Italian Newbrow corre sul web

28 Gen

Ecco un elenco di tutti i siti web degli artisti di Italian Newbrow. Tutto quello che avreste voluto sapere e non sapevate dove trovare….

Cominciamo con la pagina FB di Italian Newbrow, con tutte le news e le nuove opere postate direttamente dagli artisti.

Italian Newbrow

https://www.facebook.com/ItalianNewbrow

Italian Newbrow

Ed ecco invece i siti dei principali artisti del movimento:

Vanni Cuoghi

http://www.vannicuoghi.com/it/

Cuoghi

Giuseppe Veneziano

http://www.giuseppeveneziano.it

Veneziano

Giuliano Sale

http://www.giulianosale.com

Sale Silvia Argiolas

http://www.silviaargiolas.com 

ArgiolasPaolo De Biasi

https://www.facebook.com/pages/paolo-de-biasi/158287757578428?fref=ts

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Michael Rotondi

http://michaelrotondi.blogspot.it

Rotondi Massimo Gurnari

http://massimogurnari.it 

GurnariDiego Dutto

http://www.diegodutto.it 

Dutto

Alice Colombo

http://www.alicecolombo.com

Colombo Eloisa Gobbo

http://www.eloisagobbo.it

GobboFulvia Mendini

https://www.facebook.com/fulvia.mendini

Mendini Elena Rapa

http://elenarapa.blogspot.it

Rapa

 Marco Demis

http://www.marcodemis.com 

DemisMassimiliano Pelletti

http://www.massimilianopelletti.com

Pelletti Tiziano Soro

http://tizianosoro.com/ita/home.html

Soro

Michela Muserra

http://mumiki.com

Muserra

Pierpaolo Febbo 

http://pierpaolofebbo.tumblr.com

Schermata 2014-01-28 alle 12.21.20

Infine, ecco un elenco di gallerie che trattano il lavoro di alcuni artisti di Italian Newbrow:

Area\b gallery, Milano

http://www.areab.org

Vanni Cuoghi

Paolo De Biasi

Silvia Argiolas

Giuliano Sale

Massimo Gurnari

Michael Rotondi

Pierpaolo Febbo

Eloisa Gobbo

Alice Colombo

Marco Demis

Tiziano Soro

 b

Antonio Colombo Artecontemporanea, Milano

http://www.colomboarte.com

Giuliano Sale

Silvia Argiolas

Elena Rapa

Vanni Cuoghi

Colombo

L.E.M., Sassari

Silvia Argiolas

Diego Cinquegrana

Giuliano Sale

 L.E.M.

Roberta Lietti Arte Contemporanea, Como

http://www.robertalietti.com

Vanni Cuoghi

Fulvia Mendini

Lietti

Artforkids, Como

Alice Colombo

Fulvia Mendini

Vanni Cuoghi

Artforkids

Contini Art Gallery, Venezia

http://www.continiarte.com

Giuseppe Veneziano

Contini

Franco Tosi – Synaesthesis

27 Gen
 

 di Ivan Quaroni

Esistono, senza dubbio, diverse forme di astrazione, le quali traggono la propria ragion d’essere da premesse diverse. Ad esempio, l’astrazione analitica, quella che pone al centro la geometria e i problemi di ordine percettivo, e che storicamente corre lungo una linea che dal Bauhaus approda fino alle ricerche ottiche e cinetiche. Un altro tipo di astrazione, quella lirica, che si esprime attraverso l’impronta segnica e gestuale, il calligrafismo e la sgocciolatura, testimonia, invece, un approccio del tutto diverso, che avvalora la dimensione dell’intuito, dell’emotività e perfino della casualità.Entrambe le linee, quella fredda e analitica e quella calda ed emotiva, indagano la dimensione dell’ineffabile e dell’insondabile. Sono, in sostanza, linguaggi visivi che fanno a meno dell’approccio narrativo e aneddotico tipico della dimensione figurativa, per affrontare problemi legati alla sfera enigmatica della percezione ottica o a quella, altrettanto enigmatica, della percezione interiore. Il termine “astrazione” deriva dal latino ab trahere, che significa “distogliere”, “separare” e indica quel tipo di processo che consente di spostare l’attenzione dal piano della contingenza a quello dell’intelletto. In un certo senso, astrazione e teoria sono termini analoghi, perché prevedono un distaccamento, almeno pretestuoso, dalla realtà fenomenologica. Ecco perché in pittura l’astrazione è spesso considerata una forma d’arte concettuale.Eppure, l’astrazione contemporanea non opera un completo distaccamento dalla realtà, ma, anzi, spesso trae spunto dal mondo della natura e delle forme organiche.

Secondo Tony Godfrey, autore del fortunato volume Pittura Oggi (Phaidon Press, 2009), dalla metà degli anni Novanta, si sarebbe affermato un nuovo tipo di astrazione “ambigua”, volta al recupero del gradiente umano, inteso non solo come apporto gestuale e valorizzazione della sfera del subcosciente, ma anche come riscoperta delle forme naturali e dei modelli di crescita e proliferazione tipici del mondo organico. Un aspetto, quest’ultimo, che deve molto alle teorie di Gilles Deleuze sul rizoma, il rigonfiamento sotterraneo del fusto arboreo, che il filosofo francese adotta come metafora di una ricerca speculativa che non soggiace ai processi della logica binaria, ma che, piuttosto, sviluppa metodi cognitivi non lineari e non gerarchici, in cui la casualità e l’intuizione ricoprono ruoli determinati. Analogamente, l’astrazione ambigua sembra oggi aver abbandonato il rigore critico dell’astrazione pura, attraverso la formulazione di costrutti visivi capaci di tradurre in pittura sia le sollecitazioni sensibili della vita organica, sia quelle, ancor più impalpabili, degli epifenomeni psichici. Entrambe queste tendenze sono presenti nella ricerca formale di Franco Tosi, che ricorre al concetto di synaesthesis per descrivere il meccanismo introspettivo da cui originano le sue opere.

Franco Tosi trasforma la synaesthesis, che per gli Stoici era un atto di analisi interiore, insomma una forma d’indagine introspettiva, in uno strumento di traduzione visiva di processi invisibili, o comunque inafferrabili con i tradizionali strumenti percettivi e cognitivi di cui disponiamo. L’invisibilità cui Tosi allude è, in verità, di due tipi. Una è l’invisibilità dei processi organici che si producono nel livello cellulare degli organismi e che può essere ovviata dall’occhio umano solo tramite l’utilizzo di potenti strumenti ottici, come i microscopi. L’altra risiede, invece, nella sfera psichica e pneumatica del pensiero e richiede, per essere disvelata, un potenziamento delle facoltà percettive e intuitive più sottili dell’individuo. Sono campi d’indagine differenti, che Tosi riunisce nel dominio operativo della pittura con un’attitudine che ci sembra, appunto, “ambigua” per definizione, proprio perché tesa al recupero di una dimensione che non può dirsi astratta in termini assoluti.

Tre sono le serie, o i cicli di opere, cui l’artista si dedica da diversi anni: Mitosi, Graffi e Landscape. Non si tratta di tappe cronologiche, ma piuttosto di traiettorie di ricerca che, occasionalmente, s’incrociano e s’intersecano, sempre muovendo da una medesima attitudine concettuale, che l’artista declina nella reiterazione ossessiva di forme dinamiche e transitorie. Forme che, per inciso, sembrano slittare, quasi pendolarmente, dal piano figurale della riconoscibilità ottica a quello aleatorio dell’astrazione, come per effetto di un progressivo dissolvimento e riaccorpamento delle strutture. Nelle Mitosi, caratterizzate dalla reiterazione di macchie globulari e ovoidali, Tosi pare osservare il regno organico nella dimensione microscopica e cogliere il processo di riproduzione delle cellule nel suo divenire molteplice. Il suo interesse per la biologia umana, in parte derivante dagli studi presso l’Istituto per le Arti Sanitarie Ausiliari, è evidente, ma non può diventare l’unico filtro interpretativo della sua opera. Tanto più che, l’adesione mimetica nella rappresentazione dei processi di mitosi, è sostituita da una trasposizione di ordine lirico e onirico. Tosi stesso descrive la propria ricerca sui particolari anatomici nella loro dimensione microscopica come una rivisitazione “in forma onirica e concettuale”. “La figura”, afferma l’artista, “si dissolve perdendo via via ogni riconducibilità a ciò che è, per diventare una visione introspettiva di frammenti di noi stessi”.

In sostanza, la visione cellulare di Tosi è una sorta di sineddoche, figura retorica che indica la parte per il tutto. Ossia, è una metafora per indicare l’uomo nella sua globalità. La visione parziale, organica, subepidermica, diventa il pretesto per attirare l’attenzione sulle invisibili dinamiche dei processi biologici, ma è anche un modo per suggerire che il piano dell’invisibilità si estende anche ai meccanismi cognitivi delle intuizioni spirituali. In pratica, Tosi intuisce che tutto ciò che è davvero importante e vitale nella nostra esperienza, sta fuori dai confini della percezione ordinaria, oltre i limiti delle nostre capacità sensoriali e, soprattutto, di là dal perimetro delle nostre facoltà intellettive. Così è per i fenomeni cellulari, ma anche atomici e subatomici, che l’occhio nudo non può cogliere. E così è pure per le folgorazioni profonde e i lampi fulminei della synaesthesis, che sono fuori della portata del pensiero razionale e cartesiano, oltre le strette griglie del sistema binario, che ci fa troppo simili alle macchine. Le “Bolle come cellule, i graffi e i segni come neuroni impazziti che attraversano la tela, oltre il supporto, oltre la razionalità per perdersi nell’infinito”, di cui parla Tosi, diventano, quindi, i segnali di questo sconfinamento percettivo. Di più, testimoniano la presenza di una realtà che non può che essere indagata con gli strumenti della rappresentazione aniconica, proprio perché la figurazione, con le sue asserzioni mimetiche, si rivela inadeguata a cogliere la dimensione extrasensoriale delle epifanie biologiche e psichiche.

38 - Graffio N#15 - 2012 - Olio su tela cm. 15 x 15

Tosi indaga il mistero e l’enigma dell’esistenza attraverso forme evocative, insieme ambigue e allusive. I suoi Graffi, ad esempio, possono essere letti come segni antropici, scalfitture prodotte da un gesto umano, oppure come filamenti di DNA, legami chimici intermolecolari, rappresentazioni grafiche di liquidi immiscibili. La natura ambigua delle forme apre, dunque, un ampio ventaglio di possibilità interpretative, tanto nelle Mitosi, quanto nei Graffi. Lo stesso si può dire dei Landscape, che con i paesaggi tradizionali condividono la struttura semantica, cioè una morfologia leggibile in termini di spazio, grazie alla presenza di un “orizzonte”, di un “piano”, di una “profondità”, anche se, in realtà, si tratta sempre di superfici magmatiche e mutevoli, che sfuggono a una definitiva comprensione ottica. I Landscape di Franco Tosi sono luoghi privi di coordinate geomorfiche, campi di attraversamento, topiche liminari, intercapedini dimensionali che inducono l’osservatore a compiere un’esperienza immersiva e sinestetica, durante cui si compie uno slittamento dalla percezione (ottica) all’introspezione. In un certo senso, i Landscape sono esche, trappole ben congegnate, che irretiscono lo sguardo dello spettatore, immergendolo in un mantra visivo fatto di fluidi accostamenti cromatici, di campiture scivolanti, di partiture ritmiche e ipnotiche, le quali, lentamente, quasi inavvertitamente, trasformano l’approccio retinico in esperienza cognitiva.

Infatti, anche i Graffi e le Mitosi possono essere considerati, in qualche modo, dei paesaggi. Mentre i primi sono simili a vedute satellitari, solcate da sinuosi tracciati fluviali, da piani alluvionali e stretti, profondi canyon, le seconde appaiono come superfici instabili e brulicanti, colte da una prospettiva aerea. Ma è naturalmente un’illusione, conseguente alla sopravvivenza di schemi figurativi innati nel pensiero umano. Si pensi alla celebre riflessione intorno alla “macchia sul muro”, contenuta nel Trattato della Pittura di Leonardo, in cui l’artista affermava che “Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose”. Tuttavia, è giusto rilevare che nella pittura di Tosi, l’ambiguità e l’indefinizione non sono semplici espedienti evocativi, ma conseguenze di un particolare modus operandi e di precise scelte linguistiche e formali. Nel tempo, Tosi ha, infatti, saputo elaborare una grammatica pittorica fatta di macchie, segni e forme ricorrenti. Le bolle ovulari delle Mitosi, le campiture cromaticamente ridotte dei Landscape, e, infine, le partizioni, quasi calligrafiche, dei Graffi, sono elementi cardine di una sintassi che, come spiega l’artista, “nasce dallo studio dei materiali e dai loro comportamenti sui diversi supporti, ma anche dall’analisi merceologica dei colori e delle loro declinazioni tonali”. Un approccio, questo, che conferma l’interesse di Tosi non solo per la biologia umana, ma anche per la natura proteiforme della materia in tutte le sue accezioni, a cominciare dagli olii, che talvolta combina con resine e catrami per ottenere particolari effetti.

In fin dei conti, sia quando interpreta in forma mitopoietica i fenomeni cellulari, sia quando verifica le potenzialità espressive generate dalle reazioni chimiche dei pigmenti e dei materiali, Tosi trae spunto dalla realtà tangibile. E tuttavia, la sua abilità sta proprio nel saper tramutare, con la pittura, l’osservazione fenomenica in ricognizione interiore. Così, mentre l’artista, riflettendo sulle proprie esperienze, assume se stesso a oggetto di studio, altrettanto fa lo spettatore delle sue opere, passando dal ruolo di mero testimone oculare a quello di osservatore partecipe di quella medesima pratica introspettiva che è poi, da sempre, la funzione più alta e irrinunciabile d’ogni forma d’arte.

