circe e Didone.

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Quella di Circe, che prima trasforma i compagni di Ulisse in maiali e poi s’innamora dell’eroe omerico, dandogli ben due figli (Telegono e Cassifone), è in fin dei conti la storia di una sconfitta, di un addomesticamento. In riferimento al mito della maga e regina, Florencia Martinez sceglie di rappresentare il momento più alto della sua vicenda, eleggendo i maiali a simbolo della natura ferina degli uomini. In molte tradizioni religiose, il maiale riveste, infatti, un significato negativo. Per l’ebraismo e per l’Islam, che osservano la prescrizione di non mangiare carne suina, non esiste bestia più abbietta. Nel libro del Levitico (11, 7-8) è scritto che “il porco, perché ha l’unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri”.  Nel Corano, alla Sura II, 173 si legge: “In verità vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah”. L’equivalenza uomini-maiali suona quindi come un impietoso j’accuse nei confronti del genere maschile, in attesa di un riscatto che deve ancora venire.

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Quella di Didone, fondatrice di Cartagine e regina di Tiro, innamorata di Enea tanto uccidersi alla sua partenza, è la storia di un sacrificio, ma anche di un riscatto. La regina fenicia è, scrive Dante nel V canto dell’Inferno, “colei che s’ancise amorosa/E ruppe fede al cener di Sicheo”, ovvero quella che si uccise per amore di Enea, tradendo, allo stesso tempo, la memoria del defunto marito (Sicheo). Sulla sua figura aleggia un’implicita condanna morale. Tuttavia, la storia vuole che, una volta morta, Didone sia stata divinizzata dal proprio popolo col nome di Tanit, il cui culto sopravvisse alla distruzione di Cartagine, perpetuandosi fino all’avvento delle invasioni barbariche. Le eroine di Florencia Martinez attendono ancora di essere riscattate. Per loro, che non sono divinità o regine, ma semplici mortali, il riscatto non può che avvenire entro i confini di questa società e di questa epoca, nelle leggi e nelle consuetudini degli uomini. Preferibilmente, entro la data di scadenza.


[1] Caterina Gualco, Il Corpo Rinato, a cura di Fabrizio Boggiano, catalogo stampato in occasione della mostra omonima, Ferrari editore, 1999, Genova.

[2] La questione è trattata in Zygmunt Bauman, Vita liquida, Edizioni Laterza, 2008, Bari.

Enzo Forese. Fumo dei fumi

8 Lug

di Ivan Quaroni

“Tutte le cose che ora vedi saranno presto trasformate
dalla natura che tutto governa, che altre ne produrrà
con la loro materia, e con la materia di queste via via
altre ancora, perché il mondo resti sempre giovane”.
(Marco Aurelio, Pensieri, VII, 25)

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Della sua passione per l’antica poesia greca Enzo Forese non ha mai fatto mistero, in particolare, per i frammenti lirici dell’Antologia Palatina, in buona parte anonimi, dove ricorrono ossessivamente il motivo del tempus fugit, della bellezza e del vigore fisico che svaniscono e delle illusioni che si dissolvono come cenere al vento. Tutto ciò che è effimero, instabile e volatile è indicato, secondo tradizione, come vanitas vanitatis, espressione usata per tradurre, in origine, un verso dell’Ecclesiaste, “havel havelim”, per il quale Guido Ceronetti ha recentemente proposto la versione “fumo dei fumi”. Proprio il fumo, sostanza evanescente per eccellenza, è il pilastro sul quale poggiano i nuovi lavori di Forese, sospesi tra pittura, assemblaggio e collage. Il fumo “fumato” delle sigarette e delle pipe, ma anche quello “residuo” dei fiammiferi, dei cerini e degli svedesi, di cui non restano che i contenitori, le stecche, i pacchetti, gli astucci, le custodie, le scatolette. Su questi resti di packaging, simulacri di un piacere ormai spento, di un godimento estinto, l’artista allestisce il suo falò delle vanità, convertendo il monito sull’imminenza della fine in esortazione a cogliere i piaceri della vita. Sono lavori in cui risulta evidente che Forese ha compiuto una scelta tra due facce di una stessa medaglia, preferendo il gaudium vitae di Lorenzo il Magnifico al memento mori di Savonarola.

