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Giorgio Griffa. Silenzio: parla la pittura

9 Mar

di Ivan Quaroni

Giorgio Griffa, Pennello piatto, 1970, acrilico su cotone/acrylic on canvas, cm 101x98

Giorgio Griffa, Pennello piatto, 1970, acrilico su cotone/acrylic on canvas, cm 101×98

La ricerca pittorica di Giorgio Griffa è, per convenzione, ascritta all’ambito delle tendenze nate nello scorcio finale degli anni Sessanta e variamente denominate come Anti-Forma, Pittura-Pittura o Pittura Analitica. Si tratta di definizioni utili, che evidenziano alcuni aspetti di quel tipo di indagine, ma che, inevitabilmente ne trascurano altri.. “Pittura Analitica”, la più fortunata di queste sigle, ad esempio, pone l’accento sull’approccio razionale. L’analisi è, infatti, un metodo di scomposizione degli elementi e, al contempo, una procedura di riduzione ai fattori basilari ed elementari di un problema. Il problema in questione è ovviamente la pittura come linguaggio, una grammatica costruita su plurisecolari stratificazioni che riflettono la storia del pensiero umano lungo tutto il corso della sua evoluzione, un bagaglio di conoscenze e di pratiche che non possono essere ignorate e che giacciono, come cellule dormienti, dentro i confini del suo campo operativo. L’atto stesso di stendere il colore su una superficie richiama (o riattiva), inevitabilmente, un serbatoio di memorie e di azioni anteriori, che sono parte integrante del processo evolutivo dell’uomo. Nella fattispecie, del processo di rappresentazione del mondo, il quale muta e si adatta al volgere di ogni epoca.

Nei suoi scritti, Griffa riepiloga spesso le tappe di quest’affascinante percorso, sottolineando il fatto che per la pittura (e per l’arte in genere), il passato abbia un valore primario e “portante”. Ricorda, ad esempio, il ruolo della sezione aurea nella concezione spaziale dell’Arte Greca, quello del canone prospettico del Rinascimento nella rappresentazione di un mondo perfetto, ideale oppure l’impatto che la Teoria della Relatività di Einstein, il Principio di Indeterminazione di Heisemberg o il Teorema dell’Incompletezza di Gödel hanno avuto sulle ricerche artistiche del secondo Novecento. Griffa è consapevole del legame che la pittura ha sempre intrattenuto con le conoscenze filosofiche, matematiche, scientifiche di ogni tempo. L’approccio analitico, documentato dai pensieri espressi nei suoi scritti, conferma e, in qualche modo avvalora, la fortuna di quella definizione. La pittura di Griffa è analitica nel senso che affronta il problema del linguaggio tornando ai suoi elementi primari, ossia i segni e i colori. Accanto a questi sintagmi, anche la tela, con le sue specificità, le sue tracce, le sue pieghe, la sua consistenza, diventa un elemento primario. Per l’artista torinese, la tela non è, infatti, un campo neutro e indistinto, ma un luogo epifanico, in cui segno e colore trasformano la potenzialità della pittura in realtà. Spogliata di tutti i fattori funzionali che la storia le ha attribuito, la pittura resta sostanzialmente un evento, un accadimento.Griffa ha più volte ribadito che la pittura compie un balzo nel momento in cui si consuma uno spostamento dalla visione esterna alla rappresentazione interna dell’evento. Quando afferma “Io non rappresento nulla, io dipingo”, l’artista delimita con precisione i confini del suo operare e prende le distanze sia dall’astrazione tradizionale, che considera una forma di rappresentazione idealizzata, non molto distante da quella rinascimentale, sia dalla figurazione, che si occupa, appunto della descrizione esterna dei fenomeni. Per Griffa lo slittamento verso l’interno corrisponde a uno spostamento d’attenzione verso l’atto stesso del dipingere. “La pittura ha sentito molto presto”, racconta l’artista, “l’impulso a percorrere un sentiero conoscitivo che altri aspetti del sapere umano percorrevano, cioè quello di introdursi dentro i fenomeni anziché descriverli dall’esterno (quello che la scienza ha incominciato a fare nell’Ottocento)”.1 Ma introdursi dentro i fenomeni, significa ripartire dal rapporto primario con la pittura, dalla relazione fisica e fisiologica dell’artista con i materiali e i supporti. Nella Pittura Analitica un tratto comune ad alcuni artisti, penso soprattutto a Marco Gastini e a Claudio Olivieri, è proprio questa rinnovata attenzione nei confronti della pratica e dei suoi strumenti operativi. Le opere esposte in questa mostra – la settima personale con i Lorenzelli – sono tutte databili tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Settanta e appartengono al ciclo dei cosiddetti Segni Primari.

Giorgio Griffa, Senza titolo, 1973, acrilico su juta, cm 98x98

Giorgio Griffa, Orizzontale policromo, 1973, acrilico su juta/acrylic on jute, cm 98×98

Sono lavori che, abbandonato ogni residuo di figurazione, introducono per la prima volta il carattere specifico della grammatica dell’artista. Una grammatica fatta di segni elementari di colore, per lo più sequenze di linee verticali, oblique, orizzontali, che si stagliano ritmicamente sulla superficie della tela. Le tele sono prive di telaio e sono appese direttamente alle pareti per mezzo di chiodi. Ogni tela, caratterizzata da una diversa trama e coloritura, è segnata da pieghe che scandiscono la superficie con una sottile partitura d’ombre, quasi a disegnare un diagramma di ascisse e ordinate sul tessuto.
Alla memoria dei supporti, della materia, Griffa sovrappone la memoria della pittura, tracciando semplici linee, segni che, attraverso la fragranza del colore, illuminano l’accadimento pittorico nel suo compiersi.
Le improvvise interruzioni, gli spazi vuoti indicano, infatti, che l’azione non è già compiuta, ma è in pieno svolgimento. Per Griffa la pittura è un accadimento presente, un’azione il cui verbo non raggiunge mai lo status di participio passato. Il presente diviene, così, metafora di un tempo infinito, un luogo in cui il soggetto coincide con l’azione – ad esempio il pittore con la pittura. Il presente non è quantificabile in termini di durata, perché essa è un attributo precipuo del passato o del futuro. In quest’ottica, gli spazi vuoti e le interruzioni nelle sequenze segniche della pittura di Griffa sembrano alludere alla condizione sorgiva, eternamente viva, della pittura. Ed è proprio nell’affrontare questi aspetti del lavoro di Griffa, che la definizione di Pittura Analitica inizia ad apparire non del tutto adeguata.

Giorgio Griffa, Senza titolo, 1973, acrilico su juta, cm 100x97

Giorgio Griffa, Segni orizzontali, 1973, acrilico su juta/acrylic on jute, cm 100×97

Quello che Griffa scopre, dipingendo e riflettendo continuamente sulle ragioni di questa pratica, è il rapporto della pittura con l’ignoto, con l’ineffabile, cioè con una dimensione della conoscenza, irriducibile alle formulazioni del pensiero filosofico e scientifico. Questa relazione con l’ignoto, che la assimila, per certi versi, alla religione, è antica. C’è sempre stata, nella storia, una sorta di affinità dell’arte con le pratiche divinatorie. Il potere delle immagini permette di valicare i confini della ragione, per connettersi con la sfera dell’inconoscibile attraverso gli strumenti della metafora, dell’allegoria, del simbolo. Ora, il simbolo, nella sua indeterminatezza, è uno strumento che si pone all’opposto del metodo analitico. Tramite il simbolo, l’allegoria, la metafora, l’arte è in grado di cogliere gli aspetti multiformi, mobili e contradditori della realtà, componendoli in un linguaggio allo stesso tempo chiaro e oscuro, diretto e indiretto, come le formulazioni sibilline degli indovini.
La novità consiste, semmai, nell’aver trasformato questa consapevolezza in un metodo, in un modus operandi.Per Griffa, la rappresentazione dello spazio interno all’accadimento, all’evento, si realizza tracciando sulla superficie della tela una sequenza di segni, senza necessariamente obbedire alle regole tradizionali della composizione. I segni primari, nella loro semplicità, sono disposti a formare una successione ritmica che, a un certo punto, s’interrompe, lasciando spazio a quel vuoto che diventa sinonimo d’incompletezza, ma anche allusione a infinita potenzialità.
Il ritmo, come ha spesso scritto l’artista, rimanda ai primi processi conoscitivi dell’uomo, che comprende il mondo tramite l’alternanza ritmica delle stagioni, dei tempi di semina e raccolto, dei cicli di gestazione delle gravidanze e così via. Ma il ritmo è anche il modo con cui Griffa attraversa lo spazio della pittura, tracciando un segno dopo l’altro, quasi per carpirne l’intima struttura.
I dipinti degli anni Sessanta e Settanta (per intenderci quelli del ciclo dei Segni primari precedenti alle Connessioni) presentano scansioni ritmiche straordinariamente asciutte e severe, con tracciati di linee sottili, oppure con segni di colore più spessi, che occupano solo una minima parte della tela. Soprattutto i lavori della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, sono caratterizzati da interventi minimali su superfici in massima parte vuote, appena screziate dalle piegature del tessuto. C’è, in queste formulazioni una stringatezza, una concisione che fa pensare al rigore delle linee architettoniche delle chiese romaniche. Le partiture sono orizzontali, verticali o oblique, ma sempre lineari, cioè non ancora fiorite in quelle enunciazioni esornative, memori del Barocco, che caratterizzano il lavoro successivo dell’artista.

In queste opere si avverte come ogni sequenza sia il prodotto della ripetizione di un solo tipo di segno, ogni volta diverso proprio perché, essendo tracciato a mano libera, trasferisce sulla tela anche il gradiente emotivo, umano del gesto.
Griffa lavora disponendo la tela su un piano orizzontale, per evitare le colature di colore e ribadire, così, la natura elementare del segno. Se ogni linea corrisponde a un pensiero, il colore manifesta, invece, la traccia più evidente dell’azione, “della pittura nel suo stesso farsi”, direbbe l’artista: “(…) io sono convinto”, affermava, “che la pittura ha questa memoria così forte, così importante, per cui l’unico gesto che mi resta da fare è quello di mettere il mio pennello, la mia mano al servizio della pittura (…)”.2 Quella che appare come una sottrazione, innanzitutto dell’ego dell’artista, finisce, invece, per produrre un’addizione. Perché la pittura, con il suo carico millenario di memorie, diventa il soggetto stesso del dipingere.

 Giorgio Griffa, Senza titolo, 1973, acrilico su juta, cm 100x98

Giorgio Griffa, Segni orizzontali policromo, 1973, acrilico su juta/acrylic on jute, cm 100×98

In pratica, Griffa ammette di fare da tramite a tutte le esperienze che l’uomo ha affidato alla pittura nel corso dei secoli. Rispetto alla concezione tradizionale dell’artista come medium, per esempio nella tradizione bizantina delle icone, c’è una sostanziale differenza. Qui è, piuttosto, la pratica stessa del dipingere che attinge al fondo di se stessa, alle vestigia di tutte le sue conquiste passate e presenti, riattivate dal semplice gesto di stendere un colore o di tracciare un segno su una superficie. Si capisce, allora, perché Griffa sostenga così strenuamente che dipèingere è un esercizio di consapevolezza, un’attività gnoseologica in cui la mano e il pensiero si muovono come “presi per incantamento”. Il riferimento al sonetto di Dante (Guido io vorrei che tu Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…), così come l’immagine di Apollo che consegna la lira a Orfeo, ossia della ragione che cede campo alla follia, servono a rimarcare che la pittura è soglia di accesso a un diverso tipo di conoscenza, quella, come dicevamo, lirica e oracolare, che sonda gli spazi ineffabili dell’ignoto. Quando Maurizio Fagiolo Dell’Arco definisce le caratteristiche tele di Griffa, percorse da righe di tenui colori pastello, come “proposizioni per il silenzio”, intende forse dire che esse esprimono ciò che non può essere detto. La pittura in genere, e quella di Griffa in particolare, colma quello iato irriducibile che sa apre, invece, come un vulnus, in tutte le altre forme di comunicazione. Come la poesia e la musica, la pittura riesce, là dove altri linguaggi falliscono, a esprimere l’inesprimibile e afferrare l’inafferrabile. Per comprenderla non dobbiamo fare altro che arrenderci alla sua ambigua e oscura evidenza e dire, come fece una volta Giorgio Griffa, “silenzio: parla la pittura”.

Giorgio Griffa, Senza titolo, 1973, acrilico su juta, cm 118x190

Giorgio Griffa, Traccia più traccia, 1973, acrilico su juta/acrylic on jute, cm 118×190

Note

1. Flavia Barbaro, Dietro l’opera dell’artista. Intervista a Giorgio Griffa, edizioni GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino, 2003. 2. IIvi.

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Info

Giorgio Griffa. Silenzio: parla la pittura

Lorenzelli Arte, Milano

12 marzo – 15 aprile 2015

Inaugurazione: giovedi 12 marzo 2015, ore 18.30

Giuseppe Carta. La luce e il suono

3 Dic

di Ivan Quaroni

Piccola tovaglia metafisica,25x35,2012

Piccola tovaglia metafisica,25×35,2012

Considera il vetro, un corpo tanto compatto che nemmeno i profumi

che dilagano ovunque possono attraversarlo e, anzi, ne restano prigionieri;

con quanta facilità la luce l’attraversa!