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English Text

There are, without a doubt, various forms of abstraction, whose raisons d’être have various bases. Analytic abstraction is one. It focuses on geometry and problems of a perceptive nature and,  historically, follows a trend that goes from the Bauhaus to optic and kinetic studies. On the other hand another type of abstraction, lyrical abstraction – expressed through marks and gestures, scribbling and dripping – bears witness to a totally different approach, based on intuition, emotionality, and even randomness. Both approaches – the cold, analytic one and the warm, emotional one – study the dimension of the ineffable and the unfathomable. In substance, they are visual languages which do without the narrative and anecdotal approach typical of the figurative dimension, to deal with problems connected with either the enigmatic sphere of optical perception or the just-as-enigmatic one of interior perception. The term “abstraction” derives from the Latin ab trahere, which means “draw from”, “separate”, and indicates the sort of process that makes it possible to shift attention from the plane of contingency to that of the intellect. In a certain sense, abstraction and theory are similar terms, because they both envisage a sort of detachment from phenomenological reality. This is why, in painting, abstraction is often considered a conceptual art form. And yet contemporary abstraction does not entail a total detachment from reality, but rather often draws inspiration from the world of nature and organic forms.

43 - Scratches Rosso - 2011 - Olio su tela cm. 170 x 155

According to Tony Godfrey, the author of the successful book Painting Today (Phaidon Press, 2009), starting in the mid-1990s a new, “ambiguous” kind of abstraction has allegedly gained ground; it focuses on the recovery of the human aspect, meant not only as a gestural contribution and enhancement of the realm of the subconscious, but also as a rediscovery of the natural forms and models of growth and proliferation typical of the organic world. The latter aspect owes much to the theories of Gilles Deleuze on the rhizome, the underground swelling of a plant stem: the French philosopher adopts the rhizome as a metaphor for a speculative study that is not subject to the processes of binary logic, but which instead develops non-linear and non-hierarchical cognitive methods, in which randomness and intuition play decisive roles. Similarly, today ambiguous abstraction seems to have abandoned the critical rigour of pure abstraction, through the formulation of visual constructions capable of translating into painting both the sensitive stimuli of organic life and the even more imperceptible ones of mental epiphenomena. Both these trends are present in the formal study of Franco Tosi, who resorts to the concept of synaesthesis to describe the introspective mechanism from which his works originate.

Franco Tosi transforms synaesthesis, which for Stoics was an act of interior analysis, i.e. a form of introspective study, into an instrument for the visual translation of invisible processes, or processes which are in any case impossible to grasp with the traditional perception and cognitive instruments at our disposal. The invisibility to which Tosi alludes is, in truth, of two kinds. One is the invisibility of the organic processes that are produced at the cellular level of organisms and which may be seen by the human eye only through the use of powerful optical instruments, such as microscopes. The other lies, instead, in the mental and pneumatic sphere of thought and requires, in order to be revealed, an enhancement of an individual’s subtlest perceptive and intuitive faculties. They are different fields of study, which Tosi combines in the operational domain of painting with an attitude that seems to us to be “ambiguous” by definition, precisely because it focuses on the recovery of a dimension that cannot be called “abstract” in absolute terms.

There are three series, or cycles, of works on which the artist has been working for a number of years: Mitosi (Mitoses), Graffi (Scratches), and Landscapes. These are not chronological stages, but rather research trajectories which occasionally cross paths and intertwine, always moving from the same conceptual attitude, which the artist expresses in an obsessive repetition of dynamic and transitory forms. Forms which, incidentally, seem to shift and slide from the figural plane of optical recognisability to the random one of abstraction, as if due to a progressive dissolving and recombining of structures. In Mitoses, characterized by the repetition of globular and egg-shaped forms, Tosi appears to observe the organic kingdom in the microscopic dimension and catch the process of cell reproduction as it multiplies. His interest in human biology, in part stemming from his studies at the Istituto per le Arti Sanitarie Ausiliari (Institute of Ancillary Medical Arts), is evident, but cannot be the only interpretational filter through which to view his work. Even more so since mimetic adherence in the representation of the mitosis processes is replaced by a lyrical and dreamlike sort of transposition. Tosi himself describes his study of the anatomical details in their microscopic dimension as a revisitation “in a dreamlike and conceptual form”. “The figure,” says the artist, “dissolves, gradually losing every reference to what it is, to become an introspective view of fragments of ourselves.”

In substance, Tosi’s cellular vision is a sort of synecdoche, a rhetorical figure in which a part represents the whole. That is, it is a metaphor to indicate man in his entirety. The partial, organic, subepidermal vision becomes the pretext for attracting the attention to the invisible dynamics of biological processes, but it is also a way to suggest that the plane of invisibility also extends to the cognitive mechanisms of spiritual intuitions. In practice, Tosi understands that everything that is truly important and vital in our experience is outside the boundaries of ordinary perception, beyond the limits of our sensorial capacities and, above all, beyond the boundaries of our intellectual faculties. So it is for cellular, but also for atomic and subatomic, phenomena, which the naked eye cannot see. And so it is for the profound shocks and sudden flashes of synaesthesis, which are beyond the reach of rational and Cartesian thinking, beyond the narrow grids of the binary system, which makes us too similar to machines. Thus, the “Bubbles like cells, the scratches and marks like neurons gone mad crossing the canvas, beyond the support, beyond rationality, to be lost in infinity,”, of which Tosi speaks, become the signals of this perceptive crossing of boundaries. What is more, they bear witness to the presence of a reality that can only be studied with the instruments of aniconic representation, precisely because figuration, with its mimetic assertions, proves inadequate for grasping the extrasensory dimension of biological and mental epiphanies. Tosi studies the mystery and enigma of existence through evocative shapes which are both ambiguous and allusive. His Scratches, for example, can be read as anthropic marks, scratches produced by a human gesture, or as threads of DNA, intermolecular chemical links, graphic representations of unmixable liquids. Thus, the ambiguous nature of shapes opens up a wide range of interpretational possibilities, both in Mitoses and Scratches. The same can be said of his Landscapes, which share the semantic structure with traditional landscapes, that is, a morphology that can be read in terms of space, thanks to the presence of a “horizon”, a “plane”, and a “depth”, even if, in reality, they are always magmatic, changing surfaces, which defy a definitive optical comprehension. Franco Tosi’s Landscapes are places devoid of geomorphic coordinates, crossing fields, liminal topics, dimensional hollow spaces that lead the viewer to have an immersive, synaesthetic experience, during which there is a shift from (optical) perception to introspection. In a certain sense, Landscapes are baits, well designed traps, which enmesh the viewer’s eyes, immerging him in a visual mantra made of fluid chromatic combinations, of sliding fields, of rhythmic and hypnotic scores which slowly, almost imperceptibly, transform the retinal approach into a cognitive experience.

12 - Mitosi 2#12 - 2012 - Olio su tela cm. 50 x 50

Indeed, even the Scratches and Mitoses can somehow be considered landscapes. While the first are similar to satellite views, crossed by sinuous river lines, floodplains and narrow, deep canyons, the second appear as instable swarming surfaces, captured from an aerial perspective. But it is, of course, an illusion, the result of the survival of figurative schemes that are innate in human thought. Suffice it to think of the famous reflection on the “spot on the wall”, contained in Leonardo da Vinci’s Treatise on Painting, in which the artist stated that “It is quite true that in such a spot it is possible to see various inventions of things man wants to find in it, such as heads of men, various animals, battles, rocks, seas, clouds, woods, and other similar things.” Nevertheless, it should be pointed out that in Tosi’s painting, ambiguity and absence of definition are not simple evocative devices, but the result of a particular modus operandi as well as of precise linguistic and formal choices. Indeed, over time Tosi has managed to develop a pictorial grammar made of recurring spots, marks, and shapes. The ovular bubbles of the Mitoses, the chromatically limited fields of the Landscapes and, lastly, the almost calligraphic partitions of the Scratches are key elements of a syntax which, as the artist explains, “comes from the study of materials and from their behaviours on different supports, but also from the physical analysis of colours and their tonal variations”. This approach confirms Tosi’s interest not only in human biology, but also in the proteiform nature of matter in all its forms, starting with oils, which he sometimes combines with resins and tars to obtain unusual effects.

All things considered, both when he interprets cellular phenomena in a mythopoetic form and when he verifies the expressive potentials generated by the chemical reaction of pigments and materials, Tosi draws on tangible reality. And yet, his skill lies precisely in knowing how to use painting to turn the observation of phenomena into interior exploration. Thus, while reflecting on his own experiences the artist becomes himself a subject for study, the viewer of his works does the same, going from the role of a mere eyewitness to that of an observer participating in that same introspective practice which has always been the highest and most indispensable function of every art form.

Jens Lorenzen. Archeopop

14 Gen

 

di Ivan Quaroni

 

Da Dürer a Goethe, da Winckelmann ai pittori Nazareni, gli artisti e gli intellettuali tedeschi nel corso della storia hanno più volte dimostrato la loro ammirazione per l’Italia, considerata, insieme alla Grecia, la culla della cultura classica. Jens Lorenzen appartiene a questa illustre schiera di artisti e lo dimostra con la sua pittura, in controtendenza rispetto alle nuove istanze dell’arte tedesca. Infatti, mentre nell’Europa degli ultimi cinque anni si sono affermati gli artisti dell’ex DDR, provenienti principalmente dalle accademie di Lipsia e di Dresda, e autori di una pittura quanto mai variegata, che mescola indifferentemente astrattismo e figurazione, surrealismo ed iperrealismo, disegno ed expanded painting, il berlinese Jens Lorenzen si è mosso in tutt’altra direzione. Rispetto ad artisti come Katharina Grosse, Markus Draper o Tobias Lehner, nei quali si avverte la consapevolezza di un trauma storico recente (quello della divisione tra le due Germanie) e l’ansia di ricostruzione di un’’unità culturale e nazionale, Jens Lorenzen si concentra piuttosto sulla riedificazione della memoria visiva e intima degli individui.

ankerbrotg

La storia a cui Lorenzen allude con le sue tele, non è quindi quella macroscopica ed epocale della Germania riunificata, ma quella dei ricordi personali, spesso composti da una sedimentazione d’immagini deboli, fatta di prodotti di consumo, manifesti pubblicitari, marchi di fabbrica e testate di settimanali e quotidiani. La sua ricerca pittorica non teme il confronto col passato, anzi lo evoca non solo nei temi trattati, ma anche nello stile. Lorenzen riannoda i fili della memoria rispolverando i detriti visivi degli anni Cinquanta e Sessanta, evocando loghi e confezioni di prodotti dimenticati, vecchie insegne pubblicitarie, pompe di benzina, manifesti cinematografici vintage. Rispetto agli artisti Pop, Warhol in primis, la sua attenzione verso i prodotti di consumo, quali depositari dell’immaginario della società dei consumi e dunque della cultura popolare, è quella di un contemporaneo afflitto dalla nostalgia, dall’ansia di rinsaldare i legami emotivi e forse biografici con il passato.

mokaefti

A ognuno di noi è capitato, almeno una volta, di vedere l’etichetta di una bibita della nostra infanzia e di lasciarsi inondare dai ricordi. Ecco, i marchi e i loghi di Lorenzen, siano riferiti all’immaginario commerciale tedesco o a quello italiano, hanno il potere d’innescare nell’osservatore una catena d’impressioni visive che aprono la strada a sentimenti ed emozioni rimosse. Come se non bastasse, l’artista berlinese accentua questo senso di rievocazione e di scoperta grazie alla scelta di uno stile volutamente retrò, dove si fondono richiami alla tradizione rinascimentale dell’affresco e tracce dei decollage nuveau-realisti. Non a caso, le tele di Lorenzen somigliano sia a muri sui quali si siano depositati strati di manifesti strappati e fogli di giornale, sia ad antiche decorazioni murali o musive di cui non rimane che qualche confuso frammento.

fiat

L’impressione che si riceve dalle sue opere è quella di essere davanti ad una sorta di reperto archeologico, ad una specie d’incunambolo della società dei consumi. Ed è questa una scelta stilistica dettata anche dal suo amore per l’arte italiana, che spazia dalla pittura pompeiana a quella rinascimentale, per arrivare fino a maestri del Novecento come Campigli e Sironi che, guarda caso, si sono misurati proprio con le tecniche dell’affresco e del mosaico. Eppure, l’arte Neopop di Lorenzen è inedita non solo in ragione dei suoi riferimenti all’arte del passato, ma soprattutto in virtù della sua predilezione verso una materia pittorica densa e stratificata. Quasi tutte le declinazioni del New Pop contemporaneo, infatti, sono accomunate dalla scelta di uno stile flat, caratterizzato da cromie artificiali, mentre la pittura di Lorenzen conserva una forte impronta manuale. D’altra parte, prima di studiare pittura con Hermann Albert all’Accademia di Braunschweig, l’artista ha esercitato la professione di falegname. Ed è forse grazie a quell’esperienza che ha maturato quel tipo d’approccio diretto e fisico con la tela, che differenzia il suo stile dall’impostazione eccessivamente concettuale della pittura di molti suoi connazionali. In un certo senso, Lorenzen è un artista tedesco atipico, perché non si trova in lui né l’influenza del realismo fotografico di Richter né tantomeno quella del neoespressionismo dei Neue Wilden, ma allo stesso tempo incarna alla perfezione il prototipo dell’intellettuale tedesco, affascinato dalla civiltà mediterranea.