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Entrambi gli avvertimenti muovono, infatti, dal presentimento di un destino inevitabile, ma mentre nel primo prevale un’intenzione celebrativa, una lieta gratitudine, nel secondo domina il rifiuto per i piaceri effimeri, in vista di presunti benefici durevoli. Forese opta per il bicchiere mezzo pieno, perché quello mezzo vuoto non si può bere. E così, pur prendendo le mosse da un sentimento malinconico, egli riesce a costruire un universo felice e accogliente, un mondo di forme e colori in cui si avverte, palese, tutto l’amore per l’inafferrabile bellezza del creato. In questa nostalgia, assai diversa dall’umor nero degli alchimisti, non v’è traccia di acredine, né di rovello. Il rimpianto per le morte stagioni per la giovinezza che si fugge, è sublimato nella concezione di un’arte profonda e lieve ad un tempo.

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Così, come negli altri artisti cresciuti nell’humus toselliano, da Kazumasa Mizokami ad Antonio Sofianopulo, da Gabriele Turola a Paolo Truffa, da Lisa Ponti a Bonomo Faita, anche in Forese si avverte quella levità di tono, divenuta il segno distintivo della galleria. Una levità che, tuttavia, è bene non scambiare per leggerezza, poiché, com’è noto, la semplicità è sovente frutto di una saggia elaborazione della complessità. Cosa evidente soprattutto in queste nuove opere dell’artista, tributo ad una “dissipazione felice”, rappresentata dalle donne, dal fumo e dalla sensibile grazia dei colori. In trasparenti scatole di plexiglas, Forese racchiude una teoria di templi dedicati a conturbanti dee terrene, santuari effimeri innalzati su basamenti fragili, vestigia di una consumazione (quella di tabacco) che allude al dispendio di energie vitali, che sfumano, anch’esse, come le volute azzurrine di un sigaro.

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Forese edifica questi altari recuperando miniature di conturbanti, quanto discinte, damine parigine, di seducenti pin up giapponesi e di eroine dei fumetti e dei cartoon, come Betty Boo o Wonder Woman, dimostrando, così, di saper piegare gli emblemi della cultura pop globale alle proprie urgenze espressive, restando impermeabile all’influsso delle mode del tempo. Così, mentre si diffonde in Europa la mania americana e giapponese per vinyl toy, action figure e pupazzetti di plastica disegnati da artisti e designer di grido, sorprende che Forese si trovi, senza volerlo, perfettamente allineato allo zeitgeist contemporaneo. Proprio lui, che ha fabbricato con la pittura un universo introspettivo di paesaggi disabitati ed eterne primavere, di fiori fragranti e languide bagnanti, lui, che si è ispirato alla Poesia e alla Filosofia dell’età classica, gettando, di tanto in tanto, uno sguardo furtivo alle immagini grossolane della cultura di massa.

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In un certo senso, gli ultimi lavori dell’artista appartengono al genere delle vanitas, sebbene, rispetto all’ormai consunto immaginario delle nature morte, introducano un sentimento giocondo e festoso. Le maliziose eroine di Forese sono, infatti, perfette incarnazioni della joie de vivre, ma, attenzione, il loro valore è duplice, poiché se da un lato rappresentano la giovinezza e il piaceri della vita, dall’altro trasmettono un sentimento di nostalgico languore e pacato rimpianto. Forese accentua questa anomalia, tutta giocata sulla contraddizione tra forma e significato, quando dipinge sulle scatole di tabacco e i pacchetti di sigarette pattern geometrici dai colori vivaci, alcuni dei quali, in verità, sono riprese e citazioni di sue opere precedenti. La sensazione è che Forese abbia voluto estendere il linguaggio della sua pittura oltre i confini bidimensionali, includendo elementi che non sono estranei al suo modus operandi. È il caso dei pacchetti di sigarette, usati in passato come supporti per la costruzione di splendidi fiori circolari, ma anche delle pin up, già incluse in una precedente serie di piccole tele pop dedicate all’immaginario erotico degli autotrasportatori.