(Pavel Florenskij)

Materiali della musica sono il suono e il silenzio.

Integrarli significa comporre

(John Cage)

Rubricare l’opera di Giuseppe Carta nella corrente del cosiddetto Iperrealismo o Fotorealismo sarebbe un errore o, quantomeno, una semplificazione, basata sulla constatazione, abbastanza evidente, del carattere minuzioso e accurato della sua pittura. In realtà, le premesse che conducono Carta a questo tipo di rappresentazione calligrafica, strenuamente aderente al dato ottico, sono assai diverse da quelle che mossero gli artisti americani, da Chuck Close a Richard Estes, da Malcolm Morley a Ralph Goings, i quali, sul finire degli anni Sessanta, influenzati dalla Pop Art, s’impegnarono a rappresentare in modo compiuto squarci urbani e soggetti tipici dell’era consumistica. Intanto perché, diversamente da Carta, essi catturavano, con l’aiuto della fotografia come strumento di mediazione, la realtà fenomenologica così come appariva ai loro occhi, senza alterarla, ma piuttosto evidenziando la mutata morfologia della vita e del paesaggio urbano. Una scelta che tali artisti adottarono, anche per contrastare la crescente ascesa di media quali la fotografia e il video, in modo da garantire alla pittura un ruolo non secondario nella documentazione della realtà. Attraverso la selezione critica d’immagini della realtà contemporanea, infatti, i fotorealisti americani esprimevano una visione critica e politica della società dei consumi, considerando la realtà come un campo d’indagine sociale.

Verso la luce, 25x35, 2013

Verso la luce, 25×35, 2013

Giuseppe Carta, invece, ha un approccio totalmente diverso. La sua tendenza ad aderire in modo epidermico alla realtà oggettiva è la conseguenza di un’assoluta fedeltà al proprio immaginario visivo. Un immaginario che egli costruisce, prima di tutto, nel campo della visione interiore, cioè dell’immaginazione. Carta, infatti, costruisce i propri soggetti creando composizioni simili ai set di posa fotografica. In poche parole, inventa la realtà partendo da una visione intima e immaginifica. Nella sua arte non c’è alcun intento documentativo, nessuna vocazione all’analisi sociale della realtà, piuttosto un’intenzione formativa, creativa, che si avvale degli strumenti della pittura, per illustrare l’universo epifanico delle sensazioni e delle intuizioni sottili.

Le sue nature morte – se di questo si tratta – nascono da allestimenti scenici fatti di cesti di frutta, libri, corde, cristalli e oggetti che servono a costruire immagini funzionali all’espressione delle idee dell’artista. Intendo dire, che nell’opera di Giuseppe Carta, il soggetto principale non è la realtà concreta, ma il concetto che a essa presiede. La verità ottica e il dato sensibile sono elementi strumentali della pittura di Carta, utili a indagare la dimensione luministica (e perfino sonora) dell’immagine. Una dimensione che, per essere colta nella sua più alta ed efficace espressione, richiede un impegno progettuale, una vocazione a costruire soggetti che la realtà offre solo in modo episodico, casuale.

Composizione con bicchieri blu su cestino e ricamo, olio su tela, 35x45 cm., 2006

Composizione con bicchieri blu su cestino e ricamo, olio su tela, 35×45 cm., 2006

Allestire un set, predisponendo soggetti adeguati a esprimere certe idee, è esattamente ciò che distingue l’opera di Carta da quella dei fotorealisti, i quali desumono i propri soggetti dalla realtà, limitandosi a scegliere un punto di vista, isolando un frammento o una porzione dal contesto. L’artista, invece, crea la realtà a immagine e somiglianza di un’idea, di un costrutto mentale. Il suo lavoro ha, perciò, un carattere assertivo, perché le sue composizioni sono il prodotto di un artificio, di un edificio intellettuale che assume, attraverso una pittura di lenta e attenta decantazione, una verosimiglianza quasi parossistica. I dipinti dell’artista sono, di fatto, più veri della realtà, nel senso che possiedono una definizione esasperata dei dettagli, più simile all’alta definizione digitale che alla normale, e forse più limitata, visione dell’occhio umano. Il modo di lavorare di Giuseppe Carta è simile a quello dello scienziato impegnato a ricreare in laboratorio le condizioni ottimali per studiare un fenomeno fisico. Anche lui, infatti, crea ad arte la situazione ottimale perché gli effetti di luce raggiungano il più alto grado di efficacia comunicativa e siano, inequivocabilmente, esperiti dall’osservatore in tempi e modi che la realtà sensibile, per natura dinamica e mutevole, non permette.

Mi spiego meglio: perché sia possibile osservare il tripudio di riflessi, rifrazioni e deformazioni che la luce produce sulle complesse architetture di vetri allestite da Carta, dovremmo avere la fortuna di imbatterci in una circostanza casuale quanto mai rara. Perché ci capiti di osservare un assembramento di oggetti o di frutti, tanto evocativo da condurci da uno stato di contemplazione a uno di meditazione, dovremmo avere una fortuna sfacciata. Dove mai si sono viste, infatti, nella realtà, simili, pericolanti, costruzioni di cristalli, vetri, bicchieri, calici? Quando mai una pila di libri antichi, magari tenuta insieme da una corda, su un vecchio tavolo eroso dai tarli del tempo, ci ha fatto pensare al filo ininterrotto della nostra memoria collettiva? E dove abbiamo occasione di vedere cesti di limoni o melagrane, così plasticamente e vividamente scolpiti dalla luce, se non nelle nature morte di Caravaggio o di Zurbarán? Naturalmente, la realtà offre i abbondanza tali meraviglie, ma siamo sicuri che l’uomo moderno sia in grado di coglierle? Solo chi avesse uno sguardo acuto e una mente filosofica potrebbe intuire il senso profetico di tali immagini e trarne, poi, un beneficio duraturo. Invece, sappiamo bene che, in quest’era digitale, rapida e superficiale, la nostra soglia di attenzione si è notevolmente abbassata, così come la nostra capacità di trattenere nella memoria il senso profondo di un’immagine. E lo sa anche Giuseppe Carta. Non a caso, egli matura una pittura quasi claustrale, purificata d’ogni imperfezione, in cui la luce e gli effetti atmosferici sono disciplinati da un rigido controllo registico, simile a quello esercitato da un direttore della fotografia durante le riprese di un film.

Tre bicchieri olio su tela, 55x65 cm.,1998

Tre bicchieri olio su tela, 55×65 cm.,1998

I soggetti dei dipinti di Carta beneficiano di una preparazione rigorosa, che regola i contrasti luministici, dotando gli oggetti e gli sfondi di luci intense e ombre profondissime. Ed è proprio nella composizione dei soggetti e nell’allestimento dei set che l’artista muove il primo, fondamentale passo, della sua indagine ottica, una sorta di elogio (o forse sarebbe meglio dire di canto) della luce come effetto di un’attenta coscienza formativa, non più (o non solo) correlata alla realtà fisica, ma allusiva di una condizione dello spirito. La luce è, dunque, insieme al suono, il perno centrale della ricerca di Carta, artista con una solida formazione musicale, che ha saputo trasferire la sua naturale propensione ritmica e armonica, derivata dallo studio del pianoforte e dell’organo nei Conservatori di Genova e di Alessandria, in modulazioni pittoriche di luce e colore. Non è un caso, infatti, che alcune delle sue composizioni pittoriche, alla fine degli anni Ottanta, siano ispirate alle sinfonie di Wolfgang Amadeus Mozart. Le opere della serie Mozartiana, giungono dopo un decennio di sperimentazioni pittoriche che portano l’artista da un iniziale interesse per l’astrazione a un’impostazione via via più realistica. Tra gli anni dedicati alla musica e quelli della definitiva scelta pittorica, Carta ha avuto modo di lavorare anche nel campo del fumetto, collaborando con autori come Hugo Pratt e Attilio Micheluzzi all’illustrazione dei volumi Soldati di Ventura/ Storie di un altro Evo e di altre realtà, una collana pubblicata da Ivaldi Editore, e contemporaneamente di approfondire gli studi musicali nell’ambito della musicoterapia. Il suo background culturale è, dunque, assai variegato e finisce per influire anche sulla sua ricerca artistica che, come abbiamo detto, insiste soprattutto sull’indagine degli effetti luministici e sull’evocazione di un ordine armonico, in qualche modo affine a quello della composizione musicale.

Come ha spesso rilevato la letteratura critica, le caratteristiche dell’opera di Giuseppe Carta sono molteplici. C’è, innanzitutto, il fattore tecnico e formale, cioè quell’adesione epidermica al dato ottico, quella disciplina di sapore quasi miniaturistico e, insieme, quella propensione, atletica e agonistica, a formare le immagini con una pazientissima acribia lenticolare. Un elemento, questo, che ha spinto alcuni autori a creare arditi parallelismi tra la pittura di Carta e il Fotorealismo. Un’analisi giusta fino a un certo punto, perché, in realtà, la tensione iper-mimetica di Carta sfocia in una di visione talmente complessa, da evocare piuttosto la capziosità scenica del Barocco. Gli artifici della pittura Seicentesca, ossessionata da violenti contrasti di ombra e luce, così come il nitore immoto e cristallino del Novecento italiano o tedesco, aleggiano come fantasmi in tutta l’opera di Carta. Un’opera in cui l’apoteosi della luce è, appunto, il risultato di una mera proiezione mentale, di un afflato ideale. Il nitore delle sue immagini tende a forzare la definizione delle forme fino a superare i confini di una normale visione stereoscopica escludendo, quindi, ogni difetto e ogni impurità atmosferica. L’occhio umano, infatti, è limitato e non sopporta la messa a fuoco simultanea di ogni dettaglio dell’oggetto. Giuseppe Carta, invece, estende la definizione dei dettagli a tutta la superficie del quadro, perché il suo interesse non è tanto quello di riprodurre fedelmente la realtà, ma di rappresentare il sublime come effetto di una tensione spirituale. Si ha, infatti, l’impressione che le visioni ultra retiniche di Carta scaturiscano, in verità, non dalle capacità del nervo ottico, ma dal più alto potenziale proiettivo della materia cerebrale.

Ad esempio, le composizioni di cristalli (Trasparenze), dove l’accumulo di calici e bicchieri sembra sfidare le leggi fisiche dell’equilibrio, somigliano ad architetture di luce, in cui strutture trasparenti irradiano lampi e bagliori, fulgori e splendori. In queste, più che in altre opere, la luce è indagata nella sua dimensione più pura, non effettuale, poiché calici, coppe e bicchieri svolgono la funzione di amplificatori delle radiazioni luminose. Lo stesso, si può dire delle monumentali sculture in alluminio specchiante, create per il Padiglione della Repubblica di Costa Rica durante la 53ª Biennale di Venezia (2009), dove i soggetti tipici della sua pittura (melograni, ciliegie e altri frutti) diventano oggetti che riflettono l’ambiente circostante, mutando, così, di volta in volta, il loro aspetto secondo la diversa ubicazione dell’installazione.

Tovaglia metafisica,olio su tela, 55x80, cm., 2009

Tovaglia metafisica,olio su tela, 55×80, cm., 2009

Un altro elemento caratteristico dell’opera di Carta è la capacità di scandire, attraverso la luce, le superfici degli oggetti, conferendo loro una tridimensionalità e una gravità essenziali. I limoni, così impressionantemente definiti, della serie intitolata Verso la luce, come pure le mele cotogne e i melograni di Memorie d’autunno o le pile di libri di Sul filo della memoria, assumono una consistenza volumetrica, quasi fossero scalpellati a tutto tondo dalla mano di un abile scultore. La luce, in questi lavori memori dello stile della grande pittura spagnola del Cinque e Seicento – si pensi soprattutto ai pittori della Scuola di Toledo (come Juan Sanchez Cotán) o a quelli castigliani (come Juan van der Hamen y León) – diventa uno strumento in grado di disegnare superfici e volumi con una precisione parossistica, ai limiti dell’allucinazione. Il meccanismo formale è analogo a quello di tanta pittura caravaggista, giocata sul drammatico conflitto tra la vividezza del soggetto e il buio assoluto, perfino archetipico, del fondale. Un fattore, questo che emerge sia nei dipinti con cipolle, che assumono quasi lo statuto di soggetti, ognuno dei quali sembra dotato di una propria, originale “personalità”, sia nelle cosiddette Tovaglie metafisiche, dove il candore niveo dei tessuti, sovente mosso da articolatissimi pizzi e ricami, si staglia secco e preciso sulla nera, quasi palpabile, profondità degli sfondi.