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I nuovi lavori di Lorenzen, gran parte dei quali sono stati appositamente realizzati per questa mostra, sono evidentemente dedicati all’Italia. Basta un rapido sguardo per catturare immediatamente i marchi storici della Fiat e della Motta, i loghi della San Pellegrino e del Campari, le vecchie insegne del caffé Moka Efti, le testate del Corriere della Sera e del Messaggero, la Cinquecento e il famosissimo cane a sei zampe dell’Agip, disegnato da Luigi Broggini. Non stupisce che Lorenzen inserisca elementi specifici della società italiana nelle sue tele. Lo aveva già fatto con le insegne dei Sali e Tabacchi e i loghi della Martini nella mostra milanese del 2005, ma anche con i lavori intitolati Lavazza II e Lavazza III (2005) della serie Marken. Ciò che colpisce, piuttosto, è la comparsa, in alcune nuove opere, di un preciso intento narrativo o quantomeno di un sistema di riferimenti coerente. Per esempio, in Blow up (2006) sono presenti elementi grafici differenti che sono, tuttavia, strettamente collegati tra loro. Sotto la parola “Blow up”, titolo del famoso film di Michelangelo Antonioni, compare una macchina fotografica Nikon F1, la stessa usata da David Hemmings durante le riprese, mentre l’insegna “24 Ore” dei distributori automatici di sigarette allude alla durata della narrazione nella pellicola del regista italiano, che infatti si svolge nell’arco di un solo giorno.

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Nell’opera intitolata L’Espresso (2006), realizzata ad olio e collage su tela e impaginata alla maniera di una prima pagina di quotidiano, il collegamento tra parole e immagini è più sottile. In basso a sinistra compare un articolo di Alberto Moravia su Vittorio De Sica, sormontato da una foto dello scrittore romano. Sulla destra, invece, c’è un accenno a un’opera di Pier Paolo Pasolini (Ragazzi di vita). Il legame narrativo, in questo caso, è tutto giocato sull’amicizia tra i due scrittori e serve ad evocare il clima culturale della seconda metà degli anni Cinquanta, nonostante l’inserto del simbolo del Nuovo Partito Socialista e del quotidiano La Repubblica siano cronologicamente successivi. Forme analoghe di narrazione discontinua, dove si mischiano flash di cronache del passato e del presente, si trovano anche nelle opere Corriere Della Sera, Fiat e Il Messaggero, tutte del 2006. Curioso, invece, è l’altro dipinto intitolato L’Espresso (2006), che si svolge intorno a un cilindro, la cui forma richiama le colonne di Litfass, scarsamente note in Italia, ma in passato usate in Germania come supporti per manifesti pubblicitari.

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Il nuovo imprinting narrativo di Lorenzen è un ulteriore elemento di distinzione rispetto alla pittura tedesca contemporanea. Guardando i lavori degli artisti più giovani, ci si accorge, infatti, che la loro attenzione è riservata quasi esclusivamente alla resa pittorica dei soggetti, piuttosto che alla costruzione di un racconto. Lorenzen, invece, ha il coraggio di narrare delle storie e di evocare sentimenti. E lo fa attraverso una pittura che affonda le radici nel passato, ma che riesce sempre fresca e attuale. In breve, una pittura colta e popolare insieme. Proprio come piace a noi italiani.

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Enzo Forese e Mimmo Iacopino. Gulliver

20 Dic

 di Ivan Quaroni

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta intelata, 2010

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta intelata, 2010

La grandezza dell’arte non dipende dalle dimensioni dell’opera. La bontà non si misura in metri e centimetri, ma risponde a una scala di valori che non è ancora stata codificata e che forse non lo sarà mai. È qualcosa che ha a che fare con l’intensità e con un sistema di corrispondenze e vibrazioni, di variabili che cambiano da persona a persona. Qualcosa di simile alla meraviglia di Gulliver, che si risveglia prigioniero di una razza di uomini alti sei pollici, in un universo che gli si stringe attorno, obbligandolo ad acuire la vista e a sviluppare i sensi. Ecco, l’arte è una specie di sindrome di Lilliput, che richiede una più alta forma di concentrazione. Più grande e titanica è l’opera, minore è il nostro grado di attenzione. Le opere di piccole dimensioni, invece, ci obbligano ad avere una maggiore cautela, ci costringono a focalizzare lo sguardo, ma anche ad affinare il pensiero e a moltiplicare la nostra capacità di “ascolto”.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, strisce di velluto e raso su tela, 2010.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, strisce di velluto e raso su tela, 2010.

Qualche tempo fa, notavo che l’uomo contemporaneo sta assistendo ad un nuovo paradosso evolutivo. Mentre l’universo si espande in ogni direzione grazie alle nuove tecnologie e si amplia la geografia delle relazioni e dei rapporti, le dimensioni degli spazi domestici si riducono sempre più. Nelle grandi città aumenta il numero dei single e diminuisce quello dei nuclei familiari. Quelle che un tempo erano spaziose abitazioni, sono ora smembrate e suddivise in piccole unità abitative. Il mondo si espande e si contrae allo stesso tempo. Forse involontariamente, Enzo Forese e Mimmo Iacopino rispondono a questo mutato scenario evolutivo con una vocazione miniaturistica e calligrafica in netto contrasto con lo spettacolare gigantismo di tanta arte contemporanea. Paradossalmente, nelle loro opere il restringimento dimensionale corrisponde a un’estensione dello spazio cognitivo e percettivo. L’uno attraverso le forme del paesaggio e della natura morta, l’altro tramite una reinterpretazione dell’astrazione geometrica, costruiscono opere che intrappolano lo sguardo e lo conducono in universi emotivamente sconfinati.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta, 2008.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta, 2008.

Appassionato di poesia dell’antica Grecia e assiduo lettore dei frammenti lirici dell’Antologia Palatina, Enzo Forese ha sempre intrattenuto un rapporto intimo e accorato con la pittura. I suoi lavori, si tratti di dipinti oppure di collage, eseguiti su piccoli frammenti di carta, sono finestre che si affacciano su paesaggi fantastici, vedute di un Mediterraneo ideale, in cui si mescolano echi della pittura di Salvo e suggestioni matissiane.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su tela, 2010.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su tela, 2010.

Come un miniaturista, Forese riesce sempre a convogliare in pochi centimetri segni precisi e colori suadenti, capaci di sprigionare folgoranti visioni poetiche. Laureato in Storia della Filosofia e impregnato di cultura classica, l’artista milanese mescola, con grande libertà compositiva, il gusto metafisico per scenari silenziosi e capricci archeologici con lo slancio vitale ed espansivo dell’arte pop.  Libero dai vincoli della cultura accademica, egli riesce a mettere a punto un linguaggio personale, insieme malinconico e lieve, che nonostante l’ampio uso di riferimenti e citazioni lo colloca in quella tipologia di artisti refrattari a ogni definizione. Una schiera, questa, per la quale Henri Focillon si appellava ad una sorta di genealogia dell’unico.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta intelata, 2010.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su carta intelata, 2010.

Proprio la levità è un segno distintivo delle opere di Forese, nelle quali la semplicità formale è il prodotto di una saputa elaborazione della complessità. Le sue Primavere appaiono come luoghi di un’intimità inviolata, paesaggi dell’anima in cui germogliano, come affermava Baudelaire, “strani fiori dischiusi per noi sotto cieli più belli”. Sono scorci di Isole greche, che l’artista plasma a sua immagine, tracciandone una morfologia inedita, assai prossima all’ideale edenico.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su tavola, 2010.

Enzo Forese, Senza titolo, olio su tavola, 2010.

Anche le nature morte e i vasi di fiori, punti estremi di una tradizione figurativa che congiunge De Pisis a Salvo, nelle mani di Forese diventano soggetti vivi e vibranti, in cui il tema della Vanitas e della bellezza effimera e provvisoria, assumono una nuova grazia. La bellezza muliebre, altra metafora della Vanitas è, appunto, il perno intorno a cui l’artista dispone la muta poesia dei suoi paesaggi, la chiave di volta che trasforma il motivo del Tempus fugit nel gaudium vitae tanto caro a Lorenzo il Magnifico. E, dunque, nonostante l’artista dichiari che è la malinconia il sentimento che impronta tutto il suo operato, ciò che, infine, affiora dai suoi paesaggi primaverili, popolati di languide bagnanti e piccole case colorate, è piuttosto un senso di pace interiore, un affettuoso impulso d’umana pietà.

Mimmo Iacopino, Visione pittorica, strisce di velluto e raso su tela, 2011.

Mimmo Iacopino, Visione pittorica, strisce di velluto e raso su tela, 2011.

Trappole visive, ma di natura aniconica, sono quelle elaborate da Mimmo Iacopino, che trasforma materiali d’uso comune oppure immagini prelevate dal quotidiano in incantevoli pattern e suggestive texture. L’artista intreccia strisce di velluto e di raso, filamenti di poliestere, metri sartoriali, frammenti di spartiti, trecce di filo per cucire, sottoponendo ogni cosa al disciplinato rigore della trama e dell’ordito.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, metri bindelle su tela, 2004.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, metri bindelle su tela, 2004.

La luce, con i suoi effetti mutevoli – ora cangianti ora iridescenti – è la vera protagonista dell’indagine di Iacopino, il quale ama costruire sorprendenti artifici ottici e prismatici. Attorno alle tele, l’artista imbastisce, infatti, un paziente lavoro di tessitura, impuntura, rammendo. Un lavoro di metamorfosi e manipolazione su cui, è pur vero, aleggia lo spettro di Alighiero Boetti, ma che originalmente tramuta in pittura oggetti familiari e prosaici, come quelli in vendita nelle mercerie. La forma finale è quella dell’arazzino, su cui Iacopino imbriglia strutture rigorose e geometrie frattali, ma anche scale musicali e sequenze numeriche e millimetriche.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, strisce di velluto e raso su tela, 2011.

Mimmo Iacopino, Senza titolo, strisce di velluto e raso su tela, 2011.

Il gioco si estende fino a comprendere la citazione, sotto forma di rilettura ironica e scanzonata delle intuizioni di grandi maestri come Lucio Fontana e Paolo Scheggi, che ispirano i tagli e buchi circolari delle opere Taglio cucito e Musica a colori.

Mimmo Iacopino, Color Numbers, strisce di velluto e metri sartoriali su tela, 2011.

Mimmo Iacopino, Color Numbers, strisce di velluto e metri sartoriali su tela, 2011.

Parallelamente al lavoro di tessitura, Iacopino si cimenta con il medium fotografico e, così, crea pattern che sono frutto di programmi per l’elaborazione d’immagini digitali. Con alle spalle oltre vent’anni di esperienza come fotografo di still life, l’artista riesce in queste opere a trasfigurare e moltiplicare oggetti banali come fiammiferi e matite, fino a fonderli in affascinanti trame, simili a scintillanti mandala post-moderni. Come molti degli artisti di quella formidabile esperienza che va sotto il nome di Portofranco, Iacopino dimostra di aver maturato nel tempo uno stile unico e originale, un idioma in cui convergono le tre imprescindibili qualità: poesia, ironia e levità di tono. Le sole che garantiscono all’arte di resistere, inossidabile, al trascorrere dei gusti e delle mode del tempo.

Mimmo Iacopino, Vibrazioni, trecce di fili da cucito in cotone su tela, 2011.

Mimmo Iacopino, Vibrazioni, trecce di fili da cucito in cotone su tela, 2011.

Arcangelo. Carte della terra, del cielo e dello spirito

5 Dic

di Ivan Quaroni

Arcangelo è un artista radicale. Lo è in senso letterale e testuale perché tutta la sua ricerca è fondata sul radicamento e sul senso di appartenenza, e sulla condivisione di una eredità culturale, quella sannita, che egli ha saputo estendere e trasformare, fino a comprendere i retaggi di altri luoghi e altri popoli. La radicalità del lavoro di Arcangelo ha molte sfaccettature ed è legata, in primo luogo, alla definizione di un discorso tanto preciso, quanto originale, intorno alle stratificazioni storiche, simboliche e visuali che hanno segnato il territorio geografico dal quale proviene. E tuttavia, come dicevo, questa affezione al luogo d’origine, ha saputo evolversi e trasformarsi in qualcosa di più potente e universale, generando una pittura a vocazione “globale”, popolata di suggestioni provenienti dall’Africa e dal Vicino Oriente, dal Mediterraneo, dalla lontana Cina e da molto altro ancora. Altrettanto radicale, però, è la scelta stilistica che ha segnato i suoi esordi.

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Il primo ciclo di opere, significativamente intitolato Terra mia, è, infatti, dominato da atmosfere cupe e drammatiche, che tracciano una linea di discontinuità rispetto alla vivacità cromatica dei conterranei esponenti della Transavanguardia, che pure, a quel tempo, si facevano latori di una riscoperta del genius loci. Con i lavori di Terra mia, Arcangelo apre un nuovo capitolo, improntato ad un forte vena biografica, dove tracce e lasciti di quella tradizione culturale si fondono al cumulo di memorie personali dell’artista, formando un amalgama iconografico in cui convergono la dimensione individuale e quella collettiva. La sua opera è definita come una sorta di antipittura, per la maggiore vicinanza alla sensibilità degli artisti dell’Arte Povera e in ragione dell’utilizzo di materiali organici, come carboni, terre, pigmenti puri. Sono opere in cui è celebrata la potenza terribile della terra, le buie profondità di antri e caverne in cui avvertiamo l’urlo di antichi demoni. Come notava la critica Annelie Pohlen, “L’opera di Arcangelo affonda le proprie radici meno nella concezione della natura come paesaggio […]che non nella natura stessa, realtà imperscrutabile” . Nel 1984, anche Maria Luisa Frisa descriveva quello di Arcangelo come un paesaggio“scarnificato al massimo, dove non troviamo nessun indugio in dolcezze naturalistiche”. Terra mia è la chiave per comprendere l’afflato fisico e sanguigno della pittura di Arcangelo, tesa a scandagliare la natura non attraverso la luce chiarificante della ragione, ma tramite un’adesione sensuale (e spirituale) all’oggetto della rappresentazione. Un ulteriore elemento di radicalità è l’uso assiduo della carta, un materiale povero, di facile reperibilità, che Arcangelo equipara agli altri supporti, conferendogli pari dignità. Le carte rappresentano, dunque, un elemento di continuità lungo tutto il percorso artistico di Arcangelo, come una sorta di filo rosso che non solo accompagna i cicli maggiori, ma addirittura genera sottocicli che affrontano aspetti della sua poetica niente affatto secondari, come i riti devozionali della penitenza e dell’ex voto.