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Ora, sebbene l’artista ribadisca che il motore del suo operare è il sentimento malinconico, ciò che affiora in questi, come nei precedenti, lavori è invece un senso d’ineludibile serenità interiore, che sfocia in un moto di umana pietas. Qualità rare, queste, che si trovano unicamente in quei pittori solitari e senza tempo – come Salvo e Jan Knap – capaci di rappresentare la realtà senza ricalcarla mimeticamente, ma anzi deformandola e stravolgendola fino trasfigurarla in una dimensione spirituale alternativa. A questa tipologia di pittori, per i quali lo storico dell’arte francese Henri Focillon faceva appello ad una genealogia dell’unico, appartiene anche Enzo Forese, costruttore di mondi immaginifici, dove gemmano fiori sconosciuti.

Riccardo Gusmaroli. Così vicino, così lontano

4 Lug

di Ivan Quaroni

“La creatività non è solo produrre cose (questo lo fanno le industrie),
ma creare cose nuove, che prima non esistevano”
(Rich Gold, Le leggi della pienezza)

 

Le idee sono la materia prima dell’arte, la sostanza di cui sono fatte le opere. Bruno Munari, che d’idee se ne intendeva, aveva capito che esse nascono, di solito, da una rilettura di ciò che c’è già. Lo aveva dimostrato nel suo splendido libro Da cosa nasce cosa, vero e proprio vademecum dell’era post-industriale per la progettazione e creazione di manufatti, immagini, concetti. Un altro grande pensatore, Edward De Bono, ha intuito che il pensiero creativo è il prodotto di una visione diversa, di uno sguardo laterale, inaspettato, capace di generare nuove risposte a vecchie domande. “L’obiettivo del pensiero laterale”, scriveva il pensatore maltese, “è quello di osservare le cose in modi diversi, di ristrutturare i modelli, di generare alternative”[1]. In fondo, quello del pensiero laterale, è un metodo che aiuta a liberare la mente dalle prigioni concettuali delle vecchie idee e produce un cambiamento di atteggiamento e di approccio. Si tratta, insomma, di guardare le cose da un altro angolo visuale, che prima non era stato considerato.

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Ora, esistono tanti tipi di artisti, ma non sono molti quelli capaci di generare una visione davvero alternativa della realtà. Riccardo Gusmaroli appartiene certamente al novero di coloro che hanno avuto, e continuano ad avere, intuizioni sorprendenti e inaspettate. Di lui si è spesso detto che ha saputo ereditare un certo atteggiamento dell’arte del secondo Novecento. I debiti vanno soprattutto a Lucio Fontana, a Piero Manzoni e Alighiero Boetti, con i quali è lecito stabilire parallelismi e affinità elettive. Si è anche scritto a proposito della sua appartenenza al clima culturale e artistico dei primi anni Novanta, che riscopriva il valore della leggerezza e dell’ironia, attraverso la predilezione per supporti semplici e prosaici come la carta e una certa vocazione per l’intervento minimo, per lo scarto quasi impercettibile, adoperato su oggetti e immagini preesistenti. Poco si è detto, invece, a proposito della sua attitudine di bricoleur, che lo porta a generare soluzioni alternative e quindi inedite.