Più rare, invece, sono le opere in cui l’ambiente è rischiarato da un’illuminazione meno contrastata. Vi sono, infatti, alcune composizioni in rosso con cipolle o limoni ammantate di una lucentezza vespertina e altri in cui il fondo grigio e uniforme evoca la luce tersa e cristallina del giorno. In ogni caso, l’artista sembra andare ben oltre la soglia del rappresentabile, fino a sconfinare nel dominio dell’ipotetico. Come notava Beatrice Buscaroli, “Quel che non si riesce a dire, perché non si può spiegare a parole, è la ragione per cui l’opera di Carta ponga una meditazione profonda sulla natura della pittura nel momento stesso in cui ne celebra la bellezza astrale, assoluta, indicibile, complessa, che assomma tempi e spazi e situazioni uscendo completamente dalla realtà vera di un solo tempo”.[1]

Composizione con limoni su sfondo nero. Verso la luce, olio su tela, 55x80 cm., 2010-2011

Composizione con limoni su sfondo nero. Verso la luce, olio su tela, 55×80 cm., 2010-2011

Nelle opere dell’artista, infatti, più che la volontà meramente riproduttiva, mimetica appunto, si avverte la pulsione ideale. Carta è, in verità, un pittore chimerico e le sue chimere si chiamano visioni. Visioni dove le luci, i suoni, ma anche i ritmi, spazianti dal pianissimo al maestoso, tratteggiano una realtà plausibile, verosimile, otticamente esatta, che adombra le infinite possibilità dell’immaginazione. E perciò, davanti alla sua pittura in cui la realtà diventa niente più che uno strumento per inverare l’universo iperuranico delle idee, vien da chiedersi se, come peraltro dimostrano i suoi esordi di carriera, egli non sia rimasto un pittore fondamentalmente astratto, più innamorato della realtà platonica, che non di quella aristotelica. Solo così, infatti, si spiega quello scavalcamento della realtà che, in definitiva, non è altro che l’effetto di una forzatura della visione. Quella che ci consente la nostra limitata, circoscritta fisiologia della percezione.

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Info:

GIUSEPPE CARTA

LA LUCE E IL SUONO

FONDAZIONE STELLINE

Corso Magenta, 61 – Milano

18 dicembre 2014 – 11 gennaio 2015

OPENING: 17 dicembre h 18.30

Orari: da martedì a domenica h 10.00- 20.00 (chiuso il lunedì) ingresso libero www.stelline.it t +39.02 45462.411  PER INFORMAZIONI:AR.CO.IT. Arte Contemporanea ItalianaVia Cesare Balbo, 3 – Milanot + 39 02 58316316 arcoit@libero.it

INFORMAZIONI PER LA STAMPA:

UFFICIO STAMPA

ch2 comunicazione e ideazione eventi culturali

http://www.ch2.it

Chiara Chiapparoli cc@ch2.it t + 39 328 8967283

[1] Beatrice Buscaroli, La parola della luce, in Giuseppe Carta. La parola della luce, catalogo della mostra, 13 gennaio – 2 marzo 2011, AR.CO.IT, Milano.

Le partiture astratte di Arturo Bonfanti

21 Ott

di Ivan Quaroni

Intermezzo, 1959, cm 46x55, olio su tavola

Intermezzo, 1959, cm 46×55, olio su tavola

Il linguaggio astratto della pittura di Arturo Bonfanti si sviluppa nel corso di oltre un cinquantennio di lenta e meticolosa decantazione, tramite un processo di costante raffinazione formale che non trova eguali nelle ricerche coeve.
Dopo gli anni della formazione a Bergamo, dove studia per breve tempo alla Scuola d’Arte “Andrea Fantoni” e poi, privatamente, con il pittore Angelo Abelardi, da cui desume, ancora nel recinto delle articolazioni figurative, i primi rudimenti di sintesi formale e cromatica, un momento decisivo nella biografia di Bonfanti è il trasferimento a Milano nel 1926.
Nel capoluogo meneghino, dominato dal clima di rifondazione dei valori classici propugnato dai Novecentisti, Bonfanti si mantiene disegnando interni e lavorando come grafico per l’editoria.
I dipinti di quegli anni mostrano i segni di una necessità di semplificazione e chiarificazione delle forme che troverà in seguito una più decisa formulazione. In particolare un dipinto Senza titolo del 1927 – un notturno che raffigura una casa e una ieratica figura affacciata al balcone – mostra come l’influenza della pittura dei Primitivi italiani sia già fortemente impregnata di un gusto geometrizzante, poi ulteriormente elaborato a contatto con le tendenze astrattiste che, negli anni Trenta, si coagulano attorno alla Galleria del Milione.
Fino a quel momento, Bonfanti opera in una dimensione di segreto e solitario dialogo con la grande tradizione della pittura italiana. In un’intervista del 1977, infatti, afferma: “l’incontro più importante fu l’accostarmi con amore e ammirazione alle opere dei maestri del passato, tutta l’arte dei primitivi italiani ed in modo più ampio fino al Rinascimento: fu questo il latte della mia crescita”.

Acrilico 2, 1970, cm 35x40, acrilico su tela

Acrilico 2, 1970, cm 35×40, acrilico su tela

Si tratta di un’impronta che non cesserà mai di esercitare la sua influenza e che apparirà con evidenza anche in alcune opere della fine degli anni Trenta come, ad esempio, il piccolo olio su cartone (Senza titolo) del 1939, il cui vertiginoso scorcio prospettico richiama il tema delle città ideali del Rinascimento urbinate e le cristalline visioni di Piero Della Francesca, Francesco Laurana e Francesco di Giorgio Martini.
Eppure, in quegli anni, attraverso le sue frequentazioni, Bonfanti matura un’intensa consapevolezza di ciò che accade nell’ambito delle avanguardie italiane. Pur senza aderire ad alcun manifesto e senza parteggiare per alcuna fazione, egli guarda con attenzione le opere degli artisti che espongono nella galleria di Peppino Ghiringhelli a Brera, e si trova ad affrontare gli stessi problemi formali che impegnano i suoi colleghi nel campo dell’astrazione geometrica e dell’arte concreta.
Nelle opere della fine di quel decennio, il processo di affinamento formale di Arturo Bonfanti risente ancora dell’influsso della Metafisica morandiana, come dimostrano le nature morte eseguite nel 1939, dove l’oggetto, ancora evocato nella chiara leggibilità delle forme, si fa già puro volume, peso cromatico e ingombro di valore squisitamente astratto.

Acrilico 1, 1970, cm 35x40, acrilico su tela

Acrilico 1, 1970, cm 35×40, acrilico su tela

Di fatto, lavori come Colloqui di carta (1939) e Astrazione 9 (1940), segnano già l’ingresso di Bonfanti nell’alveo dell’Astrattismo, anche se, almeno fino alla metà degli anni Quaranta, il riferimento a figure e oggetti, non sparisce del tutto dalle opere dell’artista. Anzi, tale riferimento fornisce a Bonfanti l’opportunità di usare la geometria come strumento di semplificazione per architettare quel raffinato gioco d’intersezioni lineari che sarà poi il marchio distintivo del suo stile. Le opere fino al 1946 mostrano la tendenza a dividere lo spazio della tela in aree delimitate da traiettorie leggermente oblique e da ripartizioni curvilinee, secondo uno schema compositivo proprio del collage. Bonfanti insiste sulla giustapposizione di zone cromatiche e, allo stesso tempo, vira la sua tavolozza verso una gamma sempre più ridotta di colori, facendo leva su effetti di variazione tonale costruiti per velature. Tra il 1946 e il 1950, finita la guerra, Bonfanti intraprende una serie di viaggi in Europa, durante i quali entra in contatto con alcuni dei più importanti artisti astratti dell’epoca. A Parigi stringe amicizia con Alberto Magnelli, Hans Arp, Gérard Schneider e Serge Charchoune e, durante le sue peregrinazioni, incontra anche Max Bill a Zurigo, Victor Pasmore e Ben Nicholson a Londra, Willi Baumeister e Gunther Fruhtrunk a Monaco. Certamente, sono occasioni che contribuiscono allo sviluppo della sua coscienza artistica e al suo ingresso nel campo dell’Arte Concreta.
Dal 1950 in avanti, infatti, nelle sue opere scompare ogni traccia di evocazione dell’oggetto e giunge a maturazione un linguaggio che recide definitivamente ogni legame con la figurazione, incarnando in forme, linee e colori un universo d’idealità astratte, di topos mentali altrimenti intraducibili.
Fino al 1959, anno della sua prima mostra personale alla Galleria Lorenzelli, dopo ben quattordici anni di silenzio – sono del 1945 le ultime due esposizioni alla Galleria Permanente di Bergamo e alla Galleria Renzini di Milano – l’artista lavora alla definizione di un vocabolario di forme essenziali, che preludono e, insieme, prefigurano la piena maturità linguistica dei due decenni successivi.

Composizione A 13, 1961, cm 46x55, olio su tavola

Composizione A 13, 1961, cm 46×55, olio su tavola

Le opere dalla seconda metà degli anni Cinquanta ai primi anni Settanta – di cui questa esposizione offre una significativa selezione – dimostrano come la sua pittura vada distendendosi sempre di più in un dialogo di piani intersecanti, quasi scivolanti gli uni sugli altri, in cui la geometria delle forme si fa via via più acuminata, in una sottesa allusione, ormai del tutto idealizzata, alle ordinate partiture della pittura dei maestri della prospettiva rinascimentale.
I campi pittorici, sempre più scanditi, le forme, sempre più stagliate da severe partizioni lineari, così come i rapporti tra le varie aree della superficie, sussistono ora in una sorta di equilibrato contrasto tra forze opposte e spinte contrarie. Perimetri e bordi delimitano un campo pittorico in cui le forme geometriche tendono a convergere verso il centro della superficie, che costituisce un fuoco visivo sovente segnato dalla presenza di una lettera o di un numero, che servono ad assestare l’intera composizione. Si ha l’impressione che senza questi contrappesi visivi, meticolosamente disposti in posizioni di equilibrio strategico, la pittura di Bonfanti collasserebbe in una confusa giustapposizione di piani e superfici. L’artista, invece, usa tali lemmi e significanti privi di contenuto, come pure forme, per regolare i rapporti tra linee, colori e figure geometriche.

Q 516, 1972, cm 90x108, olio su tela

Q 516, 1972, cm 90×108, olio su tela

Questo meccanismo di polarizzazione, evidente soprattutto in opere come Composizione 290 (1965), H 508 (1972) e P 515 (1972), dove le lettere e i numeri, al pari di potenti attrattori gravitazionali, hanno l’effetto di magnetizzare l’intero spazio della composizione, fungendo anche da fuoco visivo dell’immagine.
Si tratta di un dispositivo che Bonfanti applica anche ai dipinti in cui non compaiono lettere, numeri e altri segni tipici della sua grammatica, e che si esprime nella ricerca di un ordine formale compiuto, ma mai del tutto simmetrico. Un ordine che è, piuttosto, basato su una forte tensione stutturale in grado di generare una gamma di sorprendenti e imprevisti equilibri statici.

Nella Composizione 146 (1963), ad esempio, l’equilibrio statico è prodotto dalla raffinatissima progressione cromatica della fascia centrale, che taglia orizzontalmente la superficie della tela in due zone diseguali, eppure equipollenti. Lo stesso vale per il piccolo olio su tela del 1962, intitolato Campo 121, formato da un perimetro rettangolare che circoscrive un quadrato formato da tre triangoli equilateri, con il più grande dei tre pari alla somma degli altri due. Anche in questo caso, è evidente che l’artista costruisce un equilibrio sfruttando le tensioni implicite di una geometria sottilmente instabile e calibrando il tutto attraverso un sapiente uso del colore. Bonfanti è, dopotutto, anche un finissimo colorista, uno straordinario inventore di eleganti gamme cromatiche, costruite intorno a variazioni timbriche e tonali di gusto squisitamente musicale.
Note e accordi di rara eleganza e cadenze ritmiche inconsuete caratterizzano, infatti, il suo originale vocabolario visivo, teso a scandagliare l’immaginario di astratte idealità con una pletora d’inaspettate invenzioni formali.
Come notava Luigi Carluccio nel 1977, il ritmo musicale è uno dei motivi conduttori dell’opera di Bonfanti, sempre animata da “un ritmo senza sbavature, senza riverberi, radicato a contorni netti, disegnato come una serie di segnali su un muro: una serie fatta in uguale misura di precisazioni categoriche e di fluidi suggerimenti”.
Ma c’è di più, quella di Bonfanti è anche una pittura pervasa da una sottile, persistente vibrazione emotiva e da un accento insieme ironico e affettuoso. Una pittura, insomma che, per essere compresa, richiede l’attenzione di una sensibilità fine, preparata a cogliere nelle sue geometrie mobili e nel contrasto di forme e piani, di luci e colori, tanto il mistero mutevole e cangiante dell’esistenza, quanto quella, umanissima, incessante tensione verso una condizione di ritrovato equilibrio e imperturbabile armonia.

N. 415, 1969, cm 46x55, olio su tela

N. 415, 1969, cm 46×55, olio su tela

Premio Griffin | 2014.

5 Giu

Ambiguità e indeterminazione delle nuove ricerche

di Ivan Quaroni

«Il linguaggio opera interamente nell’ambiguità,

e la maggior parte del tempo non sapete assolutamente nulla di ciò che dite.»