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Questa mostra raccoglie opere su carta che forniscono una testimonianza preziosa dell’avvicendarsi dei cicli dagli anni Ottanta ad oggi: dal Terra mia ai Pianeti, dai Dogon alle Stanze dei Misteri, da Verso Oriente ai Tappeti Persiani, dai Sanniti ai Feticci, fino ai Segou, alle Case e ai più recenti Ex Voto. Il titolo della rassegna, Da Terra mia, evidenzia come quella prima serie di lavori non sia, per ammissione stessa dell’artista, “un ciclo che, spiritualmente, possa avere una conclusione, perché tratta temi che ritornano sempre come specificità caratteriali”. E, di fatto, le intuizioni germinali di Terra mia ritorneranno anche nelle opere successive al 1988, anno in cui Arcangelo passa ad una nuova fase creativa, contraddistinta da un ampliamento della tavolozza cromatica e da una visione più aperta e aerea. Fino al 1994, infatti, l’artista lavorerà alla serie dei Pianeti, dove il tema della Terra viene trasposto in una dimensione ultramondana venata di lirismo e, soprattutto, dove l’utilizzo della scrittura diventa elemento grafico pregnante, in stretto dialogo con l’impronta gestuale delle opere precedenti. Sono visioni costellate di forme circolari e fluttuanti, cosmologie che si sostituiscono alle morfologie terrestri e che rompono il rigore monocromatico. Arcangelo scopre la corrispondenza tra la terra e il cielo, dislocando le intuizioni del primo periodo in uno spazio virtualmente più ampio. In seguito ad un viaggio intrapreso in Africa nell’inverno del 1990, si interessa alle tradizioni tribali delle civiltà del Delta del Niger e, così, nascono i cicli dedicati ai Dogon e ai Lobi. Sono carte cosparse di figure totemiche e falliche, stagliate su fondali di un blu intenso. Il critico tedesco Andrea Jahn rileva subito che l’attenzione di Arcangelo per l’arte dei Dogon “è un segno del suo interesse verso fenomeni multiculturali e internazionali oltre che della sua diffidenza nell’atteggiamento fondamentalmente positivistico del pensiero occidentale” . Nonostante il cambio di soggetto iconografico, Arcangelo continua a ricercare un’adesione profonda, quasi fisica con i temi trattati. La spiritualità e il senso del sacro sono filtrati da uno stile ad alto gradiente emotivo, che nulla concede alla rappresentazione simbolica ed erudita. Arcangelo dipinge ombre spettrali, esili incubi, figure ibride e magmatiche che in seguito si trasformeranno nelle inquietanti forme dei battenti, ispirate ai suggestivi Misteri settennali di Guardia Sanframondi.

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Le opere su carta intitolate Stanze dei Misteri, segnano il ritorno dell’artista all’immaginario popolare del suo Sannio e alle cerimonie penitenziali che caratterizzano la vita religiosa del Mezzogiorno italico. La novità, semmai, è costituita dall’impianto spaziale di questi lavori, una sorta di rielaborazione della celeberrima Stanza dell’artista di Vincent Van Gogh, declinata in numerose varianti e trasformata fino ad essere irriconoscibile. Arcangelo, infatti, dispone ora le sue umbratili figure entro un teatro composto dall’incrocio del pavimento e delle pareti della stanza. Si tratta di una rappresentazione squisitamente pittorica, che diventa essa stessa un lemma della grammatica pittorica dell’artista. “La stanza è il luogo dove succede qualcosa, il posto degli accadimenti”, racconta Arcangelo, “È la cornice che accoglie le figure dei diversi cicli che si avvicendano nel tempo”. Esistono, infatti, Stanze dei Dogon, Stanze africane, Stanze dei Misteri e perfino Stanze di Terra Mia. La “stanza”, però, è anche lo scenario in cui si svolgeranno le copule amorose di Verso Oriente, una serie nata intorno al 1998 e ispirata agli Shunga dell’antico Giappone, quel tipo di stampe erotiche cui si dedicarono eccelsi maestri come Hokusai e Utamaro durante il periodo dell’espansione mercantile del Sol Levante. Per la prima volta, Arcangelo tratta un tema che esula dal background culturale mediterraneo. Anche il suo stile si adatta alle nuove iconografie e il suo tratto, pur mantenendo l’approccio gestuale, diventa lineare, quasi inciso, in conformità con gli stilemi grafici orientali. L’intero percorso dell’artista è caratterizzato evidentemente da un nomadismo culturale che lo porta ad arricchire il suo linguaggio per effetto di un continuo arricchimento del suo vocabolario stilistico.

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Il viaggio, reale o immaginato, è un concetto cardine del suo modus operandi. E, così, i cicli successivi a Verso Oriente, testimoniano questo ossessivo pendolarismo tra est e ovest, tra nord e sud del mondo. Le Anfore diventano il simbolo di un itinerario, l’oggetto di quella perpetua trasmigrazione culturale e commerciale che ha segnato la storia dell’umanità e che ritroviamo anche nei Tappeti Persiani, superfici pittoriche in cui, come scriveva Walter Guadagnini, “può annidarsi il demone primitivo, la sapienza rituale che trasforma tutti i luoghi […] in un unico, inesauribile bacino di suggestioni, di evocazioni d’originarietà prima ancora che d’immagini” . Ma il luogo d’origine resta un richiamo forte, ineludibile. Dal 2000, le opere del ciclo dei Sanniti, segnano un ritorno all’universo delle tradizioni domestiche di Terra Mia, ma con un impianto cromatico ricco e prezioso, più volte allusivo ai modi della pittura imperiale romana e della statuaria dei popoli italici. Il famoso Guerriero di Capestrano suggerisce ad Arcangelo i lineamenti delle figure, ma nelle sue intenzioni il guerriero è soprattutto una icona emblematica del carattere fiero della gente sannita. Le carte di questo periodo, in cui dominano toni caldi e terrosi, diventano un archivio in cui confluiscono tutti i segni e i pittogrammi accumulati nei passati cicli, almeno fino alla cesura temporale del 2001. Il terrorismo e il clima di tensione internazionale che segue all’attentato del World Trade Center crea, infatti, le premesse per la nascita dei Feticci, lavori, se possibile, ancora più cupi di quelli d’esordio. Si tratta di opere che riflettono la deriva umana ed esistenziale di quel periodo, il dominio dell’orrore e dello sbigottimento e la contrazione di ogni impeto espansivo. Per l’artista, queste figure di impiccati simbolizzano lo stato d’animo di un’umanità disperata e dolorante, che ha perso ogni speranza.

 

Luca Massimo Barbero li descrive come figure che “formano intorno al loro apparire aure impossibili in cui il colore ha rappreso e ampliato i suoni, pensieri eterni e senza forma che avvampano e sprofondano negli occhi” . Qui, come in altre serie, Arcangelo trasferisce in pittura l’ambiguità e l’elusività del mito, per effetto del quale le immagini acquisiscono una variegata e contraddittoria gamma di possibili significati. È, innanzitutto un’abilità pittorica, che gli permette di conferire alle figure una qualità metamorfica, prismatica, in definitiva ambigua. È quanto accade nelle opere del ciclo dei Vedenti, dove sono protagonisti personaggi che incarnano i poteri magici e ancestrali dei tempi antichi. I vedenti sanniti sono i depositari di uno gnosticismo popolare, venato di paganesimo. Arcangelo li descrive così: “Sono vecchie donne, che sedevano nei vicoli della vecchia Benevento e quando ti parlavano erano capaci di guardarti dentro, di leggerti l’anima”. Tutta la pittura di Arcangelo forma una complessa mappa di riti, misteri e credenze che, pur con le dovute differenze, fanno capo ad un’unica cultura ancestrale. Per questo motivo il Sannio e l’Africa diventano spesso tropi interscambiabili, varianti diverse di una medesima cosmologia universale, che accomuna la tradizione mediterranea con quella tribale dei Dogon, dei Lobi, dei Bambara e, più recentemente dei Segou. Segou è il nome di una città situata nel sud del Mali, che un tempo è stata capitale dell’impero Bambara. Le carte che da quella città prendono il nome, introducono ulteriori novità formali nel linguaggio dell’artista. Soprattutto perché mutuano dalla natura schiettamente figurativa dell’arte africana la propensione verso una maggiore definizione di dettagli e l’acquisizione di una tavolozza più vivace, tutta giocata su gialli, rossi, arancioni.

Sono lavori che seguono quelli dedicati al Kenya e ai suoi paesaggi rigogliosi, in cui appaiono accenni di maschere tradizionali e forme oblunghe, apotropaiche, che costituiscono una sorta di evoluzione del tema dei Feticci, ma in cui ricompaiono i riferimenti alla cultura Dogon e alle loro architetture lignee. In particolare, Arcangelo schematizza in un pittogramma a forma di “Y” le scale dei granai, su cui i Dogon usavano intagliare forme antropomorfe. Il meccanismo è lo stesso usato nel ciclo dei Misteri, dove la “M” è una sigla grafica ossessivamente reiterata, ma questa volta usata per significare il luogo di raccolta familiare, l’abitazione domestica. La casa è, infatti, un altro elemento ricorrente nelle opere di Arcangelo, cui dedica peraltro un ciclo di lavori su carta. La casa, come la terra, è il topos originario, la metafora del grembo materno, della primigenia natalità, la scaturigine di tutte le civiltà, ma è anche l’eremo spirituale e, insieme, l’ultimo rifugio accogliente di Tolkieniana memoria. Ecco, allora che, nelle carte più recenti, intitolate Ex Voto, la domus assume le parvenze di una chiesa di campagna sormontata da innumerevoli croci, che somigliano a trafitture di pugnali e, dunque, ancora una volta, a trasfigurazioni del simbolismo penitenziale. In questi lavori, contraddistinti da un’inedita levità, le ambientazioni campestri alludono ai sentimenti di una spiritualità semplice, quotidiana, che attraverso la pratica dell’ex voto testimonia la gratitudine verso il divino. Sono scorci di paesaggio ingenui, quasi infantili, sentieri e crocicchi volutamente dimentichi d’ogni regola prospettica, che producono nell’osservatore uno stato di trasognata sospensione. Arcangelo li dipinge su vecchi, delicati fogli di giornale che recano a tergo i risultati delle estrazioni del lotto, un’eredità paterna che testimonia ulteriormente il suo legame con la famiglia e con la tradizione. Gli Ex Voto sono, in fin dei conti, un saggio dell’inimitabile metamorfismo linguistico dell’artista, capace di condensare in una sola matrice grafica la chiesa e la casa colonica, la fattoria e il granaio e di catapultare su di essa tutti i simulacri della sua precedente ricerca, dalle madonne nere alle montagne sacre, dalle luminarie delle feste di paese agli otri e alle anfore della classicità e via, giù fino ai battenti, ai feticci e alle altre innumerevoli figure che costellano il suo pulsante e immaginifico universo visivo.

 

Victor Vasarely. La vita nello spazio.

29 Nov

di Ivan Quaroni

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Marcel Duchamp, considerato all’unanimità il padre putativo dell’arte contemporanea, fu il primo a sentire la necessità di riportare la pittura nei confini della mente, tralasciando, per così dire, l’aspetto sensuale, legato all’emozione visiva e all’impressione retinica. Per lui, la pittura doveva avere a che fare con la “materia grigia” della nostra comprensione, invece di essere un’arte puramente visiva. Nel 1955, quando la galleria Denis René di Parigi inaugurò la mostra “Le Mouvement”, cui partecipa anche Duchamp, Vasarely non poteva sapere che, di lì a poco, sarebbe diventato l’artista retinico per definizione. Quello che, invece, Marcel Duchamp non immaginava, è che per Vasarely il problema ottico, retinico, non era riducibile alla mera rappresentazione di giochi visivi, ma aveva a che fare soprattutto con la comprensione dei meccanismi cognitivi dell’uomo. La stimolazione visiva diventava, così, un espediente per indurre nell’osservatore un’esperienza di ordine gnoseologico. “La posta in gioco”, scriveva Vasarely, “non è più il cuore, ma la retina”, vale a dire il processo stesso di percezione. Sarebbe quindi giusto dire che egli riuscì a essere, come nessun altro, un artista dell’occhio e del pensiero.

Le sue idee sul rapporto tra opera e osservatore, che poi sarebbero confluite nell’elaborazione dell’Unità Plastica, matrice fondamentale del suo linguaggio pittorico e plastico, maturarono in seguito a un’attenta riflessione sul pensiero di Josef Albers. Albers aveva elaborato una teoria che distingueva tra l’opera (che chiamava l’attuale) da ciò che essa era capace di comunicare (che, invece, definiva fattuale), ossia dalla reazione che il cervello dell’osservatore sviluppava in seguito all’esposizione visiva. Fin dagli anni Trenta, Vasarely aveva intuito l’importanza di un approccio all’opera, per così dire, purovisibilista, che certamente derivava dalla sua formazione al Mühely di Budapest, la scuola privata fondata da Alexander Bortnyk sul modello del Bauhaus. Il corso di studi proposto da Bortnyk proponeva una formazione in varie discipline, come pittura, architettura, arte decorativa, teoria del colore e approfondiva soprattutto il rapporto tra arte e tecnica.