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Ogni suo nuovo ciclo appare, infatti, come la testimonianza di un esercizio intenzionale di ristrutturazione dei modelli visivi e percettivi. I vortici di barchette di carta intorno ai continenti, le spirali di pastiglie che disegnano suadenti arabeschi, le carte nautiche con i mari increspati da una moltitudine di origami, i buchi estroflessi che ipotizzano nuove morfologie vulcaniche e poi le uova ricamate a traforo, alla maniera di vecchi merletti, le battaglie navali, le foto di raffinatissimi lampadari di cristallo con le gocce dipinte da mille pittorici barbagli, dimostrano la facilità con cui Gusmaroli sposta, di volta in volta, il proprio angolo visuale, mettendo a soqquadro cliché e stereotipi consolidati.  Il suo è il modus operandi del trickster, figura mitica del folclore, che mette in moto cambiamenti imprevedibili e sovverte la percezione ordinaria della realtà. Come nei Vortici, rappresentazioni di un nuovo modo d’intendere la geografia, che sposta l’attenzione dall’aspetto cartografico a quello energetico e, se vogliamo, spirituale. Le linee circolari e concentriche delle barchette, infatti, non disegnano solamente nuove, e fantastiche traiettorie intorno alle terre emerse, ma sottolineano i flussi delle correnti, i loro campi magnetici, in una sorta d’immaginaria geomanzia, che riconfigura il mappamondo secondo criteri illogici, ma altamente lirici e suggestivi.

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La suggestione è, di fatto, un elemento centrale del linguaggio di Gusmaroli, che usa la luce in senso squisitamente pittorico, sfruttando al massimo le sfumature d’ombra prodotte dalle barche, talora giocando sul contrasto texturale tra materiali diversi, come la foglia d’oro (e d’argento) e la carta, talaltra modulando la ritmica di ogni rappresentazione con calibrati addensamenti e rarefazioni di segni. Poco importa se quei segni sono tridimensionali e hanno la forma di minuscoli natanti di carta. Quel che conta è piuttosto il risultato estetico, ma anche metaforico, di questi lavori, che si prestano a innumerevoli possibilità di lettura. C’è, infatti, chi rileva soprattutto l’aspetto ironico della ricerca di Gusmaroli, la sua tendenza a cambiare il significato degli oggetti con quei lievi scarti cui accennavamo sopra. Chi, invece, interpreta i suoi lavori in un senso più poetico, apprezzandone il lato evocativo e fantastico. Chi, infine, ne ammira le soluzioni formali, l’eclettica varietà di cicli, che spaziano dall’intervento oggettuale alla fotografia, fino alla pittura, evidenziando la propensione nomadica dell’artista. Proprio la serie dei Vortici può essere letta come un’allegoria del viaggio, inteso come un girovagare ellittico e spiraliforme tra i meandri dell’immaginazione e della psiche. Non è un caso, infatti, che una variante dei Vortici è quella in cui le barchette di carta sono sostituite da lunghe file di pillole, che potrebbero essere interpretate come una sorta di conversione del viaggio immaginario in un trip allucinato, magari provocato dall’abuso di psicofarmaci. Eppure, la natura fondamentalmente ironica (e non drammatica) del lavoro di Gusmaroli ci fa venire il sospetto che quelle pillole, quelle compresse rosse e bianche siano piuttosto dei farmaci che producono un benefico effetto placebo.