(Jacques Lacan,Il seminario, 1953-1980)

I premi servono innanzitutto a valutare lo stato di salute dell’arte di un paese, ma anche a prendere atto delle tendenze e dei movimenti centrifughi che caratterizzano le ricerche delle giovani generazioni. In tal senso, la visione delle opere dei partecipanti al Premio Griffin 2014 conferma lo stato di crisi delle espressioni figurative, già anticipato nella precedente edizione, mostrando una generale tendenza ad attardarsi su stilemi desueti, largamente indagati nel decennio precedente. Si tratta di una crisi che riguarda soprattutto la figurazione di carattere più narrativo, quella che, per intenderci, si esprime attraverso i generi tradizionali del ritratto e del paesaggio. Si avverte, invece, un maggiore interesse da parte delle nuove generazioni verso le espressioni astratte e concettuali, forse ritenute capaci di riportare la pittura entro un dominio operativo puro, non minacciato dalla forza comunicativa e pervasiva dei nuovi media digitali. Sembra, infatti, che sia in atto uno spostamento d’interesse verso forme di rappresentazione ambigue, in cui la convivenza di elementi astratti e lacerti di figurazione confluisce nella costruzione di visioni parziali e frammentarie, che in un certo senso testimoniano un mutato rapporto nei confronti della realtà, sempre più avvertita come una struttura mutevole e instabile. Insomma, il Mondo Liquido descritto da Zygmunt Bauman produce i suoi effetti anche sulla formazione delle nuove sensibilità artistiche, favorendo ora la fuga verso la dimensione introspettiva dell’astrazione, ora la predilezione verso meccanismi di decostruzione della mimesi realistica. Nelle opere dei finalisti di entrambe le categorie del Premio Griffin, dedicate agli Studenti d’Arte e agli Artisti Emergenti, emerge un approccio di tipo formalista e concettuale, con una spiccata predilezione per la pittura aniconica.

Hyeok Lee, Soldaato, acrilico su tela, 80x150 cm., 2014

Hyeok Lee, Soldaato, acrilico su tela, 80×150 cm., 2014

Nella categoria Studenti, l’unica eccezione è il sudcoreano Hyeok Lee, la cui ricerca ruota attorno a temi come la guerra e la violenza. L’artista indaga attraverso un approccio multidisciplinare che spazia dalla pittura al video, la possibilità di esorcizzare la violenza attraverso la pratica artistica. Nei suoi dipinti, caratterizzati da un’estrema sintesi visiva, la figura del soldato, simbolo della guerra, irradia linee circolari e concentriche fino a formare l’immagine di un’impronta digitale, insieme carta d’identità e memoria storica (e genetica) della violenza.

Xhimi Hoti, Senza titolo n. 10, acrilico su tela, 120x150 cm., 2013

Xhimi Hoti, Senza titolo n. 10, acrilico su tela, 120×150 cm., 2013

Ispirandosi ai progetti dell’architetto futurista Antonio Sant’Elia, Xhimi Hoti sviluppa una pittura rigorosa, in cui dominano figure piane e solidi fluttuanti, a disegnare fughe prospettiche e dinamismi spaziali. Hoti usa la geometria come filtro per costruire (o meglio, decostruire) singolari schemi architettonici, che sospende in una dimensione densa, quasi pietrificata, tutta giocata su un registro cromatico di bianchi, neri e grigi.

Chiara Campanile, Mangiando salsicce con Giuseppe Abate, olio e acrilico su tela, 90x85 cm., 2013

Chiara Campanile, Mangiando salsicce con Giuseppe Abate, olio e acrilico su tela, 90×85 cm., 2013

Uno spazio fluido, indefinito è quello che caratterizza i paesaggi astratti di Chiara Campanile, la quale non abolisce del tutto la figura, ma ne sottolinea l’ambiguità, fino a renderla irriconoscibile. Il suo lavoro rientra appieno nella definizione di Astrazione Ambigua, usata dal critico Tony Godfrey per indicare le ricerche pittoriche dove è più labile il confine tra iconico e aniconico.

Livia Oliveti, Flowing, Polistirolo, resina, acrilico, gesso, fumo, fuoco, 74x31 cm., 2014

Livia Oliveti, Flowing, Polistirolo, resina, acrilico, gesso, fumo, fuoco, 74×31 cm., 2014

Una ricerca attenta ai materiali è quella di Livia Oliveti, che sfrutta le caratteristiche tecniche di supporti non tradizionali, come ad esempio il polistirolo, per creare una pittura caratterizzata da ritmi e scansioni quasi scultoree. Nell’opera Flowing, infatti, Livia Oliveti unisce alla tensione lirica e all’impulsività del gesto, una capacità di sintesi progettuale, che la porta organizzare le superfici come una sequenza di texture pittoriche.

Florian Zyba, Suoni emotivi, acrilico su tela, 120x120 cm., 2013

Florian Zyba, Suoni emotivi, acrilico su tela, 120×120 cm., 2013

Fa appello ai processi sinestetici la pittura di Florian Zyba, che rielabora la lezione puntinista di Seurat in uno stile astratto, che cattura su grandi tele circolari, memorie e impressioni del passato. Zyba frammenta le forme in nebulose cromatiche, diagrammi corpuscolari, che irretiscono lo spettatore in un labirinto di emozioni ottiche e sensazioni sonore.

Paolo Bini, Sa, acrilico su carta gommata applicata su tela, 120x120 cm., 2014

Paolo Bini, Sa, acrilico su carta gommata applicata su tela, 120×120 cm., 2014

Nella categoria degli Emergenti, troviamo due artisti che, con diverso approccio, operano nell’ambito dell’astrazione. Il primo è Paolo Bini, che dalle suggestioni del paesaggio, distilla una pittura dominata da cromie intense e caratterizzata da un singolare processo compositivo. Bini costruisce le sue opere giustapponendo strisce di carta gommata, ognuna delle quali viene dipinta singolarmente e poi inserita in un meticoloso assemblaggio. Il risultato sono lavori che formano pattern ad alta densità emotiva.

Claudia Marini, Grovigli, collage su forex, dittico 35x24 cm. cad, 2014

Claudia Marini, Grovigli, collage su forex, dittico 35×24 cm. cad, 2014

Un lavoro di assemblaggio caratterizza anche l’opera di Claudia Marini che, ritagliando e incollando carte incise e dipinte in precedenza, compone oblunghi grovigli di filamenti che alludono ai processi di proliferazione organica. Per costruire i suoi collage, contrassegnati da un raffinatissimo bilanciamento di linee e colori e da una pulizia formale dal sapore orientale, l’artista usa figure modulari desunte dal mondo naturale, che vengono replicate e variate, fino formare lunghe strutture verticali.

Annalisa Fulvi, Non ci resta altro da fare, acrilico su tela, 120x145 cm., 2014

Annalisa Fulvi, Non ci resta altro da fare, acrilico su tela, 120×145 cm., 2014

L’indagine figurativa di Annalisa Fulvi s’incentra sul tema classico della città, attraverso una dettagliata analisi delle trasformazioni delle aree metropolitane. Brani di cantieri edili e edifici in costruzione sono i soggetti di una pittura che abolisce la rappresentazione lineare, accentuando la frammentarietà della visione attraverso un caotico affastellarsi di sovrapposizioni cromatiche. Nei dipinti dell’artista, l’incompiutezza dell’architettura urbana diventa, quindi, simbolo di una condizione di dolorosa precarietà esistenziale.

Giuseppe Costa, Montagna Longa (serie Heimat), Carboncino e grafite su cartoncino, 33x20 cm., 2013

Giuseppe Costa, Montagna Longa (serie Heimat), Carboncino e grafite su cartoncino, 33×20 cm., 2013

Il paesaggio, filtrato attraverso una sensibilità nostalgica, è il soggetto principale dell’indagine di Giuseppe Costa, che nella serie Heimat s’interroga sul senso di appartenenza a un territorio e a una cultura specifici. Artista palermitano, trapiantato a Milano, Costa oppone allo spaesamento provocato dalla globalizzazione, la ricostruzione di una memoria personale, sorta di diario intimo, dove i luoghi della sua città sembrano perdersi nelle nebbie del tempo, avvolti in una coltre lattiginosa che rende i contorni labili e le forme evanescenti.

Stefania Ruggiero, #qualité, arkers e pastelli a olio su carta, 35x24 cm., 2014

Stefania Ruggiero, #qualité, arkers e pastelli a olio su carta, 35×24 cm., 2014

Con una pittura sintetica e analitica, Stefania Ruggiero priva le persone (ma anche le cose) di tratti distintivi e dettagli che possano rivelarne lo status sociale. Così, spoglia la realtà di ogni particolare descrittivo, riducendo i “soggetti” a una dimensione puramente oggettuale, al fine di stigmatizzare l’importanza di marchi e simboli commerciali nei meccanismi d’interazione della società contemporanea.

PREMIO GRIFFIN. Mostra dei 10 finalisti
Milano, Fabbrica del Vapore
6-26 giugno 2014
Inaugurazione: 5 giugno ore 18.30

Orari: dal lunedì al sabato, ore 16.30 – 19.30 e su prenotazione a segreteria@premioartegriffin.it

PREMIO GRIFFIN 2014
www.premioartegriffin.it
segreteria@premioartegriffin.it

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Anna Defrancesco, tel. 02 36 755 700
anna.defrancesco@clponline.itwww.clponline.it
Comunicato stampa e immagini su www.clponline.it

 
 

 

PREMIO GRIFFIN 2014

24 Feb

Bando del concorso Premio d’arte PREMIO GRIFFIN 2014

 

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A – SOGGETTO PROMOTORE & FINALITA’
Il PREMIO GRIFFIN, giunto alla sua seconda edizione*, è un concorso di arte, ad accesso gratuito, la cui finalità è di promuovere il talento giovane in Italia, sostenendo i giovani artisti nei primi anni della loro carriera. Il Premio è aperto agli artisti emergenti under 35 ed agli studenti degli istituti di formazione artistica post-liceo residenti in Italia, la cui ricerca artistica si esprime principalmente con la pittura o con il disegno.
La proclamazione delle opere vincitrici e l’inaugurazione della mostra collettiva delle opere finaliste si svolgeranno il giorno 5 giugno 2014 negli spazi espositivi della Fabbrica del Vapore a Milano, importante polo di riferimento e di creazione artistica per i giovani artisti.
Le iscrizioni al PREMIO GRIFFIN saranno aperte dal 6 gennaio 2014 e si chiuderanno il 15 aprile 2014.
Il PREMIO GRIFFIN, ideato dagli storici marchi per belle arti Winsor & Newton, Liquitex e Conté à Paris, è promosso da Colart Italiana Spa, filiale italiana di Colart International S.A. e Colart International Holdings Ltd (UK), con sede legale in Rozzano (MI), Milanofiori, Strada 4, Palazzo Q7.
(* 1° edizione si è svolta sotto il nome Premio AOP Academy)

B – CATEGORIE IN CONCORSO E CRITERI DI AMMISSIONE

CATEGORIA ARTISTI EMERGENTI
La candidatura è riservata ad artisti emergenti di ogni nazionalità, residenti in Italia, che si sono laureati, nel 2009 o successivamente, presso un’accademia di belle arti o in un istituto di formazione artistica (facoltà di architettura, scuole di design, moda, grafica, illustrazione o fumetto etc.) purché si tratti di corsi di studi post scuole secondarie di secondo grado (post-liceo).
Gli artisti candidati non devono aver superato il 35° anno di età al momento dell’iscrizione.
N.B. Tutti i candidati finalisti devono dare disponibilità totale a partecipare alla Residenza d’Arte della durata di 3 mesi che si svolgerà in Francia dal 29 settembre al 22 dicembre 2014.

CATEGORIA STUDENTI D’ARTE
La candidatura è riservata a studenti di ogni nazionalità che stanno frequentando un regolare corso di studi nelle accademie di belle arti italiane (pubbliche o private) o in un istituto di formazione artistica (facoltà di architettura, scuole di design, moda, grafica, illustrazione o fumetto etc.) purché si tratti di corsi di studi post scuole secondarie di secondo grado (post-liceo).
Tutti gli studenti candidati non devono aver superato il 35° anno di età al momento dell’iscrizione.

C – TECNICHE AMMESSE
Il concorso è a tema libero. Ogni artista potrà partecipare con una sola opera.
Sono ammesse opere di pittura, grafica e disegno realizzate in piena libertà stilistica e realizzate con qualunque tecnica (olio, tempera, acrilico, inchiostro, polivinilico, acquerello, grafite, matita, pastello, spray, collage, etc.) e su qualsiasi supporto (carta, tela, legno, metallo, plastica o altro).
E’ possibile presentare opere eseguite precedentemente (non prima del 2009) e non necessariamente dipinte appositamente per questo concorso.
Le dimensioni massime consentite per le opere sono 150cm per lato, per un massimo di 150X150cm.
N.B. Saranno escluse opere di: fotografia, video, sculture, digital art e più in generale tutte le opere non realizzate con le tecniche ammesse e sopra descritte.