Dopo il suo trasferimento a Parigi, l’artista ungherese aveva iniziato a sperimentare la possibilità di creare la vibrazione ottica sulla superficie dell’opera. Com’è noto, egli si dedicò alla grafica pubblicitaria durante tutto il primo decennio di permanenza nella capitale francese, ma ebbe comunque il tempo di continuare i suoi studi sulla percezione con una serie di carte e oli su tela in cui rappresentava motivi di zebre e tigri attraverso strisce e reticoli di linee. Si trattava di lavori grafici eseguiti durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la sua attività di pubblicitario era rallentata a causa della carenza di commissioni. Durante questo lasso di tempo – uno iato obbligato dalle difficili circostanze economiche – Vasarely ebbe l’opportunità di ripensare alla lezione della pittura astratta delle Avanguardie, dedicandosi all’esecuzione di lavori ispirati alle ricerche espressioniste, futuriste e cubiste dei primi del Novecento. Più tardi, nel 1947, avrebbe liquidato questa produzione, rubricandola sotto l’etichetta di Fausses routes (passi falsi). Tuttavia, quelle opere, ebbero il merito di avvicinare il maestro ungherese alla sua futura produzione astratto-geometrica, consentendogli di individuare nello spazio e dunque nella sua percezione, il leit motif di tutta la sua ricerca. Lo spazio, inteso non solo come sinonimo della terza dimensione, ma anche come dominio degli universi microscopici della fisica subatomica o di quelli cosmici della geografia astronomica avrebbe, infatti, costituito una fonte d’ispirazione fondamentale nelle indagini di Vasarely degli anni a venire. Alla fine degli anni Quaranta, Vasarely affrontò il problema della percezione dello spazio attraverso l’osservazione del paesaggio di Belle-Isle, che tradusse in una sintesi di forme ellittiche e ovoidali ancora leggibili in chiave naturalistica. Nei lavori, invece, del Periodo Denfert, quasi coevo, l’artista attuava un processo inverso. Guardando le piastrelle della stazione metropolitana di Denfert-Rochereau, costruìe forme astratte come fossero reali, assecondando la tendenza dell’occhio umano a scorgere figure in uno schema casuale. All’epoca, per Vasarely la natura e il paesaggio antropico erano ancora punti di partenza per lo sviluppo di un linguaggio pittorico astratto. Quando alla fine degli anni Quaranta acquistò una cascina nel borgo medievale di Gordes, rimase affascinato dalla struttura affastellata delle case e dalla loro “multiformità fluttuante”, che fissò negli Etude pour Gordes. L’opera intitolata Ironta, un olio su tela del 1950 riferibile a quel periodo, dimostra come la riflessione di Vasarely intorno al problema della percezione delle strutture spaziali coincidesse con la messa a punto di un linguaggio svincolato dalla rappresentazione naturalistica.

La svolta definitiva avvenne, tuttavia, in seguito all’introduzione dello schema del cubo assonometrico e del cubo di Keplero nelle sue opere, che producevano un effetto ottico che l’artista conosceva fin dai tempi di Mühely e che sarebbe culminato nei lavori della serie Hommage à Malevic (1952-1958), in cui reinterpretò il famoso quadrato nero, rendendolo più dinamico. Il cubo assonometrico, costruito da due superfici quadrate collegate da linee parallele, sembrava sottrarsi alla percezione univoca. Le sue forme sfuggenti e dinamiche, infatti, obbligavano l’osservatore a cambiare continuamente il proprio punto di vista. Lo stress ottico e cognitivo del riguardante diventò, così, un elemento precipuo della ricerca di Vasarely, che venne poi accentuato nei successivi Fotografismi e nei Quadri Profondi Cinetici, opere che richiedevano una partecipazione diretta dell’osservatore, il quale spostando il proprio punto di vista si trovava a osservare immagini diverse.

Nel caso dei Quadri Profondi Cinetici la variazione ottica dell’opera era prodotta distanziando delle lastre di plexiglas su cui erano riprodotte le immagini dei suoi Fotografismi.  In questi ultimi, invece, le linee tracciate su piccoli disegni in bianco e nero, venivano trasposte su lastre fotografiche mediante illuminazione diretta, producendo effetti di vibrazione ottica. Si tratta di lavori in cui la percezione dello spazio diventava instabile. La vocazione dinamica di queste pellicole fotografiche suggerì a Vasarely l’idea di una nuova serie, intitolata Noir et Blanc, in cui il positivo e il negativo di una lastra fotografica venivano a coincidere in un’unica immagine dipinta su tela. L’effetto finale è quello di piani che slittano l’uno verso l’altro, creando una spazialità instabile, che allunga i tempi di percezione, sottraendosi, ancora una volta, a una definitiva impressione.  Di questo periodo sono anche i collage in bianco e nero sul tipo di Bukk (1954), che Vasarely considerava come dei test, utili a comprendere l’origine delle immagini astratte.

Nel 1955, in occasione della mostra “Le Mouvement” alla galleria Denis René, uscì il Manifesto Giallo, in cui tutte le precedenti intuizioni di Vasarely si composeroo in una teoria coerente e nella formulazione di un linguaggio pittorico basato sulla composizione di elementi geometrici che egli definisce unità plastiche. L’Unité plastique era un quadrato colorato di 10 centimetri di base in cui veniva inserita una forma geometrica più piccola e di diverso colore, come un cerchio, un rettangolo o un quadrato, che costituiva l’elemento fondamentale di un abbecedario figurativo. Questo Alfabeto Plastico, giocato sulla successione di diverse combinazioni di unità plastiche, diede vita alle opere di Folklore Planétaire e Permutazioni, due serie di acrilici su tela che non solo avvaloravano le intuizioni dell’artista sulla percezione ottica, ma che dimostravano, altresì, l’efficacia di un sistema compositivo altamente riproducibile. Vasarely era, infatti, convinto che le concezioni sulla genialità dell’artista e sull’unicità dell’opera fossero un retaggio del passato. L’invenzione dell’unità plastica, componibile in un’infinita gamma di accostamenti e riproducibile attraverso i mezzi di stampa industriale, prefigurava la possibilità di aprire l’opera alla dimensione collettiva.

Negli anni Sessanta, utilizzando i prototipi di unità plastica stampati in migliaia di fogli colorati, collaborò con alcuni assistenti alla realizzazione di dipinti, sculture, grafiche, tappezzerie e altro, semplicemente scegliendo la sequenza degli accostamenti. Questo vero e proprio metodo, gli consentì di dimostrare che le sue idee in merito a un arte sociale e democratica potevano essere finalmente realizzate. La sua aspirazione era, infatti, quella di creare “un’arte per tutti”, universalmente comprensibile. L’architettura si offriva, quindi, come il luogo ideale per l’applicazione pratica di questo concetto, proprio perché non richiedeva al pubblico la frequentazione di luoghi specifici come le gallerie e i musei. Già nel 1954, Vasarely collaborò alla decorazione del campus universitario di Caracas. Nel 1965, invece, intervenne sulle strutture architettoniche della Gesamthochscule di Essen, mentre nel 1968 realizzò un intervento sulla tribuna della pista di pattinaggio veloce su ghiaccio di Grenoble. Tra il 1970 e il 1975, l’artista progetta la Cité polychrome du bonheur, visione di architettura urbanistica utopica in cui dimostra le possibili applicazioni dell’unità plastica e dei Prototypes-départ. I bellissimi studi su cartone (Études sur carton BV), realizzati con la tecnica del collage nel 1970, illustrano perfettamente quell’idea d’integrazione delle discipline (pittura, architettura, artigianato), che sarebbe poi sfociata nella costruzione della Fondation Vasarely di Aix-en-Provence, una vera e propria opera d’arte totale, interamente progettata e finanziata dall’artista.

Ma facciamo un passo indietro. Per Vasarely, l’ossessione dello spazio non si riduceva alla semplice considerazione del piano naturale e fenomenologico. Certo, egli considerava le sue unità plastiche come una sorta di “controparte delle stelle, degli atomi, delle cellule e delle molecole, ma anche dei granelli di sabbia, dei ciottoli, dei fiori e delle foglie[1], ma il suo punto di riferimento non era più l’oggetto fisico e la forma esteriore della natura, ma la percezione intuitiva degli ordinamenti dell’universo. Negli anni Sessanta, le opere di Hommage à l’Hexagone, ma anche le serie Tridim e Bidim, testimoniano una ripresa del tema della spazialità instabile attraverso paradossi ottici. Gli acrilici su tela Axo-1-4 (1968), Tridim-N (1968) e Polos (1972-88), presenti in questa mostra, trasmettono una potente illusione spaziale che l’occhio non riesce a risolvere e che l’artista paragonava a un “perpetuum mobile” in trompe l’oeil.

Il problema della rappresentazione dello spazio in Vasarely è strettamente connesso al suo interesse verso le ricerche scientifiche nei campi della teoria della relatività, della meccanica ondulatoria, dell’astrofisica e della fisica quantistica. Il suo approccio, però, rimaneva essenzialmente intuitivo, poetico e non scientifico. I lavori della serie CTA – di cui l’acrilico su tela CTA 105A del 1966 è un tipico esempio – cercavano di trasmettere, per via intuitiva, l’emozione che si sarebbe provata di fronte al cosmo infinito. Secondo Werner Spies, i CTA costituivano un modello di “poesia scientifica e gnoseologica[2], poiché derivavano il loro nome da un lontano sistema planetario scoperto negli anni Sessanta. Alcuni scienziati avevano interpretato i segnali provenienti da quelle lontananze siderali come messaggi di forme di vita extraterrestre. Probabilmente sulla scorta delle sue letture scientifiche, Vasarely si era, infatti, persuaso che esistesse una vita nello spazio cosmico, oltre i confini del mondo conosciuto.

Tuttavia, lo spazio era per lui un’ossessione risolvibile solo in termini di comprensione dei meccanismi percettivi. I lavori della serie Vega (il nome dalla stella più luminosa del cielo), mostravano come fosse possibile creare effetti di curvatura concava e convessa dello spazio, rimpicciolendo o ingrandendo le unità quadrate della griglia di fondo. Nelle opere della serie Vonal, invece, un fitto reticolato di linee rette (o curve) danno l’impressione di un vortice spaziale che risucchia lo sguardo dell’osservatore. Per la prima volta, Vasarely si allontanava dall’impiego di elementi standardizzati come le unità plastiche. Le linee e i trattini che componevano le opere di Vonal conservavano un margine d’errore che lasciava presagire un ripensamento da parte dell’artista sulla libertà del processo creativo. E proprio qui, in questa irriducibilità dell’atto creativo a una definitiva identificazione con le categorie della programmazione e della riproducibilità, risiede il valore “poetico” della ricerca di Vasarely, una pratica in perpetua oscillazione tra arte e scienza, tra teoria e pratica, tra funzionalità e fantasia.

Victor Vasarely  “ La vita nello spazio”
Galleria d’Arte L’Incontro, via XXVI Aprile, 38 – 25032 Chiari (BS)
tel. 030712537, fax 0307001905, e-mail: info@galleriaincontro.it
web: www.galleriaincontro.it
 
vasarely bv 35

Cité polychrome du bonheur – Études sur carton BV

Elisabeth Scherffig. Memorie dal sottosuolo

26 Nov

di Ivan Quaroni

Nella ricerca di Elisabeth Scherffig si avvertono i segni di una forte predisposizione verso la trasfigurazione o l’alterazione del senso ordinario dell’immagine. Partendo dalla realtà, o meglio da una porzione specifica della realtà fenomenica – quella dei cantieri in allestimento o in disfacimento – Elisabeth Scherffig ci conduce attraverso una metamorfosi semantica e segnica che assume le sembianze di una discesa labirintica nel ventre oscuro del sottosuolo, che è anche evidente metafora del buio interiore.

Leggere il suo lavoro unicamente come l’ennesima testimonianza delle trasformazioni e delle lacerazioni del paesaggio urbano post-industriale significa limitare l’indagine a un livello superficiale. Livello che è, per antonomasia, antitetico all’inclinazione sia intellettuale che figurale dell’artista. Non si possono in alcun modo equiparare i disegni dell’artista tedesca con le ricerche figurative che, specialmente nello scorso decennio, hanno caratterizzato larga parte della produzione pittorica italiana.

Dinnanzi ai suoi spaccati di discariche e accumuli di materiale edilizio, ispirati alle vedute degli squarci che ogni giorno si aprono e si chiudono nell’epidermide delle città occidentali, la vista reagisce in modo singolare, quasi fosse assorbita nelle maglie di un tracciato di segni che disorienta, provocando un leggero senso di vertigine e di smarrimento del senso dell’orientamento. Elisabeth Scherffig cattura un frammento significativo del tessuto urbano, ma lo struttura in modo personalissimo, sfigurando l’immagine di partenza con un gesto osessivamente calligrafico, tanto da rasentare l’horror vacui.

Senza titolo, 2005 Carboncino su carta, 60 x 80 cm

Senza titolo, 2005 Carboncino su carta, 60 x 80 cm

Dei cantieri, l’artista ci mostra solo porzioni circoscritte, spesso prive di orizzonte e, così, riesce nell’operazione concettuale di decontestualizzare il soggetto. Se perdiamo di vista l’ambiente, l’aria, il pulviscolo di queste zone in continua trasformazione, smarriamo il senso dinamico e vitale dei cantieri. Essi diventano immense sculture, le cui vaste superfici si offrono allo sguardo dell’osservatore solo in parte. Nello specifico, gli accumuli di ferro e legno, gli scarti cementizi, i pannelli divelti, le immense sezioni di tubi e tutti gli altri indefinibili residui, si uniscono a formare un quadro quasi astratto, che ha con la realtà un rapporto unicamente semantico. Gli oggetti, i materiali sono quelli appartenenti al mondo di superficie, ma il modo della rappresentazione ne altera sostanzialmente il senso.