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In verità, è la natura stessa dell’arabesco, del ghirigoro, di cui Gusmaroli ha fatto ampio uso anche nei dipinti e negli interventi su fotografie, a suggerirci l’idea che il viaggio possa essere un’esperienza compiuta in uno stato alterato di percezione. D’altra parte, in molte tradizioni orientali, una delle funzioni dell’arabesco è precisamente quella di indurre l’osservatore a entrare nella dimensione contemplativa della meditazione, basti pensare ai grandi apparati decorativi delle moschee islamiche o ai mandala nepalesi e tibetani. Molti lavori di Gusmaroli possiedono un’analoga qualità ipnotica, non solo i Vortici, ma anche certe carte bianche, ritmicamente disseminate di barchette o di origami di forma stellare, che finiscono per sembrare diagrammi incomprensibili, schemi grafici di cui non riusciamo a cogliere la misteriosa funzione. Sono opere in cui appare evidente il riferimento a molta arte astratta del secolo scorso. Ne sono un esempio quelli che l’artista chiama Vulcani, e che somigliano a una versione rovesciata ed estroflessa dei buchi di Fontana, ma con l’aggiunta dell’immancabile colore oro che scintilla nella bocca di ogni cratere. Persino in questi altorilievi, in bilico tra seconda e terza dimensione, a prevalere è sempre il senso del ritmo, l’istinto per il pattern, che è poi il riflesso di una tendenza a replicare ad libitum un’idea, una forma, fino a quando questa non sia definitivamente acquisita e si possa poi passare ad altro.

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Il ritmo, cui accennavo pocanzi, non è altro che il susseguirsi di una serie di accenti, una sequenza periodica più o meno regolare di figure, di grafemi, di sintagmi. Le Uova ricamate sono forse l’esempio più calzante di come la struttura dell’arabesco influisca sul processo creativo di Gusmaroli, il quale prende una cosa comune, in qualche modo prosaica, come un uovo di gallina, e la trasforma in un manufatto prezioso, minuziosamente scolpito con un trapano a punta sottilissima. Il gusto miniaturistico è un elemento ricorrente della grammatica dell’artista, spesso associato all’idea di forzare le possibilità dei materiali fino a dimensioni minime. Le piccole barchette di carta e le altrettanto minute stelle piegate secondo la tecnica giapponese degli origami, dimostrano come, accanto al piacere “artigianale” di fabbricare oggetti, vi sia in Gusmaroli una vena memoriale, intima, che rimanda ai giorni lontani dell’infanzia, tempi in cui i bambini si divertivano con attività semplici, come costruire barchette e giocare a battaglia navale. I lavori dedicati al tema delle Battaglie navali, in fin dei conti, riguardano proprio questo sentimento di nostalgia, ma vissuto in modo ironico, anziché malinconico. Le navi di Gusmaroli, infatti, sono bersagli mancati, le bombe esplodono attorno al loro perimetro, con scoppi iridescenti di pittura, ma senza centrare mai un colpo. Se il destino d’incrociatori e portaerei è di colare a picco, allora sarà piuttosto per autoaffondamento, come nel bellissimo lavoro in cui i natanti s’inclinano all’unisono sulla superficie del foglio, scivolando, concordi, verso abissi immaginari. Ecco, nelle opere di Gusmaroli, c’è sempre il risvolto positivo, le barche veleggiano nella certezza che a ogni deriva corrisponde un approdo, nelle battaglie si sparano colpi a salve di vernice colorata e l’unica controindicazione delle pillole placebo è un esubero d’immaginazione. Quella stessa immaginazione che l’artista usa per trasformare la realtà a noi più vicina in qualcosa di straordinario, qualcosa che ci proietta aldilà dei confini del quotidiano, verso mondi lontanissimi, dove tutto è possibile.


[1] Edward De Bono, Creatività e pensiero laterale, pag. 128, BUR, 2007, Milano.

Kazumasa Mizokami. Volevo esprimere un pensiero

2 Lug

 

di Ivan Quaroni

“Credere nelle cose che puoi vedere e toccare non significa credere,
ma credere nell’invisibile è un trionfo e una benedizione”
(Abramo Lincoln)