D – GIURIA
La selezione delle opere finaliste e vincitrici sarà effettuata da una giuria internazionale composta da 6 membri, con direzione artistica di Ivan Quaroni:

  • Ivan Quaroni, giornalista, critico d’arte e curatore (www.ivanquaroni.com)
  • Flavio Arensi, critico d’arte e curatore
  • Olivier Dupuy, fondatore Les Ateliers du Plessix Madeuc, Francia (www.ateliersduplessixmadeuc.com)
  • Matteo Lorenzelli, titolare della galleria Lorenzelli Arte a Milano  (www.lorenzelliarte.com)
  • Rebecca Pelly Fry, direttrice della Griffin Gallery a Londra (www.griffingallery.co.uk)
  • Severino Salvemini, professore ordinario di Organizzazione aziendale e presidente del Comitato Arte Universita’ Bocconi.

E – PREMI
Le opere dei 10 finalisti saranno esposte dal 5 giugno al 26 giugno 2014 in una mostra collettiva presso la Sala delle Colonne della Fabbrica del Vapore di Via Giulio Procaccini, 4, a Milano.
Un catalogo a colori sarà stampato con una sezione dedicata ad ogni finalista, 10 copie saranno consegnate gratuitamente ad ognuno dei finalisti.
A tutti i finalisti saranno assegnati dotazioni in materiale (assortimento di colori e materiali complementari professionali per pittura e disegno) del valore di 300 euro ciascuno.

Per i vincitori unici di ognuna delle 2 categorie, la dotazione del Premio è così ripartita:

PREMIO GRIFFIN 2014  I  CATEGORIA ARTISTI EMERGENTI 
Il Premio per la categoria degli Artisti Emergenti prevede:
Residenza d’arte di 3 mesi in Francia presso “Les Ateliers du Plessix Madeuc”. L’artista premiato sarà selezionato per partecipare, dal 29 settembre al 22 dicembre 2014, alla sessione di residenza “Trasmissione eCreazione”, assieme ad altri 2 artisti europei under 35 patrocinati da altre istituzioni d’arte.
La residenza comprende: l’alloggio, lo studio di lavoro, la dotazione di materiale per belle arti per un valore di 1500 euro, una mostra collettiva finale di presentazione del progetto realizzato durante la residenza (dicembre 2014 presso l’Abbazzia di Lehon), un catalogo della mostra (40 esemplari saranno offerti all’artista).
Una delle opere realizzate durante la residenza a “Les Ateliers du Plessix Madeuc” resterà di proprietà esclusiva dell’associazione Villa du Plessix Madeuc, entrando a far parte della collezione dell’associazione e per essere esposta in mostre collettive.
Ulteriori informazioni: www.ateliersduplessixmadeuc.com
Mostra collettiva presso la Griffin Gallery a Londra (con soggiorno): l’artista premiato sarà selezionato per partecipare ad una mostra collettiva dedicata agli artisti emergenti che si svolgerà entro la fine dell’anno 2015 presso the Griffin Gallery a Londra (www.griffingallery.co.uk).
La dotazione include: biglietti aerei dall’Italia a Londra e 2 notti in albergo per partecipare alla serata di inaugurazione della mostra collettiva. Le spese di trasporto (andata e ritorno) delle opere saranno a carico del promotore del Premio mentre le eventuali assicurazioni delle opere saranno a carico e cura dell’artista.

PREMIO GRIFFIN 2014  I  CATEGORIA STUDENTI D’ARTE 
Il Premio per la categoria degli Studenti d’Arte prevede:

  • La realizzazione di una mostra personale da novembre 2014 a gennaio 2015 presso la prestigiosa Università Bocconi a Milano, attiva nella promozione dell’arte contemporanea. La mostra sarà allestita negli spazi “Foyer Sala Soggiorno” del Campus dell’Ateneo.

La mostra è comprensiva di: allestimento, assistenza curatoriale, spese di trasporto. Le spese di trasporto delle opere saranno a carico del promotore del Premio, mentre l’eventuale assicurazione delle opere a carico e cura dell’artista.

  • La realizzazione di un’opera a favore della società organizzatrice del PREMIO GRIFFIN.L’opera entrerà a far parte della collezione dell’azienda Colart Italiana SpA, per essere esposta in mostre collettive. Colart Italiana SpA verserà al vincitore della Categoria Studenti d’Arte un importo compreso tra 500 euro e 1.500 euro oltre accessori di legge a titolo di corrispettivo della prestazione d’opera. Il valore dell’opera sarà fissato dal curatore Ivan Quaroni.
  • Un catalogo personale a colori (100 esemplari saranno offerti allo studente vincitore).
  • La dotazione di materiale professionale per belle arti (di un valore di 1000 euro).

F – MODALITÀ DI SELEZIONE
Selezione delle 10 opere finaliste:
Ai 10 artisti selezionati verrà inviata una comunicazione scritta via email sulla procedura per l’invio delle opere al fine di consentire l’allestimento della mostra dei lavori finalisti alla Fabbrica del Vapore. Le spese di trasporto (andata e ritorno) saranno a carico dell’organizzatore. Le eventuali spese di assicurazione delle opere saranno a carico e cura dei singoli artisti.
Per la sola categoria degli Artisti Emergenti, a coloro che passano la prima fase di selezione verrà  richiesto l’invio di un dossier approfondito (da inviare entro il 23 maggio) comprensivo di:

  • curriculum e statement in italiano/inglese
  • progetto dettagliato per l’eventuale residenza in Francia in italiano/inglese

Designazione dei vincitori:
La proclamazione delle opere vincitrici avrà luogo il 5 giugno nell’ambito della mostra collettiva presso la Fabbrica del Vapore a Milano. La giuria sceglierà le 2 opere vincitrici alle quali assegnare ilPREMIO GRIFFIN 2014 I Artisti Emergenti e il PREMIO GRIFFIN 2014 I Studenti d’Arte.
Le decisioni della Giuria sono inappellabili e insindacabili. Gli artisti premiati hanno facoltà di rinunciare al premio senza però chiedere all’Organizzatore del Premio nessuna forma di risarcimento; in caso di rinuncia, il premio sarà riassegnato secondo le classifiche stilate dalla giuria, al suo insindacabile giudizio.

N.B. Le opere partecipanti e le opere vincitrici rimarranno di proprietà degli artisti.

G – MODALITA’ D’ISCRIZIONE
La partecipazione al PREMIO GRIFFIN è gratuita per tutte e 2 le categorie in concorso.
L’iscrizione può essere effettuata esclusivamente in modalità online.
I partecipanti possono iscriversi entro le ore 24, del giorno 15 aprile 2014 andando nella sezione dedicata del sito www.premioartegriffin.it e compilando il modulo d’iscrizione online.
Al modulo di iscrizione (dati anagrafici, recapiti, dossier biografico) devono essere allegati, a pena di esclusione, i seguenti documenti: un’immagine dell’opera candidata al PREMIO GRIFFIN e due immagini di altre 2 opere della propria produzione artistica non candidate (immagini in formato JPG – PNG – GIF del peso massimo di 1 MB).
N.B. tutti i campi obbligatori del modulo d’iscrizione devono essere compilati, pena l’esclusione dal concorso.
Calendario:

  • 6 gennaio 2014: apertura delle iscrizioni on-line al PREMIO GRIFFIN
  • 15 aprile 2014, ore 24: scadenza per le adesioni al PREMIO GRIFFIN
  • 9 maggio : annuncio online delle 10 opere finaliste selezionate per la mostra collettiva
  • 5 giugno 2014: inaugurazione mostra dei finalisti e premiazione dei vincitori alla Fabbrica del Vapore
  • 5 giugno – 26 giugno: mostra collettiva presso la Fabbrica del Vapore a Milano

H – RESPONSABILITA’
ColArt Italiana S.p.A., pur assicurando la massima cura e custodia delle opere selezionate, declina ogni responsabilità in caso di perdita delle opere o di danni alle medesime, a qualsiasi motivo siano dovuti e di qualsiasi natura, che possano verificarsi durante lo svolgimento di qualsiasi fasi del concorso, così come durante le operazioni di trasporto. Si precisa che ColArt Italiana S.p.A. non sottoscriverà alcuna polizza assicurativa a copertura degli eventuali rischi legati alle opere dei dieci artisti finalisti. Qualora i candidati desiderino assicurare le loro opere, lo dovranno fare a spese proprie.

I – CONSENSO
Ogni candidato al PREMIO GRIFFIN concede a ColArt Italiana S.p.A., ai fini della redazione del catalogo, della pubblicizzazione delle opere sul sito web del Premio e delle altre forme di comunicazioni, pubblicità e pubblicazioni realizzate da ColArt Italiana S.p.A., il diritto di pubblicare le fotografie delle proprie opere presentate al concorso, nonché dei testi trasmessi a ColArt Italiana S.p.A., con l’indicazione del proprio nome.
La partecipazione al PREMIO GRIFFIN implica la conoscenza e la totale accettazione del presente Regolamento scaricabile sul sito www.premioartegriffin.it
Tutte le opere partecipanti e vincitrici del Premio Griffin resteranno di proprietà degli artisti.

J – TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI
Ogni candidato al concorso Premio Griffin autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del D.lgs. 196/2003 (Codice Privacy) per le finalità connesse con lo svolgimento del presente concorso. Il trattamento dei dati personali avverrà in forma elettronica, con sistemi atti a memorizzare, gestire e trasmettere i dati stessi, con logiche strettamente correlate alle finalità summenzionate, in conformità con le regole di correttezza e riservatezza e nel rispetto delle disposizioni di legge.
Il conferimento dei dati ha natura obbligatoria ai fini della partecipazione al PREMIO GRIFFIN. I dati raccolti ed elaborati potranno essere comunicati e diffusi ai dipendenti e collaboratori di ColArt Italiana S.p.A., delle società facenti parte del gruppo ColArt con sede in un paese membro dell’Unione Europea, ai membri della giuria del PREMIO GRIFFIN, all’associazione Villa du Plessix Madeuc, alla Griffin Gallery e all’Università Bocconi. I dati personali dei candidati selezionati e dei vincitori potranno, inoltre, essere stampati sui cataloghi editi nell’ambito del PREMIO GRIFFIN. Ogni candidato potrà ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione, l’aggiornamento, la rettifica e l’integrazione dei propri dati personali ai sensi degli artt. 7, 8, 9 e 10 del D. Lgs 30 giugno 2003 n. 196.
Titolare del trattamento dei dati è ColArt Italiana S.p.A. con sede legale in Rozzano (MI), Centro Direzionale Milanofiori, Strada 4, Palazzo Q7, C.F. e P. IVA 00816150155.

K– LEGGE APPLICABILE
I diritti e gli obblighi derivanti dal concorso sono disciplinati dalla legge italiana.
Il PREMIO GRIFFIN esula dall’applicazione del D.P.R. 26 ottobre 2001, n. 430 recante “Regolamento concernente la revisione organica della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali della L. 27 dicembre 1997, n. 449”, ai sensi dell’articolo 6, comma 1, lett. a) del citato D.P..R. n. 430/2001, in quanto è finalizzato alla produzione di opere artistiche e i premi hanno carattere di corrispettivo di prestazione d’opera e di riconoscimento del merito personale degli artisti.

L – INFORMAZIONI E CONTATTI
Il presente bando di concorso è pubblicato ed è scaricabile sul sito www.premioartegriffin.it
Segreteria PREMIO GRIFFIN: segreteria@premioartegriffin.it 
Si invitano gli artisti a tenersi aggiornati sugli sviluppi del Premio, che saranno costantemente pubblicati sul sito www.premioartegriffin.it. L’organizzazione invierà a tutti gli iscritti alla mailing list le comunicazioni riguardanti tutte le fasi del premio e eventuali modifiche che venissero apportate al presente bando. Si raccomanda di fornire un indirizzo e-mail reale, di aggiungere nella propria rubrica la mail segreteria@premioartegriffin.it.

Italian Newbrow corre sul web

28 Gen

Ecco un elenco di tutti i siti web degli artisti di Italian Newbrow. Tutto quello che avreste voluto sapere e non sapevate dove trovare….

Cominciamo con la pagina FB di Italian Newbrow, con tutte le news e le nuove opere postate direttamente dagli artisti.

Italian Newbrow

https://www.facebook.com/ItalianNewbrow

Italian Newbrow

Ed ecco invece i siti dei principali artisti del movimento:

Vanni Cuoghi

http://www.vannicuoghi.com/it/

Cuoghi

Giuseppe Veneziano

http://www.giuseppeveneziano.it

Veneziano

Giuliano Sale

http://www.giulianosale.com

Sale Silvia Argiolas

http://www.silviaargiolas.com 

ArgiolasPaolo De Biasi

https://www.facebook.com/pages/paolo-de-biasi/158287757578428?fref=ts

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Michael Rotondi

http://michaelrotondi.blogspot.it

Rotondi Massimo Gurnari

http://massimogurnari.it 

GurnariDiego Dutto

http://www.diegodutto.it 

Dutto

Alice Colombo

http://www.alicecolombo.com

Colombo Eloisa Gobbo

http://www.eloisagobbo.it

GobboFulvia Mendini

https://www.facebook.com/fulvia.mendini

Mendini Elena Rapa

http://elenarapa.blogspot.it

Rapa

 Marco Demis

http://www.marcodemis.com 

DemisMassimiliano Pelletti

http://www.massimilianopelletti.com

Pelletti Tiziano Soro

http://tizianosoro.com/ita/home.html

Soro

Michela Muserra

http://mumiki.com

Muserra

Pierpaolo Febbo 

http://pierpaolofebbo.tumblr.com

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Infine, ecco un elenco di gallerie che trattano il lavoro di alcuni artisti di Italian Newbrow:

Area\b gallery, Milano

http://www.areab.org

Vanni Cuoghi

Paolo De Biasi

Silvia Argiolas

Giuliano Sale

Massimo Gurnari

Michael Rotondi

Pierpaolo Febbo

Eloisa Gobbo

Alice Colombo

Marco Demis

Tiziano Soro

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Antonio Colombo Artecontemporanea, Milano

http://www.colomboarte.com

Giuliano Sale

Silvia Argiolas

Elena Rapa

Vanni Cuoghi

Colombo

L.E.M., Sassari

Silvia Argiolas

Diego Cinquegrana

Giuliano Sale

 L.E.M.