L’artista disegna i suoi cantieri con pastelli monocromi, calcando i suoi segni sulla carta e modulando linee e curve con pazienza certosina, senza peraltro avere la possibilità di sbagliare e quindi di cancellare e correggere l’esito dei suoi interventi. Costruendo la figura con calligrafico puntiglio, intuendo, quasi con preveggenza, i punti d’incidenza della luce e gli addensamenti d’ombra, Elisabeth Scherffig sconfigge la prosaicità dell’immagine iperreale. La sua fedeltà al dato fenomenico e tangibile è solo apparente, poiché il gesto e il segno, ma anche il colore, quel misto di terra bruna e ruggine dalle qualità metalliche, contribuiscono ad occultare la mimesi, fornendo all’immagine una nuova dimensione percettiva. Osservando i disegni dell’artista, infatti, siamo tentati di perderci come in un labirinto. Se spostiamo il nostro punto di vista rispetto alla posizione centrale, vediamo le masse e i pesi ridefinirsi. Alcuni particolari sembrano fuoriuscire tridimensionalmente dal quadro, come in certe anamorfosi rinascimentali. Luci e ombre acquistano mobilità, per effetto di un segno che appare inafferrabile nelle sue tortuose evoluzioni. Insomma, le opere di Elisabeth Scherffig non si esauriscono al primo sguardo, ma dispensano, lentamente, molteplici possibilità interpretative, quasi a rimarcare che la pittura, oggi, necessita di un tempo ben diverso da quello richiesto dalle immagini consumabili (e consumate) dei media.

Quelle della Scherffig sono, invece, immagini che favoriscono un senso di momentaneo smarrimento, perché costringono lo sguardo ad abbandonare il senso complessivo del soggetto per addentrarsi nei meandri dei particolari, muovendo l’occhio tra le sinuose circonvoluzioni delle armature edili, nelle pieghe delle lamiere, dentro buchi bui e profondissimi. Per dirla con Aldous Huxley, le sue opere dischiudono le porte della percezione, accompagnandoci in una discesa negli inferi dell’architettura e dell’urbanistica. Tuttavia, il sottosuolo di Elisabeth Scherffig non è solo quello fisico, reale e tangibile della città, ma quello potenzialmente infinito della psiche umana o dell’anima.

Senza titolo, 2006 pastello su carta Arches, 120 x 80 cm

Senza titolo, 2006 pastello su carta Arches, 120 x 80 cm

A tale proposito, Gillo Dorfles menziona con ragione il famoso acrostico alchemico (VITRIOL), quel Visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem, che allude alla scoperta di un universo interiore che corrisponde alla struttura di quello superiore. “Come in alto, così in basso”, identità arborea tra le radici e i rami, è anche la formula liturgica cristiana del “Come in cielo così in terra”. Lo conferma l’attenzione dell’artista verso la dimensione verticale dell’architettura, che accanto a quella ctonia delle fucine edili, ricompone la speculare identità tra l’alto e il basso. Tuttavia, mentre negli spaccati di cantieri abbandonati o dimessi il sublime post-industriale viene ricondotto a una dimensione di organicità tecnologica, dove dominano forme flessuose e irregolari, nel dialogo con l’architettura, la Scherffig ritrova la dimensione aurea della geometria, l’impianto cartesiano di ascisse e ordinate che s’incrociano nelle scansioni ritmiche delle impalcature e dei muri portanti, delle travi e delle putrelle. Un esempio significativo di questa tensione apollinea è nei disegni che fotografano diversi momenti della costruzione della Berlin Hauptbahnhof, nuova pietra miliare dell’infrastruttura ferroviaria tedesca.

Qui, nell’horror vacui, che è caratteristica costante dello stile dell’artista, appaiono spiragli di luce a rischiarare il disciplinato assetto degli spazi e dei materiali. Il chiarore solare (o crepuscolare) filtra attraverso la copertura delle volte vetrate e tra le gabbie dei ponteggi, quasi fosse un’epifania, una rivelazione spirituale. Architetture e cantieri corrispondono, metaforicamente, alla polarità tra ordine e caos, tra creazione e distruzione quali elementi della incessante, metamorfica vitalità dei manufatti umani.

Senza titolo, 2007 pastello su carta Arches, 120 x 80 cm

Senza titolo, 2007 pastello su carta Arches, 120 x 80 cm

Quando affermiamo che Elisabeth Scherffig ha una propensione verso la trasfigurazione, intendiamo anche dire che la sua arte corre sul sottile filo che separa la figurazione dall’astrazione. Nei suoi disegni la macroscopía figurativa dell’immagine si sovrappone alla microscopía astratta del segno, in un bilanciamento che schiude nuove possibilità di lettura. Basti guardare alle nuove sculture di porcellana, sulle quali la Scherffig traccia un reticolo di linee che la cottura rende quasi incomprensibili. I rilievi che percorrono le sottili superfici bianche sembrano una trascrizione o traduzione delle immagini in linguaggio braille. In realtà, vi si possono riconoscere sezioni di piante e alzati architettonici, mescolati con le caotiche linee organiche dei cantieri. Nel complesso, però, le porcellane dell’artista rappresentano un’ulteriore incursione nei territori formali dell’astrazione, laddove il segno diventa elemento autoreferenziale e tautologico, idealità apollinea, in contrapposizione al disordine dionisiaco degli edifici in demolizione. Gli accumuli caotici, infatti, sono il limine del regno delle ombre, della caverna platonica.

Ultimo ingresso all’Interiora Terrae è pure la Brocca rotta, una scultura che potrebbe essere un gigantesco rozzo calice (allo stesso tempo Graal e Occultum Lapidem) oppure una vera da pozzo. In entrambi casi una soglia, varcata la quale, inizia la discesa.

Ed Templeton. A Gentle Collision

21 Nov

Di Ivan Quaroni

Può accadere solo in California che un tizio, due volte campione di skateboard professionale, fondatore e manager di un’azienda (Toy Machine) sia anche un apprezzato fotografo e un originalissimo pittore. Può succedere solo in California perché là, su quel lembo di terra affacciata sulla costa occidentale degli States si sono incrociate e sovrapposte le più svariate subculture giovanili, dal surf allo skate, fino al punk e ai graffiti. E perché là, nessuno trova strano che uno possa fare più cose contemporaneamente, tanto più se si tratta di un ex enfant terrible, cresciuto su una tavoletta munita di quattro rotelle ascoltando, molto probabilmente, la martellante musica punk dei Black Flag. Chiunque abbia visto il documentario di Stacy Peralta sugli Z-Boys o il film Lords of Dogtown può farsi un’idea chiara di come possa accadere.

Ed Templeton, A Gentle Collision, 2013

Ed Templeton, A Gentle Collision, 2013

Ed Templeton, nato nel 1972  in Orange County, area di Los Angeles, è un artista autodidatta, fotografo, pittore e graphic designer, divenuto celebre anche grazie alla sua partecipazione al progetto Beautiful Losers,  promosso da Aaron Rose e Christian Strike (con il sostegno di Jeffrey Deitch, deus ex-machina dell’operazione) e consistente in una serie di mostre itineranti in diversi musei americani e nella realizzazione di un film documentario sugli artisti che hanno inventato un nuovo linguaggio a cavallo tra pop, punk e graffiti.

Ed Templeton, Create Your Own, 2013

Ed Templeton, Create Your Own, 2013

Può sembrare strano, eppure è all’Italia che Templeton deve il suo primo successo d’artista, con la vincita nel 2000 di un premio per il suo libro fotografico Teenage Smokers, che illustra momenti di vita della gioventù bruciata californiana, divenuta poi il soggetto prediletto di molti scatti successivi.

Ed Templeton, My Life Has Fractured, 2013

Ed Templeton, My Life Has Fractured, 2013

Dopo una mostra al Man di Nuoro nel 2010, Templeton è tornato nel Belpaese con A Gentle Collision, progetto sostenuto dalla milanese Jerome Zodo Gallery, che assembla fotografie, disegni e dipinti, offrendo una panoramica esauriente dell’attitudine “politicamente scorretta” dell’artista, un mix di crudo realismo e affascinanti, coloratissime narrazioni pop. Basta guardare l’istallazione di foto dipinte che dà il titolo alla mostra per capire che si tratta di un immaginario improntato all’efficacissima triade di Sesso, Droga e Rock & Roll.

Ed Templeton, 30 Seconds in my Shoes, 2013

Ed Templeton, 30 Seconds in my Shoes, 2013

Ma il Templeton fotografo e il Templeton pittore sembrano quasi due anime distinte. Testimone oculare dei bassifondi suburbani, abitati da giovani (ri)belli e dannati, il fotografo Templeton, quando mette mano ai pennelli, si trasforma in un ironico, commentatore della varia umanità della West Coast. Saranno i colori pastello, sarà quello stile un po’ folk, da agrodolce fiaba urbana, il fatto è che il Templeton pittore riesce a bilanciare l’atmosfera di cupa disperazione che, invece, emana dagli scatti fotografici. Ad ogni modo, paghi uno e prendi due. L’uno non esiste senza l’altro, ed è proprio questo il bello.

Ed Templeton, Huntington Beach, acrilico su pannello di legno, 122 x 244 cm, 2013

Ed Templeton, Huntington Beach, acrilico su pannello di legno, 122 x 244 cm, 2013

Le sette opere e le tre grandi istallazioni della mostra milanese mostrano un mondo di adolescenti in cerca d’identità. 30 Seconds in My Shoes, fatta di 139 fotografie, è il racconto sincopato e frammentato di una vita, ma anche di una giornata o perfino di soli trenta secondi, fatta d’impressioni indelebili, che oscillano tra momenti di allarmante frenesia e attimi di pneumatica sospensione.

Ed Templeton, Create Your Own, 2013

Ed Templeton, Create Your Own, 2013

La vita quotidiana è protagonista anche nelle dodici serigrafie di The Sleepers, ovviamente nel video The Judgement Day is Coming e perfino nelle due bellissime foto dipinte Atourina, Yellow e Lucy, Silver. Nei dipinti, invece, l’immaginazione supera la dimensione prosaica. Illustrated Day Dream e Create Your Own sono perfetti esempi di Pop Surrealismo onirico, superati solamente da Huntington Beach, una sorta di bozzettistico scorcio della piccola città costiera in cui l’artista vive, affollata di bellezze al bagno e procaci pattinatrici, musicisti di strada e onesti lavoratori, perdigiorno e ubriaconi. Insomma, tutta la bizzarra, variegata, coloratissima umanità della California del Sud.

Chi non ha visto questa mostra si è davvero perso qualcosa di speciale.

Ed Templeton, Lucy, Silver, 2013

Ed Templeton, Lucy, Silver, 2013

 
Info
Ed Templeton. A Gentle Collision
Fino al 22 novembre 2013
Jerome Zodo Gallery
Via Lambro 7, Milano
P. + 39 0220241935
F. +39 0220244861
E. info@jerome-zodo.com
Monday – Friday / 10 am – 7 pm

Clayton Brothers. From the Cadavre Exquis to Expanded Painting

19 Nov

by Ivan Quaroni

At the start there is always a game, a complicit sharing of rules that lead to a special relationship whose result is always greater than the sum of the parts. The Surrealists adopted a particular one, that of the excellent cadavers, a/k/a cadavres exquis, a creative pastime played with words or images. It works like this: one person creates the first image and passes it to the next participant, but hiding one part of it. The next makes additions, again partially concealing the results, and passes the image on to the next player. A group can play, but also just two people. At the end of the game, an unexpected, surprising image appears, the result of a process of creation and interpretation, which amplifies the contribution of the individuals, incorporating them in a collective graphic plot. It sounds interesting, but we are prone to wondering what is the purpose of such a game. For the Surrealists, with their focus on Freudian psychoanalytical research, the idea was to visually demonstrate the importance of the unconscious imaginary and the automatic processes of human thought. But there is more. Much more prosaically, the game of the cadavre exquis is – like all games – an experience of sharing applied to the field of creativity. Its legacy has been picked up by many conceptual art duos, like Gilbert & George, Ilya and Emilia Kabakov, Christo and Jeanne-Claude, Marina Abramovic and Ulay, Jake & Dinos Chapman, but much less often by duos of painters. The Claytons, then, represent a rarity on the contemporary art scene. Not just because they are two painters, but also because unlike the above-mentioned artistic couples, they are brothers who have demonstrated their ability to extend their natural link of shared parentage in the creative sphere as well.

For Rob and Christian – born respectively in Dayton, Ohio in 1963 and Denver, Colorado in 1967, both with degrees from the Art Center College of Design of Pasadena (California) – collaboration is something more than just a process. It is more like the result of a creative symbiosis that consists in constructing intuitive narratives, often without a pre-set plot. The Clayton Bros paint at the same time, in fact, taking turns intervening on the works through a method that leaves plenty of room for improvisation and the imagination of both.

The process of the making of our works is never the same,” the Claytons say, “because we let our characters construct themselves day by day, exactly as happens in relationships that are built over time.” In their works they transfer individual experiences into the collective and global dimension, thus offering a faithful image of contemporary society. “We see these images as a reflection of ourselves,” Rob and Chris explain, “but also of our neighbors, our friends and families; in short, they are a reflection of the world around us.