Chi conosce la cultura orientale sa che i giapponesi riconoscono nelle ombre della luna la figura di un coniglio. Non solo. È un coniglio intento a pestare il riso in un mortaio per farne del mochi, un tradizionale dolce di capodanno. Lo chiamano tsuki no usagi, il coniglio lunare. L’uomo ha sempre guardato alla luna con occhi sognanti, intravedendo nelle sue macchie le forme più bizzarre. Ogni bambino, almeno una volta, ha fatto questo gioco con le nuvole e ha indovinato nelle loro forme ogni sorta di creatura. Si tratti di nuvole o di macchie lunari, il procedimento è sempre lo stesso: qualcuno scruta il cielo per carpirne i segreti o semplicemente per esercitare la fantasia. Kazumasa prova a capovolgere la direzione del gioco e immagina, così, di guardare la Terra da un punto di vista orbitale. Giacché immaginare, non equivale a osservare, l’installazione di Kazumasa, intitolata appunto La Terra vista dalla luna, non riproduce, come ci si aspetterebbe, l’aspetto della morfologia terrestre, così come ce lo restituiscono le ormai popolarissime immagini satellitari di Google Earth. Quella dell’artista nipponico è, invece, una Terra ricostruita attraverso uno sguardo interiore, un punto di vista che è prima di tutto ermeneutico e, dunque, assertivo.

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Nella visione di Kazumasa, la Terra è un globo contenente le forme di un uomo e di una donna, al cui centro campeggia, come una sorta di umbilicus mundi, la testa di un neonato. I contorni sono sfumati, come pixel sgranati, forse per effetto dell’atmosfera, ma è chiaro che le figure si tengono per mano, in un ideale girotondo cosmico, che potrebbe essere una variante interstellare della danza matissiana.  Di là dalle similitudini con l’emblema orientale del Tao, che compendia il principio di complementarietà degli opposti, l’installazione di Kazumasa è evidentemente un simbolo della creazione, intesa non solo come concepimento biologico, ma anche come generazione immaginativa. Secondo il filosofo Bob Proctor, la creatività procede in maniera discendente dal pensiero alle idee e da queste ultime al piano della realtà materiale e non viceversa. Un percorso che ricalca assai fedelmente il modus operandi dell’artista, che fa sempre precedere l’immagine mentale (e quindi il disegno) alla realizzazione delle opere. Si vede particolarmente nel modo in cui s’ispira alla natura, cercando di coglierne la verità più profonda, piuttosto che ricalcarne mimeticamente la morfologia.  I temi e i soggetti trattati da Kazumasa non nascono, infatti, da un’impressione ottica, retinica dell’universo, ma da uno sforzo interpretativo.

I fiori, le corolle, i pistilli, i petali e gli stami, che con tanta acribia modella nella terracotta e poi colora in vivaci tinte acriliche su una base di gesso bianco, non trovano alcun riscontro nelle classificazioni botaniche. Un esempio tipico sono le opere del Calendario, un work in progress che consiste nella creazione di un piccolo giardino fiorito per ogni giorno dell’anno. Si tratta di prati del pensiero, di brani di pura astrazione che completano le caselle di un immaginifico scadenzario, di un almanacco dominato da una geometria algoritmica, solo apparentemente caotica. Ogni giardino è il frutto di un’idea oppure di un’impressione, di uno stato d’animo che non rispetta necessariamente la stagionalità floreale. Nell’arte di Kazumasa a febbraio può germogliare un giardino primaverile perché le stagioni sono relative, vincolate come sono alla geografia, mentre nella mente possono sbocciare fiori meravigliosi in qualunque momento.

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Il pensiero, come luogo topico della creazione e della comprensione, è ossessivamente presente nell’arte di Kazumasa. L’artista vi ritorna in ogni occasione, cercando di penetrare i segreti della natura a partire da un’immagine cerebrale. Nel caso di Volevo esprimere un pensiero. (Pensiero di Nietzsche), la rappresentazione è addirittura tautologica. L’opera è un globo composto di centinaia di fiori blu, una sorta di nucleo di pensiero, un conglomerato fisico d’idee che appartiene a un ciclo di lavori dedicati ai pensatori che con le loro visioni hanno contribuito all’evoluzione dell’umanità.  Sono visualizzazioni di pensieri anche opere come Volevo esprimere una passione in cuore (La gelosia) e Volevo esprimere un paesaggio mentale. (La notte che cade dal cielo), dove lo sforzo dell’artista consiste nel tentare di rappresentare l’invisibile, ossia concetti astratti e immagini che difficilmente possono assumere una forma.