Roberta Lietti Arte Contemporanea, Como

http://www.robertalietti.com

Vanni Cuoghi

Fulvia Mendini

Lietti

Artforkids, Como

Alice Colombo

Fulvia Mendini

Vanni Cuoghi

Artforkids

Contini Art Gallery, Venezia

http://www.continiarte.com

Giuseppe Veneziano

Contini

Il mondo urbano e stralunato di Jeremyville

15 Ott

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Architetto di formazione e collezionista per passione, Jeremyville è un illustratore, designer, fumettista e pittore tra i più prolifici al mondo. La sua creatività nasce da una vera passione per il disegno, applicato ai più svariati ambiti, dalla produzione di giocattoli, adesivi e T-shirt alla realizzazione e customizzazione di tavole da skate e sneaker, dalla  creazione di animazioni per la TV fino alla divulgazione di illustrazioni e fumetti. Senza dimenticare la pubblicazione di libri come Vinyl will kill you, il primo a documentare la scena dei Designer Toy, e Jeremyville Sessions, sulle sue collaborazioni con grandi gruppi come Adidas, Lego, Converse, Sony, Diesel, MTV, ma anche con artisti come Gary Baseman, Miss Van, Friends with you, Geoff McFetridge, Tim Biskup e centinaia di altri. Jeremyville è il fautore di un’arte totale, non relegata solo al ristretto circuito delle gallerie, ma capace di invadere la vita quotidiana in ogni sua forma. Jeremyville , allo stesso tempo, un artista, un brand e un progetto inteso ad ampliare il raggio d’azione della creatività attraverso un processo di scambi e interazioni con diverse realtà artistiche e produttive.

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INTERVISTA

Jeremy, la prima cosa che m’interessa sapere è perché hai trasformato il tuo nome in un luogo? Che cos’è Jeremyville?

L’idea di Jeremyville è di creare un luogo online per coloro che riescono a capire il concetto totale. È un luogo non limitato ad una nazione, un luogo che chiunque può visitare per sperimentare una parte di Jeremyville. Siamo uno studio che si fonda sul progetto, scegliamo di esplorare qualsiasi media catturi il nostro interesse. Ogni progetto cui il nostro studio sceglie di partecipare deve entusiasmarci e rappresentare una sfida. E vogliamo che il nostro entusiasmo si trasmetta anche al nostro pubblico, per forzare sempre più i limiti di ciò che il pubblico si aspetta da noi. Alcuni approdano a Jeremyville per collaborare, artisti , o aziende che rispettiamo. Penso che Jeremyville sia un nuovo concetto iconoclastico di studio d’arte e design per il nuovo secolo. Diciamo no a molte offerte commerciali , accettiamo solo quelle che ci entusiasmano realmente, come la creazione di Toys per Kidrobot, il design di una calzatura per Converse, uno snowboard per Rossignol, un invito dalla galleria Area B, una linea di t-shirts per 2K a Los Angeles, una mostra collettiva da Colette a Parigi. O l’invito ad unirmi alla mostra collettiva Vader all’Andy Warhol Museum di Pittsburg.

I confini nazionali sono stati abbattuti da internet, il nuovo linguaggio mondiale è fatto di icone, immagini, simboli e segni grafici. Ma anche emozione ed intimità sono universali. È per questo che ho sviluppato le mie silenziose storie a fumetti, pensando che chiunque sulla terra possa capirne la trama, non solo coloro che conoscono l’inglese. I simboli dei fumetti raccontano una storia universale, con una conclusione tanto aperta da permettere ad altri di aggiungervi la propria interpretazione. Per me sono allo stesso tempo molto personali, ed ugualmente molto universali. Questo è il fine ultimo di ogni progetto di Jeremyville : connettersi con gli altri ad un livello molto personale, ma anche raggiungere il maggior numero di persone, universalmente. Unione, anima, ed un messaggio in ciò che facciamo,è tutto.

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Una parte molto importante della tua attività di artista e designer è dedicata alla collaborazione con grandi brand, ma anche con singoli artisti. Il tuo libro Jeremyville Sessions, pubblicato da IdN, ne è una importante testimonianza. Che differenza c’è tra la collaborazione con un’azienda e quella con un artista? Quale preferisci?

Lavoriamo solo con artisti ed aziende che ammiriamo e rispettiamo. A dire il vero molto spesso rifiutiamo gentilmente proposte da realtà che pensiamo siano troppo distanti dall’estetica di Jeremyville, ma ancora più spesso, le realtà che ci interessano davvero, arrivano a noi per ciò che offriamo, sta diventando quindi sempre più semplice capire quali sono le aziende con le quali vogliamo lavorare , che realmente capiscono ciò che facciamo. E quando l’intesa è quella giusta , è fantastico, ed è un processo molto semplice. Se invece manca, il processo può diventare molto difficile. Personalmente amo lavorare sia con gli artisti che con le aziende, ognuno ha i propri parametri. Abbiamo sviluppato il progetto “sketchel custom bag “    per creare una piattaforma che coinvolgesse molti artisti. Il nostro studio collabora anche con numerose realtà a diversi livelli, animazione, illustrazione, conferenze, progetti editoriali, design d’abbigliamento o di toys.

Il mio approccio generale, grazie ai miei studi di architettura , è quello di considerare la soluzione totale, infatti , quando progetto qualcosa, non considero solo l’idea, ma anche il modo in cui l’idea si potrà manifestare nella costruzione finale, e quali cambiamenti si debbano fare durante la strada. Durante il design dei toys, il concetto iniziale può cambiare molte volte per ragioni di produzione o limiti di budget. Oggi devi essere un designer flessibile per lavorare con aziende diverse in campi diversi, dall’abbigliamento ai toys ai libri. Ecco perché mi piace collaborare con grandi marchi come Converse dove la vera sfida è mantenere l’idea iniziale più a lungo possibile, continuando a lavorare entro vincoli produttivi. Trovo questo esercizio tanto affascinante quanto parte dell’arte, come l’arte stessa.

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Con la pubblicazione del libro Vinyl will kill you (a proposito a quando una nuova edizione? In Italia è introvabile) tu sei stato il primo a fare il punto sulla scena dei Designer Toys, contribuendo a far crescere l’interesse per questo fenomeno. Pensi che si possa parlare oggi di un vero e proprio movimento artistico legato alla produzione di Vinyl Toys?

Ho scritto e prodotto Vinyl Will Kill you nel 2004, con la Direzione Artistica di Megan Mair, ed è stato il primo libro al mondo sul movimento del toy design. Credo si sia cristallizzato in un movimento, è certamente un nuovo genere d’arte,  come il design di sneakers da parte degli artisti, e la sua valuta è simile a quella di un’edizione di stampe multiple in tiratura di 300 pezzi. Anche i prezzi di toys e stampe sono generalmente simili. Un’acquaforte firmata di Picasso è un’opera d’arte tanto quanto uno dei suoi dipinti , anche se molto più accessibile, ma sempre adatta ad un’asta. Questo principio generale si applica anche ai toys. Un toy firmato da uno dei tuoi artisti preferiti ha tanto valore quanto una sua stampa firmata, e merita di essere visto come una forma d’arte legittima, ed una parte dell’oeuvre dell’artista.

In tutto il mondo si stanno affermando forme d’arte dirette ad un pubblico più vasto di quello tradizionalmente interessato all’arte. Penso al Pop Surrealism americano, al Superflat giapponese, al Graffitismo e alla Street Art e, certo, anche al fenomeno dei Designer Toys. Non credi che sia in atto un salutare processo di democratizzazione dell’arte e che, contemporaneamente, nei circuiti tradizionali si stia radicalizzando l’idea di un’arte elitaria, diretta ad un pubblico ristretto e ad un collezionismo privilegiato?

Assolutamente si, e la tua citazione del Superflat è molto importante. L’anno scorso ero  alla mostra di Murakami  al MOCA di Los Angeles, ed è stato molto interessante vedere una quantità di suoi lavori “autorizzati” nelle loro nicchie illuminate , elevati quasi a degli assemblaggi di Damien Hirst , ai suoi “medicine cabinets”. I prodotti, le t-shirts di Murakami, le sue spillette, gli adesivi, i toys, erano elevati al livello di manufatti d’arte , balocchi rispetto alla sua produzione globale, ma comunque parte della totalità del suo lavoro, come il disegno per tessuti creato per LVMH. Tutti questi oggetti non erano venduti nello shop della galleria, ma facevano parte della mostra stessa, e  il tessuto di LVMH era incorniciato e venduto come opera d’arte.

É proprio questa democratizzazione dell’arte, quest’accessibilità al lavoro dell’artista per il grande pubblico, che ha sorpassato la tradizionale impostazione di galleria ed ha aperto la definizione di arte a nuove e maggiori possibilità. Duchamp lo ha fatto con i suoi readymades. Dalì lo ha fatto rendendo se stesso un’opera d’arte tanto quanto i suoi dipinti o le sue sculture. Warhol lo ha fatto con i suoi multipli , rimuovendo la mano dell’artista dall’opera d’arte. Murakami costruisce su questa tradizione. Fanno lo stesso KAWS, Sheperd Fairey, Bansky, Koons, Hirst. Questi artisti mi entusiasmano perché ognuno di loro è abbastanza coraggioso da sfidare la definizione di ciò che costituisce l’arte e di come viene rappresentata. Il recente superamento del contesto di galleria da parte di Hirst ed il suo approccio “direttamente all’asta” sono un interessante precedente.

Il mio obiettivo è di accorciare la distanza fra “prodotto” e “arte”, e di infondere in ogni oggetto che creo , sia esso un toy o un dipinto, lo stesso livello di pensiero ed attenzione al dettaglio ed al messaggio. Una t-shirt o un toy sono per me un “multiplo” come lo sono una stampa o un’acquaforte, ed altrettanto parte della produzione dell’artista quanto lo è un grande dipinto. È un momento entusiasmante della ridefinizione di cosa costituisce arte.

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Jeremyville è a tutti gli effetti un’azienda. Mi spieghi com’è strutturata?

Siamo uno studio di design operativo, abbiamo una divisione per i prodotti con agenti a Los Angeles , New York ed in Europa.  Portiamo inoltre avanti i nostri progetti , i dipinti, le animazioni, i toys, il progetto “sketchel custom bag”, le storie a fumetti, l’abbigliamento per il nostro store online, così come progetti commissionati direttamente dalle aziende . Partecipiamo solo ai progetti che catturano il nostro interesse e che possiamo portare a termine con grande creatività e professionalmente. Il nucleo principale dello studio è composto da Neil, Megan e me, lavoriamo con molti designers e fornitori, su  progetti specifici presso il nostro studio , sia presso le loro sedi. Siamo uno studio molto flessibile, io e Megan lavoriamo normalmente dal nostro studio a New York, e con i nostri portatili siamo pienamente operativi tre ore dopo l’atterraggio aereo. Disegno molto quando volo, non si perde tempo durante il viaggio.

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Parliamo nello specifico del tuo lavoro. Com’è nato il tuo linguaggio artistico? Intendo dire lo stile inconfondibile di Jeremyville?

Disegno ogni giorno ed ogni notte. Cerco di inventare una nuova iconografia, nuovi personaggi ed espressioni e storie. Facendo questo il tuo stile naturale evolve e diventa una parte di te, un vero specchio delle tue idee. È l’unico modo che conosco, non esiste una soluzione facile nello sviluppo di un nuovo stile. Ci vuole tempo e per me va bene così. Trovo affascinante il viaggio per approdare ad uno stile, perché a volte disegni un volto in un certo modo, o dei capelli, e sai subito che è solo la prima di molte volte in cui lo disegnerai così, perchè è nuovo, e giusto.