Cheapjack

Cheapjack

Curiously enough, the Claytons represent a missing link between the Surrealist experiments of the 20th century and the fresh, immediate approach of Pop Surrealism, one of the most interesting American movements to emerge in the delicate passage between the old and the new millennium. A movement, to be honest, that is so large, varied and in continuous evolution as to even become contradictory, in which Rob and Chris have found themselves immersed, almost against their will. The two do not like definitions, in fact, and they hate being boxed into a specific stylistic or disciplinary niche, even if it is that of Pop Surrealism, to which they owe some portion of their success.

Instead, were we to set out to map their artistic influences, we would have to operate at a hypothetical crossroads between Post-Expressionism, Folk Art and Pop Art, with input ranging from the left wing of the Neue Sachlichkeit (Otto Dix in primis) to the plastic experimentation of Ed Kienholz, passing through the simultaneous, multicentric visions of Robert Williams, the true founding father of the Pop Surrealist galaxy. Yet defining the pictorial style of the Clayton Bros in these terms would be a reductive operation, because it would not sufficiently underline the most original aspect of their research, which lies instead in the ability to integrate the experiences of everyday life, the true motor of their process of sharing, into art.

Quack,-Cackle, Squawk

Quack,-Cackle, Squawk

Of course, Rob and Christian are the first to admit the importance, for their visual culture, of punk rock, surf and skate culture, street art, tattoos and illustration, but this could be said more or less for all the artists of the Lowbrow area. The most original feature of their work, instead, is the ability to transfer into the language of art the impressions of day-to-day existence. The starting point for a work can be a word, a phrase, a circumstance or an impression gleaned during a trip abroad or a walk in their neighborhood. Life, with its infinite facets, is a much more powerful immersive reality, for them, than any environment of graphic or digital simulation. This is why the Claytons have invented such an exuberant, overwhelming chromatic and narrative language. In practice, they try to surpass or at least equal the complexity of human experience, with a kind of painting capable of stimulating the observer to reconsider doubts, to reformulate the questions to which every human being must respond.

We can safely say that the art of the Clayton Brothers – which they define with the term “Abstract Narrative” – represents a reformulation of the existentialist positions of Post-Expressionism, bent on wedding the individual and authorial viewpoint with the universal, polycentric viewpoint of collective experience. Like Robert Williams, the Claytons also raise the issue of the representation of reality as a synthesis of a multiplicity of experiences and interpretations, but they do it “intuitively,” so to speak, i.e. without calling into play subatomic physics, Einstein’s Theory of Relativity or Heisenberg’s Uncertainty Principle.

With respect to the revered founder of Lowbrow Art, the Claytons have a less theoretical, more practical approach. In the end, their very modus operandi, which consists in a progressive layering of pictorial levels, made of continuous revisions, changes of perspective and overlapping of styles, represents an empirical demonstration of that multiplicity of gazes mentioned above. Furthermore, the importance the Claytons attribute to the role of the observer demonstrates that their work is truly the offspring of its time. A time in which author and viewer increasingly interact through forms of digital co-creation, such as forums and social networks. So the work of the Clayton Brothers calls for “participation” not just because the two authors make it in the form of a “duet,” but also because they see its viewing as a sort of final “fulfillment” and “completion.”

It is no coincidence that the latest set of works, titled “I’m OK,” focuses on analysis of the work-viewer relationship. “With this new body of works,” they say, “we want to present a vast group of fragmented images, simultaneously abstract and narrative.” Their objective is to trigger reflection in the viewer on the meaning of a rather common question – “How are you?” – to which we usually respond with an automatic “I’m OK”, shifting the observer’s focus from external to internal images. The paintings, drawings and sculptures of the Claytons set out to stimulate this mechanism of identification because it represents a preliminary condition for the formulation of possible responses.If it is true that contemporary art – as we often hear it said – raises questions without offering solutions, the act of observing becomes a cognitive process in which the observer is stimulated to find his or her own answers. In fact, Rob and Chris warn us that no one certain method exists to decipher their works, no one interpretation, because each observer is expected to reconstruct a meaning, starting with their own emotional state.

I’m OK” presents an array of characters and situations that offer not only a myriad of narrative impulses, but also countless optical, retinal suggestions. They are images of pure energy, where the impressions of everyday life explode in a dizzying vortex of bright and psychedelic colors, where the space seems to splay open in all directions, breaking the rules of perspective and solid geometry, even fragmenting the psychological dimension of the individual, through the repetition of hypertrophic physiognomies with wild expressions.

Time to Come Clean

Time to Come Clean

Like the painters of the Neue Leipziger Schule, from Tilo Baumgärtel to Matthias Weischer, David Schnell to Christoph Ruckhäberle, the Clayton Brothers are the standard bearers of a neurotic, disjointed art that sacrifices the formal values of balance and harmony to become the eyewitness of a socially fragmented, culturally polycentric epoch. This is why they make use of an “expanded painting” far from traditional canons, open to contaminations with photography, sculpture and installation. Good examples include works like Over the Moon, Pull and Pick and Wallop and Clobber, where the painting flirts with the plastic dimension of the object and the fetish, or like Can you Spare a Duck? and I Understand, which constitute an interesting mixture of sculpture and photography, and finally paintings like Greeter Hello, Greeter Goodbye and Orange Crutch, which extend the boundaries of the painting with long vertical offshoots.

Over the Moon

Over the Moon

The quality not found in many recent entries to the Pop Surrealist sphere, but which is clearly visible in the research of Rob and Chris, is a vivid interest in formal and linguistic issues, leading to experimentation with new solutions in a multidisciplinary outlook, making them an exception in a movement that seems to be increasingly losing its grip on its own cultural specificity, retreating into the solutions of a “school” it would be euphemistic to define as “academic.” Unlike many purveyors of fantastic and surreal imagery, the Claytons never lose touch with reality. Their art is firmly rooted in the present, springing from the apparently conventional folds of everyday life, and striving for the universal dimension of art thanks to the alchemical collaboration of two special individuals capable of shifting experiences lived in a familiar and relational microcosm into a wider context that coincides with a clear and at the same time dynamic fresco of contemporary America.

Clayton Brothers – I’m OK
curated by Ivan Quaroni
WHEN: 21 November 2013 -1st February 2014;
OPENING: 21 November 2013h. 18:30 – 21:30
WHERE: Antonio Colombo Arte Contemporanea, Via Solferino 44, 20121 Milan (Italy)
CONTACTS:
http://www.colomboarte.com; E-mail: info@colomboarte.com; Phone: +39 0229060171
 
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ITALIAN TEXT
 

Clayton Bros. Dai Cadavre exquis all’Expanded Painting.

di Ivan Quaroni

All’inizio c’è sempre un gioco, una complice condivisione di regole che conducono a una relazione speciale, il cui risultato è sempre superiore alla somma delle parti. I Surrealisti ne avevano adottato uno particolare, quello dei cadaveri eccellenti, detto anche cadavre exquis, un passatempo creativo che si può giocare con parole o immagini. Funziona così: uno crea la prima immagine e la passa al partecipante successivo, celandone, però, una parte. Quest’ultimo la arricchisce con nuove aggiunte, a sua volta celandola parzialmente, prima di passarla al giocatore seguente. Si può giocare in gruppo, ma bastano anche solo due persone.

Alla fine del gioco, si ottiene un’immagine inaspettata, sorprendente, frutto di un processo insieme creativo e interpretativo, che amplifica l’apporto dei singoli, inglobandoli in una trama grafica collettiva.Sembra interessante, ma viene da chiedersi quale sia lo scopo del gioco.Per i Surrealisti, interessati alle ricerche psicanalitiche freudiane, si trattava di dimostrare visivamente l’importanza dell’immaginario inconscio e dei processi automatici del pensiero umano. Ma c’è dell’altro. Molto più prosaicamente, il gioco del cadavre exquis è – come tutti i giochi – un’esperienza di condivisione applicata al campo della creatività.

Gleaming Crystal Gazer

Gleaming Crystal Gazer

La sua eredità è stata raccolta da molte coppie dell’arte concettuale, come Gilbert & George, Ylia ed Emilia Kabakov, Christo e Jeanne Claude, Marina Abramovic e Ulay, Jake & Dinos Chapman, ma assai più raramente da coppie di pittori. I Clayton, quindi, rappresentano una rarità nel panorama artistico contemporaneo. Non solo perché sono due pittori, ma anche perché, a differenza delle succitate coppie artistiche, sono fratelli, che hanno dimostrato di saper estendere il loro naturale legame di condivisione parentale anche all’ambito creativo.Per Rob e Christian – nati rispettivamente a Dayton, Ohio nel 1963 e a Denver, Colorado, nel 1967 -, entrambi laureatosi a pieni voti all’Art Center College of Design di Pasadena (California), collaborare è qualcosa di più di un semplice processo. È, piuttosto, il risultato di una simbiosi creativa, che consiste nel costruire narrazioni intuitive, spesso prive di un canovaccio precostituito. I Clayton Brothers dipingono, infatti, contemporaneamente, intervenendo a turno sulle opere attraverso un metodo che lascia ampio spazio all’improvvisazione e all’immaginazione di entrambi.“Il processo di realizzazione dei nostri lavori non è mai lo stesso”, affermano i Clayton, “perché permettiamo ai nostri personaggi di costruirsi giorno per giorno, esattamente come accade nelle relazioni che si costruiscono nel tempo”. Nelle loro opere, trasferiscono le esperienze individuali nella dimensione collettiva e globale, offrendo così un’immagine fedele della società contemporanea. “Vediamo queste immagini come un riflesso di noi stessi”, dicono Rob e Chris, “ma anche dei nostri vicini, dei nostri amici e delle nostre famiglie, insomma sono un riflesso del mondo intorno a noi”.

Hello Jack

Hello Jack

È curioso come i Clayton rappresentino un anello di congiunzione tra gli esperimenti Surrealisti del Novecento e l’approccio fresco e immediato del Pop Surrealismo, uno dei movimenti americani più interessanti emersi nel delicato passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Un movimento, per la verità, talmente ampio, variegato e in continua evoluzione da essere perfino contraddittorio, in cui i due Rob e Cris si sono ritrovati immersi quasi loro malgrado. Rob e Christian, infatti, non amano le definizioni e detestano essere confinati in uno specifico recinto stilistico e disciplinare, sia pure quello del movimento pop surrealista, cui devono parte del loro successo. Piuttosto, se volessimo tentare una mappatura delle loro influenze artistiche, saremmo costretti a ubicarla in un ipotetico crocevia tra il Post-Espressionismo, l’arte Folk e la Pop Art, con influenze che spaziano dall’ala sinistra della Neue Sachlickeit (Otto Dix in primis) alle sperimentazioni plastiche di Ed Kienholz, passando per le visioni simultanee e multicentriche di Robert Williams, vero padre fondatore della galassia Pop Surrealista.

Pull and Pick

Pull and Pick

Eppure, definire lo stile pittorico dei Clayton Bros in questi termini sarebbe un’operazione riduttiva, perché non sottolineerebbe abbastanza l’aspetto più originale della loro ricerca, che risiede, invece, nella capacità di integrare nell’arte le esperienze della vita quotidiana, vero motore del loro processo di condivisione.Certo, Rob e Christian sono i primi ad ammettere quanta importanza hanno avuto su di loro le culture visive del punk rock, del surf, dello skate, della Street Art, del tatuaggio e dell’illustrazione, ma questo vale, più o meno, per tutti gli artisti di area Lowbrow. L’aspetto più originale del loro lavoro consiste, invece, nella capacità di trasferire nel linguaggio dell’arte le impressioni della vita di tutti i giorni. Il punto di partenza di una loro opera può essere una parola, una frase, una circostanza o un’impressione ricevuta durante un viaggio all’estero o una passeggiata nel loro quartiere. La vita con le sue infinite sfaccettature è per loro una realtà immersiva molto più potente di qualsiasi ambiente di simulazione grafica o digitale. Per questo i Clayton hanno inventato un linguaggio così esuberante e travolgente dal punto di vista cromatico e narrativo. In pratica, cercano di superare o almeno eguagliare la complessità dell’esperienza umana, con una pittura capace di stimolare l’osservatore a prendere in considerazione i dubbi e a riformulare quelle domande a cui ogni essere umano è chiamato a rispondere. Si può tranquillamente affermare che l’arte dei Clayton Bros – da loro definita col termine di “Abstract Narrative” – rappresenta una riformulazione delle istanze esistenzialiste del post-espressionismo, intesa a coniugare il punto di vista individuale e autoriale con quello universale e policentrico della collettività.

Your OK

Your OK

Come Robert Williams, anche i Clayton si pongono il problema della rappresentazione della realtà come sintesi di una pluralità di esperienze e interpretazioni, ma lo fanno, per così dire “intuitivamente”, cioè senza scomodare la fisica sub-atomica, la Teoria della Relatività di Einstein o il Principio di Indeterminazione di Heisenberg.Diversamente dal venerando fondatore della Lowbrow Art, i Clayton hanno un approccio meno teorico e più pratico. In fondo, il loro stesso modus operandi, che consiste in una progressiva stratificazione di livelli pittorici, fatta di continui ripensamenti, cambiamenti di prospettiva e sovrapposizioni di stili, rappresenta una dimostrazione empirica di quella pluralità di sguardi cui accennavo. Inoltre, il rilievo che i Clayton danno al ruolo dell’osservatore, dimostra come davvero la loro opera sia figlia del nostro tempo. Un tempo, appunto, in cui l’autore e il fruitore interagiscono sempre di più attraverso forme di co-creazione digitale come i forum e i social network. Quella dei Clayton Brothers è quindi un’opera “partecipata” non solo perché i due autori la eseguono “a quattro mani”, ma anche perché ne considerano la fruizione come una sorta di “compimento” e “completamento” finali.Non è un caso che l’ultima serie di opere, intitolata “I’m Ok”, sia tutta incentrata sull’analisi del rapporto tra opera e osservatore. “Con questo nuovo corpus di opere”, affermano, “vogliamo presentare un vasto gruppo d’immagini frammentate, insieme astratte e narrative”. Il loro scopo è innescare nello spettatore una riflessione sul significato di una domanda piuttosto comune, “How are you?” (Come stai?), cui, di solito, rispondiamo in modo automatico “I’m Ok” (Sto bene), così da spostare la sua attenzione dalle immagini esterne a quelle interne.