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La ricerca di Kazumasa si configura, quindi, come uno sforzo, una tensione. Un cammino erratico pieno d’insidie, assai diverso da quello di discipline come l’architettura o il design, dove la fedeltà al progetto è di rigore. Per lui la possibilità di fallire è una necessità. Sbagliare è, infatti, l’unico modo per comprendere la natura delle cose ed è, in fondo, ciò che distingue l’arte da tutte le altre attività creative. Nelle opere di Kazumasa si avverte l’imprinting di un approccio originale, inconsueto, che mescola l’incertezza del dubbio con la certezza dell’intuizione.  A lui si adatta quanto Edward De Bono scrive a proposito del Pensiero Laterale: “Si tratta di considerare le cose non soltanto per quelle che sono, ma anche per quello che potrebbero essere. In genere, una stessa cosa può essere esaminata sotto molti aspetti, e talvolta i punti di vista meno ovvi si rivelano i più utili”[1]. La sua prassi operativa include l’errore e il dubbio, che sono il portato della cultura occidentale, ma anche la scrupolosità e il sentimento di ordine tipici della cultura orientale.

Nato ad Arita nel 1958 ed educato all’arte tradizionale (dunque alla monocromia delle chine), Kazumasa si libera lentamente del proprio background venendo a contatto con culture antitetiche. Dal 1982 al 1987, infatti, risiede in Messico, dove insegna scultura, mentre dal 1988 è stabilmente in Italia, dove, a sua detta, scopre l’energia musicale del colore e viene influenzato da artisti come Salvo e De Maria. Le sue sculture sono, come nell’antichità, caratterizzate da un sapiente uso dei colori. Usa, infatti cromie dalle tinte pastello, che aggiungono ai rilievi della terracotta una levità inedita. Se è vero che scopre il colore in Italia, così come Paul Klee l’aveva scoperto in Tunisia, è altrettanto vero che il suo pudore e la sua delicatezza nell’uso di quelle tinte sono attribuibili al cotè della cultura nipponica.

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Anche i temi che egli affronta rimandano spesso al principio di complementarietà caro all’Oriente. Nelle sculture, uomini e animali sono sempre rappresentati insieme al loro principio vitale: i pensieri degli uni corrispondono ai semi degli altri. I suoi uomini sono, infatti, individui contemplativi poiché le idee sono il cibo dell’umanità, come nel caso di Volevo esprimere un uomo (uomo blu), mentre gli animali, spesso piccoli roditori, ghermiscono grandi semi che rappresentano la loro principale fonte di nutrimento, come in Volevo esprimere un animale (Animale che gioca con verde). Insomma, per l’artista ogni forma obbedisce a un assioma che ha fondamento nella natura stessa. L’equilibrio tra opposti, che gli alchimisti chiamano conjunctio oppositorum, sembra improntare tutta la sua opera in una sorta d’integrazione di principi e umori contrari, dalla crasi tra Oriente e Occidente all’unione di maschile e femminile, fino all’alternanza tra stati d’animo malinconici e gioiosi.  D’altra parte, come scrive Gilles Deleuze, “una cosa non ha mai un unico senso. Ogni cosa ha più sensi che esprimono le forze e il divenire delle forze che si agitano in essa”. “Anzi non c’è la cosa”, prosegue il filosofo francese, “bensì soltanto delle interpretazioni e la pluralità dei significati”[2].

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[1] Ne fa menzione Bruno Munari in Da cosa nasce cosa, pag. 318, Editori Laterza, 2000, Bari.
[2] Gilles Deleuze, Il Divenire molteplice. Saggi su Nietzsche, Foucault e altri intercessori.