Quella sensazione di novità e di giustezza è ciò che cerco quando disegno, è quella connessione con qualcosa dentro di te, con quella sorta di verità che sta al di sopra di quello che sei. Sento che anche gli altri vi si possono identificare creando quella connessione. Il legame con il pubblico è tutto per me, senza opinione e senza connessioni, il processo dell’arte è alquanto vuoto.  Per questo mi piace parlare con le persone che amano il mio lavoro, su Facebook (4.500 amici) , o su Myspace (15.000 amici) , è quell’ “intimità universale” che sta al centro di ciò che cerco di fare con il mio lavoro, ed internet è il modo migliore per divulgare la mia arte. Penso che la mia arte sia parte del nostro tempo, penso parli un linguaggio capace di connettere fra loro molte persone. Non è un caso, questo è sempre stato uno degli obiettivi da raggiungere con la mia arte. Ero un bambino molto solitario, non avevo amici e non giocavo con nessuno, ora mi sto rifacendo su Facebook! Gli amici di internet sono i migliori! Certo ho un gruppo di amici adulti, da piccolo non ne avevo, ma non mi sono mai sentito solo. Disegnavo, giocavo con i Lego, facevo modellini di aeroplani, giocavo con i Puffi, guardavo un sacco di TV e cartoni! Ero sempre occupato e non mi annoiavo mai. Ricordo che ad ogni inizio di vacanza scolastica preparavo una lista di cose da fare, come costruire 4 modellini , creare un personaggio animato o costruire un trenino magnetico. Mi sono ricordato solo ora queste cose, mentre scrivo , lo avevo completamente dimenticato. Ancora oggi ogni settimana stilo una lista con quello che farò, dopo uno sguardo più attento direi che quell’abitudine che avevo ad 8 anni  mi stava preparando alle attività “project based” che faccio ora.

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In un intervista hai detto: “Un coniglio carino in un trip acido paranoico probabilmente riassume bene il mio stile artistico” (NdR: “A cute rabbit on a paranoid acid trip probably sums up my art style”). Quanto è importante nel tuo lavoro  l’influsso della cultura psichedelica?

Adoro gli anni sessanta. Adoro l’idea di un hippy. Penso di avere dentro di me un hippy che vuole uscire. Ogni tanto provo a farmi crescere la barba ma i miei amici mi fanno notare che è tempo di radermi! Mi relaziono molto con l’era di Robert Crumb, dell’arte psichedelica di Martin Sharp,  dei posters rock e degli  inchiostri  fluo su sfondo nero. L’idea che l’arte potrebbe cambiare il mondo , o almeno liberarti la mente per un attimo. Quando disegno, svuoto la mente e lascio che la penna prenda la sua strada sulla pagina, non uso prima la matita, disegno direttamente sulla pagina ed uso i colori direttamente sulla tela. Spero che questo senso di liberazione che io sento con la mia arte si trasmetta allo spettatore, e che anche lui possa sperimentarlo. Voglio tornare indietro ad un livello molto personale, disegnato a mano, individuale, ma anche radicato nel contesto storico, per avere un senso di familiarità con chi guarda, come se un cartone della Disney fosse esploso sulla sua faccia.

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Nel tuo stile c’è una contraddizione tra l’aspetto carino e positivo dei tuoi personaggi e una narrazione dai contenuti talvolta “crudi”. Credi che si tratti di una compensazione tra le forze positive e negative della tua personalità a far si che il tuo lavoro non possa essere descritto come semplicemente “fiabesco”?

La vita è fatta di contraddizioni ed opposti, ed ognuno di essi è bellissimo per me, non solo quello carino e grazioso. La morte può essere bellissima, così come il dolore e la perdita. Tutto è parte della condizione umana. Cerco di lottare con ogni aspetto dell’umanità nel mio lavoro. Così un bel coniglietto può piangere,  una ragazza può abbracciare dolcemente un mostro, è questa la dualità che cerco di catturare, perché la vita non è semplice ne’  logica, la tristezza si mischia all’amore in un istante, e  puoi sentire la malinconia in una giornata stupenda. Amo questa complessa stratificazione della vita.

Ho notato che nei tuoi fumetti c’è spesso una narrazione circolare… insomma, come se l’universo trovasse ogni volta un modo per ristabilire l’equilibrio.

Ottima osservazione, voglio anche che la storia sia quasi senza fine, come un sogno ricorrente, o una canzone che ascolti continuamente fino a quando non vi trovi qualcosa di nuovo : una nuance, una cambio di nota, un nuovo significato nelle parole. Voglio che i miei fumetti siano essenziali , stilisticamente, molto vuoti, ma anche molto ricchi e complessi in un senso narrativo. Abbastanza essenziali da permettere a chi guarda di reclamare il proprio senso narrativo, di riempire i vuoti, di farlo proprio.

La natura ciclica dei fumetti allude anche al fatto che nonostante le cose vadano bene o male, esiste sempre quell’equilibrio universale che trova la giusta misura e fa evolvere le cose. Inoltre, non importa quanto lungo ed accidentato sia il tuo viaggio nel fumetto, troverai sempre la strada di casa o la strada per una qualche conclusione universale, e per la verità. La tua osservazione è perfetta, mi piace che tu abbia colto questo dai miei fumetti, grazie, significa molto per me.

La natura e la città sono gli scenari in cui ambienti le tue brevi e fulminee narrazioni, che spesso toccano tematiche ecologiche. Credi che sia possibile fare politica attraverso l’arte in un modo che non ha nulla a che vedere con gli schieramenti politici?

Si, credo che la mia arte sia molto politica, ma non in un senso scontato. Si tratta più della politica dell’amore, della nostra relazione con la natura e fra noi. Ho sempre voluto che i miei fumetti potessero essere letti fra 200 anni ed essere ancora capaci di far riflettere e toccare le persone. Ecco perché non disegno fumetti d’attualità ed ho scelto di eliminare la lingua inglese, tranne che per i titoli, come “The End” o “The Flower”, che non vanno necessariamente letti per capire la storia raccontata. Voglio che siano piccole vignette della condizione umana, davanti a me ho altre migliaia di fumetti da disegnare, perché la condizione umana è infinita, ma il mio tempo sulla terra non lo è. Cerco di disegnare almeno un fumetto alla settimana, ne ho già molti pronti ma ancora da scansionare e colorare, altri sono solo schizzi , altri ancora solo parole.

Quando disegno un fumetto, penso ad uno stato d’animo, ad un’emozione, e cerco di esprimerla attraverso la narrativa ed uno stile riduttivo lasciandone aperta la fine, così che il lettore possa aggiungere i suoi ingredienti, le sue esperienze di vita, per dare ulteriore risalto alla storia. I personaggi sono spesso solo forme semplici, con solo un sopracciglio incurvato a suggerire preoccupazione, o un occhio chiuso per esprimere malinconia o introspezione. La loro forma non conta, e nemmeno il loro nome, mentre la storia che stanno veicolando è tutto.

La tua arte appare su ogni genere di oggetto, dalla tela ai toys, dalle borse alle T-shirt, fino agli skateboard e alle chitarre e, inoltre pubblichi libri, realizzi animazioni per la televisione, stampi serigrafie e disegni fumetti. Quali sono gli ambiti nei quali vorresti lavorare in futuro?

Quest’anno ho dipinto molto di più. Ho iniziato a dipingere a 17 anni, era la mia principale forma d’arte mentre studiavo architettura all’Università di  Sydney. Ora sono molto più concentrato sul mio stile pittorico, alcuni pezzi saranno rivelati durante questa mostra ad Area B, altri in molte collettive in programma quest’anno. Penso di aver raggiunto ora uno stile unico, chiamo i miei dipinti “Acid Pop” , sono psichedelici, paesaggi di sogno della condizione umana, pervasi da un lucido liquido ambrato che si indurisce per  tenere dentro il pensiero e preservarlo nel tempo. Come gli insetti antichi intrappolati nell’ambra di alberi  preistorici, sono vignette di un momento dimenticato ma fondamentale.

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Pensando a come è strutturata non solo la tua attività, ma anche quella di Takashi Murakami con la sua Kaikai Kiki, mi chiedo se il futuro dell’artista globale sia quello di diventare un’azienda. Che ne pensi?

Penso tu abbia ragione, ma naturalmente spetta ad ogni artista scegliere il proprio percorso. Il bello dell’arte è che può essere reinventata. Credo sia dovere degli artisti reinventarsi continuamente, mettersi alla prova, pur mantenendo un forte senso di ciò che sono, come artisti. L’idea di un’azienda è per me solo uno strumento con cui realizzare delle cose, non è un mezzo fine a se stesso. Dovrebbe sempre servire un proposito più grande, facilitare la diffusione dell’arte e delle idee. Quando ti trovi preso dai meccanismi amministrativi di un’azienda, dimentichi la ragione per cui l’hai creata originariamente. Tempo fa nel nostro studio lavoravano molte più persone, ma ci siamo ora organizzati all’essenziale per gestire tutto. Mi ero accorto che stavo diventando un datore di lavoro, invece di creare. Ho perso molto tempo così. Ci siamo ora strutturati in modo da massimizzare il mio tempo per creare, e minimizzare il tempo dedicato all’amministrazione. C’è un giusto equilibrio. Penso comunque di aver bisogno di una struttura aziendale che mi supporti per fare il mio lavoro al meglio, per me è liberatorio, offre alla mia arte infinite possibilità di evoluzione.

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Quali sono i tuoi progetti?

Cerco di mantenere il segreto sulle mie iniziative finché  non diventano pubbliche, ma ora sto lavorando su diversi grandi progetti, molto diversi da ciò che ho già fatto e molto impegnativi per me,e per il nostro studio. Penso sia uno dei miei lavori migliori e, se riuscirà come spero, sarà un progetto davvero speciale.

Giuliano Sale. Happiness is a Warm Gun

17 Set

A cura di Roberto Fantoni

Scegliendo questo titolo, Happiness is a warm gun, per la sua nuova ricca mostra personale allestita nell’intimo spazio del Little Circus della galleria di Antonio Colombo, probabilmente Giuliano Sale vuole fornirci una chiave di lettura parallela per orientarci nel suo immaginario artistico.

Giuliano Sale 2013 80x80 olio su tela -mother Superior-

John Lennon scrisse canzoni con un caratteristico linguaggio visionario e metaforico prossimo al nonsense, permettendo molteplici letture trasversali ed allusive delle sue opere. Dolcezza ed eleganza racchiudono messaggi duri e violenti, descrizioni di situazioni assurde ma tremendamente reali vengono affrontate con ironia ed umorismo. Nel brano tratto dal White Album dei Beatles si integrano mirabilmente temi musicali diversi fra loro con immagini surreali alternate a richiami personali ed allusioni erotiche.

Giuliano Sale 2013  olio su tela 30x24 -We can make our fun anyway-

Nella mostra, opere d’ispirazione folkloristica virano in situazioni inquietanti, emblematiche ed imprevedibili. L’erotismo è indagato con un distacco che contrasta con la forza e bellezza della rappresentazione. Il ritratto è affrontato in tutta la sua ambiguità, liberato dai canoni estetici attuali. Nelle nature è sufficiente un minimo dettaglio, un particolare fuori posto, fuori registro e il tutto assume una tensione inaspettata dove crollano certezze ed interpretazioni. Di fronte a questi lavori si prova un piacevole disorientamento temporale, si respira la storia dell’arte senza che ci sia conoscenza scolastica. Giuliano Sale si dimostra pittore del dubbio, dell’indefinito, dell’incerto. Si assiste alla perdita dei confini fra i generi, fra il bello ed il brutto, fra il bene ed il male. In questo viaggio al centro dell’uomo sono scomparsi i punti di riferimento, i punti cardinali, s’è persa la via maestra.

Giuliano Sale 2013 50x60volio su tela -LA NOIA-

Giuliano Sale è un pittore severo e rigoroso, lontano dalle mode, irriverente e fustigatore, si dimostra artista di sfumature ed esploratore di confini indefiniti, grande interprete della Zona Grigia oggi imperante. Mai come in questo caso, in un’epoca di facile serialità e riproducibilità, di gigantismo scenografico e di certo concettualismo di maniera, l’antica ma sempre attuale pittura dimostra di saper suscitare emozioni uniche ed irripetibili generate esclusivamente da sensibilità e talento naturale. Ritornando all’apparente “bianco” White Album è proprio il caso di dire: nulla è come appare e parafrasando gli Stones di “It’s only rock & roll”: è solo pittura, ottima pittura.

Giuliano Sale 80x100 2013 olio su tela -Deposizione- 

La mostra inaugurerà giovedì 26 settembre 2013, alle ore 18.30

da martedì a venerdì, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00

sabato dalle 15.00 alle 19.00

fino al 19 ottobre.

In contemporanea, la mostra personale di El Gato Chimney.

 

Giuliano Sale è nato a Cagliari nel 1977. Vive e lavora a Milano.

Principali mostre personali: 2013 Cadono Pietre, Catania Art Gallery, Catania, a cura di I. Quaroni; 2011 Biedernaier, L’umanità al crepuscolo, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano; 2010 L’Oblio, Antonio Colombo Arte Contemporanea (Little Circus), Milano, a cura di M. C. Valacchi; 2007 Lullaby, Galleria Capsula, Roma, a cura di S. Elena ed E. Olmetto; 2006 Embryo-Onis, Galleria Studio 20, Cagliari; 2005 Spinky & Co, Galleria My Mask, Cagliari, a cura di R. Vanali.