Waxing Crescent Mood

Waxing Crescent Mood

I dipinti, i disegni e le sculture dei Clayton intendono stimolare questo meccanismo identificativo perché esso rappresenta una condizione preliminare per l’elaborazione di eventuali risposte.Se è vero che – come spesso si sente dire – l’arte contemporanea pone questioni, senza offrire soluzioni, allora l’atto di osservare diventa un processo cognitivo in cui l’osservatore è stimolato a trovare le proprie risposte. Infatti, Rob e Chris ci avvertono che non esiste alcun metodo certo per decifrare i loro lavori, né un’unica interpretazione, poiché ogni osservatore è chiamato a ricostruire un significato a partire dal proprio stato emotivo.“I’m Ok” presenta una carrellata di personaggi e situazioni che offrono non solo una miriade di spunti narrativi, ma anche innumerevoli suggestioni ottiche, retiniche. Sono immagini di pura energia, dove le impressioni della vita quotidiana esplodono in un turbinoso vortice di colori brillanti e psichedelici e dove lo spazio sembra squadernarsi e divaricarsi in ogni direzione, infrangendo le regole della prospettiva e della geometria solida e frammentando perfino la dimensione psicologica dell’individuo, attraverso la reiterazione di fisionomie ipertrofiche dalle espressioni allucinate.

Come i pittori della Neue Leipziger Schule, da Tilo Baumgärtel a Matthias Weischer, da David Schnell a Christoph Ruckhäberle, i Clayton Brothers sono i portabandiera di un’arte nevrotica e disarticolata, che ha rinunciato ai valori formali dell’equilibrio e dell’armonia, per farsi testimone oculare di un’epoca socialmente frammentata e culturalmente policentrica. Per questo ricorrono a una “pittura espansa” (expanded painting), lontana dai canoni tradizionali e aperta alle contaminazioni con la fotografia, la scultura e l’installazione. Ne sono un esempio opere come Over the Moon, Pull and Pick e Wallop and Clobber, dove la pittura flirta con la dimensione plastica dell’oggetto e del feticcio, oppure lavori come Can you Spare a Duck? e I Understand, che costituiscono un interessante mix di scultura e fotografia e, infine, dipinti come Greeter Hello, Greeter Goodbay e Orange Crutch, che estendono i confini del quadro con lunghe propaggini verticali.

La qualità che non si trova in molti artisti Pop Surrealisti dell’ultima ora e che invece caratterizza la ricerca di Rob e Chris è lo spiccato interesse per la questione formale e linguistica, che li porta a sperimentare nuove soluzioni in un’ottica multidisciplinare e che fa di loro un’eccezione nell’ambito di un movimento che pare sempre di più smarrire la propria specificità culturale e appiattirsi su soluzioni di “scuola” che sarebbe un eufemismo definire “accademiche”. Al contrario di molti latori di un immaginario fantastico e surreale, i Clayton non perdono mai il contatto con la realtà. La loro, è un’arte saldamente radicata nel presente, che nasce tra le pieghe apparentemente convenzionali del quotidiano e assurge alla dimensione universale dell’arte grazie alla collaborazione alchemica di due individui speciali, capaci di traslare le esperienze vissute nel microcosmo familiare e relazionale in un contesto più ampio, che coincide con l’affresco, insieme nitido e dinamico, dell’America contemporanea.

Mending Cooing Clusters

Mending Cooing Clusters

Clayton Brothers – I’m OK

a cura di Ivan Quaroni
QUANDO: 21 Novembre 2013 – 1 Febbraio 2014

INAUGURAZIONE: 21 Novembre 2013; h. 18:30 – 21:30

DOVE: Antonio Colombo Arte Contemporanea, Via Solferino 44, 20121 Milan (Italy)
CONTATTI: www.colomboarte.com; E-mail: info@colomboarte.com; Phone: +39 0229060171

Fulvia Mendini. Orange blossom, or what you will

14 Nov

L'infinito

 Indubbiamente, sono due gli elementi fondanti della ricerca di Fulvia Mendini. Il primo, ed anche il più importante, riguarda la costruzione di un linguaggio formale semplice, ma allo stesso tempo sofisticato, costituito dall’uso di una pittura piatta, priva di sbavature e imperfezioni. L’altro aspetto dell’indagine dell’artista, forse più velato, ma non meno incisivo, concerne la creazione di un fitto reticolo di rimandi culturali ed estetici, che agisce sullo spettatore come un intrigante sottotesto visivo.

Sul primo aspetto mi sono più volte soffermato[1], sottolineando che la grammatica stilistica di Fulvia Mendini, in particolare quella applicata alle composizioni più astratte, come ad esempio i mandala, funziona esattamente come un alfabeto di segni, suscettibili di molteplici variazioni e combinazioni. In questo linguaggio, insieme sintetico e ornamentale, lineare e ipercromatico, si avverte il lascito di numerosi influssi, dalle Arts and Crafts vittoriane agli alfabeti astratti di Kandinsky, dalla miniatura tradizionale indiana alla pittura di genere del Settecento, su fino a Victor Vasarely e al lessico “familiare” dell’Atelier Mendini. E poi, ancora, il preziosismo tardo gotico di Carlo Crivelli, lo stile acuminato e minerale di Cosmé Tura, le figurine di Pietro Longhi, le tavole naturalistiche di Ulisse Aldrovandi, le stampe di Hokusai, ma anche i pattern prestampati sui tessuti e le texture dei capi d’abbigliamento griffati, le illustrazione per l’infanzia e la più moderna computer grafica, il tutto masticato, digerito e riproposto dall’artista sotto forma di raffinate citazioni e di sottili allusioni. Ed è proprio questa restituzione velata di rimandi e di richiami ad un patrimonio estetico “colto”, l’altro fattore decisivo della ricerca di Fulvia Mendini, che introduce, accanto alla seduzione delle forme e dei colori, un elemento di attrattiva intellettuale.

Ascot

Con le dodici tele di Orange Blossom, Fulvia Mendini torna al ritratto, un genere che aveva accantonato dopo il 2005 per sviluppare altri filoni di ricerca, legati alla sperimentazione di nuove tecniche e all’applicazione di materiali inediti, dagli arazzi realizzati con tessuti tagliati al laser e termosaldati su tele di cotone a quelli ricamati artigianalmente, dalle stampe lambda su alluminio al grande tappeto intrecciato a mano in una bottega di Katmandu (Wedding,  2007), fino alla video animazione computerizzata intitolata Mandala wedding (2007).

I nuovi ritratti della serie Orange Blossom sono un’evoluzione di quelli eseguiti nel 2005. Mentre quelli di Wonderland, infatti, rappresentavano personaggi singoli, dipinti su spesse tavolette di legno alla maniera delle icone bizantine, le opere di Orange Blossom, realizzate su tela, introducono eloquentemente il tema dei legami sentimentali e amorosi, anticipato, a suo tempo, nell’opera intitolata Les Fiancés, che “chiudeva” emblematicamente la mostra del 2005. In verità, il tema nuziale costituisce per l’artista una sorta di fil rouge, che ha attraversato la sua produzione recente, senza peraltro essere mai debitamente approfondito. Orange Blossom è il fiore d’arancio che tradizionalmente la sposa porta nel giorno delle nozze come simbolo di purezza. L’artista lo usa, dunque, come un riferimento diretto al tema degli sponsali, metafora inclusiva di tutti i tipi di unione. Al centro di tutto c’è la coppia, nucleo primordiale e insieme struttura archetipica delle relazioni umane. Con l’assoluta infedeltà mimetica e anatomica che contraddistingue il suo stile, Fulvia Mendini ci offre dodici variazioni sul tema, dodici coppie di giovani allampanati, caratterizzati da un espressività allucinata davvero sopra le righe. Sguardi spiritati e anatomie ipertrofiche, a cominciare da quei colli indecentemente oblunghi, figli degeneri delle estensioni di Parmigianino, ma soprattutto di Modigliani, i personaggi della Mendini sembrano imprigionati nella gabbia dei ruoli, vittime inconsapevoli delle convenzioni sociali. Tra i componenti di ogni diade si erge un’impenetrabile muro invisibile, che isola le figure in uno spazio virtualmente chiuso al dialogo. La prossimità fisica degli individui non si traduce, quindi, in contiguità emotiva, dandoci piuttosto l’impressione di una convivenza forzata. Sembra quasi che l’artista voglia celare dietro l’apparente leggerezza di quei volti candidi, una critica al modello sociale rappresentato dalla coppia. Il matrimonio è il tema dominante della mostra, ma a giudicare dalle espressioni dei fidanzati, congelati in un attimo di eterno sbigottimento, sembra piuttosto la paura il sentimento dominante. In verità, le espressioni sono ambigue, impenetrabili, sempre in bilico tra un sentimento e il suo opposto. Tra la meraviglia e l’orrore, tra il panico e l’estasi lo slittamento è minimo. Lo stesso dicasi per i generi maschile e femminile, che in questi ritratti, sospesi tra la levità dei personaggi di Alex Katz e il fascino nevrotico di quelli di Martin Maloney, si confondono in un’unica fisionomia efebica, caratterizzata da una tipizzazione anatomica più prossima ai modelli dei cartoni animati che a quelli della vita reale. Colli oblunghi, occhi grandi, bocche innaturalmente regolari, i volti dipinti dall’artista soccombono al dominio della geometria, ma per non della simmetria. Se non fosse per l’abbondanza di accessori, che distingue un personaggio dall’altro, faremmo fatica a distinguerli. “In questi visi”, racconta l’artista, “mi interessa sintetizzare i tratti al massimo e disegnare un personaggio icona, un prototipo estatico”.

Verdeliò

Sono, infatti, i vestiti, i cappelli, i gioielli, le acconciature a fare la differenza, tanto da indurci a credere che i ritratti non siano altro che un pretesto per inscenare, ancora una volta, lo spettacolo di un arte che riporta in primo piano il piacere dell’ornamento, della decorazione, del dettaglio prezioso. Un arte femminile, che funziona come un ipertesto visivo, un condensato di allusioni colte e di accenni a particolari radicati nella memoria biografica dell’artista. Il dubbio, insomma, è che protagonisti di queste opere siano soprattutto i disegni delle trame e degli orditi sugli abiti, i raffinatissimi accostamenti cromatici e poi le numerose citazioni, disseminate qua e là come una spezia aromatica. Cosi, se ne Le mille e una notte la cravatta dell’uomo è un omaggio allo stile optical di Victor Vasarely, nell’opera intitolata L’infinito, il vestito della ragazza richiama l’ossessione per i pois dell’artista giapponese Yayoi Kusama. William Morris è, invece, l’autore del decoro sull’abito smanicato di Ti penso sempre, dove gli orecchini della donna sono, appunto, viole del pensiero. Il gioco dei rimandi, però, non si limita ai richiami storico-artistici, ma investe, come già nei ritratti precedenti, anche l’alta moda. La ragazza di Verdeliò, di fatto, veste un abito di Antonio Marras, mentre i motivi dei vestiti femminili in Ascot e Anacapri, ma anche nel già citato Le mille e una notte, riprendono disegni realizzati negli anni Sessanta dalla madre dell’artista. L’eleganza maschile, più sobria, passa attraverso riferimenti meno eclatanti per quanto riguarda le griffe, ma i dettagli dei colletti delle camicie ricordano, in più di un’occasione, le opere di Domenico Gnoli. Non mancano, invece, le autocitazioni, le riprese di alcuni ingredienti tipici del suo alfabeto iconografico, come gli uccelli, gli insetti, la stella e il ramo di ciliegio, usati istintivamente come elementi di raccordo tra le figure.

Tokio-Ga

Le suggestioni, tuttavia, non finiscono qui, riverberando anche nei titoli dei dipinti, che spaziano dalla citazione cinematografica di Mullholland Drive e Tokyo Ga, due pellicole di registi di culto come David Lynch e Wim Wenders, a calembour e rimandi di matrice letteraria, come in William e Juliet, che mescola il nome del grande Bardo inglese con quello di uno dei suoi più noti personaggi drammatici, o come L’infinito, che rimanda ai versi leopardiani, amplificando l’atmosfera cosmologica del quadro, l’unico nel quale lo sfondo uniforme è sostituito con l’ambientazione di un notturno cielo stellato. Per finire c’è Orange Blossom, uno dei quadri più emblematici della mostra, dove l’autocitazione è duplice. Il medaglione appeso al collo eburneo della ragazza riprende un motivo disegnato da Fulvia Mendini, il fiore d’arancio, appunto. Lo stesso che compare sull’anello aureo disegnato dall’artista e prodotto, per l’occasione, in un unico esemplare con pietre del laboratorio di oreficeria “Le Sibille” di Roma. Il gioiello, realizzato con la tecnica del micromosaico di tradizione antico-romana, oltre ad essere un oggetto di squisita fattura artigianale, è soprattutto un simbolo, ad un tempo sigillo e vincolo della utopica unione di uomini e donne.

Orange Blossom


[1] Si vedano i testi Wonderland e In-A-Gadda-Da-Vida, pubblicati rispettivamente nei cataloghi delle mostre “Wonderland”, presso la Galleria delle Battaglie (Brescia, dicembre 2005) e “Viridarium”, presso Byblos Art Gallery (Verona, gennaio 2007).