Principali mostre collettive: 2013 The Dark Night, Pinacoteca Carlo Contini, Oristano; 2012 Something Else, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano, a cura di R. Fantoni; Premio Terna04 sezione gigawatt Roma; The shape of painting to come, galleria Lem, Sassari; L’isola dei morti, Exma, Cagliari, a cura di R. Vanali; Italian Newbrow.Cattive Compagnie, Fortino, Forte dei Marmi, a cura di I. Quaroni, Altrove Luogo o poesia, Catania Art Gallery, Catania; Big Bang, galleria Lem, Sassari; Biennale Italia-Cina, Villa Reale di Monza, Monza; Italian Newbrow, Como Pinacoteca Civica Palazzo Volpi; 2011 54 Biennale di Venezia, Padiglione Sardegna, 2010 Quattordicesima Biennale d’Arte Sacra – Le Beatitudini evangeliche, Museo Stauros d’Arte Sacra Contemporanea, Isola Del Gran Sasso, a cura di Luca Beatrice; The Berlin Wall, Promenade Gallery contemporary art, Vlore, Albania; Forward_Rewind, Colombo Arte Contemporanea, Milano; 2009 SerrONE – Biennale Giovani, Serrone della Villa Reale, Monza; 2008 Alone, Galleria TubeGallery, Milano, a cura di Arsprima; Overture, Galleria San Salvatore, Modena, a cura di I. Quaroni; Whaleless , Strychnin Gallery, Londra, a cura di G. Cervi e R. Pira; Allarmi 2008 Caserma de Cristoforis, Como, a cura di I. Quaroni, A. Zanchetta e A. Trabucco; Arrivi e Partenze, Mole Vanvitelliana, Ancona, a cura di A. Fiz e W. Gasperoni.

Antonio colombo arte contemporanea
Via Solferino 44 – 20121 Milano
Tel/Fax 02.29060171 –
http://www.colomboarte.com
E-mail: info@colomboarte.com   S.a.s. – Via Solferino 44 – 20121 Milano
 

Steffen Terk. Le domande della pittura

10 Giu

di Ivan Quaroni

Fin dall’antichità l’uomo ha considerato il regno animale come un territorio di simboli e metafore, utilizzando l’effigie di questa o di quella specie a scopo puramente rappresentativo. L’araldica ha fatto abbondantemente uso di iconografie zoomorfe nel tentativo di illustrare i pregi e le virtù, le qualità e le prerogative di un clan o di una casata nobiliare, di una corporazione o di una confraternita.  Così, nel corso dei secoli, gli animali sono stati virtualmente trasformati in creature allegoriche e in personaggi favolistici. In pratica, essi sono stati sottoposti ad un processo di forzata umanizzazione, che li ha, per così dire, addomesticati, rendendoli più conformi ad una visione antropocentrica del creato.

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Steffen Terk è partito proprio da questa considerazione quando ha deciso di sviluppare un ciclo di lavori incentrati sul tema della rappresentazione zoomorfa. La serie Animals for Lorenzelli Arte è, infatti, un tentativo di ribaltamento del consueto meccanismo proiettivo dell’uomo, il quale vede gli animali come incarnazione dei propri attributi morali o caratteriali. A dispetto dei titoli, in cui l’animale figura ancora come attributo di un soggetto umano – Jan Peter’s Hyaena, Flynn’s Wolf, Björn’s Ram, Kerstin’s Panther, Marie’s Jellyfish e così via – in questi dipinti di Terk si avverte la volontà di restituire al regno animale una propria autonomia rappresentativa, scevra da implicazioni simboliche o allegoriche. Se vogliamo, Terk si pone agli antipodi rispetto al pensiero di Charles Le Brun, il pittore ufficiale di Luigi XIV, che ebbe un ruolo chiave nella transizione dalla fisiognomica magica del Cinquecento a quella razionale del Seicento. Secondo Le Brun, che derivava il suo metodo dal disegnatore e studioso di zoomorfismo Giovan Battista Della Porta, era possibile desumere vizi e virtù di un individuo dalla comparazione tra la fisiognomica umana e quella animale. In pratica, il pittore francese, le cui teorie influenzarono la ricerca scientifica del Secolo dei Lumi, era convinto che la conformazione facciale rivelasse, attraverso l’individuazione delle tracce di “animalità”, il carattere degli uomini. Così, ad esempio, un volto grifagno era il sintomo di un carattere simile a quello di un rapace predatore, mentre una fisionomia leonina rivelava un’indole regale e coraggiosa. In sostanza, la teoria lebruniana portava al massimo grado il meccanismo proiettivo della visione antropocentrica.

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Con i lavori qui presentati, Terk si chiede, invece, se sia possibile, dall’esterno, capire l’intima natura di un animale e quindi rappresentarlo non così come noi lo vediamo, ma come esso si vedrebbe. “Ma se, come io credo, ciò non è possibile”, ha scritto l’artista, “come potrei, io, un uomo, rappresentarlo senza ricorrere alle mie vecchie categorie?”. L’unica possibilità consiste, secondo Terk, nel considerare gli animali come puri esempi di bellezza, fenomeni che si dispiegano in una successione di pattern e texture, di motivi creati dalla ritmica ripetizione delle configurazioni naturali e organiche dei piumaggi, dei manti, delle pelli. Insomma, con i suoi Animals for Lorenzelli Arte, Terk sembra avvicinarsi alla Fenomenologia di Husserl, cioè a quel metodo cognitivo che descrive i fenomeni per come essi appaiono, attraverso la sospensione del giudizio sulla loro natura e funzione (epoché fenomenologica). Eppure, Terk non intende offrirci una visione analitica degli animali, ma piuttosto una descrizione morfologica e ottica, in cui è possibile rilevare una ricorsività di forme, una frequenza di configurazioni e di strutture che ricalcano la ritmica delle giaculatorie mistiche e dei sacri mantra.

Nato a Dresda nel 1950 e cresciuto nell’avverso clima culturale della DDR, a contatto con artisti come A. R. Penck, Haral Gallasch e Wolfgang Opitz, con i quali peraltro, tra il 1971 e 1976, prende parte all’esperienza del collettivo Lücke TPT, Terk dimostra di avere un atteggiamento anti-romantico nei confronti della pittura, che lo ha portato ad interessarsi più al processo creativo, al modus operandi, piuttosto che ai contenuti simbolici o emotivi. Non è un caso che proprio l’esperimento della Lücke TPT si configurasse come una sorta di “gioco pittorico” in cui gli artisti collaboravano alla creazione di ogni tela, seguendo un metodo codificato che lasciava assai poco spazio all’improvvisazione narcisistica. Il gioco consisteva in tre possibili variazioni procedurali, basate sulle stesse regole. La prima variazione prevedeva che ognuno dei quattro artisti, a turno, facesse la propria “mossa” in una parte qualsiasi del quadro. La seconda variazione consisteva nella spartizione della superficie in quattro identiche strisce orizzontali. Infine, la terza variazione constava nella suddivisione della tela in quattro parti uguali (quattro triangoli ottenuti tracciando due diagonali oppure quattro quadrati ottenuti tracciando due assi ortogonali). In questo modo, il processo del dipingere assumeva i connotati di una disciplina collettiva, che teneva a distanza l’influsso degli apporti emotivi, ma senza sopprimere le caratteristiche individuali di ogni segno.

Ora, la pittura di Steffen Terk si configura, ogni volta, come la risposta a un quesito, a una domanda sulle possibilità cognitive di questo mezzo, insieme antico e moderno. Mentre l’esperienza della Lücke TPT, giustamente celebrata in una recente mostra antologica alla Villa Eschenbach di Dresda, dimostrava che nell’ambito di un lavoro di gruppo codificato, più l’artista prende le distanze da se stesso, più è in grado di sviluppare il processo della creazione, le nuove opere della serie Animals for Lorenzelli Arte cercano di verificare la possibilità di rappresentare un soggetto non come esso ci appare, con il suo inevitabile retaggio di nozioni acquisite, ma come esso realmente è. Paradossalmente, nella consapevolezza di non poter comprendere la reale natura degli uccelli e dei felini, dei canidi e degli insetti, Terk si affida alla morfologia. Infatti, potendo disporre solo dell’aspetto, della sembianza, della foggia esteriore degli animali come elementi oggettivi, egli elabora una pittura di forme allo stesso tempo figurali e astratte in cui le trame e gli orditi, gli intrecci e i pattern scivolano gli uni sugli altri, confondendosi con la ritmica anulare dei fondali.

In questa carrellata di opere, aleggia un mistero, un enigma, quasi che l’artista voglia lasciar trapelare dalle texture che formano l’epidermide dei suoi animali un’indole fondamentalmente aliena. Le bestie di Terk sono, infatti, prive di connotazioni psicologiche, simboliche o, peggio, emotive. Non avvertiamo in esse alcun senso di familiarità che ci induca a preferirne alcune a discapito di altre. “Nessuno degli animali che ho dipinto”, ha affermato l’artista, “è stato dipinto con tenendo conto di un senso di preferenza. Nessuno è più bello, più forte o migliore degli altri”. Gli unici elementi discriminanti riguardano, piuttosto, la foggia, la qualità metamorfica delle superfici, la malia delle livree, la maculatura dei pelami, la compagine degli esoscheletri e la compattezza muscolare, strutture che Terk traduce in segni. Segni che, a loro volta, dialogano con la fitta maglia dei cerchi e degli anelli che formano l’impalcatura dei fondi e creano, infine, una fertile commistione tra impulsi iconici e aniconici.

Verena Princi – Crepa! * Una riflessione sull’anima

9 Apr

Associazione Culturale CircoloQuadro 

Via Thaon di Revel 21, 20159 Milano, Italy

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“Crepa! * Una riflessione sull’anima” è un’opera site specific di Verena Princi, alla sua prima mostra personale a Milano.
Dov’è l’anima? Il corpo può intaccare l’anima? E i cambiamenti che il corpo subisce possono modificare l’anima stessa? Queste sono le domande che hanno sollecitato l’artista a una riflessione su dove si possa trovare l’anima della città o dei luoghi che frequentiamo abitualmente o degli oggetti che per anni ci accompagnano o, finalmente, della nostra stessa anima.

* Il titolo, forte e provocatorio, è riferito sia al sostantivo “crepa”, sia alla voce del verbo intransitivo “crepare”, e con il significato ulteriore di “incrinare” e quindi “aprire”.
Da un punto di vista religioso “crepando” si è sottoposti a una scissione tra l’anima e il corpo: il solco irregolare che corre lungo tutto il pavimento di Circoloquadro è assunto a rappresentazione di tale separazione e diviene l’elemento spaziale attorno a cui ruota tutto il progetto. Esso non è solo segno, tracciato, ma vero e proprio contenitore che accoglierà sabbia rossa, la sua anima.

La crepa di Circoloquadro però è solo il termine del viaggio percorso da Verena Princi alla scoperta del profondo: piccoli cilindri di marmo provenienti da Gorizia, sua città natale, un cuscino contenente oggetti appartenenti alla quotidianità e un peluche sottovuoto tentano di dare una risposta alla domanda iniziale.
Un allestimento rigoroso e tutto da toccare perché i visitatori possano esperire l’esperienza dell’anima.

Questa mostra è stata elaborata e si è affinata durante il workshop tenuto a Circoloquadro da Ivan Quaroni, all’interno del quale gli artisti partecipanti si sono misurati nella progettazione di una esposizione personale. Come ha spiegato Ivan Quaroni, “Il progetto di Verena Princi, presentato in varie sessioni del seminario, si è dimostrato il più interessante per diverse ragioni. Innanzitutto, Verena ha dimostrato di saper usare un metodo intuitivo che coinvolge l’esperienza personale, la riflessione individuale e la scoperta casuale. Il suo approccio al progetto è stato insieme curioso e misterioso, perché ha affrontato un argomento universale, quale la definizione del concetto di anima, partendo dall’esperienza individuale e dal vissuto quotidiano. Credo che Verena Princi sia un artista capace di usare il pensiero abduttivo come nessun altro e di indagare la realtà sotto la superficie del visibile. Il suo progetto si pone all’incrocio tra la pratica installativa, il ready made e l’arte concettuale e comportamentale. Inoltre, il suo progetto ha saputo valorizzare le caratteristiche morfologiche dello spazio, rendendolo parte integrante e fondamentale dell’opera”.

Verena Princi (Gorizia, 1978) si accosta per la prima volta alla pittura realizzando dei disegni su muro con sputo e pennarelli, raffiguranti dei fenicotteri rosa a dimensione naturale. Si diploma all’Istituto d’Arte “Max Fabiani” di Gorizia proseguendo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti a Villa Manin e a Venezia. Si è specializza in grafica pubblicitaria e multimediale; tornata a Venezia casualmente assiste ad una lezione di Alberto Garutti, ne resta colpita e decide di frequentare il Corso di Arti Visive e dello Spettacolo della Facoltà di Design e Arti dello IUAV di Venezia. Ha esposto in mostre collettive e personali a Milano, Venezia e Gorizia.

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VERENA PRINCI – CREPA! * Una riflessione sull’anima
Inaugurazione: mercoledì 17 aprile 2013, dalle 18.30
In mostra: dal 17 aprile al 3 maggio 2013
Orari: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19, o su appuntamento
Informazioni: info@circoloquadro.com, tel. 02 6884442, 339 3